Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.

Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.

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Questa Shirley Jackson è la stessa dei grandissimi L’incubo di Hill HouseLa lotteria e (il migliore in assoluto) Abbiamo sempre vissuto nel castello; pietre miliari del romanzo gotico e, più in generale, della letteratura horror e mistery. Qui, però, è autrice di un testo del tutto diverso: un memoir divertente e ironico, e autoironico, sulla sua vita familiare tra le mura della grande e vecchia casa colonica di North Bennington, in Vermont. È un racconto fatto di piccoli e semplici episodi, sketches domestici scritti con grazia e stile rapido e coinvolgente, nei quali Shirley fa la mamma a tutto tondo e si scapicolla tra le urgenze, le malattie e i capricci dei figli, le gravidanze, l’automobile, l’inettitudine di un marito tanto impacciato quanto indifferente, le faccende di casa, i rapporti con gli altri bambini e le loro famiglie. Si potrebbe pensare a un libro per sole donne, che naturalmente troverebbero nella lettura numerose occasioni per riconoscersi e normalizzare note e ricorrenti sfide della quotidiana convivenza. Il fatto è che Vita tra i selvaggi offre momenti di autentico svago a chiunque: è impossibile non provare empatia e la risata spontanea è assicurata. 

Se si riflette sulla circostanza che il libro è del 1953, non si può non restare sorpresi del tono diretto e dell’intelligenza emotiva di un’Autrice che, così facendo, rivela davvero il suo segreto: vale a dire, una rara combinazione tra facilità di composizione, ritmo e capacità evocativa di stampo quasi fotografico. Specialmente, però, si comprende un’altra cosa: il passo tra le ambientazioni dark di una vera maestra del genere e la rappresentazione esilarante di una banale routine casalinga è brevissimo. Ne è chiara evidenza il volantino con una storia di fantasmi, che Shirley compone scherzosamente proprio a partire da un episodio familiare specifico (e che è posto in appendice). Ma ne è la prova migliore una sensazione evidente, qui riconfermata al massimo grado: che la grande letteratura nasce sempre dall’approfondimento vertiginoso dei motivi, dei luoghi e delle esperienze – in poche parole: dei demoni – che più sono vicini allo scrittore. Il che equivale a dire che senza questa Jackson – una desperate housewriter così ordinaria, così stereotipica, così autoriflessiva e così irrimediabilmente fuori posto – l’altra non sarebbe mai esistita.

Recensioni (di M. Ghilardi; di D. Lambruschini; di G. Soncini)

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In questo libro, che risale al 1996, l’Autore – figura importante del mondo editoriale italiano e scrittore più volte premiato e sempre apprezzato – raccoglie due testi, uno più lungo (La letteratura e il combattimento) e uno, successivo, molto più agile (Quando vi ucciderete, maestro?). Nel pezzo più esteso contempliamo una galleria di immagini, ricordi personali, esperienze, letture: su singoli appassionati di arti marziali e sui loro esercizi, su maestri e discepoli, su palestre di periferia, sulla storia della lotta in Giappone… Il tutto è condito con qualche analogia tra combattimento e creazione letteraria; e con immancabili riferimenti all’opera di chi su questo ring ha militato a lungo, da Yukio Mishima ad Alexis Philonenko. Dall’altro lato, invece, nel secondo testo, le parole di Franchini sono quelle di una sorta di rampogna, o discorso di biasimo, che si rivolge a un “tu” non esplicitamente definito, per stimolarlo o risvegliarlo da un esiziale torpore. E che pesca nel passato familiare (e soprattutto nella rievocazione della madre) e (ancora) nel cantiere del rapporto tra letteratura, vita e obbedienza marziale. Ciò fino a una sorta di climax conclusiva, in cui un pensiero semiserio dell’Autore su come coltivare la propria salute giovanile si sovrappone al racconto di un aneddoto sulla vita di Mishima e su quanto un giovane ammiratore gli avrebbe detto al termine di una lunghissima anticamera: “quando vi ucciderete, maestro”?

