La finzione è uno degli strumenti più importanti e interessanti per il mestiere del giurista: si presuppone come esistente (o come non esistente) qualcosa che non esiste (o che esiste), per far discendere in un certo caso determinati effetti, quelli che il diritto, in un determinato modo, già riconosce in altri casi. La culla della fictio è il diritto romano, nel quale essa nasce, in primo luogo, come fictio legis, a partire da quella introdotta con la legge Cornelia dell’81 a.C., che, per riconoscere effetti al testamento del civis romanus morto in prigionia (e la cui cattività, secondo le regole generali, lo aveva privato della capacità), consentiva di considerare il prigionierio come già morto nel momento in cui era caduto nelle mani dei nemici. La fictio in seguito si ripropone in molte ipotesi, sempre per l’intervento del legislatore. Ma si trasforma anche in fictio iuris, diventa, cioè, tecnica dell’interpretazione giuridica, come sarebbe accaduto – almeno per l’Autore – in occasione della formulazione del noto insegnamento per cui conceptus pro iam nato habetur. In questo breve saggio, Thomas rievoca tanti esempi di finzione così come maturati nell’esperienza giuridica romana, cercando di evidenziarne la logica e mettendo in luce – questa la sua tesi – la diversità con cui i giuristi medievali hanno trattato l’utilizzo di questo particolare meccanismo: mentre il diritto romano, infatti, non avrebbe patito, nel ricorso alla fictio, il limite della presupposizione di una verità superiore, il diritto comune avrebbe introdotto, mercé l’influenza del cristianesimo, alcune distinzioni, volte se del caso a sbarrare la strada ad un certo tipo di finzioni (e precisamente a quelle finalizzate a “varcare” la frontiera fra corporeo e incorporeo ovvero a bypassare le regole “naturali” sulla riproduzione dei corpi).

Il ragionamento di Thomas può dirsi condivisibile, e rilevante, quanto a quattro specifici profili: la ricostruzione dell’originalità delle dinamiche messe in gioco dall’operazione finzionale; la confutazione dell’idea diffusa che questa operazione sia indissolubilmente, e prevalentemente, legata al carattere conservatore di un ordinamento giuridico (che in tal modo, tramite le finzioni, evolverebbe senza mai porre in discussione la sua struttura); la rappresentazione dell’autonomia del giuridico quale risultato di un processo istituzionale coscientemente fondato sull’opposizione rispetto al reale; la bella descrizione dell’approccio romano allo spazio del sacro, come frutto, esso stesso, della produzione giuridica e, quindi, come limite insuscettibile di costituire una preclusione immutabile e ontologica alla trasformazione delle regole. Ciò che lascia un po’ dubbiosi, invece, è la parte del lavoro dedicata ai “limiti medievali” della finzione, e ciò per due ragioni: la prima è che lo stesso Thomas, in conclusione, relativizza in buona parte la portata del dispositivo limitante di origine divina (così come frequentemente invocato dai giuristi di diritto comune), sottolineando quanto nel diritto dell’età intermedia esso, lungi dall’eliminare il metodo finzionale, ne avrebbe razionalizzato il ricorso soltanto in parte; la seconda è che, quanto meno al giurista poco esperto di diritto romano e di diritto comune, lo studio della fictio pare non potersi troncare alle soglie della modernità, se non altro perché questa si è costruita e si è imposta anche per mezzo di una ulteriore e potente strategia finzionale, quella del famoso (e trasversale) etiamsi daremus Deum non esse di Ugo Grozio. E senza le scoperte della razionalità medievale questa ulteriore progressione sarebbe stata difficilmente pensabile. Viene quasi da chiedersi, al riguardo, se la fictio, da delicato artificio proprio del fenomeno giuridico, non si possa configurare quale uno dei massimi esempi di quanto i modi di costituzione dell’autonomia del giuridico stesso si siano resi, nella storia, effettivi veicoli di mutamenti epistemologici particolarmente profondi. È nella prospettiva di questo interrogativo che una simile lettura si dimostra molto proficua.

