Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postaleIl viaggio dell’orsaL’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.

Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)

Un’intervista a Pardini

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Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.

PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.

A colloquio con l’Autore

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Dopo Fossili e storioni e Nei luoghi ideali per la camporella, a Davide Bregola riesce con questo libro un altro piccolo capolavoro. È letteratura all’ennesima potenza. Ed è anche una proposta che si può accogliere su più livelli: quello più classico del racconto-memoir; quello più interessante dell’itinerario critico; quello più impegnato del carotaggio psicologico e socio-politico; e quello più insinuante dell’immersione poetica e geografica. Ma il dato importante è che questi livelli si sovrappongono, perché ciascuno alimenta gli altri, ed è così che il testo sprigiona le sue virtù migliori. Formalmente il volume ospita quattro capitoli e una conclusione, anche se quest’ultima si lega moltissimo al pezzo che la precede. E ogni capitolo si focalizza sul rapporto tra Bregola e un autore/un’autrice volta per volta considerati; meglio, sulla ricerca, anche interiore, cui Bregola è stato sollecitato percorrendo le tracce di quattro grandi eccentrici solitari del paesaggio letterario italiano: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi. Il primo e l’ultima sono nomi noti a tanti, se non altro per i bestseller che li hanno resi famosi. Il secondo e il terzo, invece, sono stati poeti rigorosamente appartati, se non nascosti: già il solo gesto di riparlarne è meritevole. Alcuni versi di una poesia di Bellintani, ad esempio, valgono da soli il prezzo del biglietto: “Fermiamoci un momento, amici. / Quest’albero era / quando ancora non erano / i nostri padri i nostri avi. / Ed ecco io sento che qualcosa gli devo”.

Tuttavia quello che conta di più, in Lezioni dalle rovine, è la matrice su cui Bregola monta i pensieri, i ricordi e le esperienze personali che lo legano a ciascuno di quei quattro scrittori. La chiave, infatti, è l’estraniamento, la coltivazione di luoghi segreti e umili, le orme di esistenze tenacemente e rigorosamente adeguate a questo canone di privilegiata osservazione distante. Un punto di vista che Bregola stesso dice di aver traguardato e inseguito, sin da giovanissimo, nelle peripezie di apprendista-artista obbligato a confrontarsi con le prime, dure, spiazzanti e precarie esperienze lavorative (di venditore di libri, impiegato tecnico della ferrovia Suzzara-Ferrara, dipendente di una fabbrica di latticini…). Il sottotitolo del libro – “(Leggere, scrivere, vivere)” – dice davvero molto del suo contenuto e del manifesto commosso che, di fatto, rappresenta. Un po’ vuole evidentemente omaggiare Works di Trevisan, e dunque si fa narrazione autobiografica e romanzo sociale. Ma in parte si avvicina anche alle più recenti traiettorie de La mattina scrivo di Franck Courtès e – almeno un pochino – a quelle de Di ora in ora di Giorgio Falco. E dunque ad un livello altissimo. Senza, però, mancare di quell’impronta propria che sta nella fedeltà a luoghi, immagini e figure della Bassa: ché quasi si vede, si odora e si sente tutto. Chiama sempre all’immedesimazione questo Autore, e puntualmente riesce nel suo intento. Non è, forse, questa l’impronta riuscita di un vero scrittore?

Recensione (di S. Zangrando)

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Nei campi e sulle colline attorno a Onigo, nel Trevigiano, vicino alle rive del Piave, Lorenzo Mainardi amministra con occhio vigile e mano ferma i suoi possedimenti e i mezzadri che vi lavorano. Di famiglia nobile, era riuscito sin da giovane a salvare le terre dalla prodigalità e dalle vampe rivoluzionarie della madre Luisa, riparata in Piemonte dopo i moti del 1848. Pur avendo studiato, si è concentrato solo sul patrimonio e non si è sposato, anche se ha avuto un figlio da una relazione con la governante Anna. Gli anni passano, Lorenzo si fa più burbero e abitudinario, e la sua progenie naturale – due nipoti in particolare, guidati dalla loro madre Gilda, nuova effettiva governante – attende con stolida tenacia di ereditare le sostanze. Scoppia la Grande Guerra e dopo Caporetto, quando anche Lorenzo viene travolto, tutto pare perduto, anche se un ultimo testamento salva i nipoti e li rende protagonisti di una nuova fase, potenzialmente carica di speranza. Ma la povertà diffusa e le insidie politiche della ricostruzione – tra cooperative rosse e cooperative bianche – sono una trappola da cui è difficile scappare. E ciò che Lorenzo tanto aveva custodito viene definitivamente disperso, mentre i due giovani contadini, prima arricchiti e poi spoliati, emigrano per ripartire da ciò che le loro braccia gli possono dare.

Il Comisso tra le due guerre – il libro è del 1933 e Mondadori lo ripubblicherà nel 1956 – è scrittore che già si immerge pienamente nel paesaggio e negli uomini della sua campagna. Come tale, è autore di pagine limpidissime, semplici, fotografiche; e al contempo cariche di evidente empatia per un mondo, ormai superato, che egli avverte più semplice ed elementare, e più vero, di quello contemporaneo. Questa urgenza di essenziale autenticità, in realtà, è la cifra dell’interoComisso, e pertanto non dovrebbe stupire che la spina dorsale di questo romanzo sia un racconto anteriore, del 1921; del periodo, peraltro, da cui il sugo della vicenda è estratto. Si tratta di un pezzo anti-politico e anti-storico per eccellenza. È il fluire ambizioso e vanaglorioso dell’animo umano a corrompere l’ordine naturale, l’equilibrio in cui, per Comisso, anche ciò che della civiltà contadina appare grezzo, arretrato e finanche meschino può assumere, sorprendentemente, un senso protettivo. In questa direzione, lo sguardo di Comisso è, simultaneamente, e ambiguamente, complice e quasi antitetico rispetto a quello di Verga (La roba). Come tale, dunque, è originalissimo. E non c’è dubbio, inoltre, che, letto oggi, Storia di un patrimonio, anche nella sua esemplare linearità di scrittura, appare come la fissazione di un canone: di quel mood che, ad esempio, ritroviamo in un acclamato e bel romanzo di Matteo Melchiorre. Si sbaglia sempre poco se si legge o ri-legge Comisso: perché lo si vede resistere e riaffiorare ancora, come la radice inesausta di un grande albero; ma soprattutto perché le sue parole hanno colori, sapori e odori nitidi, solidi ed evocativi.

Giovanni Comisso su questi schermi: 1, 2, 3 e 4

Due “vecchie” recensioni: di G. Ferrata e di D. Valeri

Un approfondimento

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”La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi (da nazioneindiana.com)

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L’attore che ha dato a Sherlock Holmes la sua più iconica fisionomia – in una serie di famosissimi film – è il protagonista di questo giallo vecchio stile. Sono gli anni Sessanta e Hopalong Basil (nome di fantasia che l’Autore forgia dall’originale Basil Rathbone) è ormai sul viale del tramonto. Ma un incontro fortuito lo porta su una piccola isola vicino a Corfù, in un albergo popolato da pochi avventori e dallo scarno personale di servizio: tutti inesorabilmente bloccati da un fastidioso e lungo temporale. È lo scenario perfetto per un misterioso delitto, che in effetti si verifica. La signora Mander – in viaggio con l’amica Vesper Dundas – viene trovata morta in un bungalow sulla spiaggia, con la porta bloccata dall’interno. Ecco, dunque, un classico caso della camera chiusa, fortunato cliché della letteratura di genere. Ed è così che, per affondare del tutto nell’atmosfera che a quel caso più si conviene, i poveri malcapitati decidono, in attesa della polizia greca, di affidare le indagini al consumato attore: assomiglia così tanto a Holmes da far pensare che sia l’unico a poter risolvere l’enigma. Con un eccentrico scrittore spagnolo nel ruolo del dottor Watson, il detective cinematografico si mette letteralmente sulle orme di un assassino fin troppo reale, in un susseguirsi continuo di citazioni dello Sherlock originale, e in un quadro che si complica di ulteriori e inesplicabili delitti. L’intrigo appare destinato a rimanere insoluto fino all’ultimo capitolo, quando Basil smaschera il colpevole e dimostra di aver capito ogni cosa (o quasi…).