Il volume è prezioso per più ragioni. La prima di tutte riguarda lo stile o, se si vuole, l’esempio di scrittura: che è spontanea ed efficacemente rappresentativa di un pensiero che si sviluppa liberamente in una catena di progressive associazioni mentali. Ma è anche elegante, ricercata, densa. A conferma che il bello scrivere, se è semplice, è anche il frutto di una formazione, di un’applicazione e di un addestramento costanti. È a quest’ultimo proposito che viene subito in gioco un secondo aspetto positivo. La forma, infatti, aderisce veramente alla sostanza. Perché quella di Franchini è un’immersione – dichiaratamente autoanalitica – sul necessario rigore e sulle inevitabili frustrazioni che comporta qualsiasi disciplina, soprattutto se presa sul serio. Salvo che il senso dell’opera, qui, anche per effetto del raffronto completamente straniante con l’imprinting ricevuto dalla madre, emerge nel suo finale orientamento dissacrante (o relativizzante). Perché tutto è soltanto, e illusoriamente, testa, pure nel perfezionamento massimo di ciò che è corpo. E pertanto, per non risultare artificioso, poco credibile e quindi ridicolo, nella scrittura, nel combattimento come nell’esistenza quotidiana, val sempre la pena di tenere i piedi per terra e ripetersi (con la piena persuasività dell’idioma partenopeo): ma quann t’accir?

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I motivi per procurarsi quanto prima questo piccolo libro di poesie sono tanti. Una buona sintesi sta nel messaggio (absit iniuria verbis) che l’Autore finisce per veicolare. Potrebbe suonare pressappoco così: a essere davvero seri, nella vita, bisogna non prendersi troppo sul serio. Sicché di messaggio (in effetti) non si dovrebbe discutere; si farebbe troppo torto a un Autore tanto cosciente quanto disincantato. Perché la saggezza di Pistolesi (il titolo coincide proprio con il concetto o, meglio, con l’approccio, e in fin dei conti ci si accorge veramente che non c’è – mai – differenza…) si risolve di per sé in un verso guizzante, divertito e divertente, spinto da un realismo ironico e autoironico. Che, però, non si lascia disorientare da alcunché e fila dritto al punto, anche quando pare smontarsi da solo. E che non ha neppure timori reverenziali; né paura di affermare, spietato, quello che conta, in modo efficace, se non assoluto. Lo preannuncia la (bellissima) citazione di Fortini, in apertura: “se continuiamo a non volere la verità / sarà terribile la nostra vita. / È bene che lo sappiamo una volta per sempre”.

Onestà estrema, innanzitutto, e specialmente verso se stesso. Può trattarsi di una sconsolata e preliminare constatazione, o negazione, politico-esistenziale, a mo’ di sintomatico proemio; delle reiterate difficoltà, e degli imbarazzi, di un amore tormentato e finito; della raffigurazione della paternità più iconica o del rapporto, e del sentimento, padre-figlio; della nostalgia per l’adolescenza che è stata; degli inganni temibili della solitudine; di una vera, e affatto timida, dichiarazione di poetica; o, meglio ancora, di una altrettanto vera, e autentica, scelta di vita e, dunque, di poesia. In quest’ultimo senso, mai quest’Autore pare soggettivamente a disagio. O meglio: mai risulta ordinariamente a suo agio, cosa che gli permette, liricamente, di orizzontarsi benissimo, navigando leggero, forte di una tradizione assimilata assai profondamente e di un ruolo che non ha alcuna sociale rilevanza, e che per ciò solo è il ruolo, poetico all’essenza, cui meglio può ambire, sereno. Non c’è dubbio alcuno: per dirla alla Aldo Nove (occorrerà tornarci presto), Pistolesi si è inabissato, lo ha fatto benissimo, e pure allegramente e, per questo, meno misteriosamente di quanto lasci intendere la lezione originaria. Lasciamoci contagiare, quindi; diventiamo saggi, anche solo per qualche ora.

Una selezione di testi e la Postfazione di G. Policastro (da leparoleelecose.it)



A mio padre dopo l’ennesimo tentativo di inventarci una confidenza

Onore a noi, dopotutto, che comunque

ci abbiamo provato, a fare questa cosa di parlare

l’uno con l’altro, sopra un aperitivo fuori tempo massimo

trovare parole che colmino un silenzio

lungo vent’anni, anzi ventiquattro, venticinque

quasi (sono vecchio, sono

vecchio!) – eppure esiste, la foto

in analogico da un’altra casa, da un’altra

vita, ci siamo noi due nella vasca

insieme, ridiamo, siamo

un padre e un figlio.



La saggezza (esercizi)

Mettere da parte questa lingua

impararne altre. Cominciare a nuotare, cucinare

più spesso. Dormire al pomeriggio

lavorare. Scrivere di cose sane

e quando il pensiero stringe e si fa terribile

cadere come corpo morto cade.



Se mai (poesia per B.)

Se mai dimenticheremo, nel grande gioco della normalizzazione e dell’età adulta,

lo schianto incredibile la collisione assurda 

che sono due persone quando s’incontrano, allora

buttateci pure via portateci dallo sfasciacarrozze, perché davvero non serviremo più a niente.

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In questo piccolo libro, assemblato in brevi capitoli e ambientato – per espressa dichiarazione dell’Autore – in una “valle da poco” dell’Appenino emiliano, si racconta di tante cose: spedizioni antelucane alla caccia di funghi o tartufi; astuzie e consuetudini di montanari; ricordi d’infanzia; cani da cerca; villeggianti e turisti; scelte di vita; piccole e grandi avventure passate in quota; storie di case, boschi e frazioni oggi semi-abbandonati; brevi gite e lunghi viaggi (sempre a raccogliere funghi); nostalgie e piccoli piaceri personali. È un testo originale: un po’ diario e meditazione psicologica; un po’ romanzo familiare e autobiografico; e un po’ riflessione antropologica e sociale. Quest’ultima traiettoria è quella, probabilmente, più scontata, più attesa, che potrebbe bene accordarsi, anche per il lettore più superficiale, alla critica ormai mainstream della montagna idealizzata, accessibile, attrezzata e family friendly. Quella di Campani, infatti, è, all’evidenza, una montagna diversa: svuotata, inselvatichita, scostante, esposta ai rischi di un clima impazzito e, solo per questo, molto più dura di quanto si possa pensare. Però, a rivelarsi veramente intensi e interessanti, in Alzarsi presto, sono i profili più intimi, che a loro volta colorano i potenziali ragionamenti collettivi di una profondità più vera, quasi di una struggente e incarnata normalità. I gesti, i rituali, le interazioni del padre e del fratello Pietro, a casa come nel bosco, sono richiami fortissimi, che per Sandro – allontanatosi per la città, la fabbrica, la musica e la scrittura – operano come i rintocchi sordi di una campana lontana, tanto remota quanto calda e rassicurante. 

