Come ogni anno, Recami arriva puntuale nel momento del riposo e dello svago. Questa volta l’Amedeo Consonni – un po’ pensionato, un po’ appassionato di cronaca nera; ma son cose che ormai si sanno – viene coinvolto in un caso stranissimo: c’è un delitto di mezzo, e qualcuno ha cercato di incastrarlo, riuscendo addirittura a fotografarlo con l’arma del delitto insanguinata tra le mani. E così è subito fuga, con travestimenti annessi; ed è anche indagine serrata a Milano e dintorni, tra appartamenti studenteschi, centri sociali, B&B, alberghetti… Nel frattempo, tutto il suo condominio – l’ormai famosa “casa di ringhiera” – è scosso: dalla scomparsa dell’Amedeo, certo, ma anche dalle strane manovre di due nuovi proprietari, due architetti radical chic che fanno di tutto per non nascondere le loro mire “espansionistiche” su tutti gli immobili dello stabile. Come sempre, la Mattioli, la compagna del Consonni, non ci sta, anche se questa volta proprio non riesce a capire che cosa sia accaduto al suo Amedeo. Non lo capisce nessuno, in verità: non lo comprende la figlia Caterina, non lo sa il vispo nipotino Enrico, non lo immagina neppure quella pettegola della Mattei-Ferri. Sa qualcosa il vecchio Luis, ma deve tacere; e in fondo quello che sa glielo ha detto proprio il Consonni, che, come si chiarirà nel concitato finale, non aveva capito niente neppure lui.

Il ciclo della “casa di ringhiera” è sempre divertente. Importa poco pensare che una penna d’eccezione si misuri ripetutamente in quello che ha tutti i crismi, ormai, di un successo di cassetta: anche per questo genere di cose ci vogliono continuità e grazia; e sono, entrambe, doti che solo un ottimo scrittore può governare. Questa volta Recami si prende un po’ in giro, ingannando i suoi personaggi e canzonando anche il genere giallo e gli stereotipi che lo animano, che in definitiva sono quelli, tanti, che si nascondono dormienti nel qualunquismo dell’appassionato medio, e specialmente dell’amante dell’intrigo. Durante il racconto, si pensa subito all’immarcescibile tenuta della “commedia degli equivoci”, come schema che non tradisce mai, anche quando viene utilizzato per rovesciare in un nulla di fatto lo stratagemma scenico della riunione finale a la Hercule Poirot. Ma la mente corre anche all’auspicio che di questi episodi così ben (e facilmente) scritti – e pubblicati tutti da Sellerio – si realizzi una bella riduzione cinematografica, magari con Catherine Frot e André Dussollier nei panni, rispettivamente, della Mattioli e del Consonni. La coppia semiseria di Due per un delitto è garanzia di ironia e “movimento” anche sul grande schermo; a patto che Luis De Angelis sia interpretato da un improbabile Nino Frassica (o viceversa da un azzeccatissimo Niels Arestrup) e Caterina Consonni da una altrettanto impropria (ma deliziosamente irritante) Alba Rohrwacher. La paella di mezza estate, allora, sarebbe veramente servita e la grassa risata assicurata.

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