“La sinistra e Israele” di Fabio Nicolucci (da ilfoglio.it)

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La morale viene del basso (lindiceonline.com)

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Antonio Delfini, l’attacchino metafisico (da alfabeta2.it)

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La fabbrica dei troll, ora sono le aziende ad arruolarli (da 27esimaora.corriere.it)

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Barbara Rossini è un interprete, viaggia di continuo. La telefonata di un maresciallo dei carabinieri, però, la costringe a tornare nei luoghi dell’infanzia, in un piccolo paese della bassa padovana, vicino a Montagnana. In un casolare, infatti, sono stati trovati un cadavere di donna e, vicino al corpo, la pagina di un vecchio diario, quello che la stessa Barbara teneva da bambina, quando abitava con i suoi genitori in un piccolo appartamento della casa granda, ex magazzino di tabacco. Le circostanze militano affinché Barbara – che è comunque al di fuori di ogni possibile sospetto – incontri un vecchio amico, Michele, e ripercorra con lui alcune e dolorose vicende del passato, in una storia che si dipana lentamente, tra i misteriosi rintocchi notturni di alcune campane, e che getta ombra anche su quest’amicizia. Il maresciallo Altasi, nel frattempo, sembra brancolare nel buio e, mentre Barbara si scopre improvvisamente impegnata a recuperare il suo ruolo di madre separata, i fili della trama cominciano a dipanarsi, anche grazie all’aiuto del vecchio Gianni e dell’altrettanto anziano, e simpatico, don Pericle. Al primo omicidio, poi, se ne aggiungono altri due. La verità, a questo punto, appare in primo piano, in parte riallacciando passato e presente, ma soprattutto prefigurando, per il giallo, una drammatica soluzione, fatta di solitudine, povertà e violenza.      

È un buon libro. Intanto perché trasuda, in molte e riuscite immagini, tutta l’umidità delle terre in cui è ambientato. Nella prefazione critica, in effetti, scritta da Alessandra Agosti, si dice che quella di Cristina Lanaro è una scrittura materica. A me questo carattere materico ricorda l’ambiguità e la densità quasi opprimente delle pagine di Juan Manuel De Prada, ne La tempesta: altri tempi e altri luoghi, ma stessa atmosfera porosa. Oltre a ciò, il libro è curioso per la presenza – non casuale – delle campane, in particolare delle campane a sistema veronese e dei concerti che con esse si possono fare. Trattandosi di una vicenda di strani delitti, mi è venuto subito in mente Il segreto delle campane, della straordinaria, e mai abbastanza lodata, Dorothy Sayers, la creatrice dell’ineffabile ed elegante detective amatoriale Lord Peter Wimsey. Se un romanzo sa stimolare queste opportune reminiscenze, allora vuol dire che non è male. E c’è da dire che, durante la lettura, mi si è prodotta un’ulteriore associazione mentale, precisamente con il famoso Io non ho paura, di Ammaniti. Anche in Dove inizia la nebbia c’è un bambino, ma il punto che lega i due racconti è l’insensibilità e la povertà che la miseria materiale e l’ignoranza possono alimentare, specialmente nelle tante e piccole sacche rurali del nostro paese, al sud come al nord. Ecco, da un piccolo giallo di un piccolo editore può tornare la voglia di riprendere altre e suggestive letture, e di risvegliare il piacere che avevano portato con sé.

Il sito dell’Autrice

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Freak Antoni applaudite per inerzia (da doppiozero.com)

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Porcellum e vecchi vizietti (da espresso.repubblica.it)

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Il compleanno de l’Unità (da unita.it)

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Pantani, un uomo sempre solo quando vinceva e quando sbandava (da repubblica.it)

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“La prospettiva che, in realtà, mi sembra molto interessante è quella di sottrarre l’architettura agli architetti per restituirla alla gente che la usa”: forse basterebbe questa sola affermazione per giustificare un rinnovato interesse ai ragionamenti di Giancarlo De Carlo, che risalgono all’inizio degli anni Settanta e che oggi vengono riproposti nei tre interventi di questo piccolo volume a cura di Sara Marini. Il primo – che offre il titolo al libro – è, apparentemente, un incrocio tra relazione convegnistica, lezione e manifesto di un possibile e nuovo modo di fare architettura. In verità è molto di più, poiché è sia un’analisi spietata dell’evoluzione storica dell’urbanistica, sia la formulazione di una proposta alternativa di sintesi tra l’ordine veicolato dal progetto e il disordine che attraversa e vitalizza la società civile. La critica si concentra sul nesso tra industrializzazione e governo del territorio, svelando le liaisons dangereuses che da sempre esistono tra istanze di specializzazione, da un lato, e definizioni gerarchizzanti e funzionali dello spazio, dall’altro. La pars construens, invece, si concentra sul ruolo necessario del progettista, che va al di là della padronanza e della spendita occasionale di competenze tecniche, e che si presenta come colui che “sceglie la parte” e che si rende così facilitatore di processi nei quali sono i cittadini a dare forma ai loro bisogni.   

Si potrà pensare che ripercorrere queste speculazioni costituisca un esercizio fuori tempo massimo, alla ricerca di note e arrugginite retoriche di resistenza intellettuale o di vecchia e militante azione anti-capitalista. Non è così. De Carlo va molto oltre, è un classico, e rileggerlo, come accade per tutti i classici, assume il senso di cogliere quell’orizzonte con maggiore precisione e di constatare, ad esempio, con piena coscienza, il motivo del fallimento (oggi conclamato) del “supermito secondo il quale alcuni ‘nodi’ di intensa qualità architettonica possono controbilanciare lo squallore di tessuti urbanizzati nei quali i nodi vengono collocati”. Siamo fin troppo abituati alla grande e irragionevole fiducia che le amministrazioni nutrono nei confronti del presunto potere catartico dei manufatti prodotti dalle tante archistar del pianeta. Il significato sempre vivo della lettura di De Carlo è fortissimo: l’architettura non può porsi come fatto esteticamente oggettivo, non deve contribuire a frammentare i gruppi sociali, non li deve estraniare “dai concreti problemi dello spazio fisico in cui vivono”, e ciò perché tali problemi sono questioni di libertà, di diritti e di interessi di molti, e non solo di quei pochi che finiscono per assumere le decisioni autoritative sullo sviluppo edilizio o per goderne dei frutti economici e finanziari più consistenti. Vero è che il limite dell’utopia era già ben presente allo stesso De Carlo, che negli altri due saggi del testo racconta le difficoltà di alcune sperimentazioni puntuali – a Rimini e a Terni – non completamente riuscite. Tuttavia queste letture ci ricordano ancora quanto quel limite sia comunque indispensabile.

De Carlo e l’ampia portata del progetto (spezzone di intervista)

Un’intervista alla curatrice del libro

Recensioni (di Lucia Tozzi, di Campomarzio)

Sulla progettazione partecipata (di Giancarlo De Carlo)

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