Quindi, e per l’appunto, la via del ritorno – al bosco, alle proprie origini, alle radici – non è retorica, non può esserlo. Né può animarsi di colte aspirazioni velleitarie o sogni banalmente ingenui sulla bontà di un mondo ritenuto più lineare o autentico, e per ciò solo taumaturgico o appagante. La via, piuttosto, è fatta di pratiche minute, di abitudini, di un’alternativa che passa per l’urgenza di cose semplici, prossime e quotidiane, pertanto preziosissime, e che la raccolta di funghi e tartufi compendia plasticamente: ché occorre conoscere i posti, ricordarseli, frequentarli, testarli, e se possibile nasconderli ai più. Bisogna dire, a questo punto, che il volumetto di Campani non è per tutti. Lo apprezzeranno davvero in pochi, selezionati, flâneur del micelio interiore: quelli che amano i monti di serie B, le contrade-reliquia di comunità disperse, i sentieri che si interrompono e si ricompongono all’improvviso, e quelli che in altura ci vanno a novembre o a febbraio, quando la natura di chi alla natura pensa usualmente, per moda o anche per statuto, è, invero, completamente assente. Ecco, per costoro Alzarsi presto sarà un prezioso taccuino, un dolce breviario da conservare nella cacciatora di una vecchia giacca, camminando con gli stivali nell’erba alta e traguardando l’improvviso svettare di una mazza di tamburo.

PS: chi conosce il tratto appenninico di cui scrive Campani lo riconoscerà facilmente, gli indizi e i toponimi sono disseminati chiaramente. E in cima, prima della discesa in Garfagnana, supererà il Passo delle Radici e si fermerà, sulle orme di Shelley, a San Pellegrino, a prendere un caffè da Pacetto, a salutare le mummie del Santo e del suo “collega” San Bianco, e ad ammirare le Apuane o, se va proprio bene, un immenso mare di nuvole

Recensioni (di R. Carvelli; di I. Cecchini; di G. Sarli)

Intervista all’Autore

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Doralice Migliar – una sua foto è in copertina – era la nonna di Andrea De Carlo. Veniva dal Cile e faceva parte di una eccentrica e talentuosa famiglia di commercianti e artisti, che però aveva origini astigiane. A lungo lo scrittore ha pensato che Dora fosse morta quando suo padre Giancarlo – destinato a diventare architetto di fama internazionale – era ancora bambino, prima, cioè, del suo trasferimento a Tunisi, a casa del bisnonno Vincenzo. Poi un giorno ha scoperto che le cose sono andate diversamente e che Dora e nonno Carlo si erano improvvisamente allontanati. Che cosa è successo? Perché la sua famiglia ha sempre cercato di rimuovere l’accaduto? Tra poche foto, qualche fortunata lettura e una strana conversazione con l’anzianissima zia Velda e il cugino Jean-Paul, Andrea rievoca in pochi tratti il tono e i colori di un’intera epoca storica e dell’epopea avventurosa delle migrazioni italiane all’estero, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel contempo, prova a ricostruire il mosaico genealogico, al quale, tuttavia, mancano fin troppe tessere per poter assumere una fisionomia riconoscibile e sensata. Non gli resta, sulla base di alcuni indizi, che concludere che la rottura tra Dora e Carlo sia da attribuire a un fatto violento, e che da quel loro incontro, come dalla successiva separazione, siano sortite, per suo padre e per sé stesso, conseguenze esistenziali sottili ma decisive.

Titolo giusto, suggestivo; scrittura facile, leggera, che non stanca; e un’intuizione importante, potenzialmente profonda: ecco quanto basta ad Andrea De Carlo per costruire un libro. È un modello di cui La geografia del danno rappresenta l’ultima espressione. Ed è quasi un manifesto, una sintetica dichiarazione di poetica. Con la peculiarità che, questa volta, l’Autore racconta dei suoi nonni, alla ricerca di una sorta di spiegazione lontana per il proprio carattere e, forse, per tutta la propria vita. Il che è pienamente coerente con il tema alto dell’opera, enunciato espressamente a p. 123: “una delle ragioni per cui ho cominciato a scrivere questa storia è il desiderio di capire come un danno possa ripercuotersi attraverso le generazioni, e come gli interessati non ne siano consapevoli, fino a che non provano a ricostruire cosa sia successo davvero a chi li ha preceduti”. Il perno è questo: è essenziale, per ciascuno, scavare nelle origini, per scoprire se, e per quale motivo, esista davvero (lo ricorda pure l’Autore, ancora a p. 123) una magnetica coazione a ripetere, non solo nell’ambito della propria esperienza individuale. Cose terribilmente serie, quindi. Cose da Thomas Bernhard, per intenderci. Dopodiché, come sempre, e – lo si è già detto – come da modello, in De Carlo la fluidità e la pulizia del linguaggio e della trama fanno puntualmente premio sull’approfondimento e sulla complessità.

