La pellicola è vecchia (è un film per la tv, del 1969, prodotto dalla Rai e antesignano della più moderna tipologia della fiction).

Forse, rispetto a quelle cui siamo abituati oggi, è pellicola addirittura vecchissima, ma è girata in luoghi che sono rimasti ancora gli stessi e che pretendono, così, di essere sempre rivissuti e “recuperati”.

In quanto tali, infatti, i luoghi sono gli immediati “attori” di questa come di tutte le pellicole di Olmi, poiché essi sono il tramite visibile e palpabile di “mondi” veri e propri (come la nebbia, onnipresente, dei “luoghi” in cui verrà ambientato Il mestiere delle armi). Non sono, cioè, scenari o quinte su cui raffigurare storie più o meno verosimili, ma sono essi stessi parte dell’azione e del valore che si vuole trasmettere, perché, sempre stando ad Olmi, c’è sempre un messaggio preciso da comunicare.

Qual è, dunque, il messaggio de I recuperanti? Partiamo dalle cose semplici.

La sceneggiatura è opera congiunta di Mario Rigoni Stern, di Tullio Kezich e del regista. La storia è essenziale, quasi “minimalista”, assecondata, in ciò, da una ripresa nuda e cruda, senza uso di alcuno stratagemma.

Il protagonista, Gianni, interpretato da Andreino Carli (nella realtà un semplice agente di commercio), torna a casa dopo la guerra, la seconda, e ritrova, finalmente, l’Altopiano di Asiago e il suo paese, la sua famiglia e la sua donna, Elsa (Alessandra Micheletto). La vita può ricominciare, ma la povertà costringe tutti a scelte difficili. Come fare a sposarsi? Come trovare un lavoro? Si deve forse emigrare, come fanno tanti? Come costruire il proprio futuro nel luogo in cui si è tanto desiderato tornare?

Gianni vuole avere questo futuro e decide di imparare il mestiere del vecchio Du (impersonato da Antonio Lunardi, reclutato in osteria), figura istrionica di recuperante ubriaco, una sorta di rabdomante dei cimeli bellici del primo conflitto, che proprio su quelle montagne ha lasciato tracce ancora profonde. Questo è stato, del resto, un mestiere diffuso per molti anni in tutto l’Altopiano di Asiago; una necessità, di fatto, per molte persone.

L’impresa, a prima vista, sembra ottima e redditizia, e Gianni prova a modernizzare il lavoro del suo nuovo socio Du con l’uso di un metal detector, anch’esso un residuato, ma di una guerra, quella da poco finita, che è ancora troppo presente. Le bombe, i proiettili, il metallo disseminati nelle trincee o nei forti possono essere venduti a buon prezzo. Ma i pericoli sono davvero troppi. Ripartire da zero, allora, è la soluzione anche per Mario, e lavorare come manovale, abbandonare i sogni di un benessere rapido, rappresenta la chance per costruire, sempre nell’amato Altopiano, la propria famiglia.

E il messaggio? Ci sembra di poter dire, a questo punto, che il messaggio è duplice.

Il primo, quello più facilmente afferrabile, proviene dalla storia che il film racconta, nella sua estrema linearità: la continuazione, che è sempre un nuovo inizio, della vita esige un senso di ritrovata e rinnovata umiltà, e rispecchia una naturale legge di concretezza.

Il secondo messaggio, quello di cui è il portavoce, a ben vedere, il vecchio Du, in forma di aedo tanto sgraziato quanto autentico, proviene dai luoghi, dai teatri di guerra, dall’Altopiano ferito, e ci parla con i magic tricks di un uomo-folletto che ha i tipici tratti della creatura del bosco: la memoria ha comunque bisogno di recuperanti che la facciano riemergere, perché anche il suo oggetto, la guerra, non è mai finito o limitato, è destinato a ripetersi, ancora, in tutte le cose della vita.

Qual è, però, il nesso tra i due messaggi? Forse il primo è incompatibile con il secondo? O forse il secondo è il metro per valutare la bontà storica del primo? Il dubbio resta sospeso, e questo “attrito” è la sensazione che resta ben fissa al termine della visione.

