L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

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Nella Gerusalemme di fine 1959, Shemuel Asch, giovane e goffo intellettuale socialista, sta lavorando a una tesi di dottorato su “Gesù in una prospettiva ebraica”. È in difficoltà: non riesce ancora a capire quale possa essere questa prospettiva, che tuttavia lo affascina; la ragazza lo ha lasciato, per sposarsi con un suo ex; e ancora, come se ciò non bastasse, la ditta del padre è fallita, così la sua famiglia non può più aiutarlo a pagarsi gli studi e l’alloggio. Decide, allora, di abbandonare la ricerca e di rispondere a un annuncio che ha letto in un caffè. Si trasferisce in una vecchia casa ai confini della città, dove deve badare a un anziano, malato e loquace signore, Gershom Wald, tenendogli compagnia, e dove conosce Atalia Abrabanel, che vive con il vecchio e che sembra custodire molti e grandi misteri. Le cose, in effetti, stanno proprio in questo modo. Perché Atalia è la figlia di colui che gli israeliani considerano un grande traditore, dell’uomo, cioè, che si era opposto alla creazione del nuovo Stato. Il padre Shaltiel sognava la convivenza pacifica tra ebrei e arabi; per questo era stato trattato come i cristiani avevano trattato Giuda, l’apostolo prediletto dal Cristo e il più infedele al contempo, la figura su cui Shemuel, il dottorando in crisi, medita incessantemente. Ma ciò che più lo assilla – stretto tra la preoccupazione per le sorti del suo tormentato Paese e la valenza decisiva dell’interpretazione del ruolo di Giuda – è il fascino di Atalia, la sua triste e cinica bellezza, di cui è destinato a conoscere fino in fondo la sensuale profondità e le drammatiche ragioni. Come nei migliori racconti filosofici, la risposta a tutti gli interrogativi di Shemuel viene sulla strada del deserto e sta nell’individuazione dell’unico interlocutore possibile, se stesso.

Le chiavi di lettura di questo romanzo sono diverse, eppure tra loro comunicanti. Un primo motivo è quello che intreccia il discorso sulla fondazione dello Stato di Israele e sull’azione della classe politica che l’ha realizzata con l’enigma del significato della figura di Giuda negli avvenimenti della morte di Gesù e della nascita del cristianesimo. Seguendo un canone tanto famoso quanto obliquo, Giuda viene rappresentato come l’autore di un tradimento necessario, tanto provvidenziale quanto capace – in prospettiva ebraica, per l’appunto – di concretare l’evento da cui è sorta e prosperata un’ideologia nuova e irresistibile, ma eccessiva. Eccessiva e, quindi, degenerata quanto lo sono l’origine e la sorte sempre e irrimediabilmente conflittuali di uno Stato che non riesce a evitare la violenza e che, nel dialogo con gli altri popoli medio-orientali, non sa ripercorrere la chance che Gesù aveva proposto alla sua gente. Da questo punto di vista, Oz si conferma, innanzitutto per il suo Paese, una voce risolutamente critica e controcorrente: è agli israeliani di oggi che parla, a quella società complessa e multiculturale che, ora più che mai, cessata l’età eroica del sionismo militante e della sua vincente espressione laburista, è attraversata da forti e pericolose radicalizzazioni identitarie. E che, come Shemuel, deve cominciare a farsi delle domande, senza attendere che una soluzione giunga improvvisa dall’esterno. Esiste, poi, anche un’altro livello narrativo, ben più sofisticato, tutto racchiuso nel faticoso e ingenuo rapporto tra il giovane dottorando e Atalia. È il piano, o il campo, del risentimento, che alla seconda impedisce di amare davvero, e che non si rivolge solo contro coloro che hanno mandato a morire il giovane marito, poiché la sua genesi è, per prima cosa, nella percezione dell’indifferenza del padre. Qui la lezione di Oz si complica, nonostante il nesso con la rievocazione di Giuda sia strettissimo: è sempre il mistero dell’amore a farla da padrone, e in questo secondo caso si comprende che non può mai trattarsi di un istinto esclusivamente intellettuale, né di una pulsione unilaterale, bensì di una pratica concreta, che si alimenta di una relazione di ascolto reciproco e di una dimensione emotiva e corporea fragile e incommensurabile. Va detto che, soprattutto per il lettore europeo, l’ultima fatica del grande scrittore israeliano può non sembrare all’altezza delle opere precedenti. Tuttavia è solo un’impressione, dovuta alla sublimazione in immagini estremamente semplici di un’interrogazione profonda, personale e collettiva, nella quale ogni personaggio è molto al di là di ciò che apparentemente incarna. Ci sono tanti libri che, per risultare appaganti, esigono di essere letti almeno due volte. Per lo più è un difetto; nel caso di Giuda è il marchio di una fabbrica che si conferma particolarmente affidabile.