Il saggio dei curatori del volume (M. Spanò e M. Vallerani)

Lo studio di Thomas in lingua originale (francese)

Condividi:
 

In questo saggio postumo, Yan Thomas si propone due obiettivi: dimostrare che nel diritto romano la disciplina dei beni suscettibili di essere commerciati è il frutto di un’operazione di sottrazione, dell’istituzione, cioè, di “riserve santuarizzate” di “cose inappropriabili”; dimostrare, altresì, che il manifestarsi di questa dicotomia e delle relative qualificazioni rappresenta in parte qua la storia di un complessivo processo di astrazione della società, in forza del quale le “cose” sono tali non in quanto porzioni del mondo esterno, bensì come oggetto di procedure volte a definirle e a stabilirne con ciò uno specifico valore. La prima dimostrazione passa attraverso un’interessante analisi, nel diritto romano, della “vicinanza giuridica” tra lo statuto delle cose pubbliche e quello delle cose sacre (con riferimento alle fonti dell’epoca imperiale, ma anche alla documentazione dell’epoca repubblicana). L’inappropriabilità e l’inestimabilità di queste cose non sono lo specchio della ricognizione della loro natura; sono “categorie pienamente giuridiche”, che si fondano “su procedure, espressioni formali di una volontà di produrre e organizzare le categorie nelle quali è per mezzo delle quali si amministrano le cose”. E in queste procedure può anche accadere che il regime della cosa sia di volta in volta diverso, in certi casi imponendosi anche quale foriero di un’autonomia soggettività. In tale quadro, Thomas spiega che anche il diritto delle altre cose, quelle viceversa appropriabili e alienabili, è il prodotto di una procedura, come risultato, questa volta, della rimozione dell’interdetto religioso e della conseguente costituzione di un autonomo valore all’interno di un processo. La res, in altre parole, diventa bene in quanto “affare”, cosa controversa: “La procedura come res cattura, contiene, ritaglia e modella i suoi oggetti come res. (…) Catturata da una prima azione, essa non poteva esserlo più da una seconda, agere de eadem re“. In questa ipotesi, peraltro, la procedura attribuisce un valore in tutto e per tutto misurabile, patrimoniale: di regola, del resto, la condanna all’ipsa res non è consentita. Diverso è il destino delle cose “invalutabili”: “ogni stima avrebbe coinciso con il loro riscatto, contrariamente al principio dell’imprescrittibilità del loro statuto di cose inappropriabili”; “così che la loro irriducibile ipseità era riconosciuta a quelle cose che, per fondare sé stessa, la città aveva isolato dal mondo e dalle procedure giuridiche del valore”.

La prefazione di Giorgio Agamben e il saggio di Michele Spanò – che fanno da contorno al testo – non dicono molto sulle peculiari virtù disciplinari di questo studio: la prima, infatti, consta di un omaggio riconoscente ad un maestro da parte di chi ne è stato illuminato in un determinato momento della sua vita; il secondo è un tentativo di esplodere la riflessione del romanista francese in un ambito dichiaratamente filosofico. Il punto, però, è che Il valore delle cose è un ottimo esempio di ricostruzione propriamente giuridica, tale da accreditare in modo del tutto naturale l’intuizione che il diritto si sia prodotto, almeno in Occidente, come strumento veramente originale di conoscenza e di trasformazione del reale. Le idee specifiche, o le piste, che il libro accende sono molte: sulla specialità dell’esperienza romana come fucina di una razionalità autonoma, che prescinde dall’esigenza di affrontare il singolo e attuale problema; sulla priorità storica e concettuale della fondazione di una sfera sacra come presupposto costitutivo del traffico giuridico; sulla strutturale comunicabilità tra questa sfera è tutto ciò che vi sembra essenzialmente estraneo; sulla possibilità, dunque, di costruire limiti, o confini, che hanno esplicitamente lo scopo di permettere l’edificazione di fenomeni culturali, sociali ed economici; sulle potenzialità non necessariamente antropocentriche della finzione giuridica; sull’importanza, nel diritto in generale, delle procedure attributive di significati quali essenziali vettori di regole e di istituti; sulla necessaria e ontologica strumentalità tra diritto sostanziale e diritto processuale; sulla relazione strettissima che sussiste tra istituzionalizzazione del fenomeno giuridico e costituzione della lingua. Di fronte alla riflessione di Thomas, infine, è anche forte la tentazione di cercare in essa alcune indicazioni per orientarsi nel complesso e confuso dibattito sui beni comuni. In proposito la sensazione è che la rigorosa prospettiva seguita in questo contributo sia in grado di rivelarci la grande lontananza che ancora si può misurare tra una discussione largamente animata da presupposizioni politiche, e contingenti, e il precipitato di una ricerca scientifica seria e destinata a restare tale anche per il futuro.

Recensioni (di Lorenzo Coccoli, di Massimiliano Guareschi)

Un estratto del libro

Il testo integrale in francese

Condividi:
© 2017 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha