Si può concepire un fumetto su Sergio Corazzini, campione e alfiere a suo modo assoluto dei poeti crepuscolari di inizio secolo? Poeta a vent’anni. Vita breve, opere e scorribande di Sergio Corazzini dimostra a pieno titolo che l’impresa è effettivamente realizzabile. E con un risultato più che soddisfacente; anzi, accattivante. Anche perché, tradizionalmente, i crepuscolari (Moretti e Govoni, soprattutto, oltre a Corazzini) non si ritrovano certo tra le pagine scolastiche più esaltanti. Di solito, già agli occhi di chi, da ragazzo, ne conosce quanto meno i nomi dalle antologie, la sensibilità di questi singolarissimi autori e il contesto in cui matura finiscono per essere lontani ed estranei. Viceversa, il tratto un po’ gotico e un po’ punk di questo graphic novel non solo esalta la tensione maudit del cenacolo di amici e aspiranti letterati in cui sboccia Corazzini, ma cerca abilmente di costruire un legame empatico con l’emotività degli odierni e più giovani lettori. Ma la cosa più bella di Poeta a vent’anni è che, come i suoi artefici riconoscono nel breve scritto che chiude il volume, la loro scrittura si è trasformata gradualmente – da omaggio commosso ad uno sfortunato enfant prodige – in una partecipata e intensa indagine filologica e artistica. Nella quale si riprendono le valutazioni stupite dei contemporanei, la voce ammirata di Palazzeschi, le prime reazioni dei critici e del pubblico colto; e, più di tutto, si insiste sulla riproduzione integrale e sull’utilizzo anche indiretto e frammentario, ma esplicito, dei componimenti di Corazzini (i più noti, come Desolazione di un povero poeta sentimentale o Elegia, riprodotti in forma integrale; ma anche spezzoni di molti altri). Ad Andromalis e a Lucciola, in sostanza, va ascritto il merito di essere andati oltre la buona divulgazione; di aver proposto, cioè, in forma alternativa ed efficace, una vera e propria lectio: un pezzo di interpretazione diretta e accurata del valore aggiunto e dell’unicità, e così della rilevanza, della traiettoria corazziniana. È un “viaggio” che si “gusta” ancora meglio – magari passeggiando nella Roma notturna e – alternandone la lettura con le pagine dell’unica ampia raccolta di Corazzini oggi disponibile. Riprendere quelle poesie immergendosi in Poeta a vent’anni consente di riconoscerne meglio l’interessante cifra di commistione tra influssi d’Oltralpe, spunti innovativi e coscienza diretta, e ricercato “riuso”, della tradizione. Basta soffermarsi, ad esempio, su Asfodeli: provare per credere. E per ri-credersi sulla statura di un autore che non può più relegarsi al ruolo di figura minore, eccentrica o laterale.

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In un appartamento di Roma vengono uccise a colpi di pistola quattro persone: i padroni di casa, i coniugi Girola, entrambi pensionati; e Samuel e Alice, una giovane coppia da poco giunta nel palazzo. A mettersi velocemente sulle tracce del colpevole è l’eterogenea squadra del commissario Antonia “Toni” Montixi, rispettata detective di brillante carriera, ma dal tragico passato. Forse c’è da scavare negli intrallazzi del ragioniere Girola, che pare abbia avuto rapporti con qualche spregiudicata impresa malavitosa; o forse va ricercato il primo sospettato, un ragazzo di origine colombiana, che è stato visto nelle vicinanze all’ora del delitto e ha qualche indebita connessione con la famiglia dei due anziani. Ma perché sono morti anche Samuel e Alice? E che ci facevano lì? Nel clima afoso e sfibrato di un’estate ormai al termine, mentre la tenace e tormentata poliziotta e i suoi uomini affrontano anche i loro problemi personali, le indagini si snodano su tutti i fronti, con piccole, ma progressive, svolte. Fino alla pista giusta (su cui, qui, è d’obbligo il silenzio): solo l’intuito di chi ha fatto da tempo esperienza del buio più tenebroso riuscirà a seguirla con successo; e nel pericolo ultimo e improvviso si darà anche alla squadra una tangibile chance di percepirsi come tale e conoscersi meglio.

Quello di Emanuela Cocco è un bel romanzo, costruito come si deve e avvolto in una scrittura precisa e sofisticata. Ha anche altri pregi. La protagonista Toni Montixi è caratterizzata in maniera convincente e nella trama restano sospesi diversi fili, quasi a suscitare la curiosità del lettore e, così, a preannunciare la possibilità di prossime (auspicabili) puntate. C’è del mestiere, dunque, ed è un dettaglio che va giustamente riconosciuto e enfatizzato. Ma oltre a ciò a colpire è il generale rivestimento noir, che conferisce al poliziesco uno spessore particolare e molto si addice alla scelta di ambientare la storia nella Roma di mezzo in cui la normalità si mescola facilmente all’ambiguità e all’estremo più temibile e inquietante. Da questo punto di vista, il registro stilistico aderisce perfettamente alla materia, che è impasto emotivo di un’umanità fragile, dolente, frustrata, ed esposta sempre a rischi di definitivo, irrimediabile scivolamento. È questa caratteristica ad evitare all’Autrice di incappare nelle trappole insidiose che potevano nascondersi nella deliberata scelta di una sensibilità tanto scopertamente femminile: pur toccando note e irrisolte questioni sul rapporto tra i sessi, Come ama il buio non si arrende del tutto allo stereotipo e, anzi, lo rende veicolo di uno sguardo realisticamente empatico. Anche un tale profilo merita esplicito apprezzamento.

Recensioni (di A. Carraro; di D. Padovan; di F. Pezzini; di A. Vertorano)

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.

Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.

Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

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Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.

In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.

Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)

Una (simpatica) intervista all’Autore

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Scrivere un libro prendendo spunto da uno sceneggiato e, ciò facendo, riscrivere un altro libro, sulle orme di chi lo ha già fatto: è questa la sfida de Il Segno del Comando, che mantiene lo stesso titolo della famosa produzione Rai negli anni Settanta come del romanzo di Giuseppe D’Agata, cui si deve anche buona parte del plot concepito per la tv. Ciò che si racconta, in senso stretto, ha un’importanza relativa. Edward Forster – giovane, brillante e già affermato studioso di Cambridge ed esperto di Byron – arriva a Roma per tenere una conferenza, ingenuamente attratto da una lettera misteriosa. Viene subito avviluppato in una serie di incontri inquietanti: strane e fascinose presenze femminili, anziani collezionisti, vecchi e nuovi amici britannici. Capisce, passo dopo passo, che gli accadimenti non sono casuali e che più di qualcuno si serve di lui per portare alla luce un antico segreto alchemico, o anche solo per risolvere altre, collaterali e più sensibili, materiali questioni. Che ovviamente alla fine vengono a galla. Ma perché questo testo – che a spezzoni può risultare un po’ noioso e che, forse, è anche inferiore, sul piano narrativo, a qualche immediato precedente – ha un suo fascino? Non tanto per l’operazione di contestualizzazione temporale e culturale: l’Autrice, certo, guarnisce la storia con qualche ammiccante comparsata laterale di note figure intellettuali dell’epoca e con un pizzico di côté femminista. Il punto non è questo. E non lo è neanche l’intreccio tra nobiltà decaduta, crimini nazisti, remote simbologie (il lettore ne potrà fare facile esperienza).

Il punto è che Loredana Lipperini riesce a coinvolgerci in un itinerario che, nel mentre ci porta a contatto con piccole meraviglie e luoghi notevoli dell’Urbe storica (quasi a completamento del viaggio sentimentale che la stessa scrittrice ha quasi contestualmente prodotto per altro editore), offre uno strumento, quasi una guida, per calarsi – come si direbbe oggi – nel lato più weird della città. Per ricordarsi, in altre parole, che Roma ha un doppio fondo, e per farlo col senso dell’intrattenimento, senza doversi immergere in ricostruzioni molto più spinte o troppo articolate. Sta al singolo appassionato, poi, cogliere la palla per capire se lasciarla rotolare – come è avvenuto per Edward Forster – alla migliore ricerca di se stesso oppure se mettersi curioso alla caccia di attimi preziosi di sorpresa, stordimento e meraviglia, che la città eterna, effettivamente, sa garantire con profitto a chi sia in grado di guardare nel posto giusto. Il Segno del Comando, inoltre, è un invito a riscoprire altre fortunate sperimentazioni televisive, in fondo partecipi della medesima ispirazione. Si tratta, infatti, del filone che proprio la Rai aveva provato a coltivare negli anni Novanta, con Voci notturne di Pupi Avati, tuttora disponibile online, e che, però, si è arrestato, rimanendo monco nonostante l’indubbio successo, sia pur in una nicchia di spettatori esperti. Ad ogni modo, anche questa è una buona ragione per lasciarsi pungolare da questa extravagante lettura.

Recensione (di F. Pezzini)

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Semel in anno… perdersi felicemente e tornare ad Acitelli è indispensabile. Ci si metterebbe volentieri e in ogni momento sulle tracce di questo infaticabile indagatore. Il quale, da parte sua, è continuativamente impegnato nella ricerca di sempre: sulla città e sul popolo di Roma che ha conosciuto da ragazzo, e che si rinnovano in miti vecchi e nuovi; sui luoghi che ha percorso e scoperto col padre, camminando per la capitale; sugli spazi e le vie e le piazze e le pietre e i marmi del Rinascimento e del Barocco e… su tutti i dettagli che dall’Urbe portano all’arte, alla storia, all’eternità. Ma anche alla nostalgia, quella più dolce e nutriente, e – in quest’ultima raccolta di poesie – pure alla Fede e al Sacro. Le vene dell’Ostia, infatti, sono un viaggio, un piccolo pellegrinaggio, che per prima cosa è punteggiato da tante chiese e chiesuole. Del Campo Marzio, del Foro; e moltissime altre ancora. Se ne può fare una mappa suggestiva e proficua, da consultare e utilizzare alla prima occasione. Tuttavia non si tratta di turismo. Al poeta le chiese interessano perché – lo dichiara bene alla fine (ne Il Vangelo oltre le Colonne d’Ercole) – “[e]ntrare in chiesa è come avvistare / un Faro ai confini del mondo e se il veliero / è disperso, a nulla valgono scie di stelle / e bussola, così dal ponte di prua / l’unica intermittenza vera è quel Faro / in mare aperto”. Entrare in chiesa, allora, equivale a rifugiarsi e trovare conforto; a pensare e vedere la madre in un presepe, “A un passo da Dio”; ad ascoltarne ancora la voce, a sentirne il cuore: “È il non vedervi più che m’addolora, / non il recludermi nella morte – m’hai detto / uscendo di chiesa, nel sole”.

È proprio in chiesa, in effetti, che Acitelli si sofferma su ciò che gli preme di più: studia lapidi, iscrizioni, cappelle, marmi e pale d’altare, muovendosi quasi furtivo nelle pieghe della storia e delle vite passate; osserva sacerdoti, frati, sagrestani, anziani e malati devoti, per carpire il segreto della loro fiducia, che in fondo è anche la sua; e così rammenta la madre: la fonte, col padre, di ogni sua più intima consuetudine e dei riti che, oggi, lo riportano sugli stessi sentieri. Ma c’è qualcosa di aggiuntivo. Spesso a Roma le chiese sono anche porte per accedere al continuum spazio-temporale di cui la caput mundi è l’ombelico di un’esauribile vortice. Sotto le chiese si nascondono sovente templi e altari pagani. Sono Fede e Sacro a tutto tondo, per l’appunto, ad essere in comunicazione. Non è un caso che l’Autore ami frequentare le rovine, sperimentare i contatti tra romanità e cristianesimo, smarrirsi con Samuel Beckett sull’Appia Antica, ché “… la verità / sta lì stampata…”. E dunque il “piano ferie / è quotidiano / e prevede / assiduità / nei magazzini / dell’Antichità”. Come non capire? La via dell’Ostia può fungere certamente da bussola per chiunque, a Roma, se ne voglia avvalere. A patto, però, di attivare i sensi; di fare come Acitelli, cui basta “[q]uel tabacco respirato in strada che sa / di marinai olandesi in chioma bianca e codino” per sognare, mettersi a cercare “una locanda che somigli / all’alloggio del Comandante” e interrogare i marinai “se nella navigazione / contemplano, oltre il mare, qualcosa di celeste”. A questo serve la Visita alla Città, alle sue Chiese e alle altrettanto misteriose e inestricabili Archeologie. A questo serve la Poesia.

Recensioni (di M. Bennici; di D. Piccini)

Leggere Sant’Agostino nell’età della tecnica (di F. Acitelli)


Mattini infiniti

(studi sulla felicità)


Anche oggi m’allestisco in una chiesa,

l’ora in cui il lavoro è decollato.

Mi sono alzato tardi, ho fatto spesa,

ho sbadigliato a lungo e ho pensato

a come mitigare la discesa

negli anni, ad inoltrarmi nel venato

epitelio in cui più non v’è difesa

e v’è da consolarsi col Creato.S


Soggiornare in chiesa


Perché cerco una chiesa quando piove?

Io sono la mia nave tra le onde,

voglio vedere fuori la tempesta:

acquattarsi tra i banchi, le rovine

sì prolungata tosse, quei sospiri

che parlano d’un cuore affaticato,

pio, esausto, ma incline al classico

se c’è da pensare a una conversione

in quel tratto bello in cui l’Impero

sul cristianesimo lieve s’adagia.


Lì dormire nella consunzione

pensando a quel nessuno che m’attende

né a casa e neppure altrove: soltanto

nei Vangeli sogno il riposo eterno:

adagiarmi tra quelle righe e poi

chiudete gli altri libri e il lume: Amen!


Piazza Farnese, rifugio a cielo aperto


Tepore cerco nel Rinascimento,

pittori con scarsella stretta in vita

con arte da Verrocchio e Ghirlandaio

e chioma lunga come Raffaello.

Un committente lieto di gorgiera

fa essere la vita proprio bella.

Un Papa che rilegge Tertulliano

e convoca Sangallo in Vaticano.

Eccolo il sentiero mio profondo

e il desiderio è evadere dal mondo.

Piazza Farnese, il marmo lustro ovunque:

qui la mia esistenza giunge al dunque.

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Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, l’esule Alberti, poeta spagnolo in fuga dal regime franchista, soggiorna anche a Roma. Prima in Via Monserrato, poi in Via Garibaldi. Diventa così un emozionato e curioso girovago: esperto di quello spazio singolare, al di là e al di qua del fiume, che da Trastevere passa per il rione Regola e arriva a Piazza Navona e poi a Piazza di Spagna. Roma, pericolo per i viandanti – pubblicato nel 1972 – è il frutto e la testimonianza, quasi diaristica, di quell’esperienza; oltre che dell’amicizia con Vittorio Bodini, che della raccolta è il finissimo traduttore. Vediamo Alberti, ironico e dissacrante, mettersi sulle tracce del nume ispiratore di Giuseppe Gioachino Belli; ascoltare rapito la voce dell’acqua che gorgoglia nelle fontane; schivare attento auto e spazzature (e fastidiosi odori) nei vicoli; frequentare ammirato altri artisti; osservare di soppiatto chiese e palazzi; fare la spesa a Campo de’ fiori; aggirarsi, e smarrirsi, nel buio, alla ricerca e alla captazione del mito, del sogno e della bellezza. Non ci sono pezzi mal riusciti in questa silloge, che del resto è punteggiata, sin dal principio, da esplicite invocazioni, o dediche, alla migliore e più grande tradizione iberica (Quevedo, Lope de Vega, Gongora, Cervantes). Quella di Alberti è una notevole prova di nobile ed elegante poesia.

Soprattutto – e pure oggi, quando tante cose paiono cambiate – questo libro è un efficiente apriscatole sentimentale: il che equivale a dire la bacchetta tuttora funzionante per chi intenda provare a scoprire Roma come un rabdomante del demone che le è segretamente impiantato. Perché Alberti ha compreso bene che per entrare nella città occorre lasciarsi catturare e guidare dalle vibrazioni che sono alimentate dai tanti battiti e dalle altrettante contraddizioni che la attraversano: tra alto e basso, sublime e volgare, luce e oscurità, pieno e vuoto, caducità ed eternità. È come entrare in un circolo vizioso, un anello di ricorrenze, inseguimenti e illusioni, rappresentato al meglio in alcuni dei Notturni qui offerti da Alberti, capace di formulare in versi quasi un algoritmo del disorientamento; o di accendere, se si vuole, una centrifuga che ammalia e disperde e infine riporta al punto di partenza: che in definitiva è il rapporto con se stessi, traguardato nella misura sempre variabile tra la posizione di sé e il miracolo di tante cose, piccole e grandi, brutte e graziose. Pericolosa, quindi, è Roma per chi vi fa approdo, perché suscita stupore, abbaglia e al contempo abbatte e disorienta, sferzando di banale, osceno e grottesco ogni possibile esaltazione. Ma proprio nel mezzo insiste l’occasione per accedere alla meraviglia e scoprirsi. E Alberti è pronto a indicarcela.

Alberti a Roma (da un documentario in lingua spagnola)

Ricordi su Alberti (da Teledurruti)



È un reato…?

È un reato sedersi al mattino

a udire la parola delle fonti,

diventare un rumore, essere l’eco

di un sussurro infinito assorto in sé?



È un reato far scivolare sugli alberi

lo sguardo, e poi calarlo giù dai rami,

rovesciarlo sul prato, distaccarlo

da un fiore per fissarlo su altri fiori?


Vagare ciechi amanti, ormai dimentichi

di quell’ora mortale che li accerchia,

sognar che il sogno può essere sogno

di un’altra vita senza soprassalti?



È un reato che tutto questo appaia

un reato, mentre il reato vero

è il nostro tempo che non dà respiro

a compiere ogni giorni tali crimini?

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Che dire di Giorgio Vigolo? Il primo impatto, più di trent’anni fa, non era stato proprio positivo. Le sue traduzioni di Hölderlin mi erano parse difficili, forse un po’ artificiose e quasi démodé, tanto che da allora gli ho sempre preferito Enzo Mandruzzato. Ma di fronte a quelle pagine, l’attrito, fonte come sempre di una ostinata curiosità, mi ha condotto subito alla magnifica edizione mondadoriana dei sonetti del Belli. È lì che ho cominciato a conoscere Vigolo veramente – così colto, così sofisticato – scoprendo anche che è stato egli stesso un raffinatissimo poeta (a proposito: lo scorso anno Le Lettere ha compilato una suggestiva selezione di alcuni dei suoi pezzi migliori). Mai, però, avevo ancora letto i racconti de Le notti romane. Li ho recuperati, casualmente, nell’edizione originaria Bompiani del 1960, sulla cui copertina cartonata campeggia (azzeccatissima) la riproduzione di un quadro di Eugène Berman, Il grande palazzo d’angolo. L’opera è stata riedita nel 2015 da EdiLet.

Si tratta di testi sospesi tra il ricordo fantastico e deformato (Il guardacacciaIl Plutone casareccioIl mistico luccioIl pavimento a figurine), la rievocazione onirica di epoche e riti del passato (Le notti romaneLa cena degli spiriti), il richiamo ispirante di spazi e atmosfere di una città che è presente quanto remota (Avventura a Campo dei fioriLa bella mano), e l’introspezione autoanalitica (Il palazzo di campagnaUn invito a pranzoIl nome del luogo). Alcune trame e atmosfere sono degne del migliore Edgar Allan Poe. Ma il titolo del volume riecheggia un illustrissimo, italianissimo precedente. E la Roma che vi fa da sfondo, in effetti, è città passatada tempo, se non da secoli. Meglio, è fuori dal tempo e basta, visto che è questo che postula l’ostinata e inattuale visione dell’Autore. Che, tuttavia, parte sempre da un tuffo personale e profondo in un dettaglio o in un’immagine, alla ricerca delle radici dei luoghi e della storia, tra le leggende e le voci che hanno incorporato e che possono far provvidamente riemergere, solo al volerli cercare. O, piuttosto, al volervisi abbandonare, come accade nel sonno e nel sogno, anche quando avviene ad occhi aperti, esplorando vie, piazze, mercati, edifici e squarci di cielo.

La sensibilità di Vigolo, eremita di Roma, è tutta compendiabile in questa attitudine costantemente contemplante: “Allora, rallento il passo e mi metto a scrutare, con attenzione estrema, facciate, porte e vetrine; questo mi procura, sulle prime, momenti di vera delizia e il movimento interno, ingenuo, d’una speranza che ondeggi dentro di me e mi sollevi e mi porti sú, nell’aria magica e rubata di quella irripetibile avventura. Poi il ricadere è amaro, in fondo ai duri letti di strade della città, di nuovo svanita al vero, tornata al falso di tutti i giorni che sembra si possa toccare e invece non esiste affatto” (da Autobiografia immaginaria, p. 64). È esattamente così. Per questo scrittore – il cui stile denso ed elegante si è forgiato nella lingua erudita della prima metà del Novecento – il presente quotidiano è ciò che di più distante vi può essere. La realtà, infatti, con la verità che porta con sé, si nasconde agli occhi dei più, perché ha fondamenta misteriose, che solo l’invenzione letteraria può toccare.

