“Questi sono / i miei fiumi”, recita una celebrata e conosciutissima poesia di Ungaretti. Questi sono i miei treni e le mie stazioni, potrebbe dire Montieri. Che è apprezzato poeta, oltre che sincero e appassionato scrittore di calcio. Qui raccoglie un’eterogenea galleria di immagini e di storie – personali e non – a soggetto ferroviario. Da un lato, racconta di sé, del suo rapporto con il treno, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che ha incontrato, e delle emozioni che ha provato. Dall’altro, coglie l’opportunità per comunicare quanto le strade ferrate facciano parte dell’esperienza e della cultura collettiva, e siano collettori di piccoli e grandi eventi: psicologici, storici, tecnologici. Che sia al finestrino, in sala d’attesa o seduto al proprio posto in carrozza, l’Autore scopre, ricorda, fantastica, riflette. Basta un corrimano alla stazione di Verona, o la condivisione improvvisata con altri viaggiatori di una partita di calcio in streaming sul proprio pc, o un dialogo con una misteriosa signora sul treno che va da Cividale a Udine, o la visione di una piccolissima stazione in Toscana, o l’ascolto delle storie partigiane sul sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea: tutto ciò che è legato al treno diventa un tramite, un mezzo, o rito, di passaggio che va al di là del trasporto fisico, uno strumento per ricordare, commuoversi, approfondire, appassionarsi. Ma anche un messaggio o un ambasciata, che prepara al punto d’arrivo o predispone all’avventura o al ritorno, verso casa e incontro agli affetti. Qualcuno di questi testi o è un po’ didascalico (così si può dire, ad esempio, per il pezzo sulla Portici-Napoli) o un po’ troppo atteso (come quello sulla strage di Bologna) o eccessivamente idealizzante (lo si potrebbe dire quello sulla stazione Torino Porta Nuova). Ma le pagine sono sempre facili, scorrevoli, suadenti. E tra un paragrafo e l’altro viene spontaneo guardare lontano e…mettersi in marcia.

Al termine della lettura mi sorprendo a tentare un esercizio. Che cosa mi viene in mente, subito, se penso al treno? La “stazione internazionale” di Primolano, strutturalmente intatta, al vecchio confine tra Italia e Austria, lungo la Valsugana; un amico che sa tutto sulle ferrovie tedesche e programma le sue ferie sui loro binari e orari; nel grandissimo film di David Lean, l’immagine di Jurij Živago sul treno verso gli Urali, mentre guarda di notte fuori da una fessura del carro merci in cui è stipato assieme alla famiglia; Luigi (Alois) Negrelli, ingegnere ferroviario, e primo originario progettista del canale di Suez, il cui busto si trova al binario 1 della stazione di Trento; Il treno russo di Anna Maria Ortese, ma anche il Poema ferroviario di Erofeev; alzarsi e uscire per prendere il treno alle 5.43 del mattino, due o tre volte al mese, in quello che alla fine è il momento migliore della giornata; la vecchia casetta del casellante sulla linea Venezia – Bassano del Grappa, tra Resana e Castelfranco Veneto, che per anni ho visto abitata da una piccola famiglia africana; un lunghissimo viaggio da Birmingham ad Aberystwyth, in Galles, a bordo di una carrozza della Virgin Trains; l’entrata nello scompartimento di una numerosa, affamata e rumorosa famiglia turca, a Losanna, nel viaggio notturno coi miei genitori sull’Orient Express verso Parigi, avevo sei anni; i miti intramontabili della Transiberiana e della Transmongolica; l’angolo dei libri usati messi in vendita nel Bar Buffet della Stazione di Feltre; il benemerito treno guasto che costringe Zbigniew Herbert a una improvvisa e provvidenziale fermata serale nella “ nebbia, da cui scriverà Rovigo Libro semplice, lineare e suggestivo, questo di Montieri. Eppure indirettamente ipnotico e per ciò solo efficace.

Recensioni (di L. Mazzoni; di S. Miglio; di P. Perlini)