Un’intervista all’Autore

Oz presenta il libro

Recensioni (di Sivan Kotler, di Paolo Perazzolo, di Giulia Maselli)

Un ritratto di Oz

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When he had asked his friends to stay aware
and gone in the night a little way away
to think on his life and about what was to come,
the man was suddenly overcome by fear
and his heart grew sorrowful and heavy.

The hills are white, the gardens white with frost.
An icy wind cuts in along the quay
and chills the earliest Holy Week in years;
and during the longeurs of these final days of Lent
what am I reading? Poetry from the wars.

The hour is at hand. The orders have come in.
Somewhere a room whose threshold I must cross
has been prepared: an oxytocin drip 
waits with the gas and air and suture tray
beside a snow-white bed. Let this cup pass.

Il tema pasquale intrecciato con ironia all’eterno struggimento di ogni poeta… Una poesia imperdibile, from Ireland!

L’Autrice e il suo sito

La raccolta da cui è tratta la poesia: Profit and Loss (2011)

Una recensione a Profit and Loss

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Lalla Romano non si legge, si scopre. È la scrittrice stessa ad essere alla scoperta, alla ricerca, come in un viaggio, durante il quale tenere un diario di bordo e consegnarvi i momenti più autentici delle proprie impressioni. Per leggere questo libro nel modo migliore forse bisogna immaginare di sottrarre furtivamente alcune pagine di quel diario, senza pensare troppo al tempo o ai luoghi cui si riferisce, ed adeguandosi così all’estrema asciuttezza dello stile. Che è anche lo stile della verità, di uno sguardo lucido che ripercorre l’esperienza personalissima della giovinezza e ne interpreta in modo finalmente fedele le movenze più intime.

Il romanzo è autobiografico. Attira la mia attenzione perché campeggia nella teca di un minuto ma elegantissimo allestimento. Racconta gli anni universitari dell’Autrice, dal 1924 alle soglie degli anni Trenta. Del clima politico e di ciò che sta accadendo nel Paese non c’è che qualche cenno. Vediamo Lalla alle prese con le compagne del collegio, lungo le vie di Torino o a teatro, a colloquio con il famoso zio (il matematico Giuseppe Peano) oppure, senza imbarazzo alcuno, con i professori della sua facoltà. La immaginiamo dipingere alla scuola di Casorati e discutere con Lionello Venturi. Ne sentiamo le inquietudini, la voglia di trovarsi, i sogni, l’egoismo ribelle, il desiderio di incontrare l’amore e il compagno cui svelare i suoi desideri e con cui condividere tutto il suo struggimento intellettuale e psico-fisico. La “non-storia” con Altoviti (dietro il quale si riconosce Franco Antonicelli) è il paradigma assoluto dell’amore “che avrebbe potuto essere e che non è stato”, in un parallelismo perfetto – ed universale – tra sentimento e realizzazione di sé, che viene rappresentato in modo efficacissimo e quasi sorprendente.