Recensioni (di M. Onofrio; di A. Ronci)

Alcune poesie di Vigolo, su YouTube

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Leo Gazzarra racconta ciò che gli è capitato nel corso di un solo anno, a partire da un certo giorno di pioggia, a Roma. La capitale è la città in cui si è trasferito, da Milano, lasciando genitori e fratelli, per entrare a far parte della redazione di un piccolo periodico specialistico, che ha la sua sede nella villa di un nobile ormai decaduto. La storia comincia in un momento in cui Leo non sa che fare, perché quel periodico non pubblica più e, dunque, deve trovare una nuova occupazione. Ha, però, la fortuna di poter alloggiare, almeno per un po’, nell’appartamento di due amici, che partono per il Sudamerica. Dopodiché, nel salotto di altri amici, borghesi e benestanti, conosce Arianna, bellezza fragile e disfunzionale, e se ne innamora. Assistiamo, così, al più classico dei tira e molla. E nel frattempo Leo ha tempo di perdersi: di vagare di notte, fino al mare, con questa trascinante ragazza; di sbronzarsi con l’eccentrico e irrecuperabile Graziano; di abbandonare un nuovo lavoro, alla Rai, durante il primo giorno di servizio; di lasciare, e poi riprendere, un impiego di secondo piano al Corriere dello Sport; di scrivere con Graziano la sceneggiatura di un film; di rivedere una vecchia fiamma, e ricordare financo che cosa avrebbe potuto essere. All’improvviso, la morte di Graziano, la presa d’atto che Arianna non lo ama e lo utilizza per ingelosire un altro uomo e, cosa non banale, il ritorno dei legittimi proprietari dell’appartamento in cui soggiorna obbligano Leo a cambiare vita, facendogli sorgere l’idea di tornare a Milano. Quella, tuttavia, è una realtà che più non riconosce e che, anzi, di fatto lo respinge, sbalzandolo ancora a Roma, dove intraprende un ultimo viaggio verso il mare, l’unica meta che ha sempre saputo promettergli la tanto cercata serenità.

Ho letto il libro assai velocemente nell’edizione Bompiani del 2016, incuriosito dalla fama che il testo ha acquisito nel tempo, sin dalla prima pubblicazione, nel 1973, e poi con l’edizione 2010 di Aragno. Il titolo – a quanto è dato capire – è andato sempre esaurito e ha riscosso grandi successi anche in altri Paesi, in cui è stato tradotto, recensito in modo assai lusinghiero e apprezzato. Online si apprende pure che i diritti per la trasposizione cinematografica sono stati ceduti: Saverio Costanzo, il noto regista, ne farà un film. Forse – secondo la suggestione che possono indirettamente suscitare alcuni recensori – alla ricerca dei successi che Fellini e Sorrentino hanno riscosso, rispettivamente, con La dolce vita e La grande bellezza. Ciò premesso, il valore di questo romanzo non mi pare risiedere solo nel fatto che può richiamare un simile immaginario. O che, in effetti, è quasi una sceneggiatura, per di più dotata di una spiccata forza dell’immagine. Il romanzo è bello e godibile, perché, prima di tutto, è semplicemente ben scritto, con una facilità e una grazia che, paradossalmente, si addicono in toto alla paradigmatica storia di insuccesso di cui Leo Gazzarra è l’indimenticabile eroe. È un protagonista che suscita naturalmente empatia, nel suo costante stare fuori posto: una condizione di deriva, che lo rende sia il testimone perfetto e programmaticamente disinteressato delle vite altrui, sia la vittima ideale di un’ambientazione prevalentemente superficiale. Basterebbe poco a Leo, non è il successo quello che cerca. Ma nessuna cultura, nessuna passione, nessun sentimento, se autentici, come sono i suoi, possono vincere la solitudine. Gli tocca solo di portarsi dietro le poche cose su cui può contare, inutilmente, fino alla fine.

Recensioni (di D. Brullo; di M. Capuano; di G. Genna; di T. Gianotti; di S. Guido; di L. Martini; di P. Mauri; di A. Ragno)

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