Grazie alla segnalazione di un vulcanico collega, approdo alla newsletter settimanale (Il Rosso e il Nero) che Alessandro Fugnoli pubblica sulla home page di Kairos, società che si occupa da anni di gestione del risparmio e che, in tale settore, svolge senz’altro un ruolo di leader ormai riconosciuto. La scoperta è piacevolmente sorprendente, come lo potrebbe essere quella di un cocktail frizzante e corroborante, o di un canale radiofonico cui sintonizzarsi per godere in ogni momento di rapide ma continue improvvisazioni jazzistiche.

Fugnoli, infatti, somministra pillole di economia e di analisi strategica mediante brillanti ed incisive incursioni nella filosofia, nella storia, nell’arte e nella letteratura: e così rende affascinante ed umano ciò che talvolta tendiamo a percepire erroneamente soltanto in modo asettico, freddo e distante. Soprattutto, ci aiuta a ricordare – a suo modo seguendo le orme di Carlo M. Cipolla – che in economia i modelli astratti non sono sempre vincenti e che un valore determinante lo può giocare la corretta valutazione delle esperienze, presenti e soprattutto passate, e un’attenta e smaliziata previsione dei comportamenti individuali e collettivi.

Le domande che nella newsletter potrebbero trovare una risposta sono tantissime. Ad esempio: è possibile comprendere il senso e i limiti del regime europeo di volontaria austerità economica muovendo da Savonarola e Robespierre? Perché magnati russi e cinesi investono in divise che rendono meno di quelle nazionali? Che cosa c’entra il Katéchon con l’euro? Perché per orientarsi nel complesso mondo degli investimenti può essere utile leggere Dino Buzzati? Questi sono soltanto alcuni degli innumerevoli percorsi che può suggerire la lettura de Il Rosso e il Nero e dei suoi densi archivi, che sono raccolti e resi disponibili sin dai numeri del 2010, e che, data la loro freschezza espositiva, paiono indenni dal naturale rischio di scadenza cui possono incorrere i temi e gli eventi fatti oggetto di attenzione. Che altro dire… È davvero un appuntamento da non perdere!

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Uno degli economisti italiani più noti e impegnati inaugura una nuova serie de il Mulino dedicata ad una interessante collaborazione tra questo editore e lavoce.info. Lo fa, nella specie, affrontando i mali del calcio italiano, in un’intervista che prende spunto dai tanti scandali degli ultimi anni (da Calciopoli alla recentissima vicenda, ancora pendente, delle scommesse) e che cerca di isolare i fattori che in Italia rischiano di inquinare sistematicamente, se non esaurire, le grandi risorse e le insospettabili potenzialità di questo sport.

La dimensione del libro (103 pp. in un formato più che tascabile) lo renderebbe particolarmente appetibile proprio per l’assolata giornata che sta per culminare in Italia-Spagna, attesissima finale degli Europei 2012, se non altro perché, al termine di riflessioni poco confortanti sul pianeta-calcio, c’è sempre la speranza di rinfrancarsi e di emozionarsi di fronte all’incontrollabile magia del gioco. Il fatto è, però, che la rassegna dei problemi / “vizi” analizzati da Boeri non ci rivela alcunché di particolarmente originale.

Da molto tempo, ormai, si discute, quanto al calcio italiano, della cronica incapacità di scoprire e lanciare nuovi e giovani talenti, o del patologico intreccio tra potere mediatico, disciplina dei diritti televisivi e scarsa solidità patrimoniale delle società sportive, o, ancora, del complesso reticolo che, anche nel “governo del pallone”, agevola e protegge conflitti di interessi e fenomeni più o meno macroscopici di “cattura” di quei soggetti istituzionali che, viceversa, dovrebbero essere il più indipendenti possibile. Non meno sperimentati sono i rilievi critici all’ampiezza della “forbice” che separa le grandi star dai giocatori delle serie minori. Analogamente, è da tantissimo tempo che si ragiona su quale possa essere il modo per rendere più sereni e “incorruttibili” gli esponenti della classe arbitrale, le cui aspirazioni di carriera – e di guadagno – sono sempre state il terreno di ogni possibile speculazione e di ogni relativo “scandalo” (estivo o meno). Certo, a quest’ultimo riguardo, ed anche per chi non consulta sempre l’home page di lavoce.info, il ragionamento di Boeri fornisce notizia di una bella ricerca empirica, che non può che suffragare ulteriormente le lamentazioni, spesso solo “sentimentali”, di appassionati e osservatori.

Ad ogni modo, la poca originalità del volume fa riflettere: in primo luogo, sulla circostanza che, forse, bene avrebbe fatto, lo stesso Boeri, a “non” parlare solo di calcio e, anzi, a saggiare le sue brillanti capacità analitiche proprio nella “metafora” cui dice espressamente di voler sfuggire, quella, cioè, tra i problemi del calcio italiano e i problemi del Paese; in secondo luogo, sulla questione, di ben maggiore portata, se l’apporto degli economisti ai dibattiti più cruciali e più sentiti dall’opinione pubblica debba concentrarsi, principalmente, non tanto sull’applicazione divulgativa del “metodo” che ne caratterizza l’expertise, quanto, piuttosto, sulla divulgazione “sostanziale” di dati, documenti, ricerche, studi e valutazioni che la loro scienza gli mette quotidianamente a disposizione (in altri termini: dobbiamo tutti “armarci” di una “tecnica” specifica e diventare, nel nostro piccolo, “economisti in provetta? O dobbiamo, meglio, conoscere effettivamente quali sono i risultati che lo studio dell’economia ci consegna e che ci permetterebbe di avere basi conoscitive ed istruttorie migliori per comprendere la realtà e per pensare, anche con l’aiuto di altre considerazioni, a qualche idea?). D’altra parte, i passaggi migliori di questo testo sono, guarda caso, quelli in cui si riferisce di indagini che non sono già disponibili al normale lettore delle pagine sportive dei principali giornali e che ne possono ampliare la “consapevolezza”, oppure quelli in cui si avanza qualche proposta operativa (come quella relativa ad una più netta “responsabilizzazione” dei dirigenti delle società).

Se c’è un aspetto, comunque, sul quale Boeri merita è un plauso è che ci ricorda che il calcio è una cosa maledettamente seria. Che cosa si può leggere, dunque, di serio, prima della partitissima? Ritrovo uno spunto di grande saggezza – quasi à la Montesquieu – in un classico pezzo dell’eterno Gianni Brera (Il più bel gioco del mondo, nel libro che porta lo stesso titolo e che raccoglie alcuni dei migliori articoli del grande giornalista, morto nel 1992: Milano, 2007, 409-410): “Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e da interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico. Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe; quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo”.

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