Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.

In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.

Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)

Una (simpatica) intervista all’Autore

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Quanto si può davvero divulgare Giovanni Pascoli? La lettura di questo libro rilancia un interrogativo che, preso sul serio, vale per ogni autore, scrittore, artista… Che per prima cosa lascia al mondo le sue opere e, dunque, è con – e per mezzo – di quelle che intende essere frequentato, osservato e capito. È un problema che con Pascoli è più accentuato che mai, perché di solito, nel suo caso, anche l’analisi più tecnica si confronta inevitabilmente con i dettagli di quella che è spesso descritta come vita turbata e pluri-condizionata: dalla morte violenta del padre; dalla scomparsa prematura della madre; dalle fatiche di una giovinezza confusa; dal rapporto complesso e ambiguo con le due sorelle, Ida e Maria, e più in generale con i fratelli; dalle tante peregrinazioni di docente e studioso; dalla frequentazione di bettole e osterie; e pure da un forte e ricorrente – e quasi incredibile, vista la fama – sentimento di incomprensione, unito ad un’istanza non minore di riconoscimento. Si aggiunga che proprio la dimensione personale, in Pascoli, è frutto di facili mitizzazioni, e stereotipi, anche per la coltivazione rituale, pressoché immediata, dei suoi spazi e della sua memoria (di cui è esempio massimo la casa di Castelvecchio), e ciò specie per opera della sorella Maria, votata da subito alla celebrazione del culto. Quindi, complice anche una certa tradizione scolastica, assai semplificante, ogni qual volta si cerca di portare Pascoli al grande pubblico, l’inclinazione a perpetuare il racconto nazionalpopolare corrisponde a una forza del tutto naturale. A questa inclinazione cede largamente anche il libro di Osvaldo Guerrieri, sottotitolato “Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, che d’altra parte, per curvatura e struttura, assume quasi le stesse movenze del film di Giuseppe Piccioni (anch’esso Zvanì e anch’esso diffuso di recente nei cinema e poi sui canali Rai). Perché in entrambi i lavori si tratta per lo più di una successione di immagini e di vicende molto note, quelle, per l’appunto, su cui più si è insistito, nel tempo, per decifrare peculiarità, fortune, oscillazioni esistenziali e disavventure del grande poeta. 

Bisogna riconoscere, fortunatamente, che a Guerrieri non si può imputare, per forza di cose, l’ostentata delicatezza, l’andamento oleografico e la fotografia da (vecchia) fiction del servizio pubblico che si impone, disturbante, allo spettatore dell’opera di Piccioni (nella quale, occorre sottolinearlo, anche la scelta degli interpreti non è stata poi così felice: non per difetto di maschera, perché, anzi, gli attori ce l’hanno messa tutta; ma per la straniante distanza dei volti, delle fisicità e delle posture da quel poco che le diverse foto d’epoca fanno intendere). Allo stesso modo, poi, va anche precisato che Guerrieri, in qualche piccolo passaggio, tenta qualcosa di più, e di diverso, riuscendo a fornire assaggi di più seria e meditata riflessione (alle pp. 35-36, ad esempio, dove si ricollega alla classica lezione filologica di Cesare Garboli e, subito a seguire, all’interesse di Pascoli per la Commedia dantesca; ma anche nel capitolo “Svolte”, circa alcune evoluzioni stilistiche della poesia pascoliana, e anche lì con il supporto dell’immancabile Garboli). E Guerrieri, infine, riesce quasi a sorprendere (sempre in positivo), laddove (a p. 64) sembra allargare lo sguardo  – anche se solo per uno spicchio di pagina – al vero significato, per nulla autobiografico, della “poesia dell’io” cui Pascoli tendeva. Ma resta il fatto che, persistendo nell’omissione di tanti altri aspetti (ad esempio: il Pascoli saggista; la traiettoria cosmica della sua attenzione per la natura; l’occulto ma raffinatissimo cantiere che – anche al di là della ricerca più strettamente linguistica – si nasconde dietro alla formulazione di ogni verso, anche di quello apparentemente più lineare; il senso autenticamente disciplinare – lo si direbbe normativo – del tenace attaccamento alla composizione in lingua latina…), si continua a costruire il consueto monumento sull’uomo sensibilissimo e infelice, e in fondo isolato e sfortunato. Come se si dovesse dare a Pascoli il posto che veramente gli compete solo per via di un dolce, empatico e compassionevole abbraccio.

Un (altro) bel libro su Giovanni Pascoli

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Riforma del reclutamento dei professori, riforma dell’autorità nazionale di valutazione, riforma della governance degli atenei, riforma del consiglio universitario nazionale, riforma delle modalità di finanziamento delle università… Sono solo alcune tappe – le più importanti, forse – del ciclo di innovazioni normative che si vanno perfezionando o preparando in questi mesi per iniziativa del Ministro dell’Università e della Ricerca. Come è facile immaginare, i molti aspetti di ciascuna di tali riforme sono al centro di vivaci discussioni e di corrispondenti proteste. Indipendentemente dal contenuto di questi dibattiti – che ad ogni modo vanno sempre presi sul serio, perché sintomo di un disagio via via crescente – sorprende un dato: la totale assenza di una riflessione sistemica sull’università e sul suo ruolo. Che, peraltro, sembrerebbe il presupposto fondamentale sia per dare coerente contenuto a quanto si vuole realizzare, sia per poter prendere veramente una qualsiasi posizione credibile. 

Ebbene, assieme ad una recentissima (e più tecnica) collettanea da curata da Margherita Ramajoli e Alfredo Marra, il piccolo libro di Stefano Jossa – cui si deve un’altra, meritevolissima e convincente, indagine sui non-eroi del romanzo nazionale – prova a colmare parte del vuoto, offrendo, in primo luogo, una sintetica, ma vivida, carrellata delle idee forti che, a detta dell’Autore, hanno caratterizzato il discorso sull’università dal XVIII al XX secolo; dunque, dalla posizione di alcune convinzioni fondamentali e connotanti, e tuttora ispiranti una larga parte della comunità accademica, alla formulazione di teorie e riletture finalizzate a evidenziare i rischi di talune trasformazioni. Ripercorrere le ispirazioni di Wilhelm von Humboldt e del cardinale Newman, le critiche di Benedetto Croce o il manifesto di Ortega y Gasset è gratificante e ricostituente. Come riescono altrettanto condivisibili – nella loro nobile e preveggente tensione antieconomicista – la spietata analisi di Bill Readings o la visione riequilibrarice di Stefan Collini. Jossa coglie nel segno allestendo questa sorta di galleria di illuminanti riscoperte intellettuali. È un buon metodo per discutere di università; specie per spiegare che è errato sia essere rigorosamente nostalgici di un’accademia troppo autoreferenziale, sia affidarsi a nuove e accelerate vocazioni (troppo) strumentali dell’università. Le quali, del resto, sono pienamente al centro dell’opera di decostruzione politica che l’Autore vuole sollecitare. Tanto che nel penultimo capitolo si ripropongono alcuni passaggi, giudicati tuttora attuali, del Manifesto per una Università negativa, nato dal cuore più duro e determinato del movimento studentesco degli anni Sessanta; e che nell’ultimo capitolo si costruisce un nuovo, potenziale manifesto, per avviare una discussione (giustamente) percepita come necessaria.

Dopodiché questa parte conclusiva delude un po’: perché, innanzitutto, alcuni punti del manifesto riflettono troppo rivendicazioni tipicamente “municipali” e (nel testo) non previamente argomentate; e soprattutto perché, forse, al testo di Curcio e compagni – che si presa a strumentalizzazioni fin troppo facili – avrebbero potuto sostituirsi gli interventi di Jürgen Habermas, che sono pressoché coevi e prefigurano molto bene presupposti socio-istituzionali e opportunità degli sviluppi successivi – democratici – dell’idea dell’università e della funzione che essa dovrebbe svolgere dal suo interno. Vero è che il problema posto dallo stesso Habermas (la relazione tra potere pubblico e università, nel contesto della società altamente industrializzata e tecnologica) non solo appartiene a dinamiche di grandezza e penetrazione assai importanti; questo problema, purtroppo, è stato solo rimandato e non si è per nulla risolto, risollecitato com’è stato, da ultimo, dall’incombenza socio-politica delle policrisi (economica, finanziaria, del debito, pandemica, bellica etc.) e transizioni (ambientale e digitale) degli ultimi vent’anni, e prima ancora (dal “processo di Bologna” in poi), dall’articolazione diffusa, e sostanzialmente vincente, dell’approccio europeo all’università. La quale è del tutto concepita come immersa in un ruolo di agencyprivilegiata, all’interno di una rete di incentivi e stimoli economici sempre più stringente, e in cui l’autonomia accademica e quella della sua stessa comunità sono poste in seria e progressiva discussione. Come ha bene argomentato Alessandro Mangia, è una traiettoria che viene da lontano e la posta in gioco è molto più grossa di quanto si possa superficialmente pensare.

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“E altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart”: così recita la lunga prosecuzione del titolo di questa piccola antologia di saggi brevi. Ma non si tratta di interventi critici. Sono, piuttosto, agili divagazioni, nelle quali l’Autore, anziché proporsi nel ruolo di esegeta, incrocia singoli episodi più o meno conosciuti della vita di diversi artisti (scrittori, poeti, pittori, musicisti), mettendoli in rapporto diretto con le loro creazioni. E non mancando, però, di parlare anche di sé: della sua relazione con questi artisti e con le situazioni che hanno affrontato o le emozioni che hanno saputo incarnare. Ogni testo, quindi, finisce per ospitare e mescolare spezzoni biografici e spunti autobiografici, dimostrando quanto gli apprendistati e le esperienze culturali possano determinare a fondo quello che siamo o, meglio, quello che siamo diventati nel tempo. D’altra parte Soli eravamo, che riprende nel titolo un noto verso del Canto V dell’Inferno dantesco, riferito alla vicenda amorosa di Paolo e Francesca, non ha altro scopo che quello di rammentarci quanto l’arte possa esserci galeotta, al pari del libro su cui la celebre coppia finì per scambiarsi le prime, irrimediabili, tenerezze. Sicché, è il caso di dirlo con forza, non siamo per nulla soli. In modo del tutto fortuito ho frequentato le pagine di Coscia parallelamente alla lettura del più recente Altre Samarcande di Paolo Deidier, che è il memoir di una vera educazione poetica, punteggiata di letture, incontri e delicatissimi ritratti (di Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Piero Bigongiari, Nelo Risi, Luciano Erba, Biancamaria Frabotta). Anche qui si ha l’opportunità di accedere a una galleria letteraria tutta sentimentale, ed ancora più suggestiva, visto che Deidier rievoca conoscenze e consuetudini di prima mano. È un libro molto diverso, dalla prosa ricercata e trasognata, scandita per aneddoti e istantanee. Ma l’estrema intimità dell’approccio permette di portare in piena luce quale sia l’umore giusto per apprezzare fino in fondo il viaggio di Coscia.

Recensioni (di G. Giglio; di N. Vacca)

Un’intervista a Fabrizio Coscia

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Il titolo di questo saggio è del tutto e chiaramente esplicativo del suo contenuto. Esprime, infatti, ciò che si propone di fare l’Autore. Che raccoglie e analizza una serie di spunti letterari e filosofici, e in minima parte anche religiosi e cinematrografici, per concentrarsi sulla descrizione di un’antropologia alternativa a quella dominante. Se è vero che quest’ultima non fa altro che incentivare al successo, alla visibilità sociale, all’attivismo imprenditivo, al riconoscimento collettivo, si può, tuttavia, identificare nella tradizione occidentale un filone di pensiero che invita al semplice e puro sentimento dell’essere. La Porta muove, primariamente, dal romanzo dell’Ottocento, con Austen (e la Lady Bertram di Mansfield Park) e Gončarov (con il suo Oblomov), ma anche con Tolstoj (e la decostruzione dell’immagine di Napoleone sul campo di battaglia di Guerra e Pace). Poi gradualmente arrivano gli altri, e sono tanti: Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wenders… Per non dimenticare, direttamente dalla Torah, gli estratti sapienziali del Pirqei Avot. Quella di La Porta non è un’esposizione sistematica, né una costruzione retorica. Richiama il gusto della conversazione. Non è un caso che la si possa anche ascoltare online, piacevolmente scandita in alcune puntate della trasmissione di Radio 3 Uomini e Profeti. All’evidenza, certo, il materiale utilizzato è molto eterogeneo, dal quale il ragionamento pesca liberamente, non solo per dimostrare l’esistenza diffusa di un’ispirazione e di un modello di vita differenti. Lo scopo è invitare i lettori a conoscerne la ricchezza e la profondità, e anche a sperimentarne le declinazioni pratiche. Queste, peraltro, non sono per nulla scontate, visto che il vivere “nascostamente” o l’assumere la prospettiva del “senso comune” possono anche risultare azioni sovversive o di resistenza. L’Autore non inventa nulla di nuovo (molto si avvale, esplicitamente, degli itinerari critici di Lionel Trilling), eppure ci si trova di fronte a un testo di grande valore, perché afferma con forza che le idee e la letteratura possono davvero cambiare la nostra esistenza.

Una recensione (di F. Coscia)

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“Questi sono / i miei fiumi”, recita una celebrata e conosciutissima poesia di Ungaretti. Questi sono i miei treni e le mie stazioni, potrebbe dire Montieri. Che è apprezzato poeta, oltre che sincero e appassionato scrittore di calcio. Qui raccoglie un’eterogenea galleria di immagini e di storie – personali e non – a soggetto ferroviario. Da un lato, racconta di sé, del suo rapporto con il treno, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che ha incontrato, e delle emozioni che ha provato. Dall’altro, coglie l’opportunità per comunicare quanto le strade ferrate facciano parte dell’esperienza e della cultura collettiva, e siano collettori di piccoli e grandi eventi: psicologici, storici, tecnologici. Che sia al finestrino, in sala d’attesa o seduto al proprio posto in carrozza, l’Autore scopre, ricorda, fantastica, riflette. Basta un corrimano alla stazione di Verona, o la condivisione improvvisata con altri viaggiatori di una partita di calcio in streaming sul proprio pc, o un dialogo con una misteriosa signora sul treno che va da Cividale a Udine, o la visione di una piccolissima stazione in Toscana, o l’ascolto delle storie partigiane sul sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea: tutto ciò che è legato al treno diventa un tramite, un mezzo, o rito, di passaggio che va al di là del trasporto fisico, uno strumento per ricordare, commuoversi, approfondire, appassionarsi. Ma anche un messaggio o un ambasciata, che prepara al punto d’arrivo o predispone all’avventura o al ritorno, verso casa e incontro agli affetti. Qualcuno di questi testi o è un po’ didascalico (così si può dire, ad esempio, per il pezzo sulla Portici-Napoli) o un po’ troppo atteso (come quello sulla strage di Bologna) o eccessivamente idealizzante (lo si potrebbe dire quello sulla stazione Torino Porta Nuova). Ma le pagine sono sempre facili, scorrevoli, suadenti. E tra un paragrafo e l’altro viene spontaneo guardare lontano e…mettersi in marcia.

Al termine della lettura mi sorprendo a tentare un esercizio. Che cosa mi viene in mente, subito, se penso al treno? La “stazione internazionale” di Primolano, strutturalmente intatta, al vecchio confine tra Italia e Austria, lungo la Valsugana; un amico che sa tutto sulle ferrovie tedesche e programma le sue ferie sui loro binari e orari; nel grandissimo film di David Lean, l’immagine di Jurij Živago sul treno verso gli Urali, mentre guarda di notte fuori da una fessura del carro merci in cui è stipato assieme alla famiglia; Luigi (Alois) Negrelli, ingegnere ferroviario, e primo originario progettista del canale di Suez, il cui busto si trova al binario 1 della stazione di Trento; Il treno russo di Anna Maria Ortese, ma anche il Poema ferroviario di Erofeev; alzarsi e uscire per prendere il treno alle 5.43 del mattino, due o tre volte al mese, in quello che alla fine è il momento migliore della giornata; la vecchia casetta del casellante sulla linea Venezia – Bassano del Grappa, tra Resana e Castelfranco Veneto, che per anni ho visto abitata da una piccola famiglia africana; un lunghissimo viaggio da Birmingham ad Aberystwyth, in Galles, a bordo di una carrozza della Virgin Trains; l’entrata nello scompartimento di una numerosa, affamata e rumorosa famiglia turca, a Losanna, nel viaggio notturno coi miei genitori sull’Orient Express verso Parigi, avevo sei anni; i miti intramontabili della Transiberiana e della Transmongolica; l’angolo dei libri usati messi in vendita nel Bar Buffet della Stazione di Feltre; il benemerito treno guasto che costringe Zbigniew Herbert a una improvvisa e provvidenziale fermata serale nella “ nebbia, da cui scriverà Rovigo Libro semplice, lineare e suggestivo, questo di Montieri. Eppure indirettamente ipnotico e per ciò solo efficace.

Recensioni (di L. Mazzoni; di S. Miglio; di P. Perlini)

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In questo libro – che costituisce uno spin off del precedente, bellissimo e fortunatissimo, La strada verso est – l’Autore si mette “Sulle tracce di un criminale nazista”, l’austriaco Otto von Wächter. Che durante la seconda guerra mondiale aveva servito come governatore della Galizia occupata, dove si era macchiato del rastrellamento, dello sgombero e della liquidazione di molte migliaia di ebrei. All’atto della disfatta dell’esercito tedesco, Wächter era scomparso, per poi riemergere nell’estate del 1949 in un ospedale di Roma, sul letto di morte. Sands ne aveva già conosciuto il figlio Horst, progettando un documentario – poi effettivamente realizzato – in cui farlo interagire con Niklas Frank, figlio, a sua volta, di un altro gerarca nazista, condannato a morte a Norimberga e impiccato. E mentre Niklas pare aver metabolizzato l’identità e le azioni del padre, Horst è arroccato in un opposto percorso di negazione e riabilitazione. Eppure è proprio Horst ad aiutare e accompagnare le ricerche di Sands. La via di fuga è il racconto di questa inchiesta, una specie di diario dei reiterati sforzi che l’Autore compie per ricostruire sia il retroterra familiare e l’ascesa politica di von Wächter sia la traiettoria rocambolesca del suo tentativo di sfuggire alla cattura e di riparare in altri paesi. 

Il saggio, da un lato, costituisce un’occasione buona per gettare luce sulla rete di complicità di cui i criminali nazisti hanno goduto, e quindi anche sulla cd. ratline, la “strada dei topi”, il “percorso” sicuro di cui molti di loro – spesso sotto la protezione di influenti ambienti ecclesiastici e di corpi specializzati dell’intelligence delle forze alleate – hanno usufruito, dal Sud della Germania all’Alto Adige, da Roma al Sudamerica. Anche nel caso di von Wächter ritroviamo tutto il repertorio di questo genere di vicende, animate da alti prelati, ex fascisti o collaborazionisti, spie russe e americane. E dal sospetto che la fine del gerarca (ufficialmente deceduto a causa di un’infezione epatica) non sia stata casuale. Dunque in La via di fuga le esplorazioni storiche si mescolano al gusto per il mistero e l’intrigo internazionale. Nel lavoro di Sands, però, ciò che è ancor più apprezzabile si ritrova in altre due caratteristiche. Innanzitutto, la tenace puntigliosità dell’investigazione, che sa ricorrere a tutte le fonti e le risorse disponibili, e si esprime a sua volta in un viaggio, in una biografia: non è solo quella del soggetto prescelto, ma è anche quella dell’Autore, che si pone alcune domande, e le cui tappe si rincorrono e si ripropongono costantemente, in un andirivieni tra ieri e oggi. In secondo luogo, si avverte il senso, afferrabilissimo, di un’urgenza interiore, che non smette mai di chiedersi il perché di tanti orrori e, soprattutto, che vuole interrogare scelte ed esistenze, individuali e collettive, tanto imperscutabili quanto angosciosamente persistenti.

PS: per amplificare le sensazioni e le riflessioni che La via di fuga può produrre, la sua lettura può essere utilmente accompagnata da altre due recenti pubblicazioni: il romanzo di Marco Ballestracci, Preludio e fuga di Riccardo Klement (che ha come protagonista Adolf Eichmann); l’approfondimento storico di Uwe Neumahr, Il castello degli scrittori (che ricostruisce le interazioni tra coloro che, inviati dalle più diverse testate giornalistiche, hanno raccontato il processo di Norimberga).

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La Legislatura in corso prevede, tra i suoi appuntamenti più caldi, il dibattito sul cd. “premierato”, un disegno di legge costituzionale presentato al Senato nel novembre dello scorso anno e concernente l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri. Naturalmente la discussione è già montata e si è fatta presto arroventata, sia nel discorso pubblico (sono stati molti, ad esempio, gli editoriali sulle testate giornalistiche nazionali), sia nelle riflessioni strettamente giuridiche (a quest’ultimo riguardo v. i commenti e i contributi prodotti da un gruppo di lavoro formatosi in seno alla Fondazione Astrid; ma cfr. anche le audizioni svolte in Parlamento). Il libro di Michele Ainis, noto costituzionalista, saggista e romanziere, si pone un po’ a metà strada. Con lo stile arguto che lo contraddistingue, l’Autore non cerca solo di fornire ai comuni cittadini gli strumenti conoscitivi per collocare la proposta italiana di riforma nell’ambito delle diverse forme di governo che attribuiscono una diretta legittimazione democratica all’Esecutivo (il “modello statunitense”, la “variante francese”, il “brevetto israeliano”). Né si ferma a soppesare pregi e difetti delle possibili ricette presidenzialiste (rispettivamente, alle pp. 77 e 85). Non gli interessano i “figurini” della modellistica. Più che analizzare in dettaglio la “proposta italiana” (di cui si mettono in luce le imprecisioni, le aporie e le mancanze), gli preme porre in luce alcuni profili, metodologici come di tendenza. 

Dal primo punto di vista, Ainis invita a riflettere su come sia necessario, per poter fare realmente le riforme, riavvicinare i cittadini alla partecipazione politica. In proposito non rinuncia a qualche provocazione, immaginando, ad esempio, che si possa scegliere (eleggere? Sorteggiare?) un gruppo di persone comuni, cui affidare la formulazione di idee specifiche, ovvero che si possa anche costringere il circuito politico-rappresentativo e le sue articolazioni decisionali a raccogliere nel modo più diffuso, anche online, sollecitazioni o spunti utili al cambiamento. Oltre a ciò, Ainis descrive la tensione trasformativa verso modelli presidenziali come qualcosa di tipico nell’evoluzione più recente dei sistemi parlamentari. Così suggerendo, quasi, che sia quanto mai urgente riallineare la forma alla sostanza anche nel contesto nazionale, che pure, tuttavia, egli descrive in termini assai scettici e preoccupati, data l’onnipresenza – ad ogni livello – di una sfibrante cultura del capo. Se i rilievi concernenti la partecipazione paiono un po’ troppo ingenui, quelli sulla dilagante “capocrazia” – e sulla dubbia opportunità di assecondare un certo trend – oltre a palesarsi come parzialmente contraddittori, finiscono per generare una sorta di irrimediabile pessimismo (tradito in modo assai plastico dal sottotitolo del saggio: “Se il presidenzialismo ci manderà all’inferno”). Al punto che, in definitiva, il libro lascia il lettore con l’amaro in bocca e con la sensazione che la (lunga) rassegna degli intoppi e degli errori del passato (e del presente) sia destinata a completarsi e a consolidarsi anche nel prossimo futuro. Ma qualcosa di interessante, nei pensieri ad alta voce dell’Autore, rimane. Vale a dire il duplice insegnamento che le riforme che funzionano sono quelle che davvero si configurano come un meditato atto collettivo, e che quest’ultimo evento va in qualche modo promosso e coltivato con una seria consapevolezza dei fallimenti già sperimentati.

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Il sottotitolo di questo saggio – il cui titolo proviene da un’espressione di Rossana Rossanda, utilizzata in un carteggio con l’Autore – è “Una storia delle Brigate rosse”. Tuttavia, a differenza di quanto la specificazione possa far presagire, Luzzatto non si occupa delle vicende, in generale, della nota formazione terroristica. Si concentra, invece, su nascita, evoluzione e parabola della sola colonna genovese. Allo scopo, però, di tracciare un metodo di indagine utilizzabile anche per altri contesti locali e di trarre – comunque – alcune riflessioni di sostanza, ipoteticamente valide a rivelare qualcosa di nuovo sul complessivo retroterra socio-culturale del fenomeno brigatista. O, più precisamente, sulla valenza non secondaria che specifici fermenti di esperienza, come di pensiero, avrebbero avuto nel lento apprendistato e nel radicamento delle convinzioni più profonde dei brigatisti, regolari e non. Per raggiungere questo obiettivo, l’Autore privilegia sin dall’inizio due scelte. Da un lato, si dedica soprattutto alla figura di Riccardo Dura – l’uccisore di Guido Rossa (cui Luzzatto ha da poco dedicato un altro volume) – qui definito come terrorista perfetto, perché rimasto sconosciuto ai più fino al drammatico scontro a fuoco di via Fracchia, dove ha perso la vita. Dall’altro, Luzzatto parte da lontano, ricostruendo l’interazione, in particolare, tra certe sensibilità della sinistra extraparlamentare e del mondo cattolico post-conciliare e l’esistenza di sacche di marginalità via via emergenti nelle compagini dei lavoratori emigrati dal Mezzogiorno e delle loro famiglie. Dopodiché si susseguono – o si inseguono – tante storie individuali e familiari, collettive e politiche: tutte rigorosamente mappate sulle strade, nei vicoli e sulle piazze del capoluogo ligure. Come in altre precedenti ricerche, lo storico genovese, oggi in forza alla University of Connecticut, si distingue per originalità di approccio, integrazione di fonti (quelle orali svolgono un ruolo significativo), capacità narrativa e attitudine a far discutere.

Non c’è dubbio che, nel suo itinerario, Luzzatto lascia fuori l’operaismo in senso stretto o le teorie sulle interferenze dei servizi di intelligence. E, al contempo, enfatizza il modus operandi e le traiettorie degli intellettuali di provenienza accademica (nel caso genovese, Enrico Fenzi e Gianfranco Faina), ma anche i cambiamenti di contesto e di sensibilità, e di critica alle vecchie istituzioni di discriminazione e segregazione sociale (carceri, manicomi, istituti di rieducazione). Su alcuni recensori la prospettiva seguita da Luzzatto ha sortito impressioni diametralmente opposte, eppure critiche: c’è chi considera la ricerca come la combinazione di lacune inescusabili e fuorvianti, avvinte da un percorso di pura immaginazione; altri, invece, lamentano un processo di sostanziale nobilitazione delle figure dei brigatisti e delle loro ragioni. Al lettore meno esperto questi giudizi non sono del tutto decifrabili. Ma è un po’ forzato attribuire all’Autore intenzioni cui egli manifestamente non è accostabile. È vero, ad esempio, che Luzzatto dà peso ai fermenti socio-culturali che animano gli anni Sessanta e Settanta, ma è altrettanto vero che non ne fornisce un quadro denigratorio, né segue (anzi, lo critica expressis verbis) il famoso teorema Calogero sul ruolo “direttivo” dei cc.dd. “cattivi maestri”. Pur ritenendo, simultaneamente, che alcune intuizioni delle indagini avviate dagli uomini del generale Dalla Chiesa fossero corrette. Ciò che, dopo tutto, è interessante, di Dolore e furore, è il tentativo – come è stato ben detto – di fornire un’antropologia del brigatismo; e di farlo – si può aggiungere – a partire da un’attenta ricognizione di luoghi, documenti e testimonianze, per ricavarne piste e metodi di approfondimento qualitativi capaci di attraversare trasversalmente, e così di testare, le interpretazioni finora più diffuse. È senza dubbio un libro su cui meditare a lungo.

Recensioni (di S. Calamandrei; di P. Persichetti)

Un’intervista all’Autore

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La tesi di questo saggio è anticipata sin dal principio: “in una società fondata sul rispetto dell’altro, le persone dovrebbero essere capaci di praticare un qualche grado di ipocrisia, di comprendere che la tensione verso l’autenticità di principi e di fedi non è sempre la migliore amica di chi ha principi e di chi crede”. Si capisce, quindi, che ciò che potrebbe usualmente apparire come un vizio può assumere, nella sfera pubblica, i contorni di una vera e propria virtù, che l’Autrice evoca in termini di civility, di urbanità: una postura funzionale a promuovere consapevolmente processi di riconoscimento reciproco. Certo la parola ipocrisia, nell’uso comune, porta con sé un carico negativo: richiama calcolo personale, studiata dissimulazione, se non menzogna. Tuttavia secondo la concezione delineata in questo libro – che del termine, come del concetto, rievoca puntualmente, nella sua prima parte, le origini antiche e le successive, rilevanti torsioni indotte con il cristianesimo – l’ipocrisia emerge quale linguaggio e competenza di una comunità orientata alla tolleranza e al rispetto dei diritti e delle libertà. Quella di cui Nadia Urbinati scrive, specie nella seconda parte del volume, è una traiettoria interpretativa che nasce, storicamente, con la secolarizzazione e con la separazione tra sfera privata e sfera pubblica, tra individuo e cittadino. Non è un caso, quindi, che l’occasione sia buona per alcune belle pagine sullo sviluppo della diplomazia come sull’invenzione della persona statale, intesi entrambi come dispositivi – sorti nella medesima epoca – atti a simboleggiare i luoghi in cui l’ipocrisia in esame, rispettivamente, deve e non deve esprimersi. Allo stesso modo – sempre nella seconda parte del testo – si spiega in maniera assai efficace che la cornice istituzionale che è più congeniale a questa “virtuosa” ipocrisia è la democrazia rappresentativa. Dove la classe politica è esposta al giudizio degli elettori e del “pubblico”, pur dovendo praticare l’ineludibile arte del compromesso, e cercando, così, e istituzionalizzando, specifiche e ragionevoli zone di penombra. 

Il filo rosso che di questo contributo più convince è la tematizzazione per cui l’ipocrisia è strumentale a un contesto, come l’odierno, in cui quello delle relazioni sociali è un gioco libero e la stessa identità personale, lungi dall’essere un uni-verso, è un nucleo in faticosa e continua riformulazione. E così dev’essere. Perché, senza understatement, nel libero conflitto delle idee, fossero anche le più autentiche, nessuna socializzazione sarebbe realmente possibile. A patto che, poi, l’ipocrisia non occupi tutto lo spazio disponibile e rimanga proporzionata a una dimensione occasionale, governata dai singoli e dalle prassi comportamentali cui danno luogo; senza trasformarsi in conformismo radicale. Di qui la conclusione, per cui questo tipo di skill – per quanto si tratti di anglismo assai abusato, è di ciò che si discute – investe anche l’ambito del politicamente corretto: non nel suo “uso parossistico”, che finisce, al contrario, per diventare polarizzante e disaggregante; bensì nei limiti di ciò che può dirsi il “nuovo galateo”, utile a facilitare e coltivare pratiche di convivenza. Al termine della lettura le impressioni sono due. Da un lato, è facile constatare che Nadia Urbinati è riuscita a confermare che lo studio della storia, della filosofia, della politica (e, sia pur in parte, anche del diritto) non è soltanto affare degli specialisti, ma può sortire insegnamenti che cambiano la vita delle persone e ne orientano l’azione quotidiana. Dall’altro, viene da chiedersi quali siano i veicoli per la diffusione e l’assimilazione di una virtù che è tanto cruciale. C’è da scommettere che in tanti avrebbero già la risposta: se ne deve occupare l’istruzione! Il fatto è che, fortunatamente, questo libro, non solo non se ne occupa, ma, nel mettere in scena tutta la polivalenza del suo soggetto, dimostra ipso facto che, quando si discute di pratiche sociali, i responsabili sono molteplici e, soprattutto, si tratta semplicemente di cominciare, ciascuno per suo conto.

Un caffè con l’Autrice

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