Il 27 gennaio si è celebrato il Giorno della Memoria. Poco più di una settimana fa. Giusto il tempo di leggere questa breve, ma intensa, riflessione di Donatella Di Cesare, e cercare di capire, effettivamente, come sia possibile, oggi, ammettere il negazionismo, la posizione assurda, cioè, di chi sostiene, pur a fronte di riscontri, documenti, opinioni storiografiche ormai verificate e consolidate, che le camere a gas non sono mai esistite, che l’Olocausto è un enorme bluff, che vi sarebbero, anzi, le “prove”, anche tecniche, della sua inesistenza.

L’Autrice è molto netta: il negazionismo non si può giustificare; non c’è libertà d’opinione o di espressione che possa salvarlo; i metodi, il linguaggio, la strategia comunicativa dei negazionisti sono la continuazione / perpetuazione dei metodi, del linguaggio, della strategia comunicativa della diabolica programmazione dello sterminio consumatosi con la Shoah. Spiega Donatella Di Cesare: “Il negazionismo non è un ornamento della cultura contemporanea. Non è un’opinione come un’altra. Piuttosto è la soppressione delle condizioni per un confronto. È un’attività fantasmatica, non una ricerca intellettuale. E come tale si esercita in una vuota, spettrale, funerea negazione, non per questo meno temibile” (p. 68).

La lettura è appassionante, poiché, pur nella sintesi, si ha sia una panoramica pressoché completa delle tipologie e dei casi più noti di negazionismo, sia un’analisi puntuale del fenomeno, nelle sue implicazioni filosofiche (ermeneutiche), ma anche nelle sue conseguenze sociali (tanto culturali, quanto istituzionali). E si comprende davvero come, di fronte ad esso, anche i morti “non siano al sicuro”, e di come, quindi, sia necessaria una riflessione pubblica sul valore del ricordo, al di là di ogni riconoscimento retorico o di ogni approfondimento puramente storico.

Al lettore “giurista”, nonostante ciò, restano sempre alcuni dubbi: questa riflessione deve per forza tradursi in un processo di criminalizzazione? La previsione di una sanzione penale per i negazionisti (come avviene in Francia) è davvero una soluzione proporzionale ed efficace? Non serve forse rendere più solida la cultura costituzionale dei diritti e delle libertà individuali, anche mediante il ricorso ad una politica della memoria che non sia soltanto celebrativa?

Una riflessione su genocidio, negazionismo e memoria (a partire dal caso armeno)

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La pellicola è vecchia (è un film per la tv, del 1969, prodotto dalla Rai e antesignano della più moderna tipologia della fiction).

Forse, rispetto a quelle cui siamo abituati oggi, è pellicola addirittura vecchissima, ma è girata in luoghi che sono rimasti ancora gli stessi e che pretendono, così, di essere sempre rivissuti e “recuperati”.

In quanto tali, infatti, i luoghi sono gli immediati “attori” di questa come di tutte le pellicole di Olmi, poiché essi sono il tramite visibile e palpabile di “mondi” veri e propri (come la nebbia, onnipresente, dei “luoghi” in cui verrà ambientato Il mestiere delle armi). Non sono, cioè, scenari o quinte su cui raffigurare storie più o meno verosimili, ma sono essi stessi parte dell’azione e del valore che si vuole trasmettere, perché, sempre stando ad Olmi, c’è sempre un messaggio preciso da comunicare.

Qual è, dunque, il messaggio de I recuperanti? Partiamo dalle cose semplici.

La sceneggiatura è opera congiunta di Mario Rigoni Stern, di Tullio Kezich e del regista. La storia è essenziale, quasi “minimalista”, assecondata, in ciò, da una ripresa nuda e cruda, senza uso di alcuno stratagemma.

Il protagonista, Gianni, interpretato da Andreino Carli (nella realtà un semplice agente di commercio), torna a casa dopo la guerra, la seconda, e ritrova, finalmente, l’Altopiano di Asiago e il suo paese, la sua famiglia e la sua donna, Elsa (Alessandra Micheletto). La vita può ricominciare, ma la povertà costringe tutti a scelte difficili. Come fare a sposarsi? Come trovare un lavoro? Si deve forse emigrare, come fanno tanti? Come costruire il proprio futuro nel luogo in cui si è tanto desiderato tornare?

Gianni vuole avere questo futuro e decide di imparare il mestiere del vecchio Du (impersonato da Antonio Lunardi, reclutato in osteria), figura istrionica di recuperante ubriaco, una sorta di rabdomante dei cimeli bellici del primo conflitto, che proprio su quelle montagne ha lasciato tracce ancora profonde. Questo è stato, del resto, un mestiere diffuso per molti anni in tutto l’Altopiano di Asiago; una necessità, di fatto, per molte persone.

