Dopo Fossili e storioni e Nei luoghi ideali per la camporella, a Davide Bregola riesce con questo libro un altro piccolo capolavoro. È letteratura all’ennesima potenza. Ed è anche una proposta che si può accogliere su più livelli: quello più classico del racconto-memoir; quello più interessante dell’itinerario critico; quello più impegnato del carotaggio psicologico e socio-politico; e quello più insinuante dell’immersione poetica e geografica. Ma il dato importante è che questi livelli si sovrappongono, perché ciascuno alimenta gli altri, ed è così che il testo sprigiona le sue virtù migliori. Formalmente il volume ospita quattro capitoli e una conclusione, anche se quest’ultima si lega moltissimo al pezzo che la precede. E ogni capitolo si focalizza sul rapporto tra Bregola e un autore/un’autrice volta per volta considerati; meglio, sulla ricerca, anche interiore, cui Bregola è stato sollecitato percorrendo le tracce di quattro grandi eccentrici solitari del paesaggio letterario italiano: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi. Il primo e l’ultima sono nomi noti a tanti, se non altro per i bestseller che li hanno resi famosi. Il secondo e il terzo, invece, sono stati poeti rigorosamente appartati, se non nascosti: già il solo gesto di riparlarne è meritevole. Alcuni versi di una poesia di Bellintani, ad esempio, valgono da soli il prezzo del biglietto: “Fermiamoci un momento, amici. / Quest’albero era / quando ancora non erano / i nostri padri i nostri avi. / Ed ecco io sento che qualcosa gli devo”.

Tuttavia quello che conta di più, in Lezioni dalle rovine, è la matrice su cui Bregola monta i pensieri, i ricordi e le esperienze personali che lo legano a ciascuno di quei quattro scrittori. La chiave, infatti, è l’estraniamento, la coltivazione di luoghi segreti e umili, le orme di esistenze tenacemente e rigorosamente adeguate a questo canone di privilegiata osservazione distante. Un punto di vista che Bregola stesso dice di aver traguardato e inseguito, sin da giovanissimo, nelle peripezie di apprendista-artista obbligato a confrontarsi con le prime, dure, spiazzanti e precarie esperienze lavorative (di venditore di libri, impiegato tecnico della ferrovia Suzzara-Ferrara, dipendente di una fabbrica di latticini…). Il sottotitolo del libro – “(Leggere, scrivere, vivere)” – dice davvero molto del suo contenuto e del manifesto commosso che, di fatto, rappresenta. Un po’ vuole evidentemente omaggiare Works di Trevisan, e dunque si fa narrazione autobiografica e romanzo sociale. Ma in parte si avvicina anche alle più recenti traiettorie de La mattina scrivo di Franck Courtès e – almeno un pochino – a quelle de Di ora in ora di Giorgio Falco. E dunque ad un livello altissimo. Senza, però, mancare di quell’impronta propria che sta nella fedeltà a luoghi, immagini e figure della Bassa: ché quasi si vede, si odora e si sente tutto. Chiama sempre all’immedesimazione questo Autore, e puntualmente riesce nel suo intento. Non è, forse, questa l’impronta riuscita di un vero scrittore?

Recensione (di S. Zangrando)

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Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.

In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.

Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)

Una (simpatica) intervista all’Autore

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