Questo libro merita un gioco.

Prendete il miglior Philip Marlowe del miglior Chandler, cose da Il grande sonno o da Il lungo addio, e poi pensate che questo detective, sfrontato ma ironico, non abbia la licenza, perché per un nero è difficile ottenerla, soprattutto nella Los Angeles degli anni ’60, delle tensioni razziali e delle prime sanguinose rivolte metropolitane. Infine, pensate che questo investigatore, di nome Ezekiel “Easy” Rawlins, giri per la città con la lampada di Diogene, ma protetto, questa volta, non da una botte, bensì da un innato senso degli affetti e delle sensazioni più forti e pure.

Ecco, questo è il protagonista di Little Scarlet.

Lei, Nola, alias “Little Scarlet”, è morta, picchiata e poi assassinata con una calibro 22. La rivolta ha infiammato le vie di L.A. La polizia sospetta che sia stato un bianco: troppo delicato aprire un’indagine ufficiale; l’incarico, quindi, tocca fatalmente al nostro eroe.

Il dubbio da sciogliere, però, è di ben più ampia natura: qual è il confine tra i bianchi e i neri? “Easy” si muove su questa linea, e con un’audacia che è pari soltanto ad un singolare senso morale, che si nutre della voglia di riscatto della sua gente e che si radica nelle energie segrete ed insondabili di una cultura dichiaratamente meticcia.

La soluzione del giallo arriva facilmente, forse troppo presto, ma con la stessa nonchalance con cui questo adorabile investigatore mescola durezza e human touch. La spiegazione dell’accaduto è sorprendente e si muove sempre sullo stesso e scivoloso confine, e ci conduce tutti, tragicamente, nell’abisso in cui è stato trascinato anche il colpevole.

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Volevo mettermi a leggere il primo econoir italiano, pubblicato già nel 1976. Avevo voglia di accostarmi, ancora una volta, ad un libro di Loriano Macchiavelli, che ci ha consegnato l’ineffabile figura del questurino Antonio Sarti e che ci ha lasciato, con Strage, un fortunato anticipo di New Epic Literature. Ero curioso di cominciare a capire come uno dei più interessanti scrittori italiani aveva affrontato, prima di altri, i temi onnipresenti della distruzione industriale del paesaggio e i difficili dilemmi che oppongono, paradossalmente, la questione del lavoro con la questione dell’ambiente. E, nonostante ciò, mi sono sbagliato, e mi sono accorto che Sequenze di memoria è molto, davvero molto, di più.

“Ricotta” torna al suo paese, da grande, con il suo ridicolo soprannome, quello dei giochi con gli altri ragazzi, quello di una sua proverbiale debolezza, che, lo intuiamo subito, non può che destinarlo ad un fallimento totale. Non sa perché, ma torna con tante cose, due valigie piene. Eppure l’intenzione è fermarsi poco tempo, giusto il necessario, per apprendere che il suo amico Gianni, prima di morire, ha lasciato un biglietto con il suo indirizzo.

Perché Gianni è morto? Perché, prima di morire in quello che appare come un tragico incidente, ha tentato di cercare proprio lui? Si è suicidato, come tutti sembrano credere? Oppure è stato ucciso? È risaputo che Gianni non voleva che il paese morisse a causa della fabbrica biochimica… Pare che fosse addirittura diventato “matto”… Gianni sapeva qualcosa…

Allora “Ricotta” decide di stabilirsi per un po’, indaga, si innamora, riscopre vecchie amicizie, rivive il suo passato, di quando si era allontanato, di quando, ancor prima, aveva vissuto, con il suo paese – che non ha mai nome e che forse è il paese di tanti italiani – gli ultimi giorni dell’occupazione nazista e i drammatici e sanguinosi eventi che anche lì, sulle colline, le colonne militari si erano lasciati alle spalle.

Dove sta la verità? Nelle losche macchinazioni di autorità e privati interessati al solo profitto e privi di qualsiasi senso civico? Il finale è davvero impensabile e affonda le sue ragioni in una sorta di dura coscienza sull’origine di ogni male e sul tarlo, odioso e pesante, egoista, che continua a tormentare la vita e la crescita di molti, e che impedisce la maturazione di un’autentica coscienza pubblica.

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