Nei “Classici di Sociologia” Armando Editore ha pubblicato in traduzione italiana il testo di una relazione tenuta dall’autorevole studioso tedesco nel 1992 presso l’Università di Heidelberg. Spezzoni di quell’intervento si possono anche apprezzare dal vivo, in una registrazione tuttora disponibile on line. L’oggetto del saggio ruota attorno all’interrogativo posto nel titolo, che va inteso in questo senso: sono davvero indispensabili le norme giuridiche? La tesi di Luhmann è nota: il diritto è un sistema che si fonda sul regolare funzionamento della dicotomia legale / illegale che gli è presupposta; tale sistema implica, dunque, una “duplicazione della realtà”, che produce metafore volte a facilitare la trasformazione del problema da risolvere in una questione di validità; l’implementazione ordinaria di questo sistema passa per una gestione efficiente e inclusiva delle ipotesi eccezionali che sfuggono agli automatismi consentiti dalla previa posizione della classificazione; ciò accade, però, soltanto se, nella comunità di riferimento, alla posizione della norma corrisponde una serie riconosciuta di aspettative contro-fattuali. In questa prospettiva, la garanzia della tenuta di questa correlazione viene individuata in fattori esterni al diritto così inteso, con radicalizzazione dell’incertezza di fronte a casi difficili da risolvere, specialmente quando sono in gioco più valori potenzialmente confliggenti. Oltre a ciò, la difficoltà può aumentare in momenti (o meglio, nei contesti) in cui (come nella società globale) l’autonomia funzionale dei diversi sistemi di norme fatica ad imporsi, a causa di una rete complessa di interdipendenze. In proposito, Luhmann riconosce l’importanza strategica della teoria dei diritti soggettivi e, in particolare, dei diritti umani, il cui discorso aiuta a razionalizzare tutte le pericolose contingenze della non autosufficienza delle questioni di validità.

Pur radicata su di una programmatica asserzione di priorità epistemologica dell’approccio sociologico, la lettura del saggio è utilissima per ogni giurista, precisamente per due ragioni. Innanzitutto, Luhmann offre uno sguardo che è essenziale per comprendere le ragioni delle argomentazioni recenti sul cd. “diritto globale”, e così sul ruolo che a tale riguardo giocano l’interazione tra esperienze giuridiche diverse e l’interpretazione giudiziale di principi generali. In questo senso, il testo di Luhmann è anche valida premessa di ricostruzioni giuridiche peculiari (come quella di Gunther Teubner), non mancando di offrire una cornice teoretica al dibattito sui fenomeni gius-generativi cui darebbe luogo proprio la retorica sui diritti (altrove descritti in chiave storica o effettuale: v. Seyla Benhabib e, in Italia, Stefano Rodotà). Il punto più interessante, però, sta nel fatto che la rappresentazione condotta dal sociologo tedesco sconta la presunzione di una concezione del diritto un po’ datata, che non tiene in debito conto né l’estremo grado di sofisticazione che l’interpretazione costituzionale ha raggiunto nella seconda metà del Novecento, né l’altrettanto illuminante consapevolezza che il pensiero giuridico dello Stato di diritto ha maturato circa il carattere ricorsivo dell’ordinamento. Lungi dal costituire un fattore di debolezza o di incertezza, l’intrinseca apertura del sistema delle norme integra una delle risorse motrici dell’intera tradizione giuridica occidentale: sicché, a voler essere precisi, ciò che in Luhmann appare come una sorta di elusivo stratagemma (a scapito di un criterio universale ancora da individuare) deve considerarsi quale il metodo (finora) più effettivo per una giuridicizzazione capace di superare i confini storicamente e istituzionalmente più visibili di ogni singolo sistema di regole.

L’Introduzione al saggio (di Riccardo Prandini)

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