Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.

PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.

A colloquio con l’Autore

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