
Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postale, Il viaggio dell’orsa, L’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.
Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)
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