Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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Con un titolo preso da un celeberrimo album dei Pink Floyd, e precisamente dall’ipnotica Brain Damage, compare sulla scena la prima indagine del commissario Ofelio Guerini, che però non ha nulla a che spartire con la musica degli anni Settanta, se non la collocazione temporale della storia in cui debutta. Ci troviamo, infatti, tra il 1972 e il 1973, in una Milano che si sta trasformando rapidamente e che è attraversata dall’agonismo politico delle lotte studentesche e degli scontri di strada tra movimenti rossi e gruppi neri. Eppure, il titolo di questo romanzo, in apparenza così strano e quasi posticcio, alla fine pare addirittura azzeccato, perché racconta di uno shock mentale e fisico, lo stesso che il suo protagonista deve affrontare.

Guerini ha ormai una certa età e, pur avendo combattuto per la Resistenza, non riconosce nella violenza che lo circonda un particolare significato storico. È ancora vicino agli ideali del suo vecchio partito, ma è forse è cambiato, come pare esserlo anche il partito, e sembra ormai evoluto in una dimensione piccolo-borghese, destinata a convivere con persistenti e silenziose inquietudini. Tuttavia, la morte di un anziano ed oscuro militante comunista, custode di un campo di baseball, attira la sua attenzione, e la ricerca della verità – un affare, per lui, sempre artigianale e domestico – lo mette ben presto a contatto, complice il caso, con figure terribili e spietate, di fronte alle quali rischia di perdere ogni certezza ed anche la sua stessa vita. Ecco, quindi, il dark side of the moon, che non è soltanto quella che si palesa nell’esistenza vuota e crudele del giovane neofascista Stefano Valle e del suo fedele “scherano” Cesare Amaranto, ma è anche quella che si nasconde nella rabbia irrefrenabile ed incontrollabile dell’anziano poliziotto. Si può continuare a “resistere” senza violenza? È proprio vero che tutto è cambiato? Ogni determinazione, anche quella più salda, è destinata a sperimentare confini drammaticamente labili.

Per coloro che abbiano apprezzato Giuseppe Genna – in particolare Nel nome di Ishmael o Catrame o Non toccare la pelle del drago o, ancora, Le testeIl lato oscuro della luna potrà dire poco, poiché con le storiacce e con le trame forti dell’ispettore Lopez questo libro ha in comune soltanto l’ambientazione milanese e il rincorrersi, peraltro riuscito, di strade, piazze, vicoli e palazzi, omaggio ad una metropoli che, in questo modo, prende facilmente le sembianze di un teatro perfetto. Neanche ai personaggi di Gianni Biondillo può accostarsi Guerini: da un lato, certo, la sua malinconia è anche quella dell’ispettore Ferraro; dall’altro, c’è qualcosa di ulteriormente irrisolto, che alla prima impressione di un’evidente stecca finisce per far prevalere la sensazione di una disarmonia ricercata con intelligenza, ma non ancora pienamente realizzata. Forse, nonostante la buonissima intuizione del cortocircuito psicologico in cui incorre Guerini, Goldstein Bolocan non è riuscito a scegliere: avrebbe potuto dare alla sua storia e al suo eroe una connotazione più decisa, e il materiale non mancava (dalle suggestioni sportive agli intrecci politici-partitici; dal tema culturale ed istituzionale a quello più schiettamente intimistico). In conclusione, il grasso e impacciato commissario è un po’ come il suo Autore: il mestiere non gli difetta, ma deve ancora fare i conti con il lato oscuro di una tensione narrativa che sta per sbocciare e che, allo stato, si fa nervosamente attendere.

Uno spezzone del libro da… La Gazzetta dello Sport!

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Il noir di Gianni Mura non tradisce, anche se i suoi percorsi non sono per nulla usuali. Non lo erano stati neanche nel precedente Giallo su giallo, in cui aveva già fatto la sua comparsa l’originale commissario Magrite: un nome, una garanzia; ma anche una testimonianza sincera dell’amore che il noto giornalista ha sempre avuto per la Francia. In quella prima prova letteraria Mura aveva riversato tutta la sua passione per il ciclismo, per lo sport in generale e per la gastronomia: amori di cui ha sempre reso aperta confessione sulle pagine di Repubblica e nell’ambito della fortunata e deliziosa rubrica Mangia e bevi, curata assieme alla moglie Paola nel Venerdì.

