Sia pur ambientata a Torino, capitale italiana dell’esoterismo, l’ultima produzione di Massimo Tallone non racconta certo una vicenda dark, e questo è un merito. Il fantasma è solo il punto d’avvio delle fantasie, fin troppo reali, dell’anziana governante Annetta, vera protagonista del libro, oltre che ininterrotta e simpatica voce narrante di un giallo di per sé abbastanza scolastico.

La storia, infatti, non è originalissima. Nella soffitta di un pittore defunto, poco apprezzato in vita, ma ora prossimo ad una stagione di successi postumi, ci sono strani rumori notturni. La domestica di Maria Doro, sorella dell’artista, ingaggia per suo conto il signor Piola, eccentrico antiquario, affinché scopra l’arcano; nel frattempo, il giovane Corrado, figlio di Maria, muore misteriosamente, cadendo proprio dalla scala che porta alla soffitta. Piola, dunque, architetta un piano per smascherare fantasma e assassino al contempo, dando così il via ad una serie di sviluppi forse un po’ scontati, e con un finale nel quale, come sempre, il colpevole è comunque “il maggiordomo”, ossia la figura apparentemente più innocua e insospettabile.

Però, come si anticipava, c’è Annetta, e questo ci basta: c’è il suo pratico buon senso sabaudo, c’è il suo solido realismo, ci sono le sue impagabili osservazioni-divagazioni da tipica portinaia di palazzo perbene, c’è il suo costante, nostalgico e amabile sguardo al marito Meo, taciturno compagno premorto e perdurante e tenero riferimento di tutta una vita. Annetta, poi, è l’emblema del carattere subalpino e, come tale, la portavoce ideale di alcune fondamentali istituzioni, come l’impareggiabile merenda sinòira.

Tallone, in fondo, è un ottimo disegnatore: anche con riguardo agli altri personaggi, dimostra una certa capacità compositiva, riesce, cioè, a delinearne i tratti in modo molto evocativo e compiuto, trascinando con essi, nell’intreccio, l’atmosfera o il milieu di cui dovrebbero essere l’archetipo. Peccato, tuttavia, per la trama, decisamente troppo “facile”. Si tratta, ad ogni modo, di un Autore rodato, che probabilmente merita ulteriori frequentazioni: visitare il catalogo della “premiata ditta” F.lli Frilli Editori per credere.

Intervista a Massimo Tallone (Salone del libro 2012)

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Una collezione di 264 netsuke è ciò che all’Autore rimane della storia intensa, gloriosa e anche drammatica della sua famiglia. Ripercorrerla significa seguire le tracce di una preziosissima raccolta di piccoli capolavori giapponesi, che da un certo momento in poi diventa partecipe delle tormentate vicende degli Ephrussi, dinastia di commercianti e banchieri di prim’ordine nell’Europa tra Ottocento e Novecento. Edmund de Waal, però, non si cimenta nel racconto con lo spirito claudicante del biografo principiante. Vi si immerge con il temperamento elaborato del critico e dell’artista, e non senza una certa sensibilità storica, unita ad una particolare attenzione per il costume e per la cronaca.

Seguire le orme del primo proprietario dei netsuke, Charles Ephrussi, nella Parigi degli Impressionisti, non è soltanto un modo per risvegliare la voglia di rileggere Proust: serve a capire molto dell’alta borghesia francese, dei suoi riti e dell’antisemitismo continentale, dovunque sempre strisciante. Del resto, sono gli orrori della persecuzione nazista e dell’incombente Shoah a sorprendere anche il ramo viennese della famiglia, completamente travolta assieme ai netsuke, nell’intimo del suo Palais sulla Ringstrasse, privata di ogni sua ricchezza e costretta ad un fortunoso esilio. Le peripezie di Viktor, della moglie Emmy e dei loro figli assumono un valore in tutto e per tutto simbolico, al pari del destino dei graziosi ninnoli nipponici, salvati dall’astuzia della fedele cameriera, portati dopo la guerra in Inghilterra dalla volitiva Elisabeth e poi ancora traslati nel paese del Sol Levante, dove Ignace “Iggie” Ephrussi avvia una nuova vita con il compagno Jiro.

Riesce facile capire il successo di questo libro. La scrittura è leggera e gradevole, senza essere banale; i dettagli non distraggono, anzi, rafforzano di pagina in pagina una curiosità che non può che essere crescente; le figure della famiglia Ephrussi, accompagnate da un corredo fotografico essenziale e suggestivo, suscitano vera partecipazione. Inoltre il lungo viaggio dei netsuke non corrisponde ad un esclusivo e specialistico interesse dell’Autore, che pure è un fine e riconosciuto ceramista; i netsuke vagabondi rinnovano le sorti dell’Ebreo errante e le sue tragiche peripezie, dagli shtetl dell’Ucraina alle rive del Mar Nero, da Odessa alle capitali del continente e ancora più in là. Quei netsuke non sono altro che potenti talismani, veicoli sapienti di memorie che, dopo gli orrori dell’ultimo Secolo, non si possono più cancellare.

Le parole di de Waal, alla fine, testimoniano la conquista individuale di una coscienza che deve essere collettiva: “Il problema è che (…) vivo nel secolo sbagliato per bruciare le cose. Appartengo alla generazione sbagliata per lasciar perdere. Penso ai libri di un’intera biblioteca sistemati con cura dentro casse e scatoloni. Penso a tutti i roghi appiccati da quegli altri, penso alla cancellazione sistematica delle storie, alle persone separate dai propri beni, e poi dai propri familiari, alle famiglie separate dai propri vicini di casa. E poi dal proprio paese” (p. 385). Da questo punto di vista, il regalo migliore che questa lettura può dare è la riscoperta di un tema che sarebbe stato caro a Walter Benjamin. Forse, anche nella casa di ciascuno di noi esistono dei netsuke: se ci è rimasto qualcosa della nostra famiglia e della nostra storia, anche solo qualche cartolina o un anello o un quadro o una poltrona, custodiamole con cura; perché le piccole cose hanno la forza di assorbire, di trasmettere e di illuminare esistenze intere. Distruggere o perdere queste cose, in fondo, è come ri-distruggere e ri-perdere le intelligenze che gli hanno dato significato.

Il Booktrailer

Due recensioni: Livia Manera e Mara Accettura

I netsuke dell’Autore

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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La recente scomparsa dell’autorevole giurista ha spinto un amico bolognese a regalarmi questo libro, che risale al 2009 e che prima d’ora non avevo incontrato. Per me, infatti, “il Galgano” è sempre stato, innanzitutto, un intelligente quanto temuto manuale di diritto commerciale.

In verità, una volta terminati gli studi, e approcciata l’esperienza del tirocinio professionale, avevo avuto modo di apprezzare l’estrema chiarezza dell’Autore nel suo altrettanto noto corso di diritto civile (per Cedam): un’opera in più volumi, certo, ma una lettura particolarmente formativa e per nulla noiosa. Qualche anno dopo, poi, mi sono imbattuto in un altro versante, per me allora insospettabile, dell’opera di questo “maestro”, ossia nell’ed. 2007 del fortunato Tutto il rovescio del diritto: un testo che mi ha dimostrato che è possibile discutere di diritto senza dimenticarne la stretta relazione, se non “embricazione”, con la storia dell’uomo, con i suoi miti, con le sue scoperte, con le sue piccole e grandi esigenze. In una parola, con la cultura, nella sua interezza.

Il diritto e le atre arti riprende espressamente quell’ispirazione. Intende essere sia una facile, ma non banale, “chiave d’accesso” per i non giuristi, sia un’occasione autoriflessiva per tutti coloro che con il diritto hanno a che fare per professione e per ricerca, affinché “disimparino quella formale nozione del diritto alla quale essi, o molti di essi, sono stati educati” (p. 9). Si può sfogliare, quindi, come una miscellanea capace di condurre l’inesperto a contatto con alcuni misteri dell’esperienza giuridica, ma anche come un condensato di agili lezioni finalizzate a destare nel giusperito la consapevolezza sull’umanità e sulla dinamicità del sapere che utilizza quotidianamente. Nel merito, sono molte le cose importanti che emergono pagina dopo pagina.

Si parte, sulla scorta di Leibniz, dalla definizione del diritto come “arte”, per rivendicarne subito la funzione creativa e storicamente “rivoluzionaria”. Se ne ricordano le strette relazioni con la poesia e con la letteratura, con il cinema e anche con l’architettura, la scultura e la pittura (illuminanti, sul punto, le divagazioni sulle “mutevoli immagini del diritto”, così come si manifestano in alcuni storici palazzi della giustizia italiana: pp. 37-44; ma sono molto incisive anche le riflessioni del capitolo su “L’astrattismo nel diritto” e, in particolare, sulla “stupenda creatura” della “persona giuridica”: pp. 65-70). Ma non mancano, spesso muovendo da un Voltaire particolarmente amato, le intuizioni sui limiti del diritto che proviene dal legislatore democratico, sull’intrinseca razionalità di quel fare diritto la cui constatazione è ormai imposta dalla globalizzazione, sulla relatività, in generale, dei fenomeni giuridici e dei risultati dell’“ingegneria giuridica”, tecnica nella quale Galgano è stato indubbiamente uno dei massimi protagonisti, non solo da studioso, ma anche da riconosciuto professionista.

Si affrontano, infine, con leggerezza godibile e mai avventata, le questioni giuridiche del rapporto tra i sessi, il legame di reciproca influenza tra il denaro e il diritto (il primo come creazione, ma anche come motore, del secondo), nonché, in un capitolo che si rivela denso di suggestioni, il rapporto ambiguo e difficile, nella storia del nostro paese e nell’esperienza diretta dell’Autore, tra la politica e il diritto in action. L’“epilogo” conclusivo offre un sintetico ma efficace sguardo sulla dimensione globale dell’odierna “lotta per il diritto” e sui processi di universalizzazione che il discorso sui diritti e sulle libertà fondamentali finisce per incentivare e per rendere effettivi, con risultati apparentemente inattesi.

Al termine della lettura, un pensiero si fa strada da solo: pur trattandosi di una personalità certamente unica, quello di Galgano è un vero esempio di formazione completa e costante, trasversale e interdisciplinare, di studioso, di professore, di magistrato, di avvocato; figura esemplare, auto-rinnovantesi, di quel giurista, a suo modo “pre-moderno”, di cui gli orizzonti attuali hanno sempre più bisogno.

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