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Per comprendere i motivi della fortuna di Michel Bussi, romanziere d’Oltralpe molto apprezzato anche in Italia, La Follia Mazzarino, sua opera prima del 2009, rappresenta la migliore chiave di lettura. Lo si capisce sin dalla trama, che coniuga utilmente elementi apparentemente impossibili da amalgamare, come nella più classica delle vinaigrette. Il luogo, per cominciare, è del tutto immaginario: l’isola di Mornesey, collocata nelle (reali) Channel Islands della Manica (con le esistenti Guernesey e Jersey), ma (diversamente) soggetta alla sovranità francese. L’Autore ne fornisce la mappa, così ci si sente subito paracadutati in un’invenzione alla Jules Verne. I protagonisti, al contempo, sono semplicissimi e con tratti molto riconoscibili e marcati, al limite del pittoresco: l’evaso senza scrupoli; l’orfano affidato agli zii; il gruppetto di amici della colonia estiva; il giornalista eccentrico e viveur; il ragazzotto semplice e intelligente che fa la stagione. Ci si immedesima facilmente. Senza dire del fatto che, poi, ci sono due degli ingredienti letterari più scontati e funzionanti: un fantomatico tesoro, la Follia Mazzarino, ossia ciò che avrebbe consentito al famoso cardinale di conquistare la corte del re, mistero da tutti indagato e mai risolto; e il romanzo di formazione. L’intrigo, dunque, è servito. E a far da realistico collante, infine, soccorre una tipica vicenda di speculazione edilizia, comprensibile e sempre attuale, pur se condita da un inganno tanto inverosimile quanto curioso. Ovviamente, quando i nodi vengono al pettine, la sorpresa è grande. Dunque: proprio questo è Michel Bussi, che, peraltro, è anche professore dell’Università di Caen. Del resto le sue competenze di geografo costituiscono spesso un additivo ulteriore dei romanzi, ed è così anche per La Follia Mazzarino. È uno scrittore – in particolare – che si distingue nel riuscire a montare efficacemente in un unico quadro profili, immagini e motivi di per sé distantissimi; scelti con accuratezza, però, perché devono essere facili, attrattivi e coinvolgenti, per catturare lettori della più diversa età ed estrazione. E per generare un tourbillon di sensazioni, elementari e riconoscibili, come accade nella migliore letteratura d’appendice. Spesso si tratta del già visto e sperimentato (a qualcuno questo libro ricorderebbe un po’ I Goonies), perché non c’è nulla di più affidabile dell’usato sicuro. Ecco, Bussi è il perfetto intrattenimento familiare, che sotto l’ombrellone passa di mano in mano e piace verosimilmente a tutti, e distrae senza pensieri. Niente di più, per un verso; ma anche niente di meno.

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Un secolo fa, a Parigi, le vite e le fortune letterarie di alcuni dei più grandi scrittori americani del Novecento – ma tra loro, a un certo punto, fa capolino anche un giovane George Simenon, stregato da Joséphine Baker – gravitano attorno a un reticolo ben definito di luoghi: strade; piazze; giardini; librerie; salotti; caffè e altri locali, più o meno malfamati o vivaci; e persino una chiesa, quella di Saint-Sulpice. In questo piccolo gioiello editoriale, Luca Della Bianca sceglie come principale punto d’osservazione Place de la Contrescarpe, perché al suo primo arrivo nella capitale francese Hemingway aveva preso casa proprio da quelle parti. Ed è Hemingway, del resto, che compare più spesso in questa sorta di viaggio sentimentale. Che, oltre ad essere permeato da un autentico amore per la letteratura, è ricco di aneddoti gustosi e immagini curiose. Come quella che vede lo stesso Hemingway dare lezioni private di boxe a Ezra Pound. Oppure quella che sorprende Cummings nel mentre viene arrestato, dopo una cena fortemente alcolica con Dos Passos, in quanto accusato di essere un pisseur. Tuttavia, nei brevi e azzeccatissimi capitoli di cui si compone il libro (da addentare, ciascuno, come si farebbe con un raffinato macaron) si trova molto altro. Quello di Della Bianca è un itinerario preciso nella mappa delle conoscenze, delle relazioni e dei posti giusti; di tutti i modi, cioè, con cui, nella Parigi degli anni Venti, un giovane e ambizioso aspirante scrittore avrebbe potuto farsi strada. Magari seguendo le dritte di Sherwood Anderson, che c’era stato negli anni d’oro, o inseguendo il mito di Joyce o le simpatie di Gertrude Stein.

Per i talenti d’Oltreoceano il grand tour poteva offrire chances editoriali, apprendistati autorevoli, suggestioni indimenticabili e momenti di estrema concentrazione, di proficuo sodalizio e di avventura. Naturalmente, ogni protagonista viveva il percorso alla sua maniera. Qui sta, probabilmente, il valore aggiunto dei diversi pezzi di cui si compone questa raffinata pubblicazione. Perché l’Autore, certo, ritrae i grandi scrittori nel loro contatto fecondo con la Ville Lumière ormai al crepuscolo, eppure ancora fascinosa e gravida di profittevoli opportunità. Ma lo fa quasi assecondando l’idea che in questi assaggi, oltre allo spirito di un’epoca, si possa già cogliere il cuore di un’intera traiettoria, artistica come umana. Hemingway, ad esempio, si percepisce subito come il risoluto imprenditore di se stesso e della sua immagine. Invece Fitzgerald – verso cui sembra notarsi una forma di maggiore affetto – è scolpito nella iconica melanconicità distruttiva, eppure creatrice, del suo rapporto con la moglie Zelda. Di Faulkner, invece, si intravede l’istinto a fare del viaggio francese uno stimolo distratto, e di per sé paradossale, alla successiva coltivazione ossessiva nel proprio ubriacante mondo immaginario. E Dos Passos – che di tutti questi pare il più sinceramente immerso nel rapporto generativo che il contesto europeo tanto esaltava – viene raccontato, in fondo, nella sua ricorrente e predestinata solitudine, a sigillo di una originalità tuttora da scoprire. C’è, però, un aspetto vieppiù meritevole in L’Eden alla Contrescarpe. Si svela nelle ultime righe ed è l’esplicito, personalissimo, elogio della rilettura. Visto che “se la nostalgia è ricerca del tempo passato e non perduto, i libri, restituendo a un lettore nostalgico il sapore che aveva la vita al tempo della prima lettura, consentono di ritornare ai luoghi dell’anima”.

Recensione (di F. Pezzini)

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Mira Bunting è fondatrice e anima instancabile di Birnam Wood, un collettivo neozelandese formato da persone per lo più assai giovani e di varia estrazione, e impegnato in azioni di guerrilla gardening e di sensibilizzazione ecologica. Mira, però,  vorrebbe un salto di qualità. Shelley Noakes è l’amica e alleata più stretta di Mira; almeno lo è stata a lungo, tanto da abitarci assieme, anche se ora sente il bisogno di uscire dal gruppo e, soprattutto, da quel legame, forse troppo stretto e ossessivo. Tony Gallo, l’attivista più ideologizzato del collettivo, è tornato dopo una lunga esperienza di viaggio in Centro America: vuole capire se tra lui e Mira è rimasto qualcosa, ma, prima ancora, intende diventare un famoso reporter. Un evento improvviso – una grossa frana, che lascia isolata un’importante tenuta – diventa per i tre un’imperdibile occasione: per Mira, può significare il modo per sperimentare un progetto di coltivazione su larga scala e ricevere, così, maggiore visibilità; per Shelley, può trattarsi dell’esperienza con cui capire davvero che cosa fare del suo futuro; per Tony, può essere il campo privilegiato per uno scoop sensazionale, tanto più che la tenuta in questione è proprietà di Owen Darvish, un ricco e apprezzato self-made man, che tuttavia sembra fare affari con lo spregiudicato Robert Lemoine, tycoon americano a capo di una potentissima azienda costruttrice di droni. I presupposti per un thriller potenzialmente appassionante ci sono tutti. 

L’Autrice, però, è interessata ad altro. Le piace scavare nella psicologia dei tipi umani e dei percorsi esistenziali che i suoi eroi incarnano. Tanto più che strada facendo si rivelano tutti (o quasi) degli autentici antieroi e che, peraltro, la trama è coerentemente ridotta al minimo, se non inesistente. Egotismo, infantilismo, invidia, arrivismo, avidità… I campioni di Catton sono sezionati nei loro pensieri più elementari e autoreferenziali, ed imprigionati nello stereotipo più spinto, al solo scopo, evidentemente, di dimostrare che non è detto che anche le retoriche più nobili o ingenue nascondano sempre ambizioni incontaminate. Sembra – at last – che in questo mondo tutti siano pronti a tutto e che occorra, forse, solo una dura e tragica esperienza per rendersene conto, forse troppo tardi. Ma c’è qualcosa di più specifico. Si ha l’impressione che, al di là dell’ambientazione, questo libro sia molto più neozelandese di quanto possa apparire; che la scrittrice, in particolare, abbia voluto, da un lato, demolire una positiva, ottimistica autorappresentazione self-confident del carattere kiwi, dall’altro, ri-costruirla, almeno parzialmente, da una prospettiva meno attesa e tanto meno scontata (e di cui ci si avvede solo nella determinazione ultimativa di un personaggio femminile rimasto sotto traccia fino alle ultime pagine e della radice – familiare e territoriale – di cui esso è testimone). Ciò premesso, Birnam Wood è complessivamente un bell’esperimento.

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Scrivere un libro prendendo spunto da uno sceneggiato e, ciò facendo, riscrivere un altro libro, sulle orme di chi lo ha già fatto: è questa la sfida de Il Segno del Comando, che mantiene lo stesso titolo della famosa produzione Rai negli anni Settanta come del romanzo di Giuseppe D’Agata, cui si deve anche buona parte del plot concepito per la tv. Ciò che si racconta, in senso stretto, ha un’importanza relativa. Edward Forster – giovane, brillante e già affermato studioso di Cambridge ed esperto di Byron – arriva a Roma per tenere una conferenza, ingenuamente attratto da una lettera misteriosa. Viene subito avviluppato in una serie di incontri inquietanti: strane e fascinose presenze femminili, anziani collezionisti, vecchi e nuovi amici britannici. Capisce, passo dopo passo, che gli accadimenti non sono casuali e che più di qualcuno si serve di lui per portare alla luce un antico segreto alchemico, o anche solo per risolvere altre, collaterali e più sensibili, materiali questioni. Che ovviamente alla fine vengono a galla. Ma perché questo testo – che a spezzoni può risultare un po’ noioso e che, forse, è anche inferiore, sul piano narrativo, a qualche immediato precedente – ha un suo fascino? Non tanto per l’operazione di contestualizzazione temporale e culturale: l’Autrice, certo, guarnisce la storia con qualche ammiccante comparsata laterale di note figure intellettuali dell’epoca e con un pizzico di côté femminista. Il punto non è questo. E non lo è neanche l’intreccio tra nobiltà decaduta, crimini nazisti, remote simbologie (il lettore ne potrà fare facile esperienza).

Il punto è che Loredana Lipperini riesce a coinvolgerci in un itinerario che, nel mentre ci porta a contatto con piccole meraviglie e luoghi notevoli dell’Urbe storica (quasi a completamento del viaggio sentimentale che la stessa scrittrice ha quasi contestualmente prodotto per altro editore), offre uno strumento, quasi una guida, per calarsi – come si direbbe oggi – nel lato più weird della città. Per ricordarsi, in altre parole, che Roma ha un doppio fondo, e per farlo col senso dell’intrattenimento, senza doversi immergere in ricostruzioni molto più spinte o troppo articolate. Sta al singolo appassionato, poi, cogliere la palla per capire se lasciarla rotolare – come è avvenuto per Edward Forster – alla migliore ricerca di se stesso oppure se mettersi curioso alla caccia di attimi preziosi di sorpresa, stordimento e meraviglia, che la città eterna, effettivamente, sa garantire con profitto a chi sia in grado di guardare nel posto giusto. Il Segno del Comando, inoltre, è un invito a riscoprire altre fortunate sperimentazioni televisive, in fondo partecipi della medesima ispirazione. Si tratta, infatti, del filone che proprio la Rai aveva provato a coltivare negli anni Novanta, con Voci notturne di Pupi Avati, tuttora disponibile online, e che, però, si è arrestato, rimanendo monco nonostante l’indubbio successo, sia pur in una nicchia di spettatori esperti. Ad ogni modo, anche questa è una buona ragione per lasciarsi pungolare da questa extravagante lettura.

Recensione (di F. Pezzini)

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Se si è stati scout, o se si è passata qualche settimana in montagna con la parrocchia, o se si ha voglia, semplicemente, di trascorrere qualche ora di svago su un’amaca tra gli alberi, allora Il dio dei boschi è ciò che ci vuole. Durante un campo estivo all’interno della riserva dei monti Adirondack, nello Stato di New York, scompare una ragazza, Barbara Van Laar. È l’estate del 1975. Si mobilitano subito le guardie forestali e la polizia. Il caso suscita di per sé un certo clamore, perché nel 1961 anche Bear, primogenito dei Van Laar, era sparito in circostanze apparentemente simili. E perché quella famiglia, oltre ad essere particolarmente nota, facoltosa e influente, è proprietaria dell’intera riserva e ha una maestosa dimora in prossimità del campo. La cui ideazione, peraltro, risale ai tempi del capostipite, Peter Van Laar I, che aveva acquistato quelle terre alla fine dell’Ottocento. Dov’è finita, dunque, Barbara? Questo è l’interrogativo attorno al quale si sviluppa l’intera storia, che salta continuamente avanti e indietro nel tempo, in capitoli via via più piccoli e palpitanti, per seguire le traiettorie di più personaggi, il percorso delle indagini e le vicende della famiglia Van Laar. Fino alla graduale – e naturalmente inattesa – soluzione di tutti gli enigmi.

