In questi mesi – in cui tanto si discute dell’attuazione di una nuova riforma del reclutamento universitario – è molto interessante ripercorrere la vicenda che, tra il 1908 e il 1909, vide opposto Benedetto Croce ai filosofi dell’Università di Napoli. I quali – in un quadro normativo molto distante da quello oggi vigente – si erano “permessi”, in modo formalmente legittimo, di accogliere direttamente la domanda di trasferimento, da Torino, di Aurelio Covotti, anziché bandire un concorso al quale avrebbe potuto partecipare l’emergente Giovanni Gentile, allora amico e sodale dello stesso Croce e professore nell’Università di Palermo. A favore di Gentile, il grande intellettuale napoletano aveva provato a mobilitare altri accademici e amici dell’ateneo partenopeo, giornalisti e uomini politici, ed anche a rappresentare la faccenda al Ministro dell’istruzione pubblica (ruolo in quel momento ricoperto da Luigi Rava). Nell’agile volumetto di Ortensio Zecchino – storico del diritto, ex politico e già Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica tra il 1998 e il 2001 – si ripercorre tutto il caso: non solo riprendendo i contenuti del pamphlet in cui Croce scatenò il suo sdegno; ma soprattutto ricostruendo il retroterra, personale e speculativo, che legava Croce a Gentile, e riferendo in dettaglio sulle reazioni del contesto culturale locale e nazionale, e sulla “risposta” del Ministro, che alla fine approvò gli atti della procedura seguita dall’Università di Napoli. Chi aveva ragione? La domanda è mal posta. E questo libro intende arrivare proprio a una simile conclusione, visto il suo sforzo di contestualizzare e spiegare. Tanto più che anche nelle parole di Croce si ricava la consapevolezza che la vera questione, sottesa alla vicenda, è quella dell’autonomia universitaria. 

In effetti, a più di un secolo di distanza, il racconto di Zecchino – che ha anche il merito di contribuire a gettare un po’ di luce più chiara sui motivi di contatto e, pure, di distanza ideologica fra Croce e Gentile – fa emergere plasticamente le invariabili tensioni che attraversano la disciplina e l’operatività concreta dei canali delle carriere universitarie: le pressioni di una cooptazione di sede; le istanze di una (diversa) cooptazione di più ampia comunità scientifica; le aspettative del contesto culturale e sociale in senso lato inteso; le fragilità (la radice, come al vertice) delle formalizzazioni procedurali del bilanciamento in cui simili pulsioni dovrebbero sempre sintetizzarsi. Ma anche il gioco complesso di moventi e influenze (lo stesso Croce, qui, ne è campione, e non necessariamente in senso positivo) che si riversano sull’andamento imparziale di quelle procedure. Non è la prima volta, in proposito, che mi capita di constatare che tanti dei comportamenti che un tempo venivano platealmente e facilmente tenuti dai più alti rappresentanti della società colta sarebbero sicuramente oggetto, oggi, di critica e sanzione diffusa, se non delle attenzioni di qualche pubblico ministero. Il punto è che il seme che Zecchino impianta in chi lo voglia accogliere, da un lato, è quello dello sguardo profondo, che sa andare oltre le sollecitazioni più vicine ed epidermiche e fa tesoro delle lezioni del passato; dall’altro, invita a comprendere che non esiste un sistema perfetto, e soprattutto che, nella consapevolezza delle molteplici e vivaci esperienze delle istituzioni nazionali, è illusorio ragionare in termini di modelli assoluti. Specie – e tanto più – quando ci si accorga che scenari e orizzonti sono molto diversi da quelli in cui quei modelli sono stati immaginati. Eppure, il legislatore, come l’assassino, torna sempre sul luogo del delitto.

Gennaro Sasso sul caso Gentile

L’università italiana e il pamphlet di Croce (di A. Savorelli)

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L’estate ormai passata, eppure non del tutto dimenticata, ha confermato che è sempre utile tornare a Kadare. A questo gigante albanese della letteratura mondiale, che con Il dossier O. offre il miglior divertimento (nel senso etimologico, del “volgersi altrove”) rispetto alla visione (onestamente difficile da digerire del tutto) dell’Odissea di Christopher Nolan. Pure il grande scrittore, infatti, ci riporta a Omero, ma con un romanzo che è rara combinazione di satira, commedia buffa e fantastica, profondissima indagine culturale. La trama è tanto semplice quanto eccentrica. Due giovani studiosi irlandesi, che intendono andare al fondo del mistero omerico, ossia della questione sull’origine di quell’epica e sulle modalità della sua formazione progressiva e rapsodica, decidono di lasciare New York per recarsi nell’Albania più montagnosa e sperduta. Sono convinti di trovare proprio lì ciò che ricercano, visto che l’Albania custodirebbe una ricca tradizione di canti epici, tramandati da rapsodi ancora attivi e, come tali, eredi della più risalente e millenaria cultura illirica. Questa indagine, però, non può che scontrarsi con l’arretratezza e la piccineria della provincia albanese degli anni Trenta, che li scambia per spie straniere e li espone, così, ad elucubrazioni di ogni tipo – ivi compresi gli improbabili sogni erotici di una locale Madame Bovary – e pure a seri pericoli. Ma il naufragio apparente di questa avventura – che a tratti non può non strappare il sorriso del lettore: ci si ritrova quasi tra le pagine del migliore Gogol’ – nasconde tra le righe sia il rinvio a un’intensa meditazione sulle fondamenta prime della cultura greca più antica (sono riflessioni che Kadare ha svolto ampiamente in un saggio molto importante), sia la rappresentazione, quasi nella forma della tragedia, del mistero dell’epica e del solo veicolo che può consentire di seguirne veramente le tracce. Applausi per Il dossier O., dunque. Perché regala qualche ora di intelligente distrazione e dimostra che dietro la scrittura apparentemente più facile si cela uno studio raffinatissimo, capace di sprigionare effetti particolarmente evocativi.

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È uno dei libri più sponsorizzati di quest’anno. Circostanza che, con Carrère, non è per nulla sorprendente. Di solito, infatti, tutti i suoi titoli trovano presto riscontro nelle classifiche, nelle opinioni dei critici, nel gusto dei lettori. Questa volta, per certi versi, l’aspettativa non poteva che essere ancora più intensa. Perché qui Carrère, dopo Un romanzo russo, torna a scrivere della sua famiglia, e in particolare della madre, illustre storica e accademica di Francia, recentemente scomparsa, che col figlio quasi aveva rotto a causa di quel testo. Nel quale, in effetti, l’Autore aveva trattato di contraddittorie e poco note genealogie. Eppure, è proprio la morte della madre – grande studiosa della Russia e consulente apprezzata e ascoltata da più governi – a fungere da detonatore per questa nuova prova letteraria, che conduce il racconto sulle tracce di Hélène Carrère D’Encausse: pertanto delle sue origini georgiane, della venuta in Francia, della misteriosa scomparsa del padre (il nonno dell’Autore) nei giorni finali dell’occupazione nazista e del tenace e fruttuoso percorso che l’ha portata non solo a un’integrazione di successo, ma anche ai vertici della società colta e politica del suo nuovo Paese come dello scenario europeo e globale. Il fatto è che, come sempre, Carrère non segue itinerari didascalici, scontati. Qui, nello specifico, alla volontà di ricucire memorie e protagonisti familiari – di riprovare a “fare kolchoz”, ché così la madre chiamava l’abbraccio collettivo coi figli nel lettone di casa, e di rendere al contempo omaggio allo zio materno e al padre, figure  sostanzialmente antagoniste rispetto a quella materna – si intreccia l’indagine sul lascito psicologico del rapporto con la formidabile Hélène. 

L’impressione è che l’Autore abbia messo in scena una sorte di affettuosa – e tuttavia non integralmente magnanima, e per ciò solo efficace e coinvolgente – resa dei conti: un’operazione che è tanto più credibile quanto è correlata a ciò che di più tipico si ritrova in Carrère, ossia al suo pacato, ma esplicito, mettersi a nudo. Perché gli è spesso congeniale il tono dell’autoanalisi più spontanea, diaristica, dove offrire allo sguardo del lettore fragilità e debolezze e pensieri facili, mescolati en passant a riflessioni su grandi questioni (nel caso: Oriente e Occidente, destra e sinistra, la Russia e la guerra con l’Ucraina). È così che – qui come altre volte – Carrère si fa presto percepire come uno di noi; e che – anche se depositario di un retroterra per nulla comune – occhieggia alle sensibilità più ordinarie, richiamandole a sé. Ci sarebbe spazio per affermare, con un’espressione un po’ superata, che, in fondo, la sua è una letteratura squisitamente borghese. Il fatto è che le cose sono leggermente più sofisticate. Parafrasando il titolo di un bel romanzo di Mauro Covacich, quello di Carrère è sempre affresco di una città interiore: di un’esposizione di sentimenti e idee in costante allestimento e movimento, che si lasciano vedere al pubblico per l’ambizione di sceneggiare, mercé la risorsa dello sguardo retrospettivo e della memoria, anche personale, l’utilità collettiva di un processo di autoriflessione e apprendimento. Questa è una scelta di poetica, che in Kolchoz troviamo anche annunciata (alle pp. 28-29): “Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro (…), il mondo può anche crollare (…), ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto”. Ecco il segreto di questo infaticabile avventuriero della scrittura.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di E. Bormida; di M. Calabresi; di A. Frateff-Gianni; di L. Mastrantonio; di S. Rubino; di R. Venturi; di A. Zaccuri)

Carrère a Deejay Chiama Italia

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In un appartamento di Roma vengono uccise a colpi di pistola quattro persone: i padroni di casa, i coniugi Girola, entrambi pensionati; e Samuel e Alice, una giovane coppia da poco giunta nel palazzo. A mettersi velocemente sulle tracce del colpevole è l’eterogenea squadra del commissario Antonia “Toni” Montixi, rispettata detective di brillante carriera, ma dal tragico passato. Forse c’è da scavare negli intrallazzi del ragioniere Girola, che pare abbia avuto rapporti con qualche spregiudicata impresa malavitosa; o forse va ricercato il primo sospettato, un ragazzo di origine colombiana, che è stato visto nelle vicinanze all’ora del delitto e ha qualche indebita connessione con la famiglia dei due anziani. Ma perché sono morti anche Samuel e Alice? E che ci facevano lì? Nel clima afoso e sfibrato di un’estate ormai al termine, mentre la tenace e tormentata poliziotta e i suoi uomini affrontano anche i loro problemi personali, le indagini si snodano su tutti i fronti, con piccole, ma progressive, svolte. Fino alla pista giusta (su cui, qui, è d’obbligo il silenzio): solo l’intuito di chi ha fatto da tempo esperienza del buio più tenebroso riuscirà a seguirla con successo; e nel pericolo ultimo e improvviso si darà anche alla squadra una tangibile chance di percepirsi come tale e conoscersi meglio.

Quello di Emanuela Cocco è un bel romanzo, costruito come si deve e avvolto in una scrittura precisa e sofisticata. Ha anche altri pregi. La protagonista Toni Montixi è caratterizzata in maniera convincente e nella trama restano sospesi diversi fili, quasi a suscitare la curiosità del lettore e, così, a preannunciare la possibilità di prossime (auspicabili) puntate. C’è del mestiere, dunque, ed è un dettaglio che va giustamente riconosciuto e enfatizzato. Ma oltre a ciò a colpire è il generale rivestimento noir, che conferisce al poliziesco uno spessore particolare e molto si addice alla scelta di ambientare la storia nella Roma di mezzo in cui la normalità si mescola facilmente all’ambiguità e all’estremo più temibile e inquietante. Da questo punto di vista, il registro stilistico aderisce perfettamente alla materia, che è impasto emotivo di un’umanità fragile, dolente, frustrata, ed esposta sempre a rischi di definitivo, irrimediabile scivolamento. È questa caratteristica ad evitare all’Autrice di incappare nelle trappole insidiose che potevano nascondersi nella deliberata scelta di una sensibilità tanto scopertamente femminile: pur toccando note e irrisolte questioni sul rapporto tra i sessi, Come ama il buio non si arrende del tutto allo stereotipo e, anzi, lo rende veicolo di uno sguardo realisticamente empatico. Anche un tale profilo merita esplicito apprezzamento.

Recensioni (di A. Carraro; di D. Padovan; di F. Pezzini; di A. Vertorano)

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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Perché si scrive? Qual è il demone che spinge gli scrittori a fare quello che fanno? E, peraltro, a farlo ogni giorno, ossessivamente, con fatica e tenacia? È uno di loro, in questo libro, a tentare qualche risposta. Che inevitabilmente, dati gli interrogativi, non può che essere personale, se non idiosincratica. Anche se l’Autore non parla direttamente – o soltanto – di se stesso. Opta, viceversa, per allestire una galleria di grandi scrittori, le cui opere e abitudini vengono utilizzate per descrivere cinque classiche ragioni della scrittura: l’ambizione, l’odio, la responsabilità, il piacere e la conoscenza. Dunque, per esplorare ciascuna delle pulsioni che questi fattori possono animare, Alessandro Piperno ci parla di alcuni Campioni della letteratura: Virginia Woolf, Balzac, Fitzgerald e Saul Bellow; Sainte-Beauve, Thomas Bernhard, Céline, Flaubert e Salinger; Thomas Mann, Tolstoj, Sartre e Primo Levi; Nabokov, ancora Flaubert, Jane Austen, Stendhal e Dickens; e infine Kafka e Proust. Al di là dei molti aneddoti e dei tanti piccoli estratti di cui si nutre l’intero svolgimento dei discorsi, è innegabile che Piperno finisca per dirci delle sue preferenze, che in maniera largamente prevedibile (visti i suoi interessi di studioso) vanno per Flaubert e Proust, con più di qualche simpatia per Salinger, Nabokov e Kafka. 

Ciò che importa non è il fatto che Piperno lasci intendere che predilige soprattutto chi scrive per piacere e per conoscenza. Il punto è che Ogni maledetta domenica, anziché rivelarsi come ciò che esplicitamente dichiara, altro non è che un modo semplice e disimpegnato, e senz’altro gradevole al lettore, per fare un po’ di critica letteraria al di fuori degli schemi canonici e scientifici del saggio vero e proprio. E per divulgare qualche buona sollecitazione. Come quella sulle assonanze tra Flaubert e Salinger (nel loro comune “astio nei confronti della classe borghese”), o tra Kafka e Proust (avvicinati nella “natura della loro vocazione”). E come quella sul relativo valore letterario di Sartre, che sicuramente sente tutto il peso del suo tempo. Poi c’è un altro aspetto degno di nota. Piperno ci tiene a trasmettere l’idea che la scrittura – quella veramente meritevole delle attenzioni generali – sia costanza, disciplina, applicazione, fatica, scelta di vita, investimento totalizzante. Del resto, per chiunque abbia il suo baricentro attorno alla scrittura e alla coltivazione della sua tecnica (anche per ragioni puramente lavorative) si è soliti ripetere, a mo’ di invito, la frase che Plinio il Vecchio aveva attribuito al grande pittore greco Apelle: nulla dies sine linea. Niente di più vero.

Recensioni (di V. De Marco; di L. Mascheroni; di E. Pisani)

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Un importante storico delle religioni e antropologo si misura con una delle questioni più controverse del suo ambiente e del panorama scientifico del secondo dopoguerra: quanto è vero che Mircea Eliade – studioso e scrittore di fama mondiale, e ammirato e celebrato caposcuola di un importante e influente orientamento intellettuale – si era legato, nella Romania degli anni Trenta, ai movimenti fascisti e alle convinzioni antisemite dei legionari di Corneliu Zelea Codreanu e della Guardia di Ferro? Il tema non è nuovo. In Italia, specialmente, è assai noto, visto che tra coloro che hanno approfondito criticamente il passato di Eliade figurano molti italiani (tra cui Roberto Scagno, Furio Jesi e Alfonso Madia Di Nola). Ma l’Autore di questo libro costruisce una nuova indagine, focalizzando l’attenzione sul rapporto tra Eliade e il suo allievo Ioan Culianu, e sulla misteriosa morte di quest’ultimo, ucciso nei bagni dell’Università di Chicago, presso la quale aveva raccolto il testimone del maestro. Dunque, per Lincoln (che ha conseguito il dottorato sotto la supervisione di Eliade), gli enigmi da risolvere sono due: quello sul discutibile, e rimosso, retroterra politico del giovane e attivissimo Mircea; e quello sull’assassinio di Culianu, il discepolo appassionato e fedele, che pure tanto aveva combattuto per scoprire egli stesso la verità sul suo mentore e custodirne la memoria. Il volume è tanto puntiglioso quanto scorrevole. In una sua prima parte, si ricostruiscono le ragioni della ricerca, il contesto della Romania tra le due guerre mondiali, i pregressi politici di Eliade, la sua evidente reticenza post-esilio e il discorso pubblico e scientifico sul retroterra e sulla autenticità di taluni scritti potenzialmente compromettenti attribuibili allo studioso (specie attraverso le polemiche sollevate molti anni dopo da alcuni attenti osservatori). Nella seconda parte, si analizzano in dettaglio le mutazioni, e le contraddizioni, che nel tempo hanno sperimentato le posizioni di Culianu (dapprima più libere e poi via via più caute e “conservative”), cercando di gettare luce sul movente e sull’autore dell’omicidio, e giungendo, in proposito, ad un’ipotesi sorprendente (ma solo in apparenza). 

Il fatto è che l’indagine di Lincoln, più che per le conclusioni, merita un cenno per la sua attinenza a un problema frequente e spesso delicato in moltissimi ambiti accademici. Il suo, infatti, è il rovello in cui gli intellettuali di oggi sempre si agitano allorché emergano lati oscuri dei tanto ammirati intellettuali di ieri: come se, in definitiva, il tribunale della storia mettesse a rischio quello della conoscenza. Perché non c’è dubbio, da un lato, che non è per nulla secondario capire chi davvero si è trovato da una parte giusta o da una parte sbagliata (per scelta deliberata, per casualità, per opportunismo o arrivismo…). Al contempo, però, è sacrosanto sottolineare – con parole che prendo da un bellissimo romanzo, letto anch’esso di recente – che “l’intelligenza, il talento, il genio non hanno mai impedito di sbagliarsi” e “si direbbe, anzi, che che aiutino a immergersi ancor più in tutta la profondità e nel cupo splendore dello smarrimento”. Sicché, a ben vedere, non c’è nulla di strano nel constatare che nella medesima figura di grande studioso possa sovente convivere una figura di uomo piccolo e ostinatamente cieco. E non è detto che la seconda sia idonea a cancellare sempre la prima; come non è detto che i “figli”, o i discepoli accademici, debbano di per sé “pagare” i gesti o le opzioni pubblici dei loro pur autorevoli maestri, al punto da sentirsi inevitabilmente spinti verso contegni (questi si) poco oggettivi (di difesa ad oltranza, sino alla negazione, ovvero, all’opposto, di spontaneo e severo revisionismo). Onor di verità, in altri termini, obbliga ad accettare, senza contraddizione alcuna, che un cattivo maestro possa essere stato anche un ottimo e imprescindibile scienziato, e viceversa. E che sia proprio la più onesta e lineare delle interrogazioni a farci capire la complessità degli animi e delle esperienze, onde trarne ammonimenti e insegnamenti più saldi e consapevoli.

