Si può concepire un fumetto su Sergio Corazzini, campione e alfiere a suo modo assoluto dei poeti crepuscolari di inizio secolo? Poeta a vent’anni. Vita breve, opere e scorribande di Sergio Corazzini dimostra a pieno titolo che l’impresa è effettivamente realizzabile. E con un risultato più che soddisfacente; anzi, accattivante. Anche perché, tradizionalmente, i crepuscolari (Moretti e Govoni, soprattutto, oltre a Corazzini) non si ritrovano certo tra le pagine scolastiche più esaltanti. Di solito, già agli occhi di chi, da ragazzo, ne conosce quanto meno i nomi dalle antologie, la sensibilità di questi singolarissimi autori e il contesto in cui matura finiscono per essere lontani ed estranei. Viceversa, il tratto un po’ gotico e un po’ punk di questo graphic novel non solo esalta la tensione maudit del cenacolo di amici e aspiranti letterati in cui sboccia Corazzini, ma cerca abilmente di costruire un legame empatico con l’emotività degli odierni e più giovani lettori. Ma la cosa più bella di Poeta a vent’anni è che, come i suoi artefici riconoscono nel breve scritto che chiude il volume, la loro scrittura si è trasformata gradualmente – da omaggio commosso ad uno sfortunato enfant prodige – in una partecipata e intensa indagine filologica e artistica. Nella quale si riprendono le valutazioni stupite dei contemporanei, la voce ammirata di Palazzeschi, le prime reazioni dei critici e del pubblico colto; e, più di tutto, si insiste sulla riproduzione integrale e sull’utilizzo anche indiretto e frammentario, ma esplicito, dei componimenti di Corazzini (i più noti, come Desolazione di un povero poeta sentimentale o Elegia, riprodotti in forma integrale; ma anche spezzoni di molti altri). Ad Andromalis e a Lucciola, in sostanza, va ascritto il merito di essere andati oltre la buona divulgazione; di aver proposto, cioè, in forma alternativa ed efficace, una vera e propria lectio: un pezzo di interpretazione diretta e accurata del valore aggiunto e dell’unicità, e così della rilevanza, della traiettoria corazziniana. È un “viaggio” che si “gusta” ancora meglio – magari passeggiando nella Roma notturna e – alternandone la lettura con le pagine dell’unica ampia raccolta di Corazzini oggi disponibile. Riprendere quelle poesie immergendosi in Poeta a vent’anni consente di riconoscerne meglio l’interessante cifra di commistione tra influssi d’Oltralpe, spunti innovativi e coscienza diretta, e ricercato “riuso”, della tradizione. Basta soffermarsi, ad esempio, su Asfodeli: provare per credere. E per ri-credersi sulla statura di un autore che non può più relegarsi al ruolo di figura minore, eccentrica o laterale.

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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Questo romanzo è stato pubblicato in Francia nel 1984. A Edizioni di Atlantide va il merito di offrirlo oggi, per la prima volta, ai lettori italiani, confermando una speciale sensibilità non solo per le proposte più originali, ma anche per le riscoperte. Ed è in effetti singolare e affascinante, e disorientante, la storia di Armin Stern, un protagonista che si racconta da sé, talvolta in prima persona, altre volte in terza. Nato a Kronstadt, l’odierna Brașov in Romania, Stern è il giovane rampollo di una famiglia benestante di commercianti di origine ebraica. La sua infanzia si svolge nel cuore di una città e di un territorio ricchi di storia, vivaci e mitteleuropei per eccellenza, nella più spontanea e complicata mescolanza di lingue e culture. È legatissimo a questi luoghi, di cui sogna le antiche leggende, soprattutto la misteriosa e tragica figura di una sfortunata principessa. Tanto che si sentirà sempre accompagnato dalle apparizioni di una strana figura femminile. La seconda guerra mondiale, con l’occupazione nazista, sconvolge l’esistenza di Arnim e della sua famiglia. Riesce, tuttavia, a cavarsela e a studiare letteratura. Ma l’arrivo dei sovietici getta il Paese in un clima di nuovo pericolo e, mentre l’amico Ariel si tuffa entusiasta nel regime entrante, Armin rischia di finire in un campo di lavoro. Comincia così una lunga e costante peregrinazione, che da Haifa lo porta a Ginevra e a Parigi, dove – non prima di uno straniante periodo di lavoro ai tropici – riesce a integrarsi come professore universitario e sposa Matilde. Ma la quiete non arriva. Kronstadt, le occasioni perdute, la rovina di un mondo orami fiabesco continuano a tormentarlo, in un nostalgico e ricorrente struggimento. Oltre a ciò, uno strano e incombente pericolo minaccia seriamente la sopravvivenza di Armin come quella di tanti altri esuli. Nemmeno l’ospitalità di Ariel, che nel frattempo è fuoruscito in Spagna, sembra costituire un rifugio adeguato. Lo smarrimento cresce e si esalta, fino all’epilogo, in cui una dimensione onirica ha definitivamente il sopravvento.

“Arnim Stern tenta di incorporare il flusso tumultuoso dei suoi ricordi in un insieme che vorrebbe strutturato”: in questo modo, ad un certo punto, Reichmann/Stern parla incidentalmente di sé e della sua condizione sradicata e confusa. D’altra parte il romanzo stesso comincia quasi dalla fine, perché si dipana come flusso di ciò che l’esule rammenta del suo passato, mentre sta raggiungendo la casa di Ariel a Corcubión, in Galizia. Arnim, infatti, è alla ricerca. Vuole trovare una spiegazione e, contemporaneamente, un futuro al limbo perenne cui si immagina di essere consegnato, tra fallimenti relazionali e sentimentali, da un lato, e persecuzioni politiche, dall’altro. Si ha la sensazione, in qualche passo, che egli guardi alla sua situazione come a una forza di gravità cui è soggetto tutto il mondo, coinvolto com’è nello scontro tra superpotenze, in molteplici focolai di guerra, in frequenti attacchi terroristici, in intricati intrighi spionistici. Non c’è dubbio, al riguardo, che Reichmann abbia raffigurato in maniera particolarmente riuscita la classica figura, e la psicologia, dello juif errant: sovvengono presto, al lettore, le altrettanto tipiche rappresentazioni di Chagall (quelle più fantastiche e volanti, ma anche quella più conosciuta e famosa). Ed è anche notevole il modo con cui l’Autore costruisce un personaggio che porta sulle sue spalle sia secoli di storia, sia la maledizione di chi, solidamente piantato nell’humus che lo ha visto nascere, non riesce ad abbracciare veramente alcuna cornice collettiva: né quella dei suoi progenitori, né quella dei luoghi in cui si trova a vivere. Con l’esito che, in una realtà (la Storia con la Maiuscola) che è del tutto aliena da qualsiasi redenzione poetica, a Reichmann/Stern, che vorrebbe essere semplicemente, e ingenuamente, se stesso, tocca solo di sciogliersi nella narrazione universale in cui si è pervicacemente aggrovigliato. A buon diritto, in una delle prime recensioni, si sono richiamati Federico Fellini e il De Sica de Il giardino dei Finzi Contini; anche se, forse, a Reichmann si dovrebbero riconoscere pure un po’ di Pirandello e di Kadare. Giusto per sancire che la sua prosa abbraccia tutti i tormenti del Novecento.

Recensioni (di A. Litta Modigliani; B. Lolli; A. Mezzena Lona; C. Musso; S. Solinas)