Quello di Pérez-Reverte è l’omaggio appassionato che una star della letteratura internazionale d’evasione ha deciso di tributare a una delle figure più riuscite della storia della narrativa mondiale e alla formidabile e immarcescibile tradizione pop cui essa ha dato origine. È dura, d’altra parte, rimanere insensibili al fascino di Sherlock Holmes: della sua capacità di ragionamento; delle sue astuzie; dell’intero immaginario che i testi di Conan Doyle hanno figliato nel corso del tempo, generando variazioni e imitazioni più o meno fedeli, ma sempre apprezzate, nell’editoria come nel cinema (e nelle serie tv). Occorre ricordare, poi, che proprio l’Autore di questo romanzo ha sempre mostrato un certo debito nei confronti di quell’immaginario: ne Il club Dumas il personaggio femminile che accompagna Lucas Corso, cacciatore di libri antichi, si chiama Irene Adler, come l’unica donna che è stata capace di ingannare Sherlock. E questo è pure un piccolo indizio sull’epilogo de Il problema finale, che, oltre a ciò, è anche celebrazione di tutti quei grandi scrittori (da E.A. Poe a Maurice Leblanc, da Agata Christie a S.S. Van Dine ed Ellery Queen) che sono riusciti a fissare il canone glorioso del giallo matematico. Più di tutto, però, la rappresentazione di Pérez-Reverte – che, occorre dirlo, tanto è gradevole quanto un po’ stucchevole – si risolve in un gioco molto raffinato, perché, come scoprirà chi leggerà il libro fino alla fine, l’Autore, più che a dimostrare l’arcano, si diverte a provare che è sempre la vita il rompicapo più affascinante.

Recensione (di D. Gabutti)

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Ludovico arriva a Venezia come vincitore di una borsa di studio privata per una ricerca sul teatro d’opera del Seicento. Michela, la sua ragazza, è rimasta a Milano. Al Lido Ludovico incontra Edmund, che lavora alle Gallerie dell’Accademia, dove deve occuparsi di un nuovo progetto: l’utilizzo di NFT per la creazione di una perfetta immagine digitale della Tempesta di Giorgione, la sua parcellizzazione e la messa in commercio delle singole parti. Tra i due giovani nasce subito una spontanea, magnetica amicizia, che coinvolge presto anche Patrizia, la bellissima compagna di Edmund. Nel caldo dell’estate lagunare ogni contorno sfuma in maniera disorientante e Ludovico, rapito dal ritmo e dal senso di un’arietta seicentesca, si confonde. Che cosa sta accadendo? A Venezia le suggestioni sono tante, il tempo scorre in modo diverso e ciò che prima pareva certo ora non lo è più. Il mistero è grande o, forse, è tutto e soltanto un sogno? Per questo Autore – che non è nuovo a questi schermi – la trama non costituisce un fulcro necessario, raccontare è una scusa, un espediente per fare molte cose assieme: trasmettere un po’ di passione per l’arte e per la musica; divulgare un po’ di diritto, suscitando interesse per l’intreccio sempre più stretto tra contratti e nuove tecnologie; soprattutto, però, offrire un saggio delle capacità ipnotiche di un’immersione veneziana. E, dunque, invitare i lettori a perdersi, ad approfittare dell’atmosfera unica dell’isola per meglio trovarsi, o anche solo per vivere stranianti e improvvise emozioni. Viene da chiedersi, sul punto, se Annunziata non sia riuscito davvero, in un modo tanto indiretto, allusivo e ambiguo, a interpretare in forma narrativa l’enigma della famosissima opera di Giorgione: che, al pari di quanto può sortire oggi la città con la sua lunghissima e ricchissima storia, altro non è, sin dal principio, che un potente talismano; un allucinogeno, foriero di interrogazioni profonde e determinanti. Ad ogni modo Tentarmi è vanità, anche nella estrema leggerezza che lo contraddistingue, oltre a ricordare la naturale e comune licenziosità dei monologhi di Paolo Puppa, ha il merito di richiamare alla memoria altre letture (da Bonfantini a Berto) con le quali continuare stordimenti ed esplorazioni.