La buona cucina è un filone presente anche in questa seconda avventura. Ma qui Magrite non indaga, è semplicemente in vacanza, alla ricerca di qualche momento di pace e di intimità con l’affascinante giudice Michelle Lapierre. Ischia, del resto, promette riposo e occasioni di confidenza. Ma una serie di eventi, quasi fossero raccolti dalla peggiore rassegna italiana di cronaca nera, colpisce l’immaginario del commissario e lo conduce, guidato dall’eccentrica figura di Peppe, un isolano ex galeotto, negli abissi di tanti (e troppi) delitti quotidiani.

L’Ischia di Mura, è facile accorgersene, è l’immagine del nostro Paese, contraddistinto da una bellezza unica ma anche da un clima di solitudine e di abbandono. È una sensazione di stranezza e di non-riconoscimento, che sorge naturale ogni qual volta si pensi ai reiterati malanni che colpiscono l’Italia e la “attardano” nel percorso che potrebbe portarla a condividere le sorti di tutte le nazioni civili. Le ferite di cui ci parla il racconto – quelle che, come sulla copertina, ne colorano di rosso, e senza infingimenti, tutta l’estensione – ci fanno davvero pensare alle fortissime contraddizioni e sofferenze dello Stivale, ed alla storica e reiterata povertà morale in cui finiscono sempre e tragicamente per risolversi.

Altrettanto drammatica, però, è la soluzione che il finale del romanzo sembra prefigurare, nella dialettica tra uno stupore tutto personale, che porta l’irriducibile scapolo Magrite a valorizzare i propri affetti, e un gesto disperato ed irrimediabile, quello di Peppe, che non può avere, sotto traccia, che un significato collettivo e che, tuttavia, pare troppo duro ed inaccettabile per rappresentare una via d’uscita. Forse, però, c’è un senso nascosto, che viene direttamente dall’animo dell’Autore, dal suo sentirsi straniero, come Magrite, in un’isola che non può che “coltivare” ed apprezzare soltanto saltuariamente, e dalla sua irrefrenabile voglia di continuare a descrivere le inestimabili ricchezze della terra e del cuore, siano o meno italiane.

Un omaggio a Gianni Mura (di Fabio Stassi)

Gianni Mura alle Grandi Lezioni di Giornalismo (intervista di Andrea Satta)

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Leggo Petros Markaris dai tempi di Difesa a zona. Mi riesce naturale essergli fedele, perché è davvero facile appassionarsi ad un commissario come Kostas Charitos, che nelle difficoltà del mestiere, così come in quelle familiari, si aggrappa al vocabolario e riflette sulle parole. Se non ci capisce più nulla, sfoglia il Dimitrakos; se fosse Montalbano, al quale da molti viene accostato, sfoglierebbe il Devoto-Oli, e la cosa mi fa sempre sorridere. Charitos, poi, è dotato di una pazienza, di una franchezza e di un’umanità che, alla lunga, ne rappresentano le doti che gli permettono di risolvere i pasticci su cui deve indagare e che lo rendono anche incredibilmente simpatico, come poliziotto dall’innato buon senso e dal radicato realismo.

Nell’ultima “avventura” il commissario ellenico è alle prese con una vicenda tanto grottesca quanto adeguata alle tragiche contingenze dell’attuale crisi economica: un misterioso Esattore nazionale uccide gli evasori fiscali che non si pentono e che non versano il dovuto nelle casse del poverissimo erario greco. Così per Charitos riprende l’ordinario calembour di ipotesi e ricerche, supportato dalla sua squadra e, soprattutto, “sballottato” tra le vie di un’Atene in disarmo, costantemente in sciopero e in protesta, e le ansie della figlia Caterina, morsa dallo sconforto che, come abbiamo recentemente tematizzato nel nostro Paese, attanaglia tutta la “generazione perduta”. Sul primo versante, rischia di giocarsi una promozione insperata; sul secondo, teme che la sua “piccola”, da poco sposata, lasci per sempre la Grecia.

Naturalmente Markaris regala dettagli avvincenti e lascia che la nostra immaginazione scorrazzi tra siti archeologici, poemi classici e “velenosi” ricordi filosofici. Ma il quid pluris della storia è tutto nella descrizione del contesto, quello di uno Stato e di una società alla corda, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello morale. Nel ritrovato e conclusivo coraggio di Caterina, tuttavia, c’è sicuramente un segnale di speranza; ed è bello, peraltro, che quel coraggio nasca dalla testimonianza di un amor di patria tenace, che viene da un passato di oppressione e di resistenza. Del resto, questa volta, si ha la sensazione che Charitos sia “stanco”, che anche il caso non venga risolto direttamente da lui e che ciò corrisponda ad una chiara scelta di Markaris: i genitori non possono combattere da soli crisi e corruzione; devono lasciare “la palla” anche ai propri figli, ai giovani, provando ad indicargli, se possibile, le migliori fonti d’ispirazione e creando, così, in verticale prima che in orizzontale, i presupposti per un nuovo “patto sociale”.

Petros Markaris sulle tendenze del crime novel in Europa

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Per il noir dell’estate possiamo scegliere se pescare qualcosa tra le ultime novità, fidandoci magari di qualche nome di grido, o fare un tuffo nel passato, dedicandoci a qualche fidata rilettura. È noto che il noir si addice alle riletture, come accade per i fumetti. Quindi opto per la seconda possibilità. E avendo voglia di trovare senz’altro soddisfazione, mi dirigo risolutamente su Attilio Veraldi, uno dei padri riconosciuti, in Italia, del genere.

Potrei scegliere La mazzetta (1976), il pezzo forte, il debutto, ineguagliabile come tutti i debutti e trascinante come la fortunata pellicola che ne trasse Sergio Corbucci, con Nino Manfredi nei panni di Sasà Iovine, il protagonista assoluto. Invece scelgo Uomo di conseguenza, uscito due anni dopo, nel 1978: Veraldi, del resto, aveva scoperto un suo nuovo talento (oltre a quello di traduttore) e, un po’ come succede per tutte le sorgenti che sgorgano per la prima volta, il getto creativo esigeva un’immediata riproposizione, ma in questo caso abbisognava (forse) di ulteriori stimoli e (soprattutto) delle ripetute insistenze dell’editore.

Con Uomo di conseguenza, quindi, continuano le avventure napoletane di Sasà, mezzo traffichino e mezzo sensale, ufficialmente “commercialista”, per tutti “l’avvocato”, per il panorama letterario italiano una decisa ed indimenticabile figura di successo. Con essa, Veraldi diventa il riferimento di tutti gli scrittori e di tutti gli appassionati che siano alla ricerca di un detective improvvisato, un po’ flaneur e un po’ impacciato, un po’ belloccio, un po’ sfrontato e un po’ cinico, senz’altro acuto, ma sempre sfortunato.

Nonostante oggi l’editore Avagliano proponga soluzioni assai gradevoli, rileggo il libro nella prima edizione economica BUR del 1980, ennesimo frutto di un saccheggio veloce sul tavolaccio della bancarella preferita. Mi sembra, del resto, che anche questa sia un’azione vintage, adatta al volume che mi appresto a “sbranare”. Tutto, effettivamente, torna. Veraldi non delude e il suo Iovine, già dalle prime scene, si ritrova imbarcato, ancora all’interno del suo “studio”, in un intrigo molto pericoloso e senza capirne bene il motivo. Una visita ambigua, un’irruzione pericolosa, un ricevimento che potrebbe essere chiarificatore, un assalto con omicidio: tutto si sussegue, tanto per cominciare, in pochissimo tempo e sempre nella stessa stanza.

Così Sasà comincia a districarsi, come sempre, tra l’esigenza di salvare la pelle e quella di guadagnarci magari qualche cosa, imbattendosi in uno degli uomini più potenti del paese e nei torbidi e “distruttivi” segreti della sua famiglia. Il gioco si fa sempre più duro e ci “scappa” anche l’immancabile “avventura”. Ma, ecco, interviene un “uomo di conseguenza”, dotato del physique du rôle che, come ogni lettore è istintivamente portato ad intuire, sempre contraddistingue simili imperturbabili profili. Forte di un sistema di valori quanto mai discutibile, l’“uomo di conseguenza” indica al Nostro di guardare oltre gli angoli del labirinto, per cercare di riportare un “ordine”, non importa quale, laddove la polizia stessa è ciecamente e stolidamente incapace di farlo, avvitata com’è nel destino tragicamente perdente di coloro che se ne fanno alfieri.

Dov’è quindi la grandezza di Veraldi? Se sono molti a considerarlo il primo “responsabile” dell’hard-boiled in salsa partenopea (e questo non è poco…), non è possibile, nel contempo, non tributare a questo scrittore tardivo (aveva esordito soltanto cinquantenne…) un merito ancor più rilevante: ci troviamo di fronte, cioè, ad un perfetto “caratterista”, ad un abilissimo costruttore di “profili” ben riusciti, così come lo è stato il fantastico duo Fruttero&Lucentini. Dalla più piccola e marginale alla più importante e “centrale”, tutte le figure che popolano i suoi libri sono sempre perfette e indimenticabili, pienamente “comprese” da parole, espressioni o descrizioni inappuntabili e calzanti, memorabili e incisive. Se esiste, pertanto, in Italia un’ottima palestra per narratori agli esordi, questa la si può certamente individuare tra le righe dei romanzi di Veraldi.

E poi c’è sempre, in questi romanzi, una compita rassegna di vizi e di stereotipi tipicamente italiani, tanto caricaturali, a volte, quanto drammaticamente onnipresenti e inconfutabili: l’assenza di confini tra vita pubblica e vita privata, l’avidità e l’avarizia, una potenziale e costante connivenza con il “malaffare”, con quello “piccolo” ma anche con quello organizzato, l’oscenità del potere e dei suoi abusi… Ma Veraldi è anche il primo ad accorgersi di ciò che, già negli anni Settanta, stava accadendo nelle preoccupanti “mutazioni” di una malavita sempre più violenta, aggressiva e diffusa. Un Carlotto ante litteram, dunque; ma anche un osservatore sagace e dotatissimo.

Una recensione (da www.simonepiazzesi.it)

Fahrenheit su Attilio Veraldi

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Ogni tanto tornare a Philip Kerr non fa per niente male. Il ciclo Berlin Noir e il suo impareggiabile detective, Bernie Gunther, sono pietre miliari della “letteratura internazionale”, così come lo sono i “prodotti” di John Grisham, Wilbur Smith o Patricia Cornwell: il bestseller è il loro “luogo” più congenito. Con il vantaggio, però che l’ambientazione cui lo scrittore scozzese riesce a mettere mano di volta in volta è molto più solida e suggestiva, e che il protagonista è un concentrato di sfrontatezza-cuore-cinismo da far invidia al più classico degli investigatori da fumetto.

In questo libro Gunther è nella sua veste di detective d’albergo, una sorta di scafato “alligatore”, che ha il compito di tenere “puliti” i fondali dell’elegante e prestigioso Hotel Adlon di Berlino: l’avvento del nazismo lo ha allontanato dalla polizia criminale; occorre essere fedeli al partito, e uno come lui, fedele alla Repubblica di Weimar, proprio non ci riesce. In queste sue mansioni si imbatte in una serie di traffici poco chiari, che intrecciano la corruzione del neonato regime e le mire speculative dei peggiori gangster d’oltreoceano. È il 1934, e le Olimpiadi del 1936 sono una buona occasione per lucrare sugli appalti per le grandi opere pubbliche e sullo sfruttamento del lavoro di ebrei e perseguitati politici, ormai sistematicamente esclusi da qualsiasi occupazione dignitosa. Gunther si imbatte in un malavitoso americano e lì cominciano i suoi guai, che tra i pericolosi contatti con la Gestapo e uno sprazzo di vera storia d’amore con la bella Noreen culminano in modo drammatico ma enigmatico sul ponte di un battello. La storia, poi, si sposta nel 1954, nella Cuba di Batista, dopo la guerra e dopo le dolorosissime vicende che hanno spinto il nostro eroe a fuggire dalla Germania e a crearsi una nuova identità. Tutto sembra normale, ma Bernie rivede Noreen, e le vicende si susseguono fino all’epilogo chiarificatore.