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Giovanni Pascoli mi ha sempre affascinato. È accaduto al primo impatto, sui banchi di scuola. Pareva un autore troppo semplice, quasi banale. Doveva per forza nascondere qualche mistero; un segreto che non fosse, naturalmente, quello che di solito si decritta anche nelle più comuni antologie. Come è noto, infatti, lo scioglimento dell’enigma è intravisto a metà strada tra una spiccata e riconoscibile abilità di innovazione e sperimentazione linguistica e di padronanza metrica e stilistica, da un lato, e, dall’altro, la poetica del nido come tenace ispirazione al ripiegamento luttuoso, tragico e doloroso in un confine di cose, di sensazioni e di affetti familiari e minuti. Ma questa lezione, a ben vedere, non è completamente convincente. Specie se presa come unica e, per così dire, autentica. Anche l’eccellente e persuasivo scavo di Cesare Garboli, a partire dal volume sulle Trenta poesie famigliari, non ha mutato il quadro critico di riferimento. Anzi, paradossalmente, lo ha tanto più consolidato attorno all’immagine esclusivizzante e a dir poco ambigua del rapporto tra il poeta e le sorelle Ida e Mariù (e soprattutto quest’ultima, elettasi in seguito al ruolo di custode ufficiale della memoria di Giovannino e della sua immagine). In anni recenti, però, la produzione di una nuova biografia e la pubblicazione del carteggio col fratello Raffaele – opere entrambe di una appassionata studiosa – consentono di allargare lo spettro dell’analisi pascoliana. Di rivelarne, cioè, una complessità ancor maggiore, e di valorizzare – nel tentativo di abbracciare una personalità mossa da forze talvolta contrastanti o addirittura contraddittorie – sia gli studi danteschi (a lungo misconosciuti, per la loro apparente oscurità), sia il corpus dei contributi in prosa (spesso valutati come occasionali o eccessivamente retorici). In particolare, ciò che si traguarda non è più l’esperienza dell’uomo prigioniero di un dramma e di una correlata istanza di ricostruzione e protezione affettive, bensì la dimensione del Pascoli proiettato nel futuro, innovatore e creatore di un nuovo approccio nei confronti della vita e dell’universo. Una dimensione, questa, che non è estranea al fattore psicologico, ma che con esso convive e si lega quasi sinergicamente, producendo un quid di irriducibile positività.

Di quest’ultima ispirazione costituisce esempio emblematico il libro di Giuseppe Grattacaso. Che si sviluppa in un originale ritmo alternato, dove alla meticolosa rivisitazione di alcune delle più celebri poesie pascoliane (tra cui L’aquiloneX agostoIl ceppo) si intervallano efficaci carotaggi in molti degli snodi cruciali dell’itinerario esistenziale e di pensiero del poeta di San Mauro. È proprio attraverso queste tappe, illustrate al lettore con sapiente oculatezza, che l’Autore riporta alla luce un Pascoli parzialmente diverso. Lo vediamo, ad esempio, nell’esuberante e fecondo periodo messinese, alla ricerca di un riconoscimento pubblico e di una posizione sociale che a tratti gli paiono più che tangibili. E lo scopriamo anche nella fedeltà che riserva alle sue amicizie e nella volontà di farsi portavoce visionario di una inedita forma di umanità, resa cosciente dai progressi della scienza. Allo stesso tempo, però, lo comprendiamo anche in tutta l’ambiguità e fragilità del suo carattere, che ce lo mostrano “come le foglie della sensitiva”, facile a ripiegarsi su se stesso al primo segnale di pericolo o di insuccesso. Sicché il sentimento di una strutturale, ma essenziale, precarietà diventa, per Pascoli, porta privilegiata di accesso per un’inedita Weltanschauung: la conoscenza sempre più precisa, e disorientante, della realtà è sostenibile, e diventa, addirittura, fonte di energia e di forza, soltanto alla condizione di cogliere la “spaventevole proporzione” tra ciò che è infinitamente piccolo e ciò che è infinitamente grande. In questa prospettiva, la sovrapposizione tra il presente e il passato come la prefigurazione del futuro e la custodia del ricordo non sono altro che funzionali ed efficacissime tecniche espressive. Non solo pongono Pascoli quale antesignano di esplorazioni e sensibilità tipicamente novecentesche (quale quella proustiana), ma consentono al poeta “fanciullino” di diventare “sacerdote”, mentore qualificato di una riconnessione palingenetica alla natura e al cosmo intero. È così che dal buio di una parabola calante si fanno strada una sofisticata proposta epistemologica e un kit di salvezza individuale e collettiva. Niente male per colui che finora è stato etichettato come grande incompreso e malinconico aedo contadino.

Giovanni Pascoli nella Treccani

La Fondazione Pascoli (a Castelvecchio) – Il Museo Casa Pascoli (a San Mauro) – La Rivista Pascoliana

Pascoli secondo Renato Serra (un famoso saggio) – Pascoli secondo Cesare Garboli (un testo, un’intervista, una lezione) – Un’intervista impossibile (Arbasino intervista Pascoli)

I grandi della letteratura italiana: Giovanni PascoliPascoli “Narratore dell’avvenire”Pascoli a Barga

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Qualche anno fa, con Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger ha illustrato l’itinerario speculativo di quattro giganti della tradizione filosofica novecentesca (Benjamin, Cassirer, Heidegger e Wittgenstein). Non lo ha fatto in modo didascalico. Ha mescolato le carte: ha isolato un decennio (1919-1929) e all’interno di ogni capitolo, dedicato volta per volta a uno specifico torno di anni, ha alternato spezzoni di biografia a opere di ciascuno dei suoi campioni. Ne ha seguito i pensieri e le vicissitudini, osservandoli in vitro, nell’impasto di vita e teoria, e nella fase in cui sono diventati ciò per cui vengono ancor oggi ricordati. Con Le visionarie Eilenberger compie la stessa operazione su quattro protagoniste assolute: Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Ayn Rand e Simone Weil. E questa volta si concentra su un altro decennio, particolarmente drammatico: 1933-1943. L’effetto è ancor più convincente, oltre che coinvolgente. Lo è senz’altro per l’efficacia delle singole ricostruzioni. È difficile, in effetti, capire la Arendt senza il racconto del suo originario scavo sul rapporto tra ebrei e cultura nazionale. Al contempo, è essenziale, per comprendere l’Autrice del Secondo sesso, assistere allo snodarsi progressivo della vita libera di Simone de Beauvoir e al singolare ménage costruito con Sartre e con le loro giovani frequentazioni. Lo stesso si può dire per l’importanza del significato quasi iniziatico della sofferenza e del rapimento costante cui si sottopone Simone Weil, o per la centralità della prolifica, assorbente ostinazione di Ayn Rand, per la quale il teatro e il romanzo altro non sono che i veicoli migliori per immettere nel sogno americano le proiezioni libertarie che soltanto chi è fuggito dalla Rivoluzione d’Ottobre poteva concepire con tale determinazione. 

Le visionarie è un libro riuscito non solo perché raccoglie medaglioni molto espressivi. Il suo punto forte consiste nell’aver portato ad un grado di perfezionamento ulteriore l’approccio seguito ne Il tempo degli stregoni: affiancare idee e identità apparentemente distanti, e parlarci così di ciò che le accomuna, dello spirito di un momento storico cruciale e dell’interazione tra questo spirito e l’esistenza individuale. C’è qualcosa di hegeliano in questa impostazione; nulla di più adatto, in verità, per guardare alle matrici delle più significative letture critiche sulle grandi ideologie del Novecento. In un passaggio del libro – in cui si esplica con chiarezza quale sia l’elemento che per l’Autore avvicina visioni tanto diverse – il metodo affiora chiaramente: “Colui o colei che abbraccia la filosofia oscilla tra due figure opposte: l’Asociale, portatore di idee devianti, e il Profeta di una vita autentica, di cui è possibile scovare e decifrare le tracce anche nel trionfo della falsità. In ogni caso, questo schema permette di definire il ruolo che all’inizio degli anni trenta Ayn Rand – e con lei la Weil, Arendt, de Beauvoir – assume con sempre maggiore consapevolezza. Non si tratta di una scelta esplicita. Semplicemente, esse si accorgono della propria radicale diversità. E condividono una certezza di fondo: che a essere bisognosi di cura non sono loro ma gli altri. Se possibile: tutti gli altri” (p. 80). È un punto di vista che costituisce tuttora il lascito più influente delle grandi donne di cui Eilenberger tratta, e che rappresenta la bussola non solo per orientarsi tra le pagine di un saggio davvero molto affascinante, ma anche per ragionare un po’ meglio sui rapporti tra identità e discorso pubblico nell’epoca attuale.

