Nei campi e sulle colline attorno a Onigo, nel Trevigiano, vicino alle rive del Piave, Lorenzo Mainardi amministra con occhio vigile e mano ferma i suoi possedimenti e i mezzadri che vi lavorano. Di famiglia nobile, era riuscito sin da giovane a salvare le terre dalla prodigalità e dalle vampe rivoluzionarie della madre Luisa, riparata in Piemonte dopo i moti del 1848. Pur avendo studiato, si è concentrato solo sul patrimonio e non si è sposato, anche se ha avuto un figlio da una relazione con la governante Anna. Gli anni passano, Lorenzo si fa più burbero e abitudinario, e la sua progenie naturale – due nipoti in particolare, guidati dalla loro madre Gilda, nuova effettiva governante – attende con stolida tenacia di ereditare le sostanze. Scoppia la Grande Guerra e dopo Caporetto, quando anche Lorenzo viene travolto, tutto pare perduto, anche se un ultimo testamento salva i nipoti e li rende protagonisti di una nuova fase, potenzialmente carica di speranza. Ma la povertà diffusa e le insidie politiche della ricostruzione – tra cooperative rosse e cooperative bianche – sono una trappola da cui è difficile scappare. E ciò che Lorenzo tanto aveva custodito viene definitivamente disperso, mentre i due giovani contadini, prima arricchiti e poi spoliati, emigrano per ripartire da ciò che le loro braccia gli possono dare.

Il Comisso tra le due guerre – il libro è del 1933 e Mondadori lo ripubblicherà nel 1956 – è scrittore che già si immerge pienamente nel paesaggio e negli uomini della sua campagna. Come tale, è autore di pagine limpidissime, semplici, fotografiche; e al contempo cariche di evidente empatia per un mondo, ormai superato, che egli avverte più semplice ed elementare, e più vero, di quello contemporaneo. Questa urgenza di essenziale autenticità, in realtà, è la cifra dell’interoComisso, e pertanto non dovrebbe stupire che la spina dorsale di questo romanzo sia un racconto anteriore, del 1921; del periodo, peraltro, da cui il sugo della vicenda è estratto. Si tratta di un pezzo anti-politico e anti-storico per eccellenza. È il fluire ambizioso e vanaglorioso dell’animo umano a corrompere l’ordine naturale, l’equilibrio in cui, per Comisso, anche ciò che della civiltà contadina appare grezzo, arretrato e finanche meschino può assumere, sorprendentemente, un senso protettivo. In questa direzione, lo sguardo di Comisso è, simultaneamente, e ambiguamente, complice e quasi antitetico rispetto a quello di Verga (La roba). Come tale, dunque, è originalissimo. E non c’è dubbio, inoltre, che, letto oggi, Storia di un patrimonio, anche nella sua esemplare linearità di scrittura, appare come la fissazione di un canone: di quel mood che, ad esempio, ritroviamo in un acclamato e bel romanzo di Matteo Melchiorre. Si sbaglia sempre poco se si legge o ri-legge Comisso: perché lo si vede resistere e riaffiorare ancora, come la radice inesausta di un grande albero; ma soprattutto perché le sue parole hanno colori, sapori e odori nitidi, solidi ed evocativi.

Giovanni Comisso su questi schermi: 1, 2, 3 e 4

Due “vecchie” recensioni: di G. Ferrata e di D. Valeri

Un approfondimento

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L’attore che ha dato a Sherlock Holmes la sua più iconica fisionomia – in una serie di famosissimi film – è il protagonista di questo giallo vecchio stile. Sono gli anni Sessanta e Hopalong Basil (nome di fantasia che l’Autore forgia dall’originale Basil Rathbone) è ormai sul viale del tramonto. Ma un incontro fortuito lo porta su una piccola isola vicino a Corfù, in un albergo popolato da pochi avventori e dallo scarno personale di servizio: tutti inesorabilmente bloccati da un fastidioso e lungo temporale. È lo scenario perfetto per un misterioso delitto, che in effetti si verifica. La signora Mander – in viaggio con l’amica Vesper Dundas – viene trovata morta in un bungalow sulla spiaggia, con la porta bloccata dall’interno. Ecco, dunque, un classico caso della camera chiusa, fortunato cliché della letteratura di genere. Ed è così che, per affondare del tutto nell’atmosfera che a quel caso più si conviene, i poveri malcapitati decidono, in attesa della polizia greca, di affidare le indagini al consumato attore: assomiglia così tanto a Holmes da far pensare che sia l’unico a poter risolvere l’enigma. Con un eccentrico scrittore spagnolo nel ruolo del dottor Watson, il detective cinematografico si mette letteralmente sulle orme di un assassino fin troppo reale, in un susseguirsi continuo di citazioni dello Sherlock originale, e in un quadro che si complica di ulteriori e inesplicabili delitti. L’intrigo appare destinato a rimanere insoluto fino all’ultimo capitolo, quando Basil smaschera il colpevole e dimostra di aver capito ogni cosa (o quasi…).

Quello di Pérez-Reverte è l’omaggio appassionato che una star della letteratura internazionale d’evasione ha deciso di tributare a una delle figure più riuscite della storia della narrativa mondiale e alla formidabile e immarcescibile tradizione pop cui essa ha dato origine. È dura, d’altra parte, rimanere insensibili al fascino di Sherlock Holmes: della sua capacità di ragionamento; delle sue astuzie; dell’intero immaginario che i testi di Conan Doyle hanno figliato nel corso del tempo, generando variazioni e imitazioni più o meno fedeli, ma sempre apprezzate, nell’editoria come nel cinema (e nelle serie tv). Occorre ricordare, poi, che proprio l’Autore di questo romanzo ha sempre mostrato un certo debito nei confronti di quell’immaginario: ne Il club Dumas il personaggio femminile che accompagna Lucas Corso, cacciatore di libri antichi, si chiama Irene Adler, come l’unica donna che è stata capace di ingannare Sherlock. E questo è pure un piccolo indizio sull’epilogo de Il problema finale, che, oltre a ciò, è anche celebrazione di tutti quei grandi scrittori (da E.A. Poe a Maurice Leblanc, da Agata Christie a S.S. Van Dine ed Ellery Queen) che sono riusciti a fissare il canone glorioso del giallo matematico. Più di tutto, però, la rappresentazione di Pérez-Reverte – che, occorre dirlo, tanto è gradevole quanto un po’ stucchevole – si risolve in un gioco molto raffinato, perché, come scoprirà chi leggerà il libro fino alla fine, l’Autore, più che a dimostrare l’arcano, si diverte a provare che è sempre la vita il rompicapo più affascinante.

Recensione (di D. Gabutti)

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Ludovico arriva a Venezia come vincitore di una borsa di studio privata per una ricerca sul teatro d’opera del Seicento. Michela, la sua ragazza, è rimasta a Milano. Al Lido Ludovico incontra Edmund, che lavora alle Gallerie dell’Accademia, dove deve occuparsi di un nuovo progetto: l’utilizzo di NFT per la creazione di una perfetta immagine digitale della Tempesta di Giorgione, la sua parcellizzazione e la messa in commercio delle singole parti. Tra i due giovani nasce subito una spontanea, magnetica amicizia, che coinvolge presto anche Patrizia, la bellissima compagna di Edmund. Nel caldo dell’estate lagunare ogni contorno sfuma in maniera disorientante e Ludovico, rapito dal ritmo e dal senso di un’arietta seicentesca, si confonde. Che cosa sta accadendo? A Venezia le suggestioni sono tante, il tempo scorre in modo diverso e ciò che prima pareva certo ora non lo è più. Il mistero è grande o, forse, è tutto e soltanto un sogno? Per questo Autore – che non è nuovo a questi schermi – la trama non costituisce un fulcro necessario, raccontare è una scusa, un espediente per fare molte cose assieme: trasmettere un po’ di passione per l’arte e per la musica; divulgare un po’ di diritto, suscitando interesse per l’intreccio sempre più stretto tra contratti e nuove tecnologie; soprattutto, però, offrire un saggio delle capacità ipnotiche di un’immersione veneziana. E, dunque, invitare i lettori a perdersi, ad approfittare dell’atmosfera unica dell’isola per meglio trovarsi, o anche solo per vivere stranianti e improvvise emozioni. Viene da chiedersi, sul punto, se Annunziata non sia riuscito davvero, in un modo tanto indiretto, allusivo e ambiguo, a interpretare in forma narrativa l’enigma della famosissima opera di Giorgione: che, al pari di quanto può sortire oggi la città con la sua lunghissima e ricchissima storia, altro non è, sin dal principio, che un potente talismano; un allucinogeno, foriero di interrogazioni profonde e determinanti. Ad ogni modo Tentarmi è vanità, anche nella estrema leggerezza che lo contraddistingue, oltre a ricordare la naturale e comune licenziosità dei monologhi di Paolo Puppa, ha il merito di richiamare alla memoria altre letture (da Bonfantini a Berto) con le quali continuare stordimenti ed esplorazioni.