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Seconda guerra mondiale: Charles Ryder è un ufficiale dell’esercito inglese di stanza sul suolo britannico. Tra un’esercitazione e l’altra le truppe finiscono nella tenuta di Brideshead, proprietà storica dei Lord Marchmain. E Charles comincia a ricordare. In primo luogo, di quando è stato lì la prima volta, anni addietro, con Sebastian, giovane rampollo della ricchissima casata e suo compagno di studi e di bagordi a Oxford. Si avvia così il racconto di un’amicizia profonda, di una famiglia singolare, di una vita spensierata; ma anche di dissapori, confronti, distacchi e ritorni, come dell’amore tardivo con Julia, la sorella di Sebastian, figura a suo modo simbolica di un generale destino di trasfigurazione e decadenza, dalla quale, del resto, anche il fratello viene travolto. Questo romanzo, che ha ormai raggiunto da tempo la dignità di classico, non solo raffigura in modo semplice ed elegante le aspirazioni e fascinazioni di un’intera generazione; rievoca, più di tutto, un clima e un momento storico sospeso tra la rievocazione di un passato irripetibile e la percezione forte di un tracollo imminente. Forse sono le guerre che al principio del Novecento cambiano i connotati alla società europea, o forse è l’economia a dare ingresso a nuovi rumorosi protagonisti e a cancellare la grazia e l’imbattibilità di un tempo che fu (ma le due cose stanno perfettamente assieme). Ciò che il capitano Ryder apprende è che quel mondo non tornerà e che, tuttavia, la memoria può ancora alimentare una piccola fiamma nel cuore.

Le peculiarità e gli alterni successi di questo libro – con spunti curiosi sul suo carattere in tutto o in parte autobiografico, e sull’influenza che potrebbe aver avuto la conversione dell’Autore al cattolicesimo – sono ben ricordati da Alessandro Piperno nella prefazione che illustra la presente edizione. Va aggiunto che Ritorno a Brideshead è un romanzo che superficialmente si potrebbe definire sentimentale, anche se occorre capire di che sentimento, o di quali molteplici sentimenti, si tratta. Se ci si abbandona ai pensieri del protagonista e alle immagini che ci proietta di fronte, si passa, certo, per stati d’animo molto diversi. Ciò che prevale, però, è un marcato struggimento, talvolta nostalgico: per una giovinezza sospesa e ancora gravida di occasioni, per quel senso di indeterminatezza che prima della maturità permette di pensare davvero a una felicità possibile, per la intrinseca bellezza di una civiltà che si percepisce irrimediabilmente superata. Naturalmente, a quest’ultimo riguardo, le vicende raccontate da Waugh costituiscono anche il ritratto fedele della nobiltà inglese – e quindi delle sue magioni, dei suoi luoghi notevoli, riti e tipi psicologici – nel momento storico della grande crisi: a chi è piaciuta la serie TV Downtown Abbey, o anche SaltburnRitorno a Brideshead non può non piacere. Ma il punto è che qui, prima di tutto, oltre al fascino dell’ambientazione, c’è la letteratura nel suo formato più puro e spontaneo, con le parabole universali di uomini e donne. E con l’effetto che, lasciandosi andare, quella di Charles Ryder diventa una personalissimastoria per tutti.

Brideshead revisited (la serie del 2008)

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Una prima cosa su questo libro la dice chiara il titolo: è una traversata, un lungo e intenso itinerario di più di 500 pagine. L’Autore ci ha messo quasi otto anni per comporlo. Anzi, per percorrerlo. Infatti, lasciandosi ispirare dal miglior Perec, ha sovrapposto alla sua città, Torino, una griglia immaginaria di 81 quadrati, che corrispondono agli altrettanti capitoli del volume. Poi, all’interno della mappa così predisposta, si è spostato, partendo dal suo lato più estremo e saltando da un quadrato all’altro, con lo stesso ordine che detta la mossa del cavallo su qualsiasi scacchiera. Ne è sortita un’immersione nei luoghi, nelle architetture e negli spazi; e ovviamente nei ricordi, personali e familiari. Con un solo obiettivo: scoprire la vera storia dei suoi genitori, e in particolare le ragioni della depressione del padre, del male che da un certo momento in poi lo ha accompagnato per tutta la vita. Che cosa ha condizionato l’esistenza di quel preciso e diligentissimo ingegnere? Forse la campagna sul fronte russo? O le tante apprensioni provate dopo l’8 settembre 1943? Oppure, ancora, un tragico incidente sul lavoro, un evento che, ad un certo punto, sembrava puntargli contro un infamante dito accusatore? L’Autore non sa capacitarsi, studia foto, osserva lineamenti e struttura di palazzi e chiese, passeggia ed effettua sopralluoghi, rievoca episodi e tappe salienti della storia delle famiglie, di quella paterna come di quella materna. E’ alla ricerca di un segreto, di una chiave di lettura. Sente l’urgenza di fare i conti, come se fosse la sua stessa identità personale ad essere in gioco. 

Il lettore si deve armare di tempo, di disponibilità al vagabondaggio, di pazienza. Specialmente, però, deve saper cogliere la traiettoria della traversata, il suo senso più profondo. Ciò che è possibile se ci si lascia guidare dalle suggestioni etnografiche che Canobbio allestisce strada facendo, alternando il suo scavo alla lettura di Griaule e Leiris, e al racconto della mitologia dogon e dei riti magici di una tribù africana. Il memoir, quindi, assume a tratti le sembianze di un’indagine su un’intera civiltà, di un lavoro di campo sull’esistenza, propria e familiare, intesa come universo complesso e inesauribile, mai pienamente spiegabile. Ma la traversata prova ad essere anche un rituale, un teatro vissuto cui l’Autore – che attende l’apparizione di un segno, di un portento che lo aiuti – si sottopone per isolare, incarnare e domare gli zār – gli spiriti maligni, come sono tradizionalmente chiamati da alcune popolazioni d’Etiopia – che hanno tormentato suo padre, e anche sua madre, e che, di riflesso, gli si ripropongono come un’eredità dolorosa e misteriosa. Un’eredità che, tuttavia, alla fine del romanzo, si rivela di tutt’altra pasta, semplice e a suo modo imprevedibile. In fondo al tunnel, o se si vuole al termine della notte, non ci sono le illuminazioni di una possessione tanto agognata; non c’è il momento della redenzione. Ciò che Canobbio trova e condivide è il ritratto di una promessa di speranza, un gesto concreto di una storia umanissima e altrettanto reale: perché, se la vita e i suoi accidenti generano attrito, non c’è altro da fare che affrontarlo insieme.

Recensioni (di R. Carnero; di M. Mancuso; di G. Tinelli; di D. Voltolini)