Questo romanzo – che costituisce sicuramente un’ottima lettura – si pone a metà strada tra un giallo e un thriller e si presta a numerose osservazioni. È un libro in tutto e per tutto americano, perché fonde assieme suggestioni e motivi tipici della cultura made in USA: il rapporto con la natura; il tema dell’adolescenza e della formazione individuale; la famiglia come epicentro di ogni possibile frattura esistenziale. È anche un testo a suo modo impegnato e orientato sul piano sociale. In primo luogo, le vere protagoniste sono donne, e nella trama vi è senza dubbio una rappresentazione negativa di uno specifico modello patriarcale (senza voler trascurare un certo e complessivo simbolismo, che si coglie pienamente solo alla fine, laddove il rinnovato destino di un classico, e costitutivo, ideale d’Oltreoceano viene collocato su spalle femminili). A ciò, inoltre, si affianca la esplicita contrapposizione tra ceti colti, ricchi e viziati e il mondo in salita delle persone comuni e radicate su cose concrete. Il mix, dunque, è interessante, e – tranne qualche caduta (la giovane investigatrice a tratti mima un po’ troppo la Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti) – la scrittura è efficace, i depistaggi narrativi (indispensabili per questo genere) funzionano abbastanza bene e il ritmo è incalzante. Se ne Il dio dei boschi si può trovate un limite, esso sta tutto nei suoi pregi di libro ben costruito, di prodotto, cioè, che è stato concepito appositamente per essere apprezzato. Talvolta sa di già visto e di eccessivamente positivo. Ma nel mese di agosto tanto può bastare per una sana distrazione.

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Unico romanzo di un insigne poeta e critico statunitense, I nostri padri (The Fathers, 1938) appartiene senza ombra di dubbio ai capolavori della letteratura nordamericana. In italiano lo si trova ancora su qualche bancarella dell’usato, oppure in vendita online, nell’unica edizione Feltrinelli del 1964. In lingua originale lo si può leggere facilmente in rete, nell’edizione del 1960. L’azione si dipana nell’arco di pochi mesi, tra il 1860 e il 1861, lungo quello che diviene presto il primo fronte caldissimo della guerra civile. La voce narrante è quella di Lacy, il figlio più giovane del Maggiore Buchan, proprietario della tenuta di Colle Ameno, in Virginia. Divenuto anziano, Lacy ricorda quel drammatico lasso di tempo, in cui tante cose sono brutalmente cambiate, per sé e la sua famiglia, come per il popolo americano. Si tratta di un racconto in tre parti (Colle AmenoL’ora crucialeL’abisso), quasi fossero atti di una rappresentazione tragica. La prima scena si svolge nella casa avita di campagna, nel giorno delle esequie della madre di Lacy, allora adolescente. Vi si intravede subito il senso della narrazione, che si gioca nel conflitto tra ciò che incarna il Maggiore Buchan, la Tradizione, e ciò che, viceversa, anima George Posey, campione dell’Affarismo più risoluto e promesso sposo, e poi marito, di Susan Buchan. La seconda scena si anima nel passaggio di Lacy dalla dimora cittadina della famiglia Buchan, ad Alexandria, alla casa dei Posey, a Georgetown. La frattura tra mondi e valori, e stili di vita, distinti attraversa ormai anche la famiglia Buchan. Semmes, fratello di Lacy, si arruola tra i Confederati, nonostante il contrario avviso del padre, attestato invece su posizioni moderate; George – che in virtù di un contegno apparentemente forte gioca su Lacy un certo ascendente – tiene un comportamento ambiguo e sembra promuovere iniziative spregiudicate e pericolose con entrambe le parti; Lacy si trasferisce da Susan, a casa Posey. La terza scena, infine, si accende sempre a Georgetown, proprio nella residenza dei Posey, e termina nuovamente in Virginia, ai margini di quelli che sono i campi di battaglia di Bull Run. Ora i nodi vengono al pettine, in un clima sempre più spettrale e imperscrutabile, di decadimento, smarrimento e lutto. Ecco, dunque, in rapida sequenza, la morte della madre di George, di Semmes e di Jim il Giallo, un uomo di colore che aveva già servito i Posey e che è accusato di aver insidiato la giovane Jane, la sorella più piccola di George. E della quale sia Semmes, sia Lacy sono vanamente innamorati. Il conflitto, intanto, piomba sui protagonisti con tutta la sua ineluttabile violenza, e il Maggiore – che sente l’imminente scomparsa del suo irrinunciabile cosmo – si suicida, mentre Lacy diventa adulto, improvvisamente e duramente.