Il film on line!

Intervista ad Andreino Carli

E oggi? Per “recuperare” memoria serve il… patentino! La recente, e discussa, legge della Regione Veneto

 

Condividi:
 

Il 23 agosto 1990 ho avuto la fortuna di incontrare Mario Rigoni Stern, velocemente, alla presentazione di un suo libro.

Ero reduce dalla lettura di Storia di Tönle, forse il suo romanzo più bello, e alla fine dell’incontro mi sono avvicinato a lui e gli ho avanzato la più classica delle richieste, una dedica. “A Fulvio, cimbro dell’Altopiano, con amicizia”… Nonostante la banalità della cosa, conservo ancora gelosamente quel volume. Ora mi accorgo che la grafia scattosa di quell’autografo è una delle migliori immagini che io conosca, oggi, per rappresentare in modo così efficace i profili delle montagne.

Il segreto di Rigoni Stern, in effetti, è l’essere “montagna”. Esteriormente, in primo luogo, come una specie particolare di medium per afferrare tutto ciò che di semplice e di maestoso la vita ha da offrirci. Ma anche interiormente, come altezza e nobiltà dello spirito, nel senso di un’innata capacità a percepire la comunanza, la solidarietà e la proporzione cui dovrebbe indurci la consapevolezza della nostra umanità.

Quando si è tra l’autunno e l’inverno, allora, è la stagione migliore per rileggere Il bosco degli urogalli, il secondo libro di Rigoni Stern, quello che ha composto nel 1962, raccogliendo alcuni racconti, dopo Il sergente nella neve. È stato il mio primo libro di Rigoni Stern, la chiave della scoperta.

In questo libro c’è tutto: la caccia, la bellezza della natura, l’amicizia, la guerra, i ricordi. Soprattutto, sempre, la montagna. C’è il senso di un andamento ciclico ed eterno, con un inizio, insperabilmente nuovo, e con una fine, anch’essa nuova, perché destinata comunque a riprodursi (il primo racconto, Di là c’è la Carnia, e l’ultimo, Chiusura di caccia). Ci sono immagini che si potrebbero ripetere, quasi mimare, in continuazione e con compiacimento, davanti al fuoco, o dopo una passeggiata sulla neve (La vigilia della caccia; Oltre i prati, tra la neve; Dentro il bosco). Ci sono frasi e parole genuine, pulite, così come lo sono le storie che vengono narrate, ci parlino di incontri improvvisi e sorprendenti (Incontro in Polonia) o ci dicano di due cani (Alba e Franco) o ci insegnino, letteralmente, “sentimenti” ed “esperienze” reali ma assoluti (Una lettera dall’Australia; Vecchia America; A caccia con l’Australiano).

Sembrerà un’associazione di idee completamente strana, ma ho sempre pensato che questa pulizia sia la stessa che Peter O’ Toole, nei panni di Lawrence d’Arabia, attribuisce al deserto, nel bellissimo e lunghissimo film di David Lean. In questa prospettiva, probabilmente, il racconto Esame di concorso non è un corpo estraneo; è la testimonianza, un po’ desolata, di una frattura, della distanza che purtroppo esiste tra la pulizia delle cose e le cose della vita pubblica.

Per certi versi, quindi, Il bosco degli urogalli ci offre la grammatica di una pulizia “estrema”, tanto essenziale quanto diretta e primigenia; ci indica la necessità di non accontentarci delle sole soddisfazioni dell’intelligenza e della fantasia, ma di riconoscere, nella perizia dei gesti più antichi e delle azioni più tradizionali, innate regole di equilibrio (Le volpi sotto le stelle).

Come gli aborigeni, anche noi abbiamo le “vie dei canti”: ma non dobbiamo pensare di dover leggere Chatwin e di immaginarle; ci basta leggere Rigoni Stern. Di cosa, ancora, abbiamo realmente bisogno?

La voce di Mario Rigoni Stern

Condividi:
© 2018 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha