Quattro voci si alternano per il racconto di una storia triste, che a sua volta è il nefasto evento catalizzatore che ne porta alla luce, e ne consolida, altre, ugualmente tristi. Di Dolores Driscoll – che vive assieme al marito semiparalizzato – sono le parole che aprono e chiudono la narrazione. È la guidatrice – da più di vent’anni – di uno scuolabus in un piccolissimo e povero paese dello Stato di New York, sulle montagne al confine col Canada, nell’America profonda che meno ti aspetti perché troppo vicina al dinamismo della ricca metropoli. Il monologo di Dolores, all’insegna della più straniata normalità, racconta della mattina nevosa in cui lo scuolabus è uscito di strada ed è scivolato in una sorta di laghetto artificiale, causando la morte di quasi tutti i bambini che vi erano trasportati. Il secondo testo segue la rievocazione di Billy Ansel, padre di due ragazzi deceduti, già vedovo e, prima ancora, veterano della guerra in Vietnam e gestore di una locale e popolare autofficina. Il mezzo di Billy, quella maledetta mattina, seguiva a ruota il bus. Non si era accorto della minima anomalia. Lo ascoltiamo riferire dei soccorsi, del suo stato di shock, della perdita abissale, forse presentita nella parte precedente della sua vita, come nella relazione segreta con la moglie del proprietario di un piccolo motel, madre di uno dei piccoli defunti. Compare poi un’altra versione, quella dell’avvocato Stephens, piombato sul posto alla ricerca di clienti arrabbiati, per imbastire una redditizia causa risarcitoria contro le istituzioni pubbliche che a vario titolo avrebbero potuto evitare o mitigare il sinistro. Ne seguiamo la sottile e determinata, e cinica, strategia di reclutamento, che attrae diverse famiglie, ma non Billy Ansel, che rifugge dall’idea che rivolgersi al giudice risolva ogni problema. Poi si presenta sulla scena Nichole, pressoché l’unica sopravvissuta, assieme a Dolores. Ex reginetta del ballo scolastico e cheerleader, ora si trova in carrozzina, insensibile dalla vita in giù. Il suo è il pensiero maturo e affilato di chi ha vissuto una tragedia. Soprattutto, però, è il veicolo di rivelazioni segrete, sempre taciute, da cui muove la spinta risoluta a porre fine a tutta la vicenda (quale?), e a fare a suo modo giustizia. È un epilogo, questo, che – come raffigura lei stessa nell’ultimo capitolo – Dolores apprende all’improvviso, a distanza di tempo, durante una rumorosa fiera di paese. La sua insperata redenzione di fatto la inchioda, assieme al lettore, a un orizzonte di generale e insuperabile compassione e compromissione.

Il dolce domani è un libro senza fondo, un pozzo di cui non si intravede la vertiginosa profondità. Perché per Banks non c’è punto d’arresto alla caduta. Lo scuolabus stesso, a ben vedere, non cessa di perdersi nelle acque ghiacciate, poiché si tratta di una soverchiante traiettoria anteriore, che poi (comunque) continua, e della quale l’incidente mortale è solo una delle possibili immersioni visibili. La dolcezza del titolo è, evidentemente, accettazione. Non, però, nel senso di fatale acquiescenza a quanto accaduto. Rabbia e dolore sono i sentimenti più comuni e forti. È, piuttosto, lo stato paradossalmente tranquillo di chi non può che vedere e volere nulla di diverso dallo scivolamento dannato, che – per quest’Autore, in particolare – assume una dimensione esistenziale e cosmica al contempo. Il dolce domani, per certi versi, è sinonimo di una dolce morte morale, di un auto-spegnimento lento e, più o meno coscientemente, deliberato. I personaggi, d’altra parte, oltre ogni fuggevole e ingannevole apparenza, sono avvinti in circuiti a rischio di deragliamento costante, se non già interrotti o dissestati. Al punto che l’incidente, pur nella sua tranciante violenza, diventa il modo privilegiato per produrre una serie trasversale di ulteriori fallimenti e di (troppo) tardivi ravvedimenti e prese di coscienza; e di un tagliente (e implacabile) regolamento di conti. Non c’è dubbio che ci si trova di fronte al canone tragico del più classico romanzo americano. Come è altrettanto chiaro che vi si isolano facilmente i caratteri e i ritratti ricorrenti di un’antropologia della sconfitta, quali sono tipici, in aderenza allo stesso canone, di note rappresentazioni della depressa provincia statunitense. Poi, però, si riscontra anche dell’altro. Un qualcosa che delinea in modo davvero imperdonabile quell’insano, e già detto, paradigma di colpevole accettazione: è l’autoreferenzialità totale degli adulti; di individui la cui disgrazia irredimibile sta tutta nel non volersi mai affrancare dalla propria irresponsabile assuefazione. E nel voler, anzi, trovare ragioni di riscatto in proiezioni e progetti puramente, e nuovamente, egoistici. Dal romanzo di Banks è stato tratto anche un film, assai fedele e premiato a Cannes nel 1997: da vedere.

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Franco Gavaglià è sindaco di un piccolo comune. Viene da una frazione di montagna, dove è cresciuto in baita, sopportando le difficoltà di una vita, e di una natura, aspra e le continue violenze, terribili, del padre. Soltanto negli anni dell’università è riuscito a realizzare il suo sogno di fuga e a costruirsi uno spazio autonomo di riconoscimento sociale. Ora si avvicina una nuova campagna elettorale e, a quanto dice il suo vice, occorre inventarsi qualcosa di efficace per continuare a convincere gli elettori e contrastare le mire dell’altro candidato, il temibile Ursini. È questa la scena in cui si articola la storia che le stesse parole di Gavaglià percorrono passo dopo passo, nel suo rivolgersi, un po’ pacato e sollecito, ma anche un po’ disilluso, alla figlia Leda. Ed è una storia che, in parte, è buia come la conca in cui il piccolo Franco cercava rifugio, sui monti, lontano dalle angherie paterne; e in altra parte, invece, è semplicemente trista, perché disseminata da un sentimento diffuso di soffocato rancore e di reiterato fallimento. Il fatto è che, al termine di un farsesco e calcolato tentativo di comunicazione elettorale – nel quale il protagonista cerca di ripescare l’anziano padre e farne l’esempio inverosimile di antiche e formidabili virtù, e di un rapporto filiale autentico – il disastro, per Gavaglià, si presenta in tutta la sua inevitabile dimensione.

Quello di Morandini è libro duro, che macina dentro. Inoltre, contiene moltissime sollecitazioni. Non è soltanto un antidoto alle troppo facili idealizzazioni di certi ambienti, considerati sempre, romanticamente, come primigeni e fortificanti. È anche una somma di parabole: sul rapporto padri-figli, come, più in generale, sulle relazioni, e incomprensioni, tra generazioni diverse; sulla pochezza di un modo ben noto di fare politica; sulle insidie delle ambizioni e dei traumi più radicati e irrisolti; sull’ostinata, ma terribile, tendenza a restare pur sempre vincolati a un’idea troppo personale delle proprie origini; sul bisogno, reale, di interlocuzioni più umane e comprensive. La conca buia, poi, è anche il trattamento perfetto per una commedia nera, che funzionerebbe molto bene sia in teatro, sia al cinema. Più di tutto, però, a stupire è lo stile o, meglio, il tono della narrazione. Che si tiene sul registro agro e disincantato della nevrosi; dell’amara consapevolezza, cioè, che solo chi è davvero afflitto o malato sa provare fino in fondo. Ci troviamo, dunque, di fronte a una scrittura molto più studiata ed elaborata di quanto possa apparire: un esperimento di sintonia – tra verbo e argomento – che può dirsi riuscito.

PS: a conferma della lungolatenza delle suggestioni che questo romanzo sa imprimere su chi lo legge, non resisto a esprimere la sensazione che questo Autore abbia una spiccata sensibilità leopardiana. Anche la Natura di Morandini non si arresta, né si accomoda, di fronte a nulla…

Recensioni (di S. Bonazzi; di G. Gala; di G. Montieri; di A. Pisu)

L’Autore racconta il suo libro

Due intervista a Claudio Morandini: qui e qui

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Il mago di Emanuele Trevi è suo padre Mario, famoso psicanalista. E la casa in questione, dunque, è la casa paterna: quella che allo scrittore è rimasta in eredità e che ospitava anche lo studio dove Mario riceveva i pazienti, al di qua di una poderosa scrivania di legno. Emanuele vi si trasferisce, quasi fosse alla ricerca dei segreti di Mario, tanto bonario e tranquillo quanto taciturno, enigmatico e pensieroso. Anche la madre, del resto, glielo diceva: “Lo sai come è fatto”. Giusto per alludere ad una personalità irriducibile. Ad ogni modo, nella casa, i talismani per sintonizzarsi a dovere con lo spirito del mago non mancano: una coperta bucata, quaderni e appunti, l’I King, alcune pietre levigate e, su tutti, una copia di Simboli della trasformazione di Jung, debitamente studiata e spietatamente annotata. L’Autore comincia a leggerla, immergendosi – assieme al padre e allo psicanalista svizzero – nell’osservazione dei prodromi schizofrenici di Miss Miller. Nel frattempo accadono molte cose, piccole eppure significative. Mentre una misteriosa Visitatrice notturna si aggira per le stanze della casa, lasciando segni visibili della sua presenza, la vita di Emanuele viene invasa dalle scorribande della colf peruviana, che gli presenta l’avvolgente Paradisa. La donna, alla fine della storia, lascerà Roma, e così anche la casa. Ma la relazione, per quanto breve e improbabile, consente allo scrittore – come se fosse guidato dall’ispirazione di una figura mitologica – di abbandonarsi e, al contempo, di ripercorrere la giovinezza di Mario, la fuga dalle Langhe, le avventure partigiane, la malattia creativa, l’insegnamento, l’iniziazione alla psicanalisi da parte di Ernst Bernhard. Le abilità narrative di Trevi sono sperimentate e note, specie per la capacità evocativa dello stile. Luoghi e oggetti si animano, stimolano suggestioni potenti e si fanno medium di ricordi, esperienze e cognizioni. Al romanziere riesce, per questa via, un’operazione molto difficile: farsi egli stesso cavia per una traduzione concreta del metodo psicanalitico e per la dimostrazione di quali siano le strade lungo le quali l’io si forma, si orienta e si ritrova.

Recensioni (di M. Belpoliti; di A. De Simone; di D. Matronola; di M. Oliva; di G. Silvano; di G. Simonetti)

Tre interviste a Emanuele Trevi: 1, 2 e 3

Antonio Gnoli intervista Mario Trevi

Luigi Zoja su Carl Gustav Jung

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