Trovo questo testo nel solito mercatino dei libri usati. Attira subito la mia curiosità, perché di questo Autore so già molto, soprattutto sul suo infaticabile impegno di divulgatore di Dante. Qui, però, scrive della sua traiettoria di studente “ultrafuoricorso” alla Sapienza di Roma, tra la Facoltà di Magistero e quella di Lettere. Lo fa nel 1970, a 32 anni, nel pieno di una nota e intensa fase di trasformazione dell’università (e della società) italiana (ed europea). Il libro è semplice e piano, schietto e sincero. Trasmette aspettative, ansie e delusioni di un giovane maestro elementare: che cerca faticosamente di laurearsi, mentre sperimenta le difficoltà dell’insegnamento scolastico e quelle del lavoro contadino, ma anche le prime soddisfazioni di giornalista e scrittore. Soprattutto restituisce un’immagine fedele di professori e studenti di quel tempo, confessando la propria frustrazione per l’efficiente superficialità e la meccanica indifferenza culturale di molti compagni di corso, per l’arbitraria distanza di tanti studiosi e per le sorprendenti pochezze dei loro assistenti. Pur con qualche eccezione, tuttavia, viste le belle pagine che sono dedicate a Vincenzo Marmorale, Giorgio Petrocchi e – soprattutto – Gabriele Baldini. Nel libro, infine, è palpabile, e quasi toccante, un sentimento che, prima o poi, prova o ricorda chiunque abbia fatto l’esperienza del giovane universitario: il senso di aspettativa e di apertura alla vita e al futuro, sempre carico di titubanze e incertezze, talvolta gravi e paurose, e però anche denso di una fiduciosa e naturale disponibilità alle cose del mondo.
Università undicesima bolgia ha anche una virtù supplementare. La si apprezza nelle due pagine dell’Introduzione, dove Onorati, non riconoscendosi nell’università pre-sessantottina, né in quella successiva, scrive che “[g]li studi universitari dovrebbero aiutare l’uomo a scoprirsi e realizzarsi nella cultura”, auspicando che tra professori e studenti si generi quel colloquio reciprocamente positivo che solo può creare le condizioni per un simile obiettivo. Al di là del possibile dibattito sul merito e sulla persistente importanza di queste affermazioni, viene da sottolineare che, nel periodo storico in cui Onorati scriveva, le discussioni sull’università erano al centro dell’agenda pubblica. Oggi, dopo molti anni, in un momento storico in cui si sono realizzate ulteriori e ancor più forti trasformazioni, specie dal “processo di Bologna” (1999) in poi, la questione su che cosa sia l’università si ripresenta in maniera diversa e molto più asettica. Si discute di singole – pur sensibili – riforme (sul reclutamento dei professori, sulla riforma dell’agenzia di valutazione, sulla governance degli atenei, sulle modalità di finanziamento degli atenei…), e lo si fa senza la bussola di una preliminare e generale riflessione di cornice e di senso. Non che nelle incombenti riforme non si vogliano risolvere specifiche e urgenti questioni. Il punto, piuttosto, è che per comprendere come risolverle – come per esprimere davvero un consapevole giudizio sui tanti cantieri aperti – si dovrebbe sciogliere il nodo fondamentale sull’identità e sulla collocazione dell’università nel contesto delle mutazioni sociali, economiche, scientifiche e culturali della nostra epoca. E la sollecitazione di Onorati potrebbe senz’altro fungere da ispirato e proficuo pungolo critico.
