In un appartamento di Roma vengono uccise a colpi di pistola quattro persone: i padroni di casa, i coniugi Girola, entrambi pensionati; e Samuel e Alice, una giovane coppia da poco giunta nel palazzo. A mettersi velocemente sulle tracce del colpevole è l’eterogenea squadra del commissario Antonia “Toni” Montixi, rispettata detective di brillante carriera, ma dal tragico passato. Forse c’è da scavare negli intrallazzi del ragioniere Girola, che pare abbia avuto rapporti con qualche spregiudicata impresa malavitosa; o forse va ricercato il primo sospettato, un ragazzo di origine colombiana, che è stato visto nelle vicinanze all’ora del delitto e ha qualche indebita connessione con la famiglia dei due anziani. Ma perché sono morti anche Samuel e Alice? E che ci facevano lì? Nel clima afoso e sfibrato di un’estate ormai al termine, mentre la tenace e tormentata poliziotta e i suoi uomini affrontano anche i loro problemi personali, le indagini si snodano su tutti i fronti, con piccole, ma progressive, svolte. Fino alla pista giusta (su cui, qui, è d’obbligo il silenzio): solo l’intuito di chi ha fatto da tempo esperienza del buio più tenebroso riuscirà a seguirla con successo; e nel pericolo ultimo e improvviso si darà anche alla squadra una tangibile chance di percepirsi come tale e conoscersi meglio.

Quello di Emanuela Cocco è un bel romanzo, costruito come si deve e avvolto in una scrittura precisa e sofisticata. Ha anche altri pregi. La protagonista Toni Montixi è caratterizzata in maniera convincente e nella trama restano sospesi diversi fili, quasi a suscitare la curiosità del lettore e, così, a preannunciare la possibilità di prossime (auspicabili) puntate. C’è del mestiere, dunque, ed è un dettaglio che va giustamente riconosciuto e enfatizzato. Ma oltre a ciò a colpire è il generale rivestimento noir, che conferisce al poliziesco uno spessore particolare e molto si addice alla scelta di ambientare la storia nella Roma di mezzo in cui la normalità si mescola facilmente all’ambiguità e all’estremo più temibile e inquietante. Da questo punto di vista, il registro stilistico aderisce perfettamente alla materia, che è impasto emotivo di un’umanità fragile, dolente, frustrata, ed esposta sempre a rischi di definitivo, irrimediabile scivolamento. È questa caratteristica ad evitare all’Autrice di incappare nelle trappole insidiose che potevano nascondersi nella deliberata scelta di una sensibilità tanto scopertamente femminile: pur toccando note e irrisolte questioni sul rapporto tra i sessi, Come ama il buio non si arrende del tutto allo stereotipo e, anzi, lo rende veicolo di uno sguardo realisticamente empatico. Anche un tale profilo merita esplicito apprezzamento.

Recensioni (di A. Carraro; di D. Padovan; di F. Pezzini; di A. Vertorano)

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Mistica, metafisica, terribile Riviera romagnola (da pangea.news)

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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Blew, blew away / but I don’t want to fade (The Smashing Pumpkins)

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Nostalgie horror contemporanee (da carmillaonline.com)

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Perché si scrive? Qual è il demone che spinge gli scrittori a fare quello che fanno? E, peraltro, a farlo ogni giorno, ossessivamente, con fatica e tenacia? È uno di loro, in questo libro, a tentare qualche risposta. Che inevitabilmente, dati gli interrogativi, non può che essere personale, se non idiosincratica. Anche se l’Autore non parla direttamente – o soltanto – di se stesso. Opta, viceversa, per allestire una galleria di grandi scrittori, le cui opere e abitudini vengono utilizzate per descrivere cinque classiche ragioni della scrittura: l’ambizione, l’odio, la responsabilità, il piacere e la conoscenza. Dunque, per esplorare ciascuna delle pulsioni che questi fattori possono animare, Alessandro Piperno ci parla di alcuni Campioni della letteratura: Virginia Woolf, Balzac, Fitzgerald e Saul Bellow; Sainte-Beauve, Thomas Bernhard, Céline, Flaubert e Salinger; Thomas Mann, Tolstoj, Sartre e Primo Levi; Nabokov, ancora Flaubert, Jane Austen, Stendhal e Dickens; e infine Kafka e Proust. Al di là dei molti aneddoti e dei tanti piccoli estratti di cui si nutre l’intero svolgimento dei discorsi, è innegabile che Piperno finisca per dirci delle sue preferenze, che in maniera largamente prevedibile (visti i suoi interessi di studioso) vanno per Flaubert e Proust, con più di qualche simpatia per Salinger, Nabokov e Kafka. 

Ciò che importa non è il fatto che Piperno lasci intendere che predilige soprattutto chi scrive per piacere e per conoscenza. Il punto è che Ogni maledetta domenica, anziché rivelarsi come ciò che esplicitamente dichiara, altro non è che un modo semplice e disimpegnato, e senz’altro gradevole al lettore, per fare un po’ di critica letteraria al di fuori degli schemi canonici e scientifici del saggio vero e proprio. E per divulgare qualche buona sollecitazione. Come quella sulle assonanze tra Flaubert e Salinger (nel loro comune “astio nei confronti della classe borghese”), o tra Kafka e Proust (avvicinati nella “natura della loro vocazione”). E come quella sul relativo valore letterario di Sartre, che sicuramente sente tutto il peso del suo tempo. Poi c’è un altro aspetto degno di nota. Piperno ci tiene a trasmettere l’idea che la scrittura – quella veramente meritevole delle attenzioni generali – sia costanza, disciplina, applicazione, fatica, scelta di vita, investimento totalizzante. Del resto, per chiunque abbia il suo baricentro attorno alla scrittura e alla coltivazione della sua tecnica (anche per ragioni puramente lavorative) si è soliti ripetere, a mo’ di invito, la frase che Plinio il Vecchio aveva attribuito al grande pittore greco Apelle: nulla dies sine linea. Niente di più vero.

Recensioni (di V. De Marco; di L. Mascheroni; di E. Pisani)

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”Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile (da nazioneindiana.com)

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Ricordando Carlo Levi (da ilponterivista.com)

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Il pescaggio abissale della poesia (da iltascabile.com)

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Siamo solo conchiglie / sparse sulla spiaggia (Andrea Lazlo De Simone)

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