Recensioni (di A. Ambrosio; A. Benini; C. Consoli; D. Gabutti)

Un’intervista all’Autore

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Pierre Dantherieu, un diplomatico francese, è arrivato a Vienna per partecipare ai lavori di una Commissione internazionale, incaricata di dettare le regole per la navigazione sul Danubio. È il 1927 e la vecchia capitale dell’ex Impero non è più la città di un tempo. Tra le sue strade si aggira, nostalgico, anche Napoleone de Maleen-Louis, che fino al 1914 aveva lavorato presso l’ambasciata austro-ungarica a Londra e ora, privato del suo status originario, si trova a fronteggiare imbarazzanti ristrettezze economiche. Un improvviso e fortunato incontro, però, gli permette di tornare nel giro, al servizio della segreteria della Commissione internazionale. Qui non incrocia soltanto Dantherieu, che già aveva conosciuto negli anni londinesi. Si accompagna, infatti, a due singolari collaboratori, il misterioso e taciturno Massimiliano Dego e la puntuale e affascinante Théa Dux. Proprio questi personaggi – che non sono ciò che sembrano – si troveranno ben presto al centro di una trama geopolitica dagli esiti quasi sorprendenti, con la complicità dell’erudito ed eccentrico professor Moessel e per la felicità del navigato Napoleone, che tra ricordi struggenti e sogni impossibili verrà premiato e riuscirà a riabbracciare il milieu britannico che più gli è congeniale. Di questo romanzo dimenticato, pubblicato nel 1933 e finora inedito in lingua italiana, colpisce in primo luogo la rappresentazione dettagliata, rigogliosa e ricercatissima di un altro mondo: di un’epoca, già allora tramontata, di grandi ma ormai scomparse dinastie, di ricevimenti sontuosi e raffinatezze irripetibili, di bellezze e intelligenze tenaci ed elegantissime, tanto corteggiate quanto sfuggenti. Sembra quasi, quello di Ghyka, un poema sull’Europa della nobiltà e della tradizione, che la prima guerra mondiale aveva messo irrimediabilmente in ginocchio e che di fronte alle crisi sociali ed economiche del dopoguerra e alle montanti dittature pare ancor più soccombente. È così solo in parte, perché il racconto da favola nasconde evidentemente il profondo, consapevole tormento del suo autore. Da un lato, Ghyka lascia immaginare che il riscatto del vecchio continente potesse venire da un inedito connubio, autenticamente mitteleuropeo, tra le più gloriose stirpi e le forze più generose delle nuove nazioni. Dall’altro lato, però, la sua onniscienza di narratore tradisce la più intima disillusione, perché nel momento in cui inscena l’incantamento perfetto riesce a farsi profeta delle imminenti sventure, intuendo anche l’identità dei futuri vincitori. Piccola glossa finale: l’Autore – che coltiva una forma espressiva suadente, quasi ammaliante, e che indugia nello stimolare l’importanza di ricorrenze o coincidenze magiche o fatali – si cela qua e là dietro l’identità di molte delle sue creazioni, e anche dietro l’acutezza di alcune analisi storiche e artistiche; la lettura dell’opera di Bruegel il Vecchio non impressiona solo Dantherieu, ma promette attimi di soddisfazione pure per i palati più esigenti.

