La prima lettura (M. Enard, L’alcol e la nostalgia) è il racconto di un viaggio: è quello dell’io narrante, che percorre la Transiberiana da Mosca a Novosibirsk, verso la casa natale di Vlado, l’amico russo, ora improvvisamente defunto, con cui ha condiviso una stagione di eccessi e l’amore per la stessa donna. L’occasione è buona per rievocare l’agrodolce deriva del triangolo, ma anche per tuffarsi in un rapsodico e suggestivo girovagare nell’anima russa di ieri e di oggi: da Ivan il Terribile ai deportati dei Gulag, dalla Rivoluzione d’Ottobre ai contrasti stranianti della Mosca occidentalizzata, dagli umori inquieti di Dostoevskij alle storie eroiche dei cavalieri selvaggi di Joseph Kessel… L’atmosfera è quella di una eterna decadenza, che si compiace della sua ineluttabile grandezza, e pure il protagonista sembra abbracciare un destino di finale nullificazione, anche se l’amore e la sua nostalgia forse avranno la meglio. Il libro è adatto per un pomeriggio invernale, per lasciarsi andare alla prosa di un intellettuale colto e ipersensibile, di un rabdomante di tormenti e ibridazioni emotive. Si rischia di scoprire che anche le paturnie, specie quelle di fine anno, possono stare in buona compagnia e generare momenti e riflessioni quasi consolanti.

La seconda lettura (J. Baudrillard, Il complotto dell’arte) è un regalo azzeccato, una raccolta di saggi brevi e ficcanti di uno dei più originali e pensosi interpreti del nostro tempo, qui impegnato in una disamina critica dell’arte contemporanea e dei processi trans-estetici di cui essa è formidabile strumento. Il cuore del volume è l’intervento, tanto sintetico quanto denso, che gli dà anche il titolo, e che riproduce un articolo pubblicato nel 1996 sul quotidiano Libération, fonte di una discussione che tra gli addetti ai lavori si è protratta per molto tempo. La tesi è che l’arte contemporanea ha perso “il desiderio dell’illusione, a vantaggio di una elevazione di ogni cosa alla banalità estetica”, e che, ciò facendo, abusa continuativamente dell’impossibilità di un “giudizio estetico fondato”, in una strategia ammiccante e sostanzialmente commerciale. La contestazione è dura. Baudrillard, però, non assume la veste del castigatore. La sua è una prospettiva antropologica, volta a descrivere una rivoluzione generale, che non è certo così recente e che è stata anche capace di anticipare se stessa e di sublimarsi in opere particolarmente sintomatiche, come sono – per Baudrillard – quelle di Warhol. L’interrogativo ancora aperto è solo uno: saprà il pubblico accorgersi di tutto questo? Fino a che punto rimarrà complice, esso stesso, di questa grande mistificazione? Il 2017 è stato l’anno della lussureggiante ed estrema esposizione di Hirst nella Venezia di Palazzo Grassi e Punta della Dogana: anche chi c’è stato si sarà sicuramente posto, come Baudrillard, tante domande…

La terza lettura (C.G. Starr, Lo spionaggio politico nella Grecia classica) appartiene al genere dei ritrovamenti causali, tanto estemporanei quanto felici. È un lavoro che risale agli anni Settanta e che Sellerio ha pubblicato in Italia accompagnato da una prefazione di Luciano Canfora e da una lunga introduzione del curatore, Corrado Petrocelli. L’Autore, uno storico nordamericano, avverte da subito che in tema di utilizzo strategico di informazioni, pubbliche o segrete, le fonti antiche sono scarse, e che in un’indagine di questo genere il rischio dell’anacronismo è sempre molto alto. Poi, però, spulciando in Omero, nelle Vite di Plutarco, nelle tragedie, in Tucidide e Demostene e in altre opere meno conosciute, Starr dimostra che anche nelle poleis greche si assumevano decisioni importanti sulla base di ciò che si conosceva del nemico, avendo cura di raccogliere notizie nei modi più disparati (grazie alle relazioni commerciali, alla circolazione delle compagnie artistiche, ai rapporti familiari tra le aristocrazie cittadine, alle delazioni degli esiliati…). La cosa che è più sorprendente è che nell’antica Grecia era nota anche l’attività della dissimulazione e dello sviamento, magari mediante la spedizione di messaggi, o di messaggeri, artatamente ambigui, nella speranza di ingannare le potenze concorrenti; e che, comunque, spesso e volentieri, anche a fronte di notizie genuine, i governi – e le assemblee in cui se ne discutevano e condividevano le intenzioni – le hanno interpretate e usate male. C’è, infine, un’osservazione, che Starr formula in un paio di occasioni, e che sembra molto calzante per sfatare alcuni luoghi comuni: nell’antica Grecia le informazioni trattate segretamente si rivelavano molto meno efficaci e utili di quelle raccolte pubblicamente. E non è che, in questo secondo caso, non si possa parlare di attività di intelligence.

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