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Qual è il segreto di Yasmina Reza e del suo successo? Basta prendere Felici i felici per scoprirlo facilmente (mi sono fidato, a suo tempo, di un consiglio e ho fatto bene ad assecondarlo). Ma anche leggere Serge è un buon modo per capire. Anzi, forse è un modo per capire ancora meglio. La storia narrata, infatti, è una non storia per eccellenza: è un segmento di comune vita quotidiana di una famiglia francese di origine ebraica, una rassegna continua e scoppiettante di tic e cliché assai ordinari e forse anche prevedibili. Jean Popper è la voce protagonista. È il fratello di Nana e di Serge. Sia pur diversamente, i tre si avviano verso – e in parte percorrono già – la mezza età. Si direbbe con alterne sfortune. Jean è il più solitario. Ha una relazione instabile con Marion, al cui figlio Luc si è affezionato, forse perché un po’ più originale di tanti altri ragazzi. Nana è sposata con un tale Ochoa, il non plus ultra del low profile e oggetto costante dell’ironia più salace dei due fratelli, specialmente di Serge, il primogenito. Il quale, tuttavia, non è certo un modello di virtù e di successo. Alle spalle ha un matrimonio fallito e molte e improbabili avventure imprenditoriali. Pure la bella ed energica Valentina lo ha mollato. Quando i tre fratelli sono insieme, la complicità si alterna inevitabilmente alla litigiosità. È un clima elettrico, che si accende ed esplode in modo quasi definitivo durante uno straniante viaggio ad Auschwitz, dove i tre vengono letteralmente trascinati da Josephine, figlia di Nana. E dove Serge litiga con Nana e, sia pur a distanza, con il nipote Victor, mentre a Parigi va in scena la scomparsa dell’anziano cugino Maurice, attorniato da un circolo eccentrico e petulante di parenti, amici e badanti. Al ritorno non accadono cose così significative, la crisi è comunque conclamata.

Come si diceva, non ci sono, in questo romanzo, un inizio e una fine in senso proprio, una progressione. Non lo si può leggere per il gusto della trama. Quello che, però, vale in Serge, come in altri lavori della Reza, non è che cosa si racconta, ma come lo si fa, e questa scrittrice lo sa fare in modo assai efficace. Al punto che ciò di cui si tratta veramente emerge in modo molto più forte di quanto non sarebbe altrimenti. A questa Autrice, infatti, riescono tre cose contemporaneamente: rappresentare con leggera acutezza – e talvolta con comicità – le piccole sorti, le invidie sorde e le idiosincrasie quotidiane di una qualsiasi enclave famigliare; lanciare feroci strali satirici sul carattere fondamentalmente patetico delle nostre affannate esistenze, degli invariabili riti che le percorrono e dei luoghi comuni che le travolgono; salvare e addirittura promuovere questa inguaribile fragilità, come se fosse l’unica chiave per restituirci un po’ di consapevolezza e farci provare una dose altrettanto salutare di empatia. Ma il punto è questo: il ritratto complessivo è sempre animato da uno stile che alterna vivacità e sguardo profondo, e che fotografa le cose e le emozioni con brio e naturale dimestichezza. È un vero inno alla forza catartica della migliore e più fluida scrittura: accordandosi a quella, al suo tono complice e mai banale, è possibile abbandonarsi e sentire davvero un moto rigenerante. C’est la vie, ci dice Yasmina Reza, e il messaggio non è per nulla rassegnato; invita, viceversa, a vivere con spontaneità e intelligenza. Alla fine, dunque, tutto pare riuscito in questo romanzo, visto che persino l’editore sceglie per il volume la veste più appropriata, un’iconica ed elegante tappezzeria di Cesare Tacchi. Tanto di cappello.

Recensioni (di A. Benini; di D. Pizzagalli; di G. Soncini)

