La migliore spiegazione dell’atmosfera in cui si muovono i 91 epigrammi di questo raffinato interprete ci viene fornita dallo stesso autore, alla fine del volume: “Due i temi principali: l’insofferenza verso certi «ritornelli» modernisti, e il tema, caro ai malinconici, del desiderio inappagato/inappagabile, della nostalgia che ammala, anche nella forma, sottile, della nostalgia del desiderio: l’acedia dei medievali” (p. 113).

Non è solo l’atmosfera, tuttavia, ad essere chiara; anche l’intenzione lo è. In questo caso, sono le belle parole di Eraldo Affinati, nella sua prefazione, a riuscire calzanti, dal momento che è vero che per Furgeri riflettere sull’acedia significa coltivare “un sentimento antagonista rispetto a quello novecentesco” e farsi quindi alfiere della “letizia” (p. 7). Il dato interessante è che questa specie di fiera tenzone poetica non si nutre di facili ottimismi, ma assume le forme asciutte e rigorose di uno stile conciso, che esalta un’ironia altrettanto sottile e sofisticata, l’arma migliore per decostruire le tentazioni dello spleen quotidiano.

Lo stimolo, ad ogni modo, è di andare anche oltre l’ironia. In queste poesie c’è anche uno scudo di sereno realismo, indossato da un combattente (Furgeri stesso) perfettamente consapevole del fatto che, nella lotta con la vita, spesso è solo questione di spostare l’equilibrio, di assumere una postura corretta, di ricordarsi sempre, molto banalmente, che occorre accorgersi del bicchiere mezzo pieno. Sono fantastici, in questo senso, i due pezzi 0,1 (Angoscia e numeri decimali) e 0,1 (Sollievo e numeri decimali), posti l’uno di seguito all’altro (pp. 61 e 62): per un verso, Dal nulla / ci separa / una virgola; eppure, contemporaneamente, e lapalissianamente, Dal nulla / pur ci separa / una virgola. E quel “pur” è veramente un fattore discriminante! Coglierlo – ecco quello che ci sembra il fulcro dell’intera raccolta – non dipende da Parsifal; non dobbiamo attendere, come re Artù, l’eroe-cavaliere, per bere dal Santo Graal e per guarire dalla malattia che ci stringe d’assedio e che mette a rischio le sorti del nostro regno. Forse, la malattia, così come la cura, è dentro di noi: del resto, il mito di Parsifal proprio questo ci spiega. E tra la tentazione di cadere senza alcuna possibilità di rialzarsi e la possibilità di scoprirsi improvvisamente immuni anche dalla forza di gravità si può tranquillamente scegliere la seconda opzione, fidandosi di un’illuminazione improvvisa: la fonte del miracolo, in modo tanto inattendibile quanto felice, ci sorprenderà a balzi sulle acque, come i sassi (p. 110).

 

Inventario

Questo solo stanca:

inutilmente domandarsi

che cosa manca.

 

Numeri decimali periodici

Così è anche per noi:

non siamo interi mai.

 

Invito dell’arciere ad una maggiore

tolleranza (verso se stesso)

Perché biasimare chi fallisce

Il proprio bersaglio?

Ha pur avuto l’audacia di mirarlo.

Mirandolo, lo ha tolto dall’ombra.

Egli stesso anzi è uscito allo scoperto.

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