L’impresa, a prima vista, sembra ottima e redditizia, e Gianni prova a modernizzare il lavoro del suo nuovo socio Du con l’uso di un metal detector, anch’esso un residuato, ma di una guerra, quella da poco finita, che è ancora troppo presente. Le bombe, i proiettili, il metallo disseminati nelle trincee o nei forti possono essere venduti a buon prezzo. Ma i pericoli sono davvero troppi. Ripartire da zero, allora, è la soluzione anche per Mario, e lavorare come manovale, abbandonare i sogni di un benessere rapido, rappresenta la chance per costruire, sempre nell’amato Altopiano, la propria famiglia.

E il messaggio? Ci sembra di poter dire, a questo punto, che il messaggio è duplice.

Il primo, quello più facilmente afferrabile, proviene dalla storia che il film racconta, nella sua estrema linearità: la continuazione, che è sempre un nuovo inizio, della vita esige un senso di ritrovata e rinnovata umiltà, e rispecchia una naturale legge di concretezza.

Il secondo messaggio, quello di cui è il portavoce, a ben vedere, il vecchio Du, in forma di aedo tanto sgraziato quanto autentico, proviene dai luoghi, dai teatri di guerra, dall’Altopiano ferito, e ci parla con i magic tricks di un uomo-folletto che ha i tipici tratti della creatura del bosco: la memoria ha comunque bisogno di recuperanti che la facciano riemergere, perché anche il suo oggetto, la guerra, non è mai finito o limitato, è destinato a ripetersi, ancora, in tutte le cose della vita.

Qual è, però, il nesso tra i due messaggi? Forse il primo è incompatibile con il secondo? O forse il secondo è il metro per valutare la bontà storica del primo? Il dubbio resta sospeso, e questo “attrito” è la sensazione che resta ben fissa al termine della visione.

Il film on line!

Intervista ad Andreino Carli

E oggi? Per “recuperare” memoria serve il… patentino! La recente, e discussa, legge della Regione Veneto

 

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Volevo mettermi a leggere il primo econoir italiano, pubblicato già nel 1976. Avevo voglia di accostarmi, ancora una volta, ad un libro di Loriano Macchiavelli, che ci ha consegnato l’ineffabile figura del questurino Antonio Sarti e che ci ha lasciato, con Strage, un fortunato anticipo di New Epic Literature. Ero curioso di cominciare a capire come uno dei più interessanti scrittori italiani aveva affrontato, prima di altri, i temi onnipresenti della distruzione industriale del paesaggio e i difficili dilemmi che oppongono, paradossalmente, la questione del lavoro con la questione dell’ambiente. E, nonostante ciò, mi sono sbagliato, e mi sono accorto che Sequenze di memoria è molto, davvero molto, di più.

“Ricotta” torna al suo paese, da grande, con il suo ridicolo soprannome, quello dei giochi con gli altri ragazzi, quello di una sua proverbiale debolezza, che, lo intuiamo subito, non può che destinarlo ad un fallimento totale. Non sa perché, ma torna con tante cose, due valigie piene. Eppure l’intenzione è fermarsi poco tempo, giusto il necessario, per apprendere che il suo amico Gianni, prima di morire, ha lasciato un biglietto con il suo indirizzo.

Perché Gianni è morto? Perché, prima di morire in quello che appare come un tragico incidente, ha tentato di cercare proprio lui? Si è suicidato, come tutti sembrano credere? Oppure è stato ucciso? È risaputo che Gianni non voleva che il paese morisse a causa della fabbrica biochimica… Pare che fosse addirittura diventato “matto”… Gianni sapeva qualcosa…

Allora “Ricotta” decide di stabilirsi per un po’, indaga, si innamora, riscopre vecchie amicizie, rivive il suo passato, di quando si era allontanato, di quando, ancor prima, aveva vissuto, con il suo paese – che non ha mai nome e che forse è il paese di tanti italiani – gli ultimi giorni dell’occupazione nazista e i drammatici e sanguinosi eventi che anche lì, sulle colline, le colonne militari si erano lasciati alle spalle.

Dove sta la verità? Nelle losche macchinazioni di autorità e privati interessati al solo profitto e privi di qualsiasi senso civico? Il finale è davvero impensabile e affonda le sue ragioni in una sorta di dura coscienza sull’origine di ogni male e sul tarlo, odioso e pesante, egoista, che continua a tormentare la vita e la crescita di molti, e che impedisce la maturazione di un’autentica coscienza pubblica.

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