Un’intervista all’Autrice

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François è un abile e affermato chirurgo di mezza età. Figlio a sua volta di un apprezzato medico di paese, è l’azionista di controllo di un’importante clinica. Ama passare molto tempo nella avita casa di montagna, al confine tra Francia, Svizzera e Italia. Lì può darsi al suo hobby preferito, la caccia. La storia – non per caso dunque – comincia dal momento in cui François, dopo una posta assai lunga e impegnativa, ha finalmente nel mirino un cervo maestoso. Riesce solo a ferirlo. Lo insegue, ma non lo finisce: lo carica nel suo pick up, ancora vivo, per portarlo a casa, curarlo e liberarlo. Questa è la base di partenza per una vicenda che viene raccontata in quattro parti. Le prime tre sono ciascuna l’approfondimento progressivo dell’altra. Scopriamo, passo dopo passo, che il figlio di François, consulente finanziario, è passato a trovarlo, e che, però, se ne vuole andare presto, per raggiungere la compagna, un’affermata modella. La moglie di François – avvinta da sempre in una totale venerazione del figlio e in una altrettanto ambigua tendenza negativa nei confronti della figlia – si trova in un convento per un ritiro spirituale, dal quale tuttavia si allontana senza avvisarlo, in preda ad una delle sue consuete crisi. Nel frattempo la figlia, che da qualche giorno è nei pensieri di François, piomba all’improvviso, con la prima neve dell’anno, alla casa di montagna: è accompagnata da Loïc, il suo misterioso compagno, che, proprio mentre arriva, spara al cervo che François aveva accudito, uccidendolo. Loïc, peraltro, è gravemente ferito, abbisogna di un intervento urgente e François, su richiesta della figlia, prova a tamponare la situazione. Ma è evidente che i due sono nei guai, che sono seguiti da qualcuno che intende eliminarli ad ogni costo e che Loïc, in particolare, è una figura quanto mai equivoca e spregiudicata. L’accelerazione sarà repentina e il protagonista si vedrà presto travolto, con tutto il suo mondo, da rivelazioni sconvolgenti, e risucchiato in un incubo sempre più intenso. Verrà gettato in una inattesa fuga nel bosco, su cui si chiude, nella quarta e ultima parte, tutto il racconto.

Di questo libro qualcuno potrebbe dire ciò che di solito si pensa di molti classici film francesi: che sono troppo lenti e “psicologici”. È un’opinione che la scrittura dell’Autore – nella sua insistita esattezza descrittiva e nell’incedere ossessivamente autoanalitico che conferisce ai pensieri di François – rischia di incoraggiare. Tuttavia, a leggerlo con la giusta concentrazione, e lasciandosi trasportare, il romanzo può stimolare l’idea della sceneggiatura ideale per un thriller ben più movimentato, con Jean Reno nelle parti del medico protagonista e Vincent Cassel nel ruolo di Loïc. C’è una tensione fortissima nella narrazione, una forza che in un eventuale progetto cinematografico non potrebbe che riflettersi nella scelta dei volti più risoluti del cinema d’Oltralpe. Eppure anche questa è un’impressione sbagliata. Non che non potrebbe funzionare, ma sarebbe un altro film, mentre l’Autore ne vorrebbe uno ancora diverso. Il centro della storia non è il colorito thriller che la trama dimostra di assumere nella sua progressione: è il crollo di un’intera esistenza e di un quadro familiare affetto da patologie di più lungo periodo. A François, sbattuto violentemente in una spirale che mai avrebbe sospettato di percorrere, verrebbe da dire, forse banalmente: “Si raccoglie quanto si semina”. Ciò che illustra Lang, però, è tanto più sottile. Se a François riesce di curare meticolosamente e accudire il cervo che egli stesso ha ferito, riprendere le redini di un arido e scostante discorso familiare, anch’esso colpito ab origine, è operazione che gli risulta ormai inaccessibile. È questa medesima malattia, in fondo, ad essere il primo antecedente causale della morte del cervo miracolosamente guarito. Quindi anche l’apparente purezza della natura – che è il luogo della redenzione di François, nobile ed esperto (ex) cacciatore – non può resistere al guasto affettivo che l’uomo ha compiuto. La conclusione non è completamente tragica: l’efferatezza generata dagli eventi, e respinta con pari violenza dal protagonista, apre la via del bosco, dell’ignoto che disorienta; di un inseguimento che – senza che nulla sia garantito – offre la speranza per ricominciare, sia pur da zero, e creare nuovi legami.

Una recensione (di A. Pisu)

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