Recensioni (di S. Viva; di D. Lunerti; di S. Solinas; di E. Trevi)

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Qual è l’incredibile storia degli spartiti di Antonio Vivaldi? Federico Maria Sardelli, fedele e appassionato interprete del Prete Rosso, ne ha ricavato un racconto gustoso e divertente. Si comincia nella Venezia del Settecento, dalle astute e occulte manovre con cui il fratello di Antonio cerca di sottrarre i preziosi manoscritti alle avide mani dei tanti creditori che pongono sotto assedio la casa familiare, dimora del Maestro da poco scomparso in quel di Vienna. Quindi si salta nel Monferrato, ai primi anni Venti del Novecento, quando i manoscritti ricompaiono nel lascito che un anziano marchese genovese indirizza ad un vicino convento di gesuiti. Il rettore della casa intende venderli subito, per destinarne il ricavato alla costruzione di una nuova chiesa. È così che comincia l’affare Vivaldi, perché la necessaria stima del valore dei testi porta il tutto nelle mani della Biblioteca nazionale di Torino, del suo attento direttore, Luigi Torri, e del professor Alberto Gentili. Che tuttavia si accorgono che il corpo degli spartiti a loro giunti è soltanto parziale, e che se vogliono salvarli devono comunque favorirne l’acquisto e la successiva donazione da parte di qualche filantropo. L’avventura, dunque, continua: da un lato, con la ricostruzione delle provvidenziali operazioni di Torri e Gentili, dall’altro, con la narrazione dei complicati passaggi patrimoniali che da Venezia avevano portato a Genova, e poi diviso, l’intero compendio vivaldiano.

Si tratta di una lettura curiosa e godibile, non solo perché permette di rievocare il fortunoso e sorprendente itinerario di accadimenti che hanno accompagnato il destino delle opere di Vivaldi. C’è un quid pluris: la sferzante ironia dell’Autore, non a caso allevata per anni al servizio del Vernacoliere; un’abilità che qui viene esercitata con garbo ed efficacia davvero inusuali. Ne escono ritratti esilaranti e impietosi, come quelli di certi uomini di chiesa, poco attenti alla cura delle anime e molto solleciti dinanzi alle lusinghe del denaro e del potere. Naturalmente non si salvano neanche i nobili, i padroni, i più ricchi, quasi sempre incapaci di avvertire l’importanza della cultura, se non quando si riveli fonte di ulteriore e facile guadagno o prestigio. E tra gli accusati c’è anche l’amministrazione statale, che, in mancanza di un reale sostegno economico da parte di chi governa il Paese, pare sorprendentemente condannata ai successi e alle intuizioni occasionali dei suoi più illuminati funzionari. Sono solo fatalità, del resto, visto che anche gli eroi di questa storia non godranno mai degli allori che meritano, anzi. Da quest’ultimo punto di vista, quella degli spartiti vivaldiani è vicenda paradigmatica, perché tutta vera. La satira di Sardelli, così, diventa definitiva nell’ultimo capitolo, nel quale, in sei epiloghi, il romanzo si chiude senza alcuna redenzione, con una galleria di personaggi ed episodi negativi, e con il trionfo dell’avarizia, della prevaricazione razzista, della retorica e dell’arroganza. Vengono prese in giro, certo; ma c’è anche tanta amarezza, come se la sorte delle migliori avventure nazionali fosse sempre e invariabilmente la stessa.

Recensioni (di Leonetta Bentivoglio; di Tommaso Rossi)

Un documentario su Vivaldi (in quattro puntate: I, II, III, IV)

L’Istituto Italiano Antonio Vivaldi

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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Non conoscevo il salentino Bodini, e quindi non sapevo che fosse un grande poeta. Ora posso dire, retroattivamente, che era una mancanza imperdonabile. E devo ringraziare chi mi ha permesso di leggere questo volume, che ne riproduce tutta l’opera in versi. In una delle prime pagine scopro che si tratta di un’edizione che fotografa fedelmente quelle pubblicate da Mondadori, prima nel 1972 e poi nel 1983, e che si avvale della puntigliosissima introduzione di Oreste Macrì, che già le corredava. Mi stupisco che i grandi editori non lo abbiano più riproposto. O forse no. È l’ennesimo sintomo della conclamata dissociazione tra una cultura letteraria ormai esangue e un’impresa del libro che sta perdendo volutamente la memoria.        

Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado (p. 93). Il primo pezzo de La luna dei Borboni (il libro d’esordio) non poteva essere più incisivo. C’è tutto il Bodini di questa sua prima fase: c’è il Grande Meridione con la sua luce accecante e con i suoi simboli schiaccianti, c’è una fatalità epica che invade gli spazi e gli uomini, c’è la rabbia per una condizione irrefutabile che solo l’iniziato può comprendere, e c’è il preludio alla ricerca di una verità e di una chiave perduta, che forse è quella di Spagna, con la sua terra e con la sua cultura, onnipresenti. Ma c’è anche la voglia di affidarsi alle cose, alla loro saggezza e alla loro storia, di trovarvi un appiglio, per ricavare energia e darsi un senso, anche se, in questo abbandono, prevale sempre l’ignoto, lo stordimento, la condanna ad un destino di misera. Così è, ad esempio, in Quanta rabbia di esistere (p. 110), che pure ha un tono quasi scherzoso. Così è anche nella bella Finibusterrae (p. 121), che un po’, nel breve, fa il verso a Le Bateau ivre di Rimbaud, e qui, nella tragedia, non c’è alcuna redenzione; il destino maledetto avvolge tutto il Paese. La speranza, per Bodini, arriva solo nella contemplazione di una perduta religiosità bizantina e poi barocca, nella ricerca di una concentrazione mistica capace di veicolare una fede che effettivamente aprirà un nuovo momento della sua poesia: Come farò / a diventare antico / almeno fino ai secoli in cui un demone / sveniva in ogni bianco giglio / e l’universo era già tutto scritto / in un rampante agreste mosaico? / Essere un angelo che dice / dalla bocca Iesu Iesu in un dorato cartiglio / al tempo delle pietre preziose che avvelenavano (p. 136). Seguono, nella seconda parte del libro, frammenti inediti, altrettanto illuminanti, come fari di una consapevolezza talvolta, e finalmente, raggiunta, sempre scettica, ma punteggiata di passione.  

Di tutte le poesie di questa raccolta, quelle che oggi paiono più contemporanee di altre si trovano in Metamor e affrontano la critica alle illusioni del progresso e del boom economico. Ci presentano un Bodini quasi nostalgico e, a suo modo, pasoliniano. Ma i suoi versi non sono di protesta. Come in Testo a fronte (p. 149), la poesia di Metamor è coscienza di un secolo che, nel suo bel mezzo, può dirsi già superato e pronto ad un continuo ed eterno ritorno di solitudine e di smarrimento, tanto invincibili quanto stranamente materni e rassicuranti.

La home page dedicata all’Autore

Una selezione di poesie di Bodini

La grandezza oscurata di Vittorio Bodini (di Armando Audoli)

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai       
mai edera. E il vento:   
non sarai vento. E il mare:       
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa         
mi dicono: non sarai cencio ne’ fiume, 
non sarai alba della sposa.       

L’ancora, il quattro di quadri, il divano-letto    
mi dicono: non sarai noi           
non lo sei mai stato.     

E così il sogno, l’arco, la penisola,       
la ragnatela, la macchina espresso.      

Dice lo specchio:         
come vuoi essere specchiose non sai dare altro che la tua immagine?  

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso           
senza di noi.    
Risparmiaci il tuo amore.         
Io fuggo da ogni cosa delicatamente.   
Provo a esser solo. Trovo       
la morte e la paura.     

(1962)