Con Kerr, in verità, non c’è quasi mai da aspettarsi una conclusione del tutto compiuta, perché ad essere tale è la figura di Gunther, sempre e comunque “bastante” a se stessa, dall’inizio alla fine: votato al compromesso ed una sorta di sopravvivenza avventurosa e quasi causale, questo detective è alfiere di un fatalismo tragico che, senza nascondersi dietro particolari colpi di scena e senza ammiccare necessariamente all’idea di un poliziotto speciale, intellettualmente e fisicamente dotato, parla a tutti i lettori. La forza di Kerr è sempre l’umanità “estrema” e “condannata”, limitata, ma capace, proprio perché imperfetta, di ogni bassezza e di ogni sacrificio, ma anche di ogni nobile aspirazione e di ogni grande “gesto”.

Si può fare comunque un appunto, che non è, tuttavia, rivolto all’Autore, bensì all’editore italiano che lo rende noto anche al nostro pubblico. La traduzione, davvero, non sempre è all’altezza, ed anche alcune scelte stilistiche, o “di resa”, sono nettamente stonate. Quanto varrebbe Philip Kerr con un doppiaggio più sicuro?

Il sito dell’Autore

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Prima cosa: lo confesso; penso che, alla fine, il maggior merito dell’edizione, da vero bestseller, che “confeziona” quest’ultimo libro di Enrico Pandiani sia la fotografia che riprende l’Autore, artatamente sistemata nel risvolto cartonato opposto alla quarta di copertina. La trasformazione, in altri termini, è già avvenuta: Pandiani ritratto à la Simenon.

Scherzi a parte, il passaggio da Instar Libri a Rizzoli, per Pandiani, non solo si vede, ma anche si sente, e rende del tutto manifesta quale sia, paradossalmente, la migliore ragione del successo crescente del genere noir.

Perché in questa terza puntata delle avventure del commissario Mordenti e dei suoi colleghi italo-francesi (non a caso sono chiamati les italiens) si rimane favorevolmente colpiti solo dal consueto tono scanzonato, dalle sensazioni episodicamente palpabili, dalla coloritura impressionista dei personaggi. L’intreccio, il finale, la suspence sono, questa volta, solo secondari. Morale della favola: nel perfetto noir dei tempi attuali conta di più l’aura del prodotto e del suo artefice piuttosto che la complessità che quell’aura assume nel contesto di una storia più o meno verosimile. Il Pandiani di Troppo piombo, per dirla tutta, era decisamente più in forma.

Ciò premesso, la trama di Pessime scuse per un massacro è semplice e non esige anticipazioni. Del resto i crimini efferati su cui il bel Mordenti deve indagare poggiano le basi su di uno scenario di sicura presa: la resistenza francese, con le sue spie, con i nazisti, con gli ebrei deportati e con i suoi eroi, specialmente con quelli “falsi”, per i quali i nodi, prima o poi, vengono sempre regolarmente al pettine. E oltre a ciò, per tutto il libro, l’affascinante poliziotto ammicca alle lettrici, vive di svagate intuizioni, continua a muoversi come farebbe un Fred Buscaglione d’Oltralpe, si inabissa in un esotico corteggiamento che, sia pur difficile, non può che andare a buon fine, e attraversa gli ennesimi momenti di crisi e di sofferenza catartiche. Dunque, nulla di nuovo.