Recensione (di D. Ripamonti)

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La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.

Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.

Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

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Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.

Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.

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Il libro raccoglie in successione tre diversi testi: La talpaLe vetrate di Rembrandt e Biografia di un paesaggio anfibio. Sono piccoli romanzi, sospesi tra la forma del diario e quella della fiction. E hanno alcune cose in comune. La prima è che le storie cominciano tutte dal pretesto di dover offrire al proprio editore un pezzo sull’Olanda; proposito che sembra fallire, per trasformarsi volta per volta in personali, sentimentali, ma minuziosi, carotaggi nelle fondamenta e nella cultura della società neerlandese. Come anche in proficue occasioni di auto-osservazione. Altro aspetto condiviso è che quelle di questi romanzi sono trame tra loro collegate, quanto meno nel senso di un ordine cronologico: Le vetrate e Biografia, infatti, sono ambientate in un momento – di insperato e anonimo ritorno – che segue la rocambolesca avventura de La talpa – che termina con una fuga, nientemeno che dai servizi segreti. La terza caratteristica – si discuta delle misteriose viscere di Amsterdam, delle geometriche costellazioni del quartiere di Zeewijk o del mondo variamente mutante che si scopre attorno alle rive del Noordzeekanaal – è che Magliani si esercita in un costante gioco di rimandi e raffronti con le luci e i colori della sua terra d’origine: le ombrose valli liguri, il borgo natio, i campi, i torrenti e i carruggi. Non manca, infine, in ogni testo, qualche allusione erotica, destinata, tuttavia, a spegnersi sottilmente e invariabilmente.

Ci si può indispettire durante la lettura. Da un lato, per un’impaginazione un po’ troppo piena e per una serie di fastidiosi refusi. Dall’altro, per l’andamento complessivamente rapsodico, che non consente di traguardare un qualche orizzonte. In verità Magliani è un Autore tutto da leggere. Perché il suo girovagare, alla fine, produce un piccolo effetto ipnotico, che ha la forza di riportarci, ciascuno, al proprio personalissimo centro di gravità. Ed anche perché – al di là dei numerosi passaggi curiosi o ironici – ci sono figure (il traduttore Roland Fagel e l’amico Piet van Bert) e singole pagine (come quella in cui si riprende la lezione di Sebald sulla famosa Lezione di anatomia di Rembrandt) realmente degne di nota. Occorre anche dire che il Romanzo olandese si può leggere con profitto ancor maggiore alternandolo con Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert, il quale, con i suoi saggi (molto narrativi) sulla pittura e sulla cultura del Seicento olandese, ci catapulta nello stato d’animo più adatto ad affrontare le esplorazioni di Magliani. Le ricostruzioni del grande poeta polacco permettono di accedere a un ritratto molto efficace del carattere assai originale di un’intera società: libera e imprenditiva, talvolta anche all’eccesso, ma pacifica e ordinata; borghesissima e ripetitiva, ma popolare; semplice e tranquilla, ma in costante tensione col suo fluidissimo paesaggio. Niente di meglio, dunque, per acclimatarsi, sentirsi accolto e lasciarsi, poi, portare via, alla volta di se stessi, dagli smarrimenti di Magliani.

Recensioni (di C. Grande; G. Festinese; P. Vitagliano)

L’Autore presenta il suo romanzo

Un’intervista

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Lui è un professore che vuole imporsi come scrittore. Cerca luogo e ispirazione giusti per ideare storie di sostanza, alzare il livello e produrre qualcosa di più di racconti da pubblicare sui giornali di provincia. Lei è una Voce, la musa ispiratrice, la compagna ideale, votata alla di Lui ambizione. Gli procaccia una piccola e vecchia stazione in disuso, nel mezzo della pianura padana, e lo lascia vagare nelle campagne, selvatico, di modo che le trame possano emergere. E in effetti Lui comincia a concepirne una, finalmente valida. Ma la sua inquietudine cerca riconoscimento. Così Lei lo aiuta a raggiungere il modello tanto ammirato: a viaggiare nel tempo, fino a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, per conoscere Cesare Pavese. La magia riesce, i viaggi si ripetono, i due si piacciono e si frequentano, e pure i loro personaggi si intrecciano e, anzi, si conoscono proprio, palesandosi direttamente a chi li ha creati. Lui, però, animato anche dalle suggestioni di uno strano sogno (che apre il romanzo), vuole spingersi oltre, in un crescendo tanto folle quanto fallimentare. Spetta al lettore, di qui in poi, scoprire fino in fondo il senso del titolo e del romanzo stesso. Che – va evidenziato – è una bella scoperta, pur se esige una certa pazienza, per farsi condurre lentamente per mano, in un’atmosfera rarefatta, da un periodare composto e raffinato. Nel merito si possono avanzare due opinioni. La prima: l’Autore riesce a rappresentare in modo molto efficace le frustrazioni e i pericoli più profondi che qualsiasi aspirante narratore fronteggia (e probabilmente anche qualsiasi intellettuale), soprattutto quando si lascia pervadere solo dal daimon che lo possiede. La seconda: questo libro si serve ottimamente della figura e dell’opera di uno dei più iconici scrittori della prima metà del Novecento italiano, e così facendo lo ripropone oggi – meritoriamente – all’attenzione di un pubblico (ahimè) disabituato alle ambientazioni e ai sentimenti più elementari e autentici.

Recensione (di S. Calzini)

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Sellerio ha ripubblicato il secondo romanzo di Barbero, che risale al 1998, quando era uscito con Mondadori. Leggerlo oggi, in effetti, è operazione interessante. Sicuramente perché tutto ciò che è Russia negli ultimi anni è diventato ben più che tristemente attuale e urgente. E se lo storico e divulgatore più simpatico e apprezzato sulla piazza è stato in grado, a suo tempo, di costruire un giallo ambientato a ridosso della fine dell’era sovietica – di quello snodo, cioè, a cui tutti riconducono le svolte geopolitiche che ai giorni nostri vengono rimesse in discussione – ebbene è il caso di ripigliarselo. Ci si potrebbe capire qualcosa. Anche perché il libro è disseminato di un trasversale presagio di sventure (dall’intreccio tra affari e politica al deflagrare dei fondamentalismi). L’azione si svolge nel 1988. C’è una trama principale, se così si può dire: quella di una giovane storica, Tanja, che, complice la perestrojka di Gorbacëv, prova a fare luce su certi processi sommari svoltisi a Baku in piena era staliniana. Nel frattempo, però, a indagare su Baku, e precisamente sull’omicidio di un influente religioso islamico, c’è il giudice Lappa, fedelissimo e ligio funzionario della Procura generale. Questo filone narrativo, puntualmente, si interseca al primo, lasciando spazio a tanti altri personaggi: Oleg, giornalista smaliziato; Mark, attore di origine ebraica; un potente viceministro, vicino di casa di Lappa; un malavitoso in forte ascesa; e soprattutto il generale Yusuf-zade, vertice del KGB in Azerbaijan. Nel 1988 il finale pare quasi incoraggiante, ma non è veramente così, visto che nelle ultime pagine, e siamo già nel 1991, si capisce che al vecchio impero se ne va sostituendo un altro, e non necessariamente migliore.

Le notizie, a questo punto, sono due. E, come sempre, una è buona e l’altra è cattiva. Quest’ultima riguarda il romanzo preso letteralmente come romanzo. Che per Barbero non è al livello di quello (premiatissimo) del debutto del 1996. Romanzo russo è troppo lungo e troppo lento; e senza i “misteri” che le due trame incrociate avrebbero potuto ben costruire. Ma qui soccorre la notizia buona. In primo luogo, il faticoso viaggio che Barbero impone al lettore è materialmente fecondo. Lo è nel senso complessivo del discorso-bilancio, non privo di gusto ironico e macchiettistico, su che cosa ha significato, socialmente e culturalmente, all’interno del paese, il crollo dell’Unione Sovietica. Lo è, poi, nella prospettiva di un tentativo efficace di messa in scena (nei pensieri e nelle posture dei molti protagonisti) dei diversi sentimenti – di condanna del passato, di nostalgia, di paura per il futuro, di rivendicazione, di spregiudicata speculazione – che hanno animato quel momento (emblematico e rivelatore, in generale, il quasi monologo del filosofo Čimut-Dorzev, da p. 196). E lo è, infine, per l’invito implicito a considerare la ricerca della verità storica come un presupposto essenziale allo sviluppo democratico di qualsiasi popolo. Più di tutto, Romanzo russo esemplifica assai bene – come già constatato per Alabama – uno dei segreti più importanti dell’Autore, ossia la sua spiccata, e rara, capacità mimetica: l’abilità di aderire all’oggetto dello studio e del racconto, comunicando l’impressione di saperlo fare con le parole e le sfumature più congeniali. Ci si accorge, per tale via, che il romanzo è “russo” anche perché vi aleggia stilisticamente lo spirito di Gogol’, di Dostoevskij, di Bulgakov, di Pasternak. Anche questo non è poco.

Recensione (di P. Dalmazzo)

Un’intervista all’Autore

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Per comprendere i motivi della fortuna di Michel Bussi, romanziere d’Oltralpe molto apprezzato anche in Italia, La Follia Mazzarino, sua opera prima del 2009, rappresenta la migliore chiave di lettura. Lo si capisce sin dalla trama, che coniuga utilmente elementi apparentemente impossibili da amalgamare, come nella più classica delle vinaigrette. Il luogo, per cominciare, è del tutto immaginario: l’isola di Mornesey, collocata nelle (reali) Channel Islands della Manica (con le esistenti Guernesey e Jersey), ma (diversamente) soggetta alla sovranità francese. L’Autore ne fornisce la mappa, così ci si sente subito paracadutati in un’invenzione alla Jules Verne. I protagonisti, al contempo, sono semplicissimi e con tratti molto riconoscibili e marcati, al limite del pittoresco: l’evaso senza scrupoli; l’orfano affidato agli zii; il gruppetto di amici della colonia estiva; il giornalista eccentrico e viveur; il ragazzotto semplice e intelligente che fa la stagione. Ci si immedesima facilmente. Senza dire del fatto che, poi, ci sono due degli ingredienti letterari più scontati e funzionanti: un fantomatico tesoro, la Follia Mazzarino, ossia ciò che avrebbe consentito al famoso cardinale di conquistare la corte del re, mistero da tutti indagato e mai risolto; e il romanzo di formazione. L’intrigo, dunque, è servito. E a far da realistico collante, infine, soccorre una tipica vicenda di speculazione edilizia, comprensibile e sempre attuale, pur se condita da un inganno tanto inverosimile quanto curioso. Ovviamente, quando i nodi vengono al pettine, la sorpresa è grande. Dunque: proprio questo è Michel Bussi, che, peraltro, è anche professore dell’Università di Caen. Del resto le sue competenze di geografo costituiscono spesso un additivo ulteriore dei romanzi, ed è così anche per La Follia Mazzarino. È uno scrittore – in particolare – che si distingue nel riuscire a montare efficacemente in un unico quadro profili, immagini e motivi di per sé distantissimi; scelti con accuratezza, però, perché devono essere facili, attrattivi e coinvolgenti, per catturare lettori della più diversa età ed estrazione. E per generare un tourbillon di sensazioni, elementari e riconoscibili, come accade nella migliore letteratura d’appendice. Spesso si tratta del già visto e sperimentato (a qualcuno questo libro ricorderebbe un po’ I Goonies), perché non c’è nulla di più affidabile dell’usato sicuro. Ecco, Bussi è il perfetto intrattenimento familiare, che sotto l’ombrellone passa di mano in mano e piace verosimilmente a tutti, e distrae senza pensieri. Niente di più, per un verso; ma anche niente di meno.

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Mira Bunting è fondatrice e anima instancabile di Birnam Wood, un collettivo neozelandese formato da persone per lo più assai giovani e di varia estrazione, e impegnato in azioni di guerrilla gardening e di sensibilizzazione ecologica. Mira, però,  vorrebbe un salto di qualità. Shelley Noakes è l’amica e alleata più stretta di Mira; almeno lo è stata a lungo, tanto da abitarci assieme, anche se ora sente il bisogno di uscire dal gruppo e, soprattutto, da quel legame, forse troppo stretto e ossessivo. Tony Gallo, l’attivista più ideologizzato del collettivo, è tornato dopo una lunga esperienza di viaggio in Centro America: vuole capire se tra lui e Mira è rimasto qualcosa, ma, prima ancora, intende diventare un famoso reporter. Un evento improvviso – una grossa frana, che lascia isolata un’importante tenuta – diventa per i tre un’imperdibile occasione: per Mira, può significare il modo per sperimentare un progetto di coltivazione su larga scala e ricevere, così, maggiore visibilità; per Shelley, può trattarsi dell’esperienza con cui capire davvero che cosa fare del suo futuro; per Tony, può essere il campo privilegiato per uno scoop sensazionale, tanto più che la tenuta in questione è proprietà di Owen Darvish, un ricco e apprezzato self-made man, che tuttavia sembra fare affari con lo spregiudicato Robert Lemoine, tycoon americano a capo di una potentissima azienda costruttrice di droni. I presupposti per un thriller potenzialmente appassionante ci sono tutti. 

L’Autrice, però, è interessata ad altro. Le piace scavare nella psicologia dei tipi umani e dei percorsi esistenziali che i suoi eroi incarnano. Tanto più che strada facendo si rivelano tutti (o quasi) degli autentici antieroi e che, peraltro, la trama è coerentemente ridotta al minimo, se non inesistente. Egotismo, infantilismo, invidia, arrivismo, avidità… I campioni di Catton sono sezionati nei loro pensieri più elementari e autoreferenziali, ed imprigionati nello stereotipo più spinto, al solo scopo, evidentemente, di dimostrare che non è detto che anche le retoriche più nobili o ingenue nascondano sempre ambizioni incontaminate. Sembra – at last – che in questo mondo tutti siano pronti a tutto e che occorra, forse, solo una dura e tragica esperienza per rendersene conto, forse troppo tardi. Ma c’è qualcosa di più specifico. Si ha l’impressione che, al di là dell’ambientazione, questo libro sia molto più neozelandese di quanto possa apparire; che la scrittrice, in particolare, abbia voluto, da un lato, demolire una positiva, ottimistica autorappresentazione self-confident del carattere kiwi, dall’altro, ri-costruirla, almeno parzialmente, da una prospettiva meno attesa e tanto meno scontata (e di cui ci si avvede solo nella determinazione ultimativa di un personaggio femminile rimasto sotto traccia fino alle ultime pagine e della radice – familiare e territoriale – di cui esso è testimone). Ciò premesso, Birnam Wood è complessivamente un bell’esperimento.

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