In conversazione con l’Autore

Una recensione (di W. Catalano)

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Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postale, Il viaggio dell’orsa, L’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.

Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)

Un’intervista a Pardini

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Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.

PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.

A colloquio con l’Autore

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Dopo Fossili e storioni e Nei luoghi ideali per la camporella, a Davide Bregola riesce con questo libro un altro piccolo capolavoro. È letteratura all’ennesima potenza. Ed è anche una proposta che si può accogliere su più livelli: quello più classico del racconto-memoir; quello più interessante dell’itinerario critico; quello più impegnato del carotaggio psicologico e socio-politico; e quello più insinuante dell’immersione poetica e geografica. Ma il dato importante è che questi livelli si sovrappongono, perché ciascuno alimenta gli altri, ed è così che il testo sprigiona le sue virtù migliori. Formalmente il volume ospita quattro capitoli e una conclusione, anche se quest’ultima si lega moltissimo al pezzo che la precede. E ogni capitolo si focalizza sul rapporto tra Bregola e un autore/un’autrice volta per volta considerati; meglio, sulla ricerca, anche interiore, cui Bregola è stato sollecitato percorrendo le tracce di quattro grandi eccentrici solitari del paesaggio letterario italiano: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi. Il primo e l’ultima sono nomi noti a tanti, se non altro per i bestseller che li hanno resi famosi. Il secondo e il terzo, invece, sono stati poeti rigorosamente appartati, se non nascosti: già il solo gesto di riparlarne è meritevole. Alcuni versi di una poesia di Bellintani, ad esempio, valgono da soli il prezzo del biglietto: “Fermiamoci un momento, amici. / Quest’albero era / quando ancora non erano / i nostri padri i nostri avi. / Ed ecco io sento che qualcosa gli devo”.

Tuttavia quello che conta di più, in Lezioni dalle rovine, è la matrice su cui Bregola monta i pensieri, i ricordi e le esperienze personali che lo legano a ciascuno di quei quattro scrittori. La chiave, infatti, è l’estraniamento, la coltivazione di luoghi segreti e umili, le orme di esistenze tenacemente e rigorosamente adeguate a questo canone di privilegiata osservazione distante. Un punto di vista che Bregola stesso dice di aver traguardato e inseguito, sin da giovanissimo, nelle peripezie di apprendista-artista obbligato a confrontarsi con le prime, dure, spiazzanti e precarie esperienze lavorative (di venditore di libri, impiegato tecnico della ferrovia Suzzara-Ferrara, dipendente di una fabbrica di latticini…). Il sottotitolo del libro – “(Leggere, scrivere, vivere)” – dice davvero molto del suo contenuto e del manifesto commosso che, di fatto, rappresenta. Un po’ vuole evidentemente omaggiare Works di Trevisan, e dunque si fa narrazione autobiografica e romanzo sociale. Ma in parte si avvicina anche alle più recenti traiettorie de La mattina scrivo di Franck Courtès e – almeno un pochino – a quelle de Di ora in ora di Giorgio Falco. E dunque ad un livello altissimo. Senza, però, mancare di quell’impronta propria che sta nella fedeltà a luoghi, immagini e figure della Bassa: ché quasi si vede, si odora e si sente tutto. Chiama sempre all’immedesimazione questo Autore, e puntualmente riesce nel suo intento. Non è, forse, questa l’impronta riuscita di un vero scrittore?

Recensione (di S. Zangrando)

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