L’attore che ha dato a Sherlock Holmes la sua più iconica fisionomia – in una serie di famosissimi film – è il protagonista di questo giallo vecchio stile. Sono gli anni Sessanta e Hopalong Basil (nome di fantasia che l’Autore forgia dall’originale Basil Rathbone) è ormai sul viale del tramonto. Ma un incontro fortuito lo porta su una piccola isola vicino a Corfù, in un albergo popolato da pochi avventori e dallo scarno personale di servizio: tutti inesorabilmente bloccati da un fastidioso e lungo temporale. È lo scenario perfetto per un misterioso delitto, che in effetti si verifica. La signora Mander – in viaggio con l’amica Vesper Dundas – viene trovata morta in un bungalow sulla spiaggia, con la porta bloccata dall’interno. Ecco, dunque, un classico caso della camera chiusa, fortunato cliché della letteratura di genere. Ed è così che, per affondare del tutto nell’atmosfera che a quel caso più si conviene, i poveri malcapitati decidono, in attesa della polizia greca, di affidare le indagini al consumato attore: assomiglia così tanto a Holmes da far pensare che sia l’unico a poter risolvere l’enigma. Con un eccentrico scrittore spagnolo nel ruolo del dottor Watson, il detective cinematografico si mette letteralmente sulle orme di un assassino fin troppo reale, in un susseguirsi continuo di citazioni dello Sherlock originale, e in un quadro che si complica di ulteriori e inesplicabili delitti. L’intrigo appare destinato a rimanere insoluto fino all’ultimo capitolo, quando Basil smaschera il colpevole e dimostra di aver capito ogni cosa (o quasi…).

Quello di Pérez-Reverte è l’omaggio appassionato che una star della letteratura internazionale d’evasione ha deciso di tributare a una delle figure più riuscite della storia della narrativa mondiale e alla formidabile e immarcescibile tradizione pop cui essa ha dato origine. È dura, d’altra parte, rimanere insensibili al fascino di Sherlock Holmes: della sua capacità di ragionamento; delle sue astuzie; dell’intero immaginario che i testi di Conan Doyle hanno figliato nel corso del tempo, generando variazioni e imitazioni più o meno fedeli, ma sempre apprezzate, nell’editoria come nel cinema (e nelle serie tv). Occorre ricordare, poi, che proprio l’Autore di questo romanzo ha sempre mostrato un certo debito nei confronti di quell’immaginario: ne Il club Dumas il personaggio femminile che accompagna Lucas Corso, cacciatore di libri antichi, si chiama Irene Adler, come l’unica donna che è stata capace di ingannare Sherlock. E questo è pure un piccolo indizio sull’epilogo de Il problema finale, che, oltre a ciò, è anche celebrazione di tutti quei grandi scrittori (da E.A. Poe a Maurice Leblanc, da Agata Christie a S.S. Van Dine ed Ellery Queen) che sono riusciti a fissare il canone glorioso del giallo matematico. Più di tutto, però, la rappresentazione di Pérez-Reverte – che, occorre dirlo, tanto è gradevole quanto un po’ stucchevole – si risolve in un gioco molto raffinato, perché, come scoprirà chi leggerà il libro fino alla fine, l’Autore, più che a dimostrare l’arcano, si diverte a provare che è sempre la vita il rompicapo più affascinante.

Recensione (di D. Gabutti)

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