Per quanto sia quasi intimo, questo è un libro che non è destinato ad appartenere soltanto all’Autrice. Lo si può dire, innanzitutto, per la miniera di informazioni e immagini che dagli anni Venti si proiettano sul lettore come una sorta di prezioso patrimonio testimoniale del mondo colto, nobiliare ed alto-borghese di allora, e con esso di una certa Italia, che in uno dei momenti più difficili della sua storia non ha mai saputo, e forse neanche voluto, porsi ad esplicito ed effettivo modello di identità nazionale. È singolare, poi, riscontrare – e non è facile capire se si tratti di una interessante coincidenza o di una ottima fonte di ispirazione – piccoli spezzoni narrativi che sono riproposti, con pari verosimiglianza, nei buoni prodotti della nostra letteratura più giovane e recente: forse la figura dell’anziano ex professore a riposo, il cui passatempo giornaliero è partecipare a tutti i funerali della città, è davvero esistita, visto che anche Paolo Di Paolo l’ha utilizzata nel suo bel romanzo… sarà stata la stessa persona? Ciò che intriga, però, è che proprio il carattere personale del volume nulla toglie alla possibilità di considerarne il tono in termini di empatica esemplarità. Per rendersene conto, basta riprodurre le poche parole di un “piccolo testamento” della giovane Lalla: “La mia sete è di giungere per la coscienza di me alla conoscenza dell’universo stesso, come io ne possa capire. Ma l’immagine mia è di tale che guarda standosi inerte una vasta corrente, l’onda seguire all’onda, e ascolta il vasto respiro della notte divenire di poco a poco gigante e gli concede l’irrequieto spirito e in quello riposa follemente felice” (p. 201). Quale giovinezza può dirsi più autentica di quella inventata dalla Romano?

Un saggio critico sul romanzo (di Jadranka Novak)

Un approfondimento su Lalla Romano

Un’intervista a Lalla Romano

Un ritratto personale di Lalla Romano (di Cesare de Seta)

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Una delle costanti della tradizione poetica consiste nel fatto che ogni epoca ci offre sempre l’occasione di eleggere una sacerdotessa. Al tempo presente Patrizia Valduga può pacificamente candidarsi a questo ruolo. Anche se, di certo, non sarebbe lei stessa a proporsi; come ogni vestale che si rispetti, sono i suoi accoliti a doverla condurre nel tempio che le si addice.

Il Libro delle laudi è una conferma; l’ennesima, in un percorso punteggiato di prove davvero importanti, ora trasgressive, intime sempre. Questa volta, le “preghiere”, le “invocazioni” sono tutte rivolte all’uomo che la poetessa ha sempre amato, al critico e poeta Giovanni Raboni, e sono raccolte come in un breviario, per testimoniare la profondità di una passione, il dolore di un’assenza, la continuità di un dialogo che si vorrebbe sempre vivo, come con un angelo custode.

Il profilo più intenso di questo piccolo libro sta, senz’altro, nella misura della profondità cui un rapporto può arrivare. Ma la sorpresa che l’esperienza di questa profondità dischiude è nell’occasione che essa radica in modo rinnovato e consapevole, quella di sperimentare il senso, ritrovato, della propria vita, quella di riscoprire la passione di un impegno letterario che è anche, se non soprattutto, impegno morale e civile: Tutto torna, mi pare, tutto è chiaro: / la mia passione per la psichiatria, / per le parole più che per le immagini / per la giustizia… e per la poesia (p. 37).

L’amore non è mai veramente egoista; è momento e risorsa dell’unica analisi interiore; è, certamente, una fonte di ricchezza individuale, di piacere, di cura, ma è anche la ragione di condividere, con tutti, valori e principi irrinunciabili. Non è un caso che la terza e ultima parte del volume si apra con una confessione assai esplicita: Ma senti adesso un’altra verità: / non so più con chi parlare, Giovanni… / Quello che era per noi gioia e dovere / ora è abominio d’ignoranza e di inganni (p. 49). Dopo simile sfogo, la chiusura di questo itinerarium così concentrato è consegnata a rapide (ma deliziose) invettive, che preludono ad un “chiarimento” di salvezza e di speranza.

 

Due brevi estratti:

 

Hai raddrizzato questo cuore storpio

restando muto, immobile e lontano

 

Adesso sì che so che cosa è amare,

passero caro, immobile e lontano.

 

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E la notte si fa e si disfà,

e siamo fatti entrambi senza età:

 

ha funzionato meglio dell’analisi

il marchingegno della tua pietà.

 

Breve intervista a Patrizia Valduga

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