How my man crush on an Indian record breaker inspired my new novel (da theguardian.com)

Condividi:
 

L’uomo nero (da minimaetmoralia.it)

Condividi:
 

The 100 best novels in English? (da irishtimes.com)

Condividi:
 

Majority of UK graduates are being forced into non-graduate work, says study (da independent.co.uk)

Condividi:
 

Sulla costa c’è un carcere, con i suoi piani e le sue alte cinte, e tra queste ci sono i cani, intrappolati nella loro rabbia. Toro – così lo chiamano dentro – sta per rientrare; sta affrontando le consuete e umilianti formalità. Ma non è lui il protagonista. La parte spetta ad una voce, quella di altro recluso, condannato al “fine pena mai” e ridotto all’isolamento. È a questo singolare narratore che spetta raccontarci ciò che accade usualmente dietro le sbarre. Gli Enne occupano un intero settore e sono come un clan militare, dedito al crimine per fiera appartenenza genealogica. I tossici sono in un altro settore, e in un altro piano ci sta anche Toro, con gli altri delinquenti comuni. I detenuti politici sono a parte, assieme agli infami. Ancora a parte stanno le guardie, depresse e irritabili, e guidate da Comandante. Scorre la droga, i controlli e i pestaggi sono di routine, come la censura e il governo sistematico del cibo e dei farmaci; e c’è chi si suicida, perché è debole e perché anche in questa inesorabile verità viene accompagnato fino in fondo. Tutto è regolato, inevitabile, preciso. Dentro, infatti, le regole ci sono e funzionano, disegnando una realtà parallela e completa; anche se pure Comandante, talvolta, si è fatto fregare dalla potenza suggestionante di questo universo. Intanto la voce dice anche la sua storia, e la pena che deve scontare sa di un meccanico contrappasso: è finito dentro per sequestro di persona, faceva da carceriere nel rapimento della Principessa del caffè; e ora il “sequestro” tocca a lui. La tenda nei boschi, le paure del rapitore e della rapita, la solitudine di un giovane uomo che si è scoperto colpevole quasi inavvertitamente: è così che questo ignoto narratore è finito all’isola, dove le guardie hanno cercato di fargli confessare l’identità dei suoi complici, inutilmente, fino alla tragica beffa che lo ha portato a uccidere un secondino e a un destino di oblio e di assoluta e definitiva consunzione.

Quello di Torchio, probabilmente, si merita la palma del libro dell’anno. Lo stile è incisivo e le parole sono prive di qualsiasi retorica. In queste pagine la psicologia criminale, apparentemente, quasi non esiste, poiché si presenta senza veli, del tutto inconsapevole: ci pare che non possa che essere così, anche nella realtà, perché nella sua straniante purezza essa non concepisce livelli diversi di valutazione o censura; ma anche perché la sua auto-rappresentazione allude a predestinazioni che non sembrano superabili. Non è un romanzo-denuncia, quindi, almeno non lo è esplicitamente. Nonostante ciò, la sua forza espressiva si traduce in qualcosa di molto più forte. Se c’è un aspetto che in questo libro emerge meglio che in qualsiasi altra trattazione, esso coincide con la semplice messa in scena, pacata e naturale, di un ambiente nel quale accade tutto fuorché l’esecuzione di una pena. E ciò si capisce non tanto per la palese assenza di una qualsiasi prospettiva rieducativa, ma ancor prima per l’altrettanto radicale inesistenza della possibilità concreta di espiare una colpa. Perché il carcere, in ciò che racconta Torchio, moltiplica e genera patologie, in un sistema in cui anche la parte dello Stato è coinvolta in uno specchio deformante e violento, come se fosse a suo modo complice di una devianza, originaria e irrimediabile. Il carcere si dimostra, in questi termini, come il luogo della sfiducia e dell’abbandono, della conferma di un marchio che non ammette riscatti e che comincia prima, fuori dalle sue mura. Cattivi riesce a provare che la letteratura goes first everytime, e non è un caso che tra i credits di questo romanzo figuri anche Jack London (v. Il vagabondo delle stelle). Sono molti, e autorevoli, i contributi che recentemente hanno puntato il dito sull’insostenibilità di un regime carcerario più colpevole dei colpevoli che vi trovano dimora; ma le parole di Torchio ci costringono a guardarci dentro veramente e a scoprire quali siano i frutti di un potere che, pur dovendo essere il luogo della giustizia, resta irrazionalmente terribile e sconcertante.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Matteo Moca, di Goffredo Fofi, di Giacomo Raccis, di Demetrio Paolin, di Giovanni Turi, di Lorenzo Marchese, di Cecilia Bello)

Intervista a Maurizio Torchio

Il sito dell’Autore

Libri recenti sul carcere: F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Il delitto della pena; F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Volti e maschere della pena; L. Manconi, S. Anastasia, V. Calderoni, F. Resta, Abolire il carcere

Una quaestio sull’ergastolo (di A. Pugiotto)

Condividi:
 

Il samizdat delle donne (da avvenire.it)

Condividi:
 

Con i soldi rimasti (da ultimouomo.com)

Condividi:
 

Finalmente siamo tutti poeti? La deriva demagogico-populista sulla poesia (da ilfoglio.it)

Condividi:
 

L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

Condividi:
 

Schiavi e faide, tutti i tabù dell’emigrazione (da ilsole24ore.com)

Condividi:
© 2019 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha