
Riforma del reclutamento dei professori, riforma dell’autorità nazionale di valutazione, riforma della governance degli atenei, riforma del consiglio universitario nazionale, riforma delle modalità di finanziamento delle università… Sono solo alcune tappe – le più importanti, forse – del ciclo di innovazioni normative che si vanno perfezionando o preparando in questi mesi per iniziativa del Ministro dell’Università e della Ricerca. Come è facile immaginare, i molti aspetti di ciascuna di tali riforme sono al centro di vivaci discussioni e di corrispondenti proteste. Indipendentemente dal contenuto di questi dibattiti – che ad ogni modo vanno sempre presi sul serio, perché sintomo di un disagio via via crescente – sorprende un dato: la totale assenza di una riflessione sistemica sull’università e sul suo ruolo. Che, peraltro, sembrerebbe il presupposto fondamentale sia per dare coerente contenuto a quanto si vuole realizzare, sia per poter prendere veramente una qualsiasi posizione credibile.
Ebbene, assieme ad una recentissima (e più tecnica) collettanea da curata da Margherita Ramajoli e Alfredo Marra, il piccolo libro di Stefano Jossa – cui si deve un’altra, meritevolissima e convincente, indagine sui non-eroi del romanzo nazionale – prova a colmare parte del vuoto, offrendo, in primo luogo, una sintetica, ma vivida, carrellata delle idee forti che, a detta dell’Autore, hanno caratterizzato il discorso sull’università dal XVIII al XX secolo; dunque, dalla posizione di alcune convinzioni fondamentali e connotanti, e tuttora ispiranti una larga parte della comunità accademica, alla formulazione di teorie e riletture finalizzate a evidenziare i rischi di talune trasformazioni. Ripercorrere le ispirazioni di Wilhelm von Humboldt e del cardinale Newman, le critiche di Benedetto Croce o il manifesto di Ortega y Gasset è gratificante e ricostituente. Come riescono altrettanto condivisibili – nella loro nobile e preveggente tensione antieconomicista – la spietata analisi di Bill Readings o la visione riequilibrarice di Stefan Collini. Jossa coglie nel segno allestendo questa sorta di galleria di illuminanti riscoperte intellettuali. È un buon metodo per discutere di università; specie per spiegare che è errato sia essere rigorosamente nostalgici di un’accademia troppo autoreferenziale, sia affidarsi a nuove e accelerate vocazioni (troppo) strumentali dell’università. Le quali, del resto, sono pienamente al centro dell’opera di decostruzione politica che l’Autore vuole sollecitare. Tanto che nel penultimo capitolo si ripropongono alcuni passaggi, giudicati tuttora attuali, del Manifesto per una Università negativa, nato dal cuore più duro e determinato del movimento studentesco degli anni Sessanta; e che nell’ultimo capitolo si costruisce un nuovo, potenziale manifesto, per avviare una discussione (giustamente) percepita come necessaria.
Dopodiché questa parte conclusiva delude un po’: perché, innanzitutto, alcuni punti del manifesto riflettono troppo rivendicazioni tipicamente “municipali” e (nel testo) non previamente argomentate; e soprattutto perché, forse, al testo di Curcio e compagni – che si presa a strumentalizzazioni fin troppo facili – avrebbero potuto sostituirsi gli interventi di Jürgen Habermas, che sono pressoché coevi e prefigurano molto bene presupposti socio-istituzionali e opportunità degli sviluppi successivi – democratici – dell’idea dell’università e della funzione che essa dovrebbe svolgere dal suo interno. Vero è che il problema posto dallo stesso Habermas (la relazione tra potere pubblico e università, nel contesto della società altamente industrializzata e tecnologica) non solo appartiene a dinamiche di grandezza e penetrazione assai importanti; questo problema, purtroppo, è stato solo rimandato e non si è per nulla risolto, risollecitato com’è stato, da ultimo, dall’incombenza socio-politica delle policrisi (economica, finanziaria, del debito, pandemica, bellica etc.) e transizioni (ambientale e digitale) degli ultimi vent’anni, e prima ancora (dal “processo di Bologna” in poi), dall’articolazione diffusa, e sostanzialmente vincente, dell’approccio europeo all’università. La quale è del tutto concepita come immersa in un ruolo di agencyprivilegiata, all’interno di una rete di incentivi e stimoli economici sempre più stringente, e in cui l’autonomia accademica e quella della sua stessa comunità sono poste in seria e progressiva discussione. Come ha bene argomentato Alessandro Mangia, è una traiettoria che viene da lontano e la posta in gioco è molto più grossa di quanto si possa superficialmente pensare.






Dopo la monumentale prova de 
Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.