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È stato finalista al Premio Calvino 2012, con il titolo Lo stile del giorno, e come tale ha guadagnato la menzione speciale della giuria. Ora Bert e il Mago ha una nuova veste ed è disponibile alla curiosità di tutti i lettori, per l’editore Nutrimenti. Si tratta di 518 pagine di grande intensità, nelle quali le vite parallele di Bertolt Brecht e Thomas Mann si dipanano e si dimostrano, per una ricostruzione romanzata che, forse, è più verosimile di ogni altra ricerca storica sulla crisi di un’epoca intera e su due diverse esperienze di resistenza intellettuale e morale. L’avversione per il nazismo le accomuna, ma gli itinerari e i riferimenti ultimi sono del tutto differenti. Per Brecht è questione di denunciare e combattere un modello di società, quella stessa cultura borghese che per Mann, viceversa, rappresenta la culla, veneranda ed insieme terribile, della grandezza tedesca, e che avrebbe potuto e dovuto ergersi a vero presidio nei confronti dell’arroganza, dell’ignoranza e della barbarie, anziché alimentarne gli impliciti e falsi presupposti di superiorità morale e sociale. Di qui le due opposte reazioni all’ascesa di Hitler; di qui l’iniziale attendismo dell’autore de I Buddenbrook; di qui la tragica consapevolezza, maturata da questo durante l’esilio americano, sull’impossibilità di salvare il proprio popolo, per lui integralmente colpevole, e per il drammaturgo, invece, vittima di una classe corrotta e scellerata.

I passaggi più importanti del volume, forse, sono tre (anche se è difficile isolarne parti minori): la resa e la spiegazione delle idee sottese al teatro epico di Brecht (disseminate, per vero, in molte pagine: v., ad esempio, l’efficacissima sintesi a p. 155); il capitolo che porta il titolo originario del libro intero (Lo stile del giorno, pp. 315 ss.), nel quale assistiamo, nell’esperienza dell’esule, alla rappresentazione del nucleo fondamentale delle convinzioni intellettuali di Mann; l’intensa conversazione che Pasanisi immagina essersi svolta tra Mann e Brecht in un giardino di una villa californiana (Il confronto, pp. 351 ss.). Occorre ricordare, comunque, che quello di Pasanisi non ha il tenore di un saggio. I protagonisti interagiscono e dialogano, con i loro amici, con i loro cari, con i loro colleghi (scrittori, musicisti, poeti…). E allo stesso tempo soffrono, si inorgogliscono, vivono storie d’amore e passioni, grandi delusioni e altrettanto grandi paure. È magistrale il modo con cui l’Autore rende il rapporto così difficile tra Thomas Mann e il fratello Heinrich, o i figli, in particolare Erika e Klaus, che morirà suicida. Ma è davvero ineguagliabile anche il ritratto della sembianza estremamente viva ed inafferrabile di Brecht, della sua indipendenza totale, della sua irrefrenabile libertà affettiva e sessuale.

All’umanità, peraltro, Pasanisi – che forse tradisce, a conti fatti, una maggiore predilezione per la figura di Thomas Mann – accosta sempre un’attentissima e convincente ricostruzione della cifra letteraria e della statura complessiva dei due grandi maestri: di un magnifico e certosino artigiano della bella scrittura, capace, però, di intuire meglio di chiunque altro la seduzione e gli abissi di una tradizione romantica che per essere veramente immortale esige dai suoi interpreti una fortezza quasi insostenibile; ma anche di uno straordinario poeta, integralmente votato a fare dell’arte uno strumento concretamente rivoluzionario e a rendersi così interprete di un universo di valori che può dirsi appagante solo se reso oggetto di un’aspirazione continua ed instancabile. Così frapposti, a pensarci meglio, Bert e il Mago non sembrano realmente inconciliabili: è questo ciò che l’Autore voleva suggerire? L’immagine della copertina è l’indizio decisivo: la migliore testimonianza intellettuale e civile di un certo Novecento è una fusione di energie e di intenzioni che quasi mai si sono incontrate, di mondi che, in quanto divisi, non sono stati in grado di evitare un terribile naufragio.

Recensioni, di Massimo Mario e di Daniele Abbiati

Un’intervista all’Autore e un’auto-presentazione del libro (perché Thomas Mann e Bertolt Brecht?)

Thomas Mann raccontato da Marino Freschi

Bertolt Brecht raccontato da Max Raabe (auf deutsch!)

Il Mago e Bert on line: ThomasMann.de e International Brecht Society

L’ultima casa di Bertolt Brecht (di Davide Orecchio)

La nuova edizione di un capolavoro di Mann (di Pietro Citati)

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