Aureo libretto, direbbe qualcuno, forse anche a conferma (o a discolpa?) del fatto che, Per 2 Sole Poesie, si può pensare di spendere legittimamente La Bellezza di 3 Euro e di provare contemporaneamente la sensazione, come si suol dire, di aver fatto ciò nonostante un affare. Le Edizioni Nottetempo, d’altra parte, tradiscono raramente, e quest’ultima occasione non smentisce la regolarità di una soddisfazione sempre puntuale. La patria e L’angelo labiale, infatti, sono due piccoli capolavori, due veri sassi, come sempre promette la collana cui appartiene anche questo volumetto, due colpi precisi e destinati ad andare a segno veloci.

Che cosa sia la patria, questo è l’oggetto della prima lirica. La risposta è una poesia pulita e di sapienza, con un tono di ricerca, apparentemente tutta soggettiva, in verità oltremodo oggettiva. E realmente universale, poiché tocca interrogativi e sensazioni che sono davvero di noi tutti. Chi è che non ambisce, partendo, comunque, solo da se stesso, a conoscere l’identità della propria patria? Chi è che non vi attribuisce sembianze apparentemente diverse e contraddittorie? Chi è che non si lascia turbare, in questo percorso, dall’incombenza di delusioni sempre imminenti e dalla constatazione che la patria pare assumere una fisionomia tanto fragile? Chi è, infine, che non sente la patria se non a contatto con le esperienze più semplici, quotidiane ma fondamentali che ci circondano? Possono essere i gesti di chi cerca il nostro riconoscimento, possono essere le vibrazioni del vento, può essere la foto che il paesaggio ci impone di osservare. Dobbiamo semplicemente metterci in ascolto.

C’è qualcosa, nell’intenzione dell’Autrice, di spiccatamente buddista. Al principio lo sguardo è quello tipico dell’approccio occidentale e della sua immensa tradizione filosofica: domina la tendenza a proiettare l’uomo e la sua figura su qualunque oggetto, anche sulla patria, a mo’ di personificazione femminile di un’idea, così come lo era la Filosofia, con le sue vesti stracciate, nella celebre opera di Severino Boezio. Tuttavia, nel movimento del pensiero e delle parole che gli danno forma, l’io smarrito e quasi rassegnato della poetessa sembra svuotarsi e cercare il satori, il luogo e il momento dell’illuminazione, che viene dalle cose, dalla loro predominanza, dal loro patrimonio di energia positiva. Si può dire che la seconda lirica svela del tutto questa prospettiva: il silenzio è il medium di un’esperienza e di un’onestà totali, che rivelano, così, anche una patria diversa e più intima.

C’è qualcosa, poi, in questi versi di Patrizia Cavalli, che ricorda Andrea Zanzotto: per la felice commistione di intuizioni felici e di sentimenti innati, per il radicamento biologico del linguaggio, per l’intrinseco messaggio morale e civile, per la consuetudine con una sensibilità tanto rara e al contempo tanto casalinga. Chiedersi che cosa sia la patria nel 2011, 150° anniversario dell’Unità, non è certo originale; ma chiederselo senza retorica alcuna, nell’anno in cui, per pura casualità, è scomparso il grande poeta di Pieve di Soligo è un’occasione da non perdere.

 

Da La patria:

Capita a volte

che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante

belle città italiane di provincia.

Vai dove devi andare, non hai voglia

di fare la turista, e anzi scegli

stradine laterali, senza gente;

camminando t’imbatti in uno slargo

con una chiesa, di quelle un po’ neglette,

spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi

la facciata che sonnecchia, e subito

i tuoi passi si allentano, si disfano,

si fanno trasognati finché non resti

immobile a chiederti cos’è

quel denso concentrato di esistenza

sorpresa dentro un tempo che ti assorbe

in una proporzione originaria.

Più che bellezza: è un’appartenenza

Elementare, semplice già data.

Ah, non toccate niente, non sciupate!

C’è la mia patria in quelle pietre, addormentata.

 

Notizie su (e poesie di) Patrizia Cavalli

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