Dove sta l’importanza di questo libro? La questione, potenzialmente, è intricatissima, perché molto tecnica. Come esponente di spicco del New Criticism, l’Autore ha professato ripetutamente una fede incrollabile e ostinata nella forma, nel linguaggio letterario in sé e per sé considerato: basta leggere, in proposito, i suoi Saggi o il pezzo di commento alla celebre Ode to the Confederate Dead. Per fargli veramente onore, pertanto. occorrerebbe sottoporre questo romanzo a un’analisi minuziosa e profonda. Si potrebbe partire, ad esempio, dal Tate del manifesto l’ll take my stand del 1930, voce teorizzante degli Agrarians e, dunque, impegnato nel contrapporre la civiltà rurale del Sud al modello sociale ormai prevalente del progresso industriale e consumistico. Perché se è vero che proprio negli anni Trenta lo scrittore è ancora vicino a posizioni pericolosamente “razziste” o “suprematiste”, è altrettanto vero che – come si comprende benissimo e già in The Fathers– il suo cruccio è l’opposizione tra visioni della vita e della società eccessivamente polarizzate, e così la questione delle scelte individuali: sempre sofferte, sempre tormentate, sempre decisive. È per questo che l’uomo ha bisogno di una “religione”. Una delle differenze più marcate, rispetto a William Faulkner (il confronto sorge quasi spontaneo), sta proprio qui: c’è una sorta di esistenzialismo, in Tate, ed anche assai marcato. Si potrebbe annotare, da quest’ultimo punto di vista, la grande sofisticazione che nel romanzo di Tate dimostra l’approfondimento dell’intreccio tra storia familiare e storia collettiva: maggiore qui che nel più famoso, e notissimo, Via col vento di Margaret Mitchell (che è del 1936). Pure perché la qualità della messa in scena è effettivamente superiore, specie grazie all’evidente influenza di Poe, quale si sente non solo in alcuni specifici passaggi, ma soprattutto per la ripresa quasi esplicita, e originale, del tema e dello scenario della Caduta della casa degli Usher (1839). Verrebbe da precisare che il libro è un’autentica enciclopedia di rimandi e riferimenti criptici, dai quali (almeno a giudizio di chi scrive) non sono esclusi Hawthorne, Twain, Shakespeare… e molti altri. Al lettore italiano, poi, potrebbe venire in mente qualche suggestivo (ma certo non cercato) parallelo tra la finale fuga di Lacy verso casa e l’avventurosa corsa manzoniana di Renzo Tramaglino verso l’Adda. Non c’è dubbio che I nostri padri è una lettura difficile, che richiede pazienza e fiducia. Eppure, al contempo, è opera che, pagina dopo pagina, si rivela efficace, chiara e potente. Ci vorrebbe una traduzione aggiornata e più vicina alla sensibilità odierna, poiché è un peccato che un testo così interessante non venga riscoperto e apprezzato dal grande pubblico.

Recensione (di E. Rialti)

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Da tempo questo volume stazionava tra quelli di programmata lettura. Ma occorre affermare subito che non si tratta di un testo imperdibile. Il Mendelsohn di Estasi e terrore non è lo stesso di Un’Odissea o de Gli scomparsi. Non solo perché si tratta di una raccolta – molto varia – di articoli, recensioni e interventi pubblici o giornalistici. Il punto debole, infatti, non è la disomogeneità (il prezzo da pagare per ogni miscellanea). Né il fatto che questo Autore funziona meglio su passi decisamente più lunghi (tanto che prova egli stesso ad allungare, pure un po’ troppo, pezzi che ordinariamente, per il genere cui appartengono o per la loro naturale destinazione, dovrebbero essere, invece, più brevi). A penalizzare il libro è il forte senso di sproporzione che comunque si avverte tra gli strumenti – culturali e critici – di cui lo scrittore è dotato e la materia dei singoli approfondimenti. Lo si avverte soprattutto nella sezione centrale, di critica cinematografica, Miti in technicolor. Serve davvero la conoscenza di Aristotele e della tragedia greca per cassare film oggettivamente brutti e malriusciti come Troy o Alexander? O per discorrere di robot e AI, e introdurre efficacemente il commento di Ex Machina? Oppure, ancora, per spiegare i motivi che rendono iconico Titanic? Too much, specie per i lettori continentali, che evidentemente sono mediamente più attrezzati di quelli d’Oltreoceano, visto che, a detta dello stesso Mendelsohn, nell’Introduzione, i lettori americani hanno gradito particolarmente simili esercizi. 

Una sensazione migliore si ha – salvo il medesimo limite dell’estensione (comunque eccessiva) – con i lavori della prima sezione, Miti di ieri. Eppure, pur trovandosi a tutti gli effetti nel suo, l’Autore lascia spazio a testi a tratti piatti e noiosi, o addirittura puramente informativi (come quello sulla guerra del Peloponneso, che ad ogni modo ha ovvi profili d’attualità, e di utilità, sul piano dell’interpretazione geopolitica – tuttavia, allora, è preferibile andare direttamente a Luciano Canfora; o quello sul contesto civico della tragedia classica, che è funzionale a rammentare opportunamente lo sfondo irrinunciabile su cui interpretare Eschilo, Sofocle ed Euripide – anche se in proposito opera in maniera provocatoriamente più esplicita e convincente uno degli ultimi saggi di Eva Cantarella). La terza parte di Estasi e terrore – dedicata ai Miti d’oggi – ci riconduce a casa: a proiezioni drammatiche, sia personali, sia collettive, che sono veramente care al Mendelsohn empatico e meno tecnico/didascalico, e per questo già testato e apprezzato (il Mendelsohn, cioè, alle prese con l’identità, le vittime, l’Olocausto, la Storia…). Ma, appunto, sono cose note, affatto sorprendenti o accattivanti. E anch’esse coperte, questa volta, da una patina abbastanza scialba. Nel Il manifesto di un critico, uno degli scritti di quest’ultima sezione, si invitano i censori a visioni schiette ed esigenti: a quanto, in effetti, questo stesso volume merita.

Recensioni (di A. Iannucci; di M. Masneri; di L. Rampello; di R. Righetto)

Due interviste all’Autore: qui e qui

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Tra il ‘68 e il ‘69, l’Autore de Il male oscuro pubblica sulle pagine di un noto quotidiano (Il Resto del Carlino) alcuni brevi interventi, che lo vedono dialogare con il suo cocker spaniel Cocai (dal Merlin Cocai pseudonimo di Teofilo Folengo, famoso artefice maccheronico del Baldus e del Caos del Triperuno). L’ambientazione dei colloqui – pubblicati in autonomo volume solo negli anni Ottanta, all’interno una ricca e intelligente collana di Marsilio – ha come baricentro topografico la casa d’elezione dello scrittore, da lui stesso edificata sul suggestivo promontorio calabrese di Capo Vaticano. Gli argomenti trattati, innanzitutto, sono quelli caldi di quegli anni: la guerra in Vietnam, le grandi agitazioni studentesche e il conflitto generazionale, i posizionamenti geopolitici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina, lo spettro della conflagrazione nucleare, le missioni spaziali. Naturalmente lo scrittore trevigiano trapiantato al Sud non poteva non affrontare anche la questione meridionale, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la nascita della nuova Università della Calabria. Nel merito dei discorsi svolti, come nella sostanziale ironia dell’approccio, il Berto di tutti questi testi non è così distante da quello conservatore della Modesta proposta, che verrà pubblicata nel ‘71. E la sua penna si conferma sempre chiara, asciutta ed essenziale, segnata dalla ricerca stilistica che meglio possa esprimere un comune e convincente buon senso. Nessun cedimento a quelle che egli stesso concepisce solo come vane emozioni, ingenuità o strumentalizzazioni.

Ciò che, tuttavia, si nota immediatamente è il carattere quasi dubbioso delle meditazioni, che sono esposte alla conversazione critica e provocatoria di Cocai, in qualità di curioso deuteragonista. Ma anche di compagno, amico e confidente, e di tramite diretto con gli affetti e con l’amore per la figlia (la “diletta” di cui aspetta il ritorno per le vacanze estive). Escluso il cane / tutti gli altri son cattivi, verrebbe da dire, riprendendo una canzone di Rino Gaetano, che uscirà qualche anno dopo, nel ‘75. È un Berto smarrito, che prova, e comunica, solitudine. Non solo quella ideale e, per così dire, storica ed epocale (di fronte a una civiltà i cui sviluppi non riesce a decifrare); ma anche quella letteraria (difesa con ostinazione, come dimostra il pezzo polemico con Moravia) e quella personale (si avverte distintamente che il pensiero ricorrente per la figlia non è solo un escamotage per riproporre l’invariante padri e figli o per esprimersi sulle retoriche della contestazione e del movimentismo). Più che mai, l’abitazione appoggiata sulla cima di un promontorio mozzafiato, lungi dal rivelarsi foriera di illuminanti vaticini (l’etimologia della località va in questo senso, tenta di crederci anche l’Autore), sembra il romitaggio di un intellettuale che non vede né immagina più il suo posto nel mondo e si limita a osservare le cose con franchezza estrema. Questo è, tuttora, il valore aggiunto di una voce pienamente libera.

