“Romanzo in versi” recita il sottotitolo di questa raccolta. E non c’è dubbio che sono tutte poesie percorse da un’unica ispirazione. Come non c’è dubbio che l’effetto è quello di un racconto unitario, scritto in presa diretta da chi, partecipando all’azione, ne osserva il contesto e gli altri protagonisti con un misto di ribrezzo, ironia e stupefatta attrazione. Ray Banhoff, infatti, inietta il lettore direttamente nelle vene dei bar della provincia e dell’antropologia disfatta, eccentrica, eppure sorprendentemente vitale che le percorre quotidianamente. Tra anziani un po’ alcolizzati ma sereni, muratori e artigiani risoluti dell’Est Europa, donne rifatte o volgarmente appariscenti, bariste pazienti e, molto spesso, personaggi comunque e assolutamente estranei a qualsiasi categoria mainstream, puri nella loro radicale ed estranea unicità. Ci ritroviamo, così, proiettati in un’osservazione che è divertita, sentimentale e dissacrante al contempo. Dalla quale apprendiamo assieme all’Autore – ed è qui la forza della proposta di questo libro – che nel trash, nel derelitto, nel marginale esistono luoghi, immagini e tenaci itinerari di insospettabile redenzione e di indiscutibile e schietta verità; e pure occasioni di confronto intimo, per cogliere e comprendere davvero la disperazione di un presente tanto normalizzante quanto banale, e assurdamente fagocitante. Ma anche per empatizzare onestamente e senza filtri sulle proprie disgrazie, sul sesso, sugli amori inseguiti e perduti, su ciò che è vittoria o sconfitta in questo mondo. Degrado paradiso – che va saggiato d’un fiato, e con la massima concentrazione – non nasconde la sicura fascinazione di Ray Banhoff per Bukowski, e se dovesse avere colonne sonore si dividerebbe tra l’autotune delle hit del momento, il suono delle slot machine in sottofondo e qualche passaggio degli Skiantos nel loro prime o di un qualsiasi Vasco Rossi pre-1987. Al termine della lettura restano un sorriso e l’impressione che, al di là di una serie di versi ben riusciti, questo volumetto riesca a restituire a chi vi si abbandoni molto di più di quanto possano garantire tante e autorevoli indagini colte sulla fisionomia normale del Paese e sullo stordimento che si può provare a frequentarlo anche soltanto per un caffè.

Il sito dell’Autore

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Due poesie

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Entra l’elettricista

e mi fa: “Ma quest’impianto è fuori norma dal ‘90!”.

Eh lo sapevo, ogni tanto avevo paura…

Un paio di volte ho preso la scossa

togliendopiatti dalla lavastoviglie.

“Eh ci credo, i tubi son tutti di ferro,

ora vanno in plastica,

in ferro ci sta che sei sotto la doccia

e la lavatrice non scarica bene

e rimani folgorato.

Non hai neanche il salvavita,

o lo scarico a terra!

Ci vuole il muratore bisogna spaccare tutto…

sarà 10mila euro minimo di lavori.

Ah bimbo, sei seduto su una bomba”.

Sì ecco, ecco la mia vita.

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Abita uno spazio sacro

proprio quando sei fuori dalla grazia

appenditi all’estetica del rito

giusto perché non ci credi.

Mima una speranza

recita una salvezza

tutto, pur di non darti per disperso.

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Indagine sui Parioli (da succedeoggi.it)

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E la ragazza del luna park ha caricato il suo fucile (Antonello Venditti)

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Sebastiano Vassalli: tutto e il contrario di tutto (da labalenabianca.com)

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”Bisogna riscrivere i classici?” (da nazioneindiana.com)

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“Una continua ricerca di verità improbabili” (da pangea.news)

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Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postaleIl viaggio dell’orsaL’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.

Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)

Un’intervista a Pardini

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Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.

PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.

A colloquio con l’Autore

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La Russia salvata dai poeti (da glistatigenerali.com)

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Dopo Fossili e storioni e Nei luoghi ideali per la camporella, a Davide Bregola riesce con questo libro un altro piccolo capolavoro. È letteratura all’ennesima potenza. Ed è anche una proposta che si può accogliere su più livelli: quello più classico del racconto-memoir; quello più interessante dell’itinerario critico; quello più impegnato del carotaggio psicologico e socio-politico; e quello più insinuante dell’immersione poetica e geografica. Ma il dato importante è che questi livelli si sovrappongono, perché ciascuno alimenta gli altri, ed è così che il testo sprigiona le sue virtù migliori. Formalmente il volume ospita quattro capitoli e una conclusione, anche se quest’ultima si lega moltissimo al pezzo che la precede. E ogni capitolo si focalizza sul rapporto tra Bregola e un autore/un’autrice volta per volta considerati; meglio, sulla ricerca, anche interiore, cui Bregola è stato sollecitato percorrendo le tracce di quattro grandi eccentrici solitari del paesaggio letterario italiano: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi. Il primo e l’ultima sono nomi noti a tanti, se non altro per i bestseller che li hanno resi famosi. Il secondo e il terzo, invece, sono stati poeti rigorosamente appartati, se non nascosti: già il solo gesto di riparlarne è meritevole. Alcuni versi di una poesia di Bellintani, ad esempio, valgono da soli il prezzo del biglietto: “Fermiamoci un momento, amici. / Quest’albero era / quando ancora non erano / i nostri padri i nostri avi. / Ed ecco io sento che qualcosa gli devo”.

Tuttavia quello che conta di più, in Lezioni dalle rovine, è la matrice su cui Bregola monta i pensieri, i ricordi e le esperienze personali che lo legano a ciascuno di quei quattro scrittori. La chiave, infatti, è l’estraniamento, la coltivazione di luoghi segreti e umili, le orme di esistenze tenacemente e rigorosamente adeguate a questo canone di privilegiata osservazione distante. Un punto di vista che Bregola stesso dice di aver traguardato e inseguito, sin da giovanissimo, nelle peripezie di apprendista-artista obbligato a confrontarsi con le prime, dure, spiazzanti e precarie esperienze lavorative (di venditore di libri, impiegato tecnico della ferrovia Suzzara-Ferrara, dipendente di una fabbrica di latticini…). Il sottotitolo del libro – “(Leggere, scrivere, vivere)” – dice davvero molto del suo contenuto e del manifesto commosso che, di fatto, rappresenta. Un po’ vuole evidentemente omaggiare Works di Trevisan, e dunque si fa narrazione autobiografica e romanzo sociale. Ma in parte si avvicina anche alle più recenti traiettorie de La mattina scrivo di Franck Courtès e – almeno un pochino – a quelle de Di ora in ora di Giorgio Falco. E dunque ad un livello altissimo. Senza, però, mancare di quell’impronta propria che sta nella fedeltà a luoghi, immagini e figure della Bassa: ché quasi si vede, si odora e si sente tutto. Chiama sempre all’immedesimazione questo Autore, e puntualmente riesce nel suo intento. Non è, forse, questa l’impronta riuscita di un vero scrittore