Tra il 1076 e il 1077, nel momento più nevoso e freddo dell’inverno, Sant’Anselmo da Alberone viene chiamato a Canossa dalla contessa Matilde. È lei stessa ad andarlo a cercare sulla Pietra di Bismantova, dove l’eremita sta combattendo col Diavolo. Nel bel mezzo della lotta per le investiture, Matilde deve affidare ad Anselmo una missione per conto di Papa Gregorio VII, che proprio a Canossa sta aspettando l’arrivo dell’imperatore Enrico IV: si tratta di andare fino ad Aquileia, per convincere l’autorevole patriarca a prendere posizione a favore del Pontefice. Anselmo accetta e intraprende un lungo viaggio, che dall’Appennino reggiano lo spinge fino alle rive del Po, dove decide, assieme al misterioso mendicante Galaverna, di aggregarsi alla spedizione di Vitige, giovane re di Brescello. La carestia, infatti, obbliga il sovrano ad imbarcarsi e a solcare le pericolose e gelate acque della Padusia, alla ricerca di una misteriosa zucca gigante, capace di nutrire tutto il suo popolo. Comincia in questo modo un’avventura mirabolante, piena di incontri fantastici, di peripezie altrettanto straordinarie e di personaggi memorabili. Non sarà facile, dunque, il viaggio di Anselmo, che dovrà lottare con gli Uomini, con la Natura e con il Diavolo, e che, tuttavia, complice l’affetto per un bambino selvaggio, scoprirà il famoso tesoro del Bigatto e arriverà a destinazione.

Pederiali è veramente un autore da riscoprire, per tante ragioni. Sicuramente, innanzitutto, perché si dimostra maestro di un genere molto originale – un po’ storico, un po’ fantasy, un po’ tragicomico – che, come si suol dire, può piacere in egual misura “ai grandi e ai piccini”, e che ci restituisce l’immagine brancaleonesca di un Medioevo tanto fiero e avventuroso quanto oscuro, affamato e sgangherato. Non stupisce che proprio questo libro, edito per la prima volta nel 1980 da Rusconi, tradotto in più lingue e ora, nel 2017, meritoriamente riproposto da Kappalab, abbia avuto un grande successo, anche come lettura scolastica. C’è da dire, poi, e qui sta il secondo pregio, che la scrittura di Pederiali è chiara e pulita, ed efficace; e ciò senza perdere di una sua intrinseca e sottostante complessità, che costituisce, forse, il vero segreto di questo grande artigiano. La sua penna, infatti, sembra il terminale di una tradizione intera, quella padana, che ribolle in ogni pagina, come un buon lambrusco, e che nell’apparenza di parole ed espressioni precise e nitide colora la storia di immagini particolarmente evocative: di santi, di cavalieri, di signori nobili e crudeli, di castelli, di mostri, di maghi, di boschi misteriosi e di paludi assassine. È la sapienza dei luoghi e dei saperi popolari del Grande Fiume: un misto di cronaca antica e di racconto d’osteria, che non prova timore nell’esagerazione, perché la verità si può dire anche così, e che in Pederiali trova un onestissimo e fedele cantore.

Enrico IV a Canossa (da raistoria.rai.it)

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