Una recensione (di A. Cellotto)

Una lettura critica

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Quattro voci si alternano per il racconto di una storia triste, che a sua volta è il nefasto evento catalizzatore che ne porta alla luce, e ne consolida, altre, ugualmente tristi. Di Dolores Driscoll – che vive assieme al marito semiparalizzato – sono le parole che aprono e chiudono la narrazione. È la guidatrice – da più di vent’anni – di uno scuolabus in un piccolissimo e povero paese dello Stato di New York, sulle montagne al confine col Canada, nell’America profonda che meno ti aspetti perché troppo vicina al dinamismo della ricca metropoli. Il monologo di Dolores, all’insegna della più straniata normalità, racconta della mattina nevosa in cui lo scuolabus è uscito di strada ed è scivolato in una sorta di laghetto artificiale, causando la morte di quasi tutti i bambini che vi erano trasportati. Il secondo testo segue la rievocazione di Billy Ansel, padre di due ragazzi deceduti, già vedovo e, prima ancora, veterano della guerra in Vietnam e gestore di una locale e popolare autofficina. Il mezzo di Billy, quella maledetta mattina, seguiva a ruota il bus. Non si era accorto della minima anomalia. Lo ascoltiamo riferire dei soccorsi, del suo stato di shock, della perdita abissale, forse presentita nella parte precedente della sua vita, come nella relazione segreta con la moglie del proprietario di un piccolo motel, madre di uno dei piccoli defunti. Compare poi un’altra versione, quella dell’avvocato Stephens, piombato sul posto alla ricerca di clienti arrabbiati, per imbastire una redditizia causa risarcitoria contro le istituzioni pubbliche che a vario titolo avrebbero potuto evitare o mitigare il sinistro. Ne seguiamo la sottile e determinata, e cinica, strategia di reclutamento, che attrae diverse famiglie, ma non Billy Ansel, che rifugge dall’idea che rivolgersi al giudice risolva ogni problema. Poi si presenta sulla scena Nichole, pressoché l’unica sopravvissuta, assieme a Dolores. Ex reginetta del ballo scolastico e cheerleader, ora si trova in carrozzina, insensibile dalla vita in giù. Il suo è il pensiero maturo e affilato di chi ha vissuto una tragedia. Soprattutto, però, è il veicolo di rivelazioni segrete, sempre taciute, da cui muove la spinta risoluta a porre fine a tutta la vicenda (quale?), e a fare a suo modo giustizia. È un epilogo, questo, che – come raffigura lei stessa nell’ultimo capitolo – Dolores apprende all’improvviso, a distanza di tempo, durante una rumorosa fiera di paese. La sua insperata redenzione di fatto la inchioda, assieme al lettore, a un orizzonte di generale e insuperabile compassione e compromissione.

Il dolce domani è un libro senza fondo, un pozzo di cui non si intravede la vertiginosa profondità. Perché per Banks non c’è punto d’arresto alla caduta. Lo scuolabus stesso, a ben vedere, non cessa di perdersi nelle acque ghiacciate, poiché si tratta di una soverchiante traiettoria anteriore, che poi (comunque) continua, e della quale l’incidente mortale è solo una delle possibili immersioni visibili. La dolcezza del titolo è, evidentemente, accettazione. Non, però, nel senso di fatale acquiescenza a quanto accaduto. Rabbia e dolore sono i sentimenti più comuni e forti. È, piuttosto, lo stato paradossalmente tranquillo di chi non può che vedere e volere nulla di diverso dallo scivolamento dannato, che – per quest’Autore, in particolare – assume una dimensione esistenziale e cosmica al contempo. Il dolce domani, per certi versi, è sinonimo di una dolce morte morale, di un auto-spegnimento lento e, più o meno coscientemente, deliberato. I personaggi, d’altra parte, oltre ogni fuggevole e ingannevole apparenza, sono avvinti in circuiti a rischio di deragliamento costante, se non già interrotti o dissestati. Al punto che l’incidente, pur nella sua tranciante violenza, diventa il modo privilegiato per produrre una serie trasversale di ulteriori fallimenti e di (troppo) tardivi ravvedimenti e prese di coscienza; e di un tagliente (e implacabile) regolamento di conti. Non c’è dubbio che ci si trova di fronte al canone tragico del più classico romanzo americano. Come è altrettanto chiaro che vi si isolano facilmente i caratteri e i ritratti ricorrenti di un’antropologia della sconfitta, quali sono tipici, in aderenza allo stesso canone, di note rappresentazioni della depressa provincia statunitense. Poi, però, si riscontra anche dell’altro. Un qualcosa che delinea in modo davvero imperdonabile quell’insano, e già detto, paradigma di colpevole accettazione: è l’autoreferenzialità totale degli adulti; di individui la cui disgrazia irredimibile sta tutta nel non volersi mai affrancare dalla propria irresponsabile assuefazione. E nel voler, anzi, trovare ragioni di riscatto in proiezioni e progetti puramente, e nuovamente, egoistici. Dal romanzo di Banks è stato tratto anche un film, assai fedele e premiato a Cannes nel 1997: da vedere.

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