In un appartamento di Roma vengono uccise a colpi di pistola quattro persone: i padroni di casa, i coniugi Girola, entrambi pensionati; e Samuel e Alice, una giovane coppia da poco giunta nel palazzo. A mettersi velocemente sulle tracce del colpevole è l’eterogenea squadra del commissario Antonia “Toni” Montixi, rispettata detective di brillante carriera, ma dal tragico passato. Forse c’è da scavare negli intrallazzi del ragioniere Girola, che pare abbia avuto rapporti con qualche spregiudicata impresa malavitosa; o forse va ricercato il primo sospettato, un ragazzo di origine colombiana, che è stato visto nelle vicinanze all’ora del delitto e ha qualche indebita connessione con la famiglia dei due anziani. Ma perché sono morti anche Samuel e Alice? E che ci facevano lì? Nel clima afoso e sfibrato di un’estate ormai al termine, mentre la tenace e tormentata poliziotta e i suoi uomini affrontano anche i loro problemi personali, le indagini si snodano su tutti i fronti, con piccole, ma progressive, svolte. Fino alla pista giusta (su cui, qui, è d’obbligo il silenzio): solo l’intuito di chi ha fatto da tempo esperienza del buio più tenebroso riuscirà a seguirla con successo; e nel pericolo ultimo e improvviso si darà anche alla squadra una tangibile chance di percepirsi come tale e conoscersi meglio.

Quello di Emanuela Cocco è un bel romanzo, costruito come si deve e avvolto in una scrittura precisa e sofisticata. Ha anche altri pregi. La protagonista Toni Montixi è caratterizzata in maniera convincente e nella trama restano sospesi diversi fili, quasi a suscitare la curiosità del lettore e, così, a preannunciare la possibilità di prossime (auspicabili) puntate. C’è del mestiere, dunque, ed è un dettaglio che va giustamente riconosciuto e enfatizzato. Ma oltre a ciò a colpire è il generale rivestimento noir, che conferisce al poliziesco uno spessore particolare e molto si addice alla scelta di ambientare la storia nella Roma di mezzo in cui la normalità si mescola facilmente all’ambiguità e all’estremo più temibile e inquietante. Da questo punto di vista, il registro stilistico aderisce perfettamente alla materia, che è impasto emotivo di un’umanità fragile, dolente, frustrata, ed esposta sempre a rischi di definitivo, irrimediabile scivolamento. È questa caratteristica ad evitare all’Autrice di incappare nelle trappole insidiose che potevano nascondersi nella deliberata scelta di una sensibilità tanto scopertamente femminile: pur toccando note e irrisolte questioni sul rapporto tra i sessi, Come ama il buio non si arrende del tutto allo stereotipo e, anzi, lo rende veicolo di uno sguardo realisticamente empatico. Anche un tale profilo merita esplicito apprezzamento.

Recensioni (di A. Carraro; di D. Padovan; di F. Pezzini; di A. Vertorano)

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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Perché si scrive? Qual è il demone che spinge gli scrittori a fare quello che fanno? E, peraltro, a farlo ogni giorno, ossessivamente, con fatica e tenacia? È uno di loro, in questo libro, a tentare qualche risposta. Che inevitabilmente, dati gli interrogativi, non può che essere personale, se non idiosincratica. Anche se l’Autore non parla direttamente – o soltanto – di se stesso. Opta, viceversa, per allestire una galleria di grandi scrittori, le cui opere e abitudini vengono utilizzate per descrivere cinque classiche ragioni della scrittura: l’ambizione, l’odio, la responsabilità, il piacere e la conoscenza. Dunque, per esplorare ciascuna delle pulsioni che questi fattori possono animare, Alessandro Piperno ci parla di alcuni Campioni della letteratura: Virginia Woolf, Balzac, Fitzgerald e Saul Bellow; Sainte-Beauve, Thomas Bernhard, Céline, Flaubert e Salinger; Thomas Mann, Tolstoj, Sartre e Primo Levi; Nabokov, ancora Flaubert, Jane Austen, Stendhal e Dickens; e infine Kafka e Proust. Al di là dei molti aneddoti e dei tanti piccoli estratti di cui si nutre l’intero svolgimento dei discorsi, è innegabile che Piperno finisca per dirci delle sue preferenze, che in maniera largamente prevedibile (visti i suoi interessi di studioso) vanno per Flaubert e Proust, con più di qualche simpatia per Salinger, Nabokov e Kafka. 

Ciò che importa non è il fatto che Piperno lasci intendere che predilige soprattutto chi scrive per piacere e per conoscenza. Il punto è che Ogni maledetta domenica, anziché rivelarsi come ciò che esplicitamente dichiara, altro non è che un modo semplice e disimpegnato, e senz’altro gradevole al lettore, per fare un po’ di critica letteraria al di fuori degli schemi canonici e scientifici del saggio vero e proprio. E per divulgare qualche buona sollecitazione. Come quella sulle assonanze tra Flaubert e Salinger (nel loro comune “astio nei confronti della classe borghese”), o tra Kafka e Proust (avvicinati nella “natura della loro vocazione”). E come quella sul relativo valore letterario di Sartre, che sicuramente sente tutto il peso del suo tempo. Poi c’è un altro aspetto degno di nota. Piperno ci tiene a trasmettere l’idea che la scrittura – quella veramente meritevole delle attenzioni generali – sia costanza, disciplina, applicazione, fatica, scelta di vita, investimento totalizzante. Del resto, per chiunque abbia il suo baricentro attorno alla scrittura e alla coltivazione della sua tecnica (anche per ragioni puramente lavorative) si è soliti ripetere, a mo’ di invito, la frase che Plinio il Vecchio aveva attribuito al grande pittore greco Apelle: nulla dies sine linea. Niente di più vero.

Recensioni (di V. De Marco; di L. Mascheroni; di E. Pisani)

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Un importante storico delle religioni e antropologo si misura con una delle questioni più controverse del suo ambiente e del panorama scientifico del secondo dopoguerra: quanto è vero che Mircea Eliade – studioso e scrittore di fama mondiale, e ammirato e celebrato caposcuola di un importante e influente orientamento intellettuale – si era legato, nella Romania degli anni Trenta, ai movimenti fascisti e alle convinzioni antisemite dei legionari di Corneliu Zelea Codreanu e della Guardia di Ferro? Il tema non è nuovo. In Italia, specialmente, è assai noto, visto che tra coloro che hanno approfondito criticamente il passato di Eliade figurano molti italiani (tra cui Roberto Scagno, Furio Jesi e Alfonso Madia Di Nola). Ma l’Autore di questo libro costruisce una nuova indagine, focalizzando l’attenzione sul rapporto tra Eliade e il suo allievo Ioan Culianu, e sulla misteriosa morte di quest’ultimo, ucciso nei bagni dell’Università di Chicago, presso la quale aveva raccolto il testimone del maestro. Dunque, per Lincoln (che ha conseguito il dottorato sotto la supervisione di Eliade), gli enigmi da risolvere sono due: quello sul discutibile, e rimosso, retroterra politico del giovane e attivissimo Mircea; e quello sull’assassinio di Culianu, il discepolo appassionato e fedele, che pure tanto aveva combattuto per scoprire egli stesso la verità sul suo mentore e custodirne la memoria. Il volume è tanto puntiglioso quanto scorrevole. In una sua prima parte, si ricostruiscono le ragioni della ricerca, il contesto della Romania tra le due guerre mondiali, i pregressi politici di Eliade, la sua evidente reticenza post-esilio e il discorso pubblico e scientifico sul retroterra e sulla autenticità di taluni scritti potenzialmente compromettenti attribuibili allo studioso (specie attraverso le polemiche sollevate molti anni dopo da alcuni attenti osservatori). Nella seconda parte, si analizzano in dettaglio le mutazioni, e le contraddizioni, che nel tempo hanno sperimentato le posizioni di Culianu (dapprima più libere e poi via via più caute e “conservative”), cercando di gettare luce sul movente e sull’autore dell’omicidio, e giungendo, in proposito, ad un’ipotesi sorprendente (ma solo in apparenza). 

Il fatto è che l’indagine di Lincoln, più che per le conclusioni, merita un cenno per la sua attinenza a un problema frequente e spesso delicato in moltissimi ambiti accademici. Il suo, infatti, è il rovello in cui gli intellettuali di oggi sempre si agitano allorché emergano lati oscuri dei tanto ammirati intellettuali di ieri: come se, in definitiva, il tribunale della storia mettesse a rischio quello della conoscenza. Perché non c’è dubbio, da un lato, che non è per nulla secondario capire chi davvero si è trovato da una parte giusta o da una parte sbagliata (per scelta deliberata, per casualità, per opportunismo o arrivismo…). Al contempo, però, è sacrosanto sottolineare – con parole che prendo da un bellissimo romanzo, letto anch’esso di recente – che “l’intelligenza, il talento, il genio non hanno mai impedito di sbagliarsi” e “si direbbe, anzi, che che aiutino a immergersi ancor più in tutta la profondità e nel cupo splendore dello smarrimento”. Sicché, a ben vedere, non c’è nulla di strano nel constatare che nella medesima figura di grande studioso possa sovente convivere una figura di uomo piccolo e ostinatamente cieco. E non è detto che la seconda sia idonea a cancellare sempre la prima; come non è detto che i “figli”, o i discepoli accademici, debbano di per sé “pagare” i gesti o le opzioni pubblici dei loro pur autorevoli maestri, al punto da sentirsi inevitabilmente spinti verso contegni (questi si) poco oggettivi (di difesa ad oltranza, sino alla negazione, ovvero, all’opposto, di spontaneo e severo revisionismo). Onor di verità, in altri termini, obbliga ad accettare, senza contraddizione alcuna, che un cattivo maestro possa essere stato anche un ottimo e imprescindibile scienziato, e viceversa. E che sia proprio la più onesta e lineare delle interrogazioni a farci capire la complessità degli animi e delle esperienze, onde trarne ammonimenti e insegnamenti più saldi e consapevoli.

In conversazione con l’Autore

Una recensione (di W. Catalano)

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Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postaleIl viaggio dell’orsaL’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.

Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)

Un’intervista a Pardini

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Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.

PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.

A colloquio con l’Autore

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Dopo Fossili e storioni e Nei luoghi ideali per la camporella, a Davide Bregola riesce con questo libro un altro piccolo capolavoro. È letteratura all’ennesima potenza. Ed è anche una proposta che si può accogliere su più livelli: quello più classico del racconto-memoir; quello più interessante dell’itinerario critico; quello più impegnato del carotaggio psicologico e socio-politico; e quello più insinuante dell’immersione poetica e geografica. Ma il dato importante è che questi livelli si sovrappongono, perché ciascuno alimenta gli altri, ed è così che il testo sprigiona le sue virtù migliori. Formalmente il volume ospita quattro capitoli e una conclusione, anche se quest’ultima si lega moltissimo al pezzo che la precede. E ogni capitolo si focalizza sul rapporto tra Bregola e un autore/un’autrice volta per volta considerati; meglio, sulla ricerca, anche interiore, cui Bregola è stato sollecitato percorrendo le tracce di quattro grandi eccentrici solitari del paesaggio letterario italiano: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi. Il primo e l’ultima sono nomi noti a tanti, se non altro per i bestseller che li hanno resi famosi. Il secondo e il terzo, invece, sono stati poeti rigorosamente appartati, se non nascosti: già il solo gesto di riparlarne è meritevole. Alcuni versi di una poesia di Bellintani, ad esempio, valgono da soli il prezzo del biglietto: “Fermiamoci un momento, amici. / Quest’albero era / quando ancora non erano / i nostri padri i nostri avi. / Ed ecco io sento che qualcosa gli devo”.

Tuttavia quello che conta di più, in Lezioni dalle rovine, è la matrice su cui Bregola monta i pensieri, i ricordi e le esperienze personali che lo legano a ciascuno di quei quattro scrittori. La chiave, infatti, è l’estraniamento, la coltivazione di luoghi segreti e umili, le orme di esistenze tenacemente e rigorosamente adeguate a questo canone di privilegiata osservazione distante. Un punto di vista che Bregola stesso dice di aver traguardato e inseguito, sin da giovanissimo, nelle peripezie di apprendista-artista obbligato a confrontarsi con le prime, dure, spiazzanti e precarie esperienze lavorative (di venditore di libri, impiegato tecnico della ferrovia Suzzara-Ferrara, dipendente di una fabbrica di latticini…). Il sottotitolo del libro – “(Leggere, scrivere, vivere)” – dice davvero molto del suo contenuto e del manifesto commosso che, di fatto, rappresenta. Un po’ vuole evidentemente omaggiare Works di Trevisan, e dunque si fa narrazione autobiografica e romanzo sociale. Ma in parte si avvicina anche alle più recenti traiettorie de La mattina scrivo di Franck Courtès e – almeno un pochino – a quelle de Di ora in ora di Giorgio Falco. E dunque ad un livello altissimo. Senza, però, mancare di quell’impronta propria che sta nella fedeltà a luoghi, immagini e figure della Bassa: ché quasi si vede, si odora e si sente tutto. Chiama sempre all’immedesimazione questo Autore, e puntualmente riesce nel suo intento. Non è, forse, questa l’impronta riuscita di un vero scrittore?

Recensione (di S. Zangrando)

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Nei campi e sulle colline attorno a Onigo, nel Trevigiano, vicino alle rive del Piave, Lorenzo Mainardi amministra con occhio vigile e mano ferma i suoi possedimenti e i mezzadri che vi lavorano. Di famiglia nobile, era riuscito sin da giovane a salvare le terre dalla prodigalità e dalle vampe rivoluzionarie della madre Luisa, riparata in Piemonte dopo i moti del 1848. Pur avendo studiato, si è concentrato solo sul patrimonio e non si è sposato, anche se ha avuto un figlio da una relazione con la governante Anna. Gli anni passano, Lorenzo si fa più burbero e abitudinario, e la sua progenie naturale – due nipoti in particolare, guidati dalla loro madre Gilda, nuova effettiva governante – attende con stolida tenacia di ereditare le sostanze. Scoppia la Grande Guerra e dopo Caporetto, quando anche Lorenzo viene travolto, tutto pare perduto, anche se un ultimo testamento salva i nipoti e li rende protagonisti di una nuova fase, potenzialmente carica di speranza. Ma la povertà diffusa e le insidie politiche della ricostruzione – tra cooperative rosse e cooperative bianche – sono una trappola da cui è difficile scappare. E ciò che Lorenzo tanto aveva custodito viene definitivamente disperso, mentre i due giovani contadini, prima arricchiti e poi spoliati, emigrano per ripartire da ciò che le loro braccia gli possono dare.

Il Comisso tra le due guerre – il libro è del 1933 e Mondadori lo ripubblicherà nel 1956 – è scrittore che già si immerge pienamente nel paesaggio e negli uomini della sua campagna. Come tale, è autore di pagine limpidissime, semplici, fotografiche; e al contempo cariche di evidente empatia per un mondo, ormai superato, che egli avverte più semplice ed elementare, e più vero, di quello contemporaneo. Questa urgenza di essenziale autenticità, in realtà, è la cifra dell’interoComisso, e pertanto non dovrebbe stupire che la spina dorsale di questo romanzo sia un racconto anteriore, del 1921; del periodo, peraltro, da cui il sugo della vicenda è estratto. Si tratta di un pezzo anti-politico e anti-storico per eccellenza. È il fluire ambizioso e vanaglorioso dell’animo umano a corrompere l’ordine naturale, l’equilibrio in cui, per Comisso, anche ciò che della civiltà contadina appare grezzo, arretrato e finanche meschino può assumere, sorprendentemente, un senso protettivo. In questa direzione, lo sguardo di Comisso è, simultaneamente, e ambiguamente, complice e quasi antitetico rispetto a quello di Verga (La roba). Come tale, dunque, è originalissimo. E non c’è dubbio, inoltre, che, letto oggi, Storia di un patrimonio, anche nella sua esemplare linearità di scrittura, appare come la fissazione di un canone: di quel mood che, ad esempio, ritroviamo in un acclamato e bel romanzo di Matteo Melchiorre. Si sbaglia sempre poco se si legge o ri-legge Comisso: perché lo si vede resistere e riaffiorare ancora, come la radice inesausta di un grande albero; ma soprattutto perché le sue parole hanno colori, sapori e odori nitidi, solidi ed evocativi.

Giovanni Comisso su questi schermi: 1, 2, 3 e 4

Due “vecchie” recensioni: di G. Ferrata e di D. Valeri

Un approfondimento

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”La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi (da nazioneindiana.com)

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L’attore che ha dato a Sherlock Holmes la sua più iconica fisionomia – in una serie di famosissimi film – è il protagonista di questo giallo vecchio stile. Sono gli anni Sessanta e Hopalong Basil (nome di fantasia che l’Autore forgia dall’originale Basil Rathbone) è ormai sul viale del tramonto. Ma un incontro fortuito lo porta su una piccola isola vicino a Corfù, in un albergo popolato da pochi avventori e dallo scarno personale di servizio: tutti inesorabilmente bloccati da un fastidioso e lungo temporale. È lo scenario perfetto per un misterioso delitto, che in effetti si verifica. La signora Mander – in viaggio con l’amica Vesper Dundas – viene trovata morta in un bungalow sulla spiaggia, con la porta bloccata dall’interno. Ecco, dunque, un classico caso della camera chiusa, fortunato cliché della letteratura di genere. Ed è così che, per affondare del tutto nell’atmosfera che a quel caso più si conviene, i poveri malcapitati decidono, in attesa della polizia greca, di affidare le indagini al consumato attore: assomiglia così tanto a Holmes da far pensare che sia l’unico a poter risolvere l’enigma. Con un eccentrico scrittore spagnolo nel ruolo del dottor Watson, il detective cinematografico si mette letteralmente sulle orme di un assassino fin troppo reale, in un susseguirsi continuo di citazioni dello Sherlock originale, e in un quadro che si complica di ulteriori e inesplicabili delitti. L’intrigo appare destinato a rimanere insoluto fino all’ultimo capitolo, quando Basil smaschera il colpevole e dimostra di aver capito ogni cosa (o quasi…).

Quello di Pérez-Reverte è l’omaggio appassionato che una star della letteratura internazionale d’evasione ha deciso di tributare a una delle figure più riuscite della storia della narrativa mondiale e alla formidabile e immarcescibile tradizione pop cui essa ha dato origine. È dura, d’altra parte, rimanere insensibili al fascino di Sherlock Holmes: della sua capacità di ragionamento; delle sue astuzie; dell’intero immaginario che i testi di Conan Doyle hanno figliato nel corso del tempo, generando variazioni e imitazioni più o meno fedeli, ma sempre apprezzate, nell’editoria come nel cinema (e nelle serie tv). Occorre ricordare, poi, che proprio l’Autore di questo romanzo ha sempre mostrato un certo debito nei confronti di quell’immaginario: ne Il club Dumas il personaggio femminile che accompagna Lucas Corso, cacciatore di libri antichi, si chiama Irene Adler, come l’unica donna che è stata capace di ingannare Sherlock. E questo è pure un piccolo indizio sull’epilogo de Il problema finale, che, oltre a ciò, è anche celebrazione di tutti quei grandi scrittori (da E.A. Poe a Maurice Leblanc, da Agata Christie a S.S. Van Dine ed Ellery Queen) che sono riusciti a fissare il canone glorioso del giallo matematico. Più di tutto, però, la rappresentazione di Pérez-Reverte – che, occorre dirlo, tanto è gradevole quanto un po’ stucchevole – si risolve in un gioco molto raffinato, perché, come scoprirà chi leggerà il libro fino alla fine, l’Autore, più che a dimostrare l’arcano, si diverte a provare che è sempre la vita il rompicapo più affascinante.

Recensione (di D. Gabutti)

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