Nel bel mezzo di una conferenza, un accademico, autorevole traduttore di Shakespeare, ha un momento di défaillance: la vista gli si oscura completamente. Il fenomeno lo ha preso alla sprovvista, lo smarrisce. Si ripete anche durante una lezione, nella quale ha l’impressione che i suoi studenti, apparentemente impegnati a discutere della propria, personale, percezione del Re Lear e del suo significato, si confrontino in realtà su di lui e sulla sua sorprendente caduta, ormai conclamata e inarrestabile. Nulla sembra più come prima, tutto risulta impossibile, anche le cose più minime. La routine quotidiana è improvvisamente cancellata. È una crisi vera, nera. C’è da chiedere aiuto alle persone più profonde: ad un amico prete, ad un amico fotografo, al nonno apparso in uno strano sogno. Il messaggio sembra chiaro: bisogna riscoprirsi, ritrovare se stessi, riconoscere le radici. O ripercorrere la mappa della città, cercare di trovare la bussola nei tracciati della geografia più prossima, da discutere ed esplorare con l’aiuto della famiglia. Ma tutto resta inesorabilmente difficile, e l’oscurità, lungi dallo sciogliersi, si trasforma in sogni grotteschi, accusatori, schiaccianti e angoscianti. La paura, addirittura, sembra materializzare anche una fine violenta, tragica, inattesa, inconcepibile. Poi c’è una voce, forse quella più scontata, quella più naturale: l’imperativo è rialzarsi, partendo dal piccolo ecosistema della casa, delle storie più intime e piccole. E con fatica, forse, la gamba si solleva dal suolo…

Questo breve romanzo è la cronaca di un deragliamento. Ma non si tratta di un incidente che può accadere a chiunque. Si potrebbe dire che, per perdere effettivamente la bussola, occorre esserne particolarmente dotati, averne coscienza, utilizzarla abilmente come proprio normale strumento, di lavoro e di vita, essersi affidati ad essa come a un riferimento indispensabile. Nessuno meglio di uno studioso può rischiare di farne reale esperienza: non tanto per la pesantezza specifica del senso della perdita, quanto per la crisi del presupposto di sicurezza estrema che la genera e che ne prepara tutta la gravità. È questo l’imputato, il grande drago, il mago che può guidare la sua vittima all’anticamera di un fatale abbandono paranoico. Il Prof. del racconto – che il protagonista sia un universitario è scelta più che azzeccata – tenta di guarire in modi diversi, e i suoi primi approcci sono forse un po’ ingenui, perché tradiscono una fiducia eccessiva, la volontà di conquistare nuovamente la certezza dei giorni migliori. Volendo scegliere una colonna sonora di questa prima fase terapeutica, con il Battiato de Il mantello e la spiga non si sbaglierebbe di molto. Ma “lascia tutto e seguiti” non è una soluzione così facilmente afferrabile, può essere, per l’appunto, una reazione velleitaria e presuntuosa. Occorre maggiore realismo, e proprio questo è il cuore di Atlas, che da racconto introspettivo, psicologico, si spoglia anche delle intenzioni del romanzo filosofico, per trasformarsi in una operetta morale dei nostri giorni. Atlas invita la nostra testa a ricordarci che da sola non ci può mai aiutare fino in fondo e che i deragliamenti, quindi, non si superano con il ritrovamento di una stella polare, ma si elaborano e si fronteggiano con la pazienza e l’esperienza, domestiche e affettive. Perché le ferite esistono, sono del tutto naturali e talvolta salvifiche, specialmente se si decide di lasciarle un po’ aperte e di far parlare il proprio patrimonio più intimo. La lettura di Atlas potrebbe turbare molti amici – molti colleghi – per i quali il libro potrebbe sortire lo stesso effetto che per Canetti ebbe la lettura del terribile memoriale di Schreber: ci si potrebbe rispecchiare, in tutto o in parte. Eppure sarebbe veramente positivo che tale turbamento si annidasse, anche solo per un attimo, nelle certezze di ciascuno.

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