Il poeta che è unanimemente riconosciuto come una delle voci più importanti della scena letteraria dell’ultimo secolo si è cimentato anche con la prosa, in particolare in un “pugno” di brani molto suggestivi, dal sapore quasi antico. Ripubblicati pochi anni prima della sua scomparsa, questi pezzi minori di Zanzotto possono rivelare l’esistenza di un “dietro le quinte” che invoglia a rileggerne i versi più noti con rinnovata soddisfazione. Grande capacità riflessiva, serena attitudine all’indagine introspettiva, tenace amore per le immagini del paesaggio, nostalgia per una semplicità perduta da ritrovare nella più viva prossimità alle epifanie di una natura sempre toccante: i racconti raccolti in questo piccolo volume – che risalgono al periodo 1942-1954 – recano tracce sensibili di quelli che sono i luoghi più ricorrenti del grande autore di Pieve di Soligo.

Degli scritti che si presentano sotto il titolo Le signore, si ha l’impressione di tornare al piccolo mondo di Fogazzaro, condito, però, di intuizioni ironiche e talvolta moraleggianti, come quelle che si potrebbero attingere dalla grande tradizione che accomuna Čechov a Maupassant. La scomparsa di Ciankì e il successivo Ero farfalla sono piccoli capolavori di dolce sarcasmo (e pare quasi che si voglia quasi fare il verso all’ipotetica montagna incantata della piccola borghesia italiana). Degli altri testi: Sull’altopiano è una vivida e perfetta rassegna di emozioni tanto pacate ed elementari quanto traboccanti; Parlami ancora reca la testimonianza di una madeleine veneta per eccellenza, tanto povera quanto essenziale; Autobus nella sera sembra riprodurre un quadro di Hopper in salsa neo-realista; Segreti della pioggia e Idea dell’autunno sono canti di un Lucrezio moderno; 1944: FAIER è un inno alla memoria e alla storia dei più umili, e un monito per la loro custodia…

Una pagina segue l’altra senza difficoltà, fino alla fine, in un alternarsi di prose che sono disordinate solo in apparenza e che si chiudono nel brevissimo Il vigneto, spontanea rappresentazione del tempio segreto in cui sempre ci piace immaginare Zanzotto, alla ricerca delle sue Muse. Letta oggi, l’ultima frase di questo racconto, e così di tutto il libro, diventa, per il grande poeta, il migliore degli autoritratti: “Ero raccolto e folto in me, mi perdonavo, mi lasciavo dire sì, mi accoccolavo nel vivere, mi accucciavo inerme nel vivere, ma esso continuava come a darmisi dall’esterno e dal mio intimo, ed ero portato fuori, comportato da tutto e nulla, nel verde, nell’inaccessibile dei colli, nel loro socchiudersi senza fine”.

Recensioni (di Sergio D’Amaro, Domenico Cacopardo, Giuliano Gramigna – ma, in quest’ultimo caso, sull’edizione Neri pozza…)

Ritratto di Zanzotto (a cura di Marco Paolini, regia di Carlo Mazzacurati, 2009)

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Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

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