Resta, come si è detto, il fascino di un “gruppo d’azione” che nei precedenti lavori era parso più convincente, e di cui vale comunque la pena riprendere, in chiusura, la breve descrizione che lo scrittore torinese ci offre all’inizio del racconto nelle parole del commissario-narrante: “A parte Alain e me, questa volta les italiens erano rimasti a Parigi. C’erano casi da seguire, scartoffie da compilare, così Leila, Michel e Didier e gli altri membri della mia squadra alla Brigata Criminale erano rimasti a fare la guardia al fortino. Ci chiamavano così alla Crim, les italiens, anche se ormai cambiamenti e disavventure avevano portato in gruppo le persone più diverse, Era dai tempi del commissario capo Bruno Pennacino che la storia andava avanti, l’idea di circondarsi di ritals era stata sua. Pareva sicuro che gli italiani fossero più fantasiosi, più capaci. Forse non era vero ma poco importava” (p. 15).

Enrico Pandiani e Les Italiens

Un’intervista a Pandiani

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Non è la prova migliore di Heinichen; forse è quella più scialba. Ma è anche quella più recente. Merita, allora, una segnalazione, perché, per chi non l’abbia ancora fatto, deve essere lo stimolo per leggere i sei titoli precedenti, tutti di ottima fattura e, tutti, magnificamente evocativi e coinvolgenti (I morti del Carso, A ciascuno la sua morte, Morte in lista d’attesa, Danza macabra, Le lunghe ombre della morte, La calma del più forte).

Le storie di questo scrittore tedesco, “trapiantato” in quel di Trieste e lì felicemente soggiornante e integrato, oltre che innamorato del fascinoso entroterra friulano, sono realmente avvincenti e saporite. Sono presentate come appartenenti al genere noir, e i titoli, in effetti, sembrano spiegare chiaramente il motivo di questa attribuzione.

Nonostante ciò è difficile attribuire ai casi e alle indagini del commissario Proteo Laurenti un’etichetta consolidata e univoca come quella. C’è del poliziesco e del giallo, infatti, ma c’è anche del “romanzo d’appendice”, talvolta del comico, e forse del reality e del pop.

Non è, quella di Heinichen, una Trieste solo immaginifica o sognante; è una città mitteleuropea che, pur parlando sempre attraverso i suoi miti e le sue innegabili peculiarità di confine, rimane comunque italiana, immersa nelle vicende sociali, economiche e politiche del nostro Paese. Queste sono viste, a loro volta, con la lente di un narratore germanico che, quasi sorprendentemente, coglie bene i vizi del Belpaese e i correlati stereotipi, ma attribuisce degenerazioni e corruzione anche ad altre nazioni e perfino all’Europa dell’allargamento. Forse sono queste le ragioni del successo che questi romanzi hanno avuto in Germania, per il cui pubblico sono stati scritti e concepiti, e poi “ridotti” anche in altrettanto fortunate fiction televisive.

A dire il vero, il successo non è mancato neanche in Italia. Heinichen è, ormai, una delle maggiori attrazioni di Trieste. Così come lo sono le figure incisive e “simpatiche” in cui si risolvono tanti dei suoi personaggi: l’ironica assistente Marietta, l’anziano e scorbutico medico legale Oreste John Achille Galvano, la piccola ma tenace ispettrice Pina Cardareto e, prima di lei, il fedele Sgubin, i figli di Laurenti e la bellissima moglie Laura, l’avvenente procuratrice croata Ziva Ravno o la bella e giovanissima Gemma. Non mancano, ovviamente, i “cattivi”, su tutti il terribile Drakic. Né difettano i luoghi simbolici e i riti, piccoli o grandi, di una città comunque misteriosa, abilmente calati nella topografia in cui si trova immersa tutta l’azione quotidiana del singolare poliziotto, un po’ padre, un po’ farfallone, un po’ perdigiorno, un po’ segugio.

Di Nessuno da solo, invece, si possono solo dire quattro cose: 1) L’avversario è Raffaele Raccaro, ricco e spregiudicato imprenditore; 2) La lettura suscita una insopprimibile voglia di caffè; 3) La penna dell’Autore regala ai fans un duplice ma fuggevole incontro tra Heinichen stesso e Laurenti, nell’androne di un bellissimo palazzo; 4) Il finale quasi tronco promette una ennesima e avvincente avventura.

La presentazione del nuovo libro (naturalmente… in Questura!)

Un documentario (in tedesco) su Heinichen e Trieste, in quattro parti: I, II, III, IV

Il sito dell’Autore

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