Recensione (di D. Ripamonti)

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Nelle giornate in cui la guerra che oppone Stati Uniti e Iran, anziché temperarsi, promette di accendersi ulteriormente – e il segretario alla difesa americano Hegseth formula accorate preghiere per ottenere il sostegno divino (sic) – la lettura del piccolo libro di Giuliano da Empoli pare intonarsi quanto mai bene (ahinoi) agli sviluppi dello scenario internazionale. Un po’ reportage, un po’ autofiction, un po’ saggio libero, il testo raccoglie ritratti e immagini della metamorfosi dei potenti del mondo e delle modalità del loro agire politico. L’Autore – che da giovane consulente di Antonio Maccanico ai successi de Il mago del Cremlino ha fatto parecchia strada, passando per Matteo Renzi – li ha visti da vicino, ed anche in momenti diversi, al seguito di qualche delegazione italiana, ma per lo più dell’Esecutivo francese. La sua tesi, in estrema sintesi, è che in fondo non c’è da stupirsi se nella nostra epoca spadroneggiano i Trump, i Bukele, i bin Salman… Perché per da Empoli – che si ispira a Machiavelli – quest’epoca, caratterizzata dalla fine di ogni illusione, appartiene ai “Borgiani”: a coloro, cioè, che, ricalcando le orme del Valentino, praticano l’azione più risoluta e avventata, lo shock che consente alla volontà di potere di cui dispongono di superare ostacoli considerati inutili, travalicando qualsiasi confine di legittimità ed esprimendosi pienamente.

L’analisi di da Empoli – che per deformazione professionale tende a indulgere troppo sulla centralità dei leader e della classe dirigente – è interessante, specie nella seconda parte del volumetto (da pag. 57 in poi). Dove si intravede meglio lo spazio della spiegazione culturale. E dove, pertanto, si comprende che ai Borgiani, oggi, le cose riescono facili perché il dibattito pubblico, la politica, le dinamiche democratiche e istituzionali in generale hanno abbandonato il mondo reale, lasciando spazio alla giungla digitale; a un mondo alternativo, le cui forze accelerazioniste – dominate da nuovi conquistadores – premiano la velocità e la predazione, e a cui fa gioco l’ignavia delle ideologie woke. È il tempo, del resto, in cui l’economia e la finanza non si appoggiano più alla politica, mentre è l’élite tecnologica a dare l’agenda e a disegnare il campo in cui ogni fattore acquista un qualche significato: l’unica cosa che conta è il successo. Ed è così che lA svela la sua natura per nulla strumentale, attraendo e concentrando verso di sé tutti coloro che credono di poterla cavalcare, e dando vita ad una sorta di inedita religione. da Empoli arriva, per questa via, a una riflessione notevole e condivisibile: “I nostri antenati vivevano in società molto più povere di dati, ma erano in grado di pianificare per sé stessi e per i loro discendenti”. Come fronteggiare, dunque, questo orizzonte? La conclusione viene – simbolicamente, ma eloquentemente – dalla storia di un sindaco francese, che combatte da anni gli algoritmi dei navigatori, cui si deve l’invasione del suo piccolo paese da parte di un infernale traffico automobilistico. È tutto qui? Si, è tutto qui. Ma l’intuizione è più che sufficiente.

Recensioni (di G. Caldiron; L. Cerani; G. Mughini; A. Paolucci; A. Preiti)

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Trovo questo testo nel solito mercatino dei libri usati. Attira subito la mia curiosità, perché di questo Autore so già molto, soprattutto sul suo infaticabile impegno di divulgatore di Dante. Qui, però, scrive della sua traiettoria di studente “ultrafuoricorso” alla Sapienza di Roma, tra la Facoltà di Magistero e quella di Lettere. Lo fa nel 1970, a 32 anni, nel pieno di una nota e intensa fase di trasformazione dell’università (e della società) italiana (ed europea). Il libro è semplice e piano, schietto e sincero. Trasmette aspettative, ansie e delusioni di un giovane maestro elementare: che cerca faticosamente di laurearsi, mentre sperimenta le difficoltà dell’insegnamento scolastico e quelle del lavoro contadino, ma anche le prime soddisfazioni di giornalista e scrittore. Soprattutto restituisce un’immagine fedele di professori e studenti di quel tempo, confessando la propria frustrazione per l’efficiente superficialità e la meccanica indifferenza culturale di molti compagni di corso, per l’arbitraria distanza di tanti studiosi e per le sorprendenti pochezze dei loro assistenti. Pur con qualche eccezione, tuttavia, viste le belle pagine che sono dedicate a Vincenzo Marmorale, Giorgio Petrocchi e – soprattutto – Gabriele Baldini. Nel libro, infine, è palpabile, e quasi toccante, un sentimento che, prima o poi, prova o ricorda chiunque abbia fatto l’esperienza del giovane universitario: il senso di aspettativa e di apertura alla vita e al futuro, sempre carico di titubanze e incertezze, talvolta gravi e paurose, e però anche denso di una fiduciosa e naturale disponibilità alle cose del mondo.

Università undicesima bolgia ha anche una virtù supplementare. La si apprezza nelle due pagine dell’Introduzione, dove Onorati, non riconoscendosi nell’università pre-sessantottina, né in quella successiva, scrive che “[g]li studi universitari dovrebbero aiutare l’uomo a scoprirsi e realizzarsi nella cultura”, auspicando che tra professori e studenti si generi quel colloquio reciprocamente positivo che solo può creare le condizioni per un simile obiettivo. Al di là del possibile dibattito sul merito e sulla persistente importanza di queste affermazioni, viene da sottolineare che, nel periodo storico in cui Onorati scriveva, le discussioni sull’università erano al centro dell’agenda pubblica. Oggi, dopo molti anni, in un momento storico in cui si sono realizzate ulteriori e ancor più forti trasformazioni, specie dal “processo di Bologna” (1999) in poi, la questione su che cosa sia l’università si ripresenta in maniera diversa e molto più asettica. Si discute di singole – pur sensibili – riforme (sul reclutamento dei professori, sulla riforma dell’agenzia di valutazione, sulla governance degli atenei, sulle modalità di finanziamento degli atenei…), e lo si fa senza la bussola di una preliminare e generale riflessione di cornice e di senso. Non che nelle incombenti riforme non si vogliano risolvere specifiche e urgenti questioni. Il punto, piuttosto, è che per comprendere come risolverle – come per esprimere davvero un consapevole giudizio sui tanti cantieri aperti – si dovrebbe sciogliere il nodo fondamentale sull’identità e sulla collocazione dell’università nel contesto delle mutazioni sociali, economiche, scientifiche e culturali della nostra epoca. E la sollecitazione di Onorati potrebbe senz’altro fungere da ispirato e proficuo pungolo critico.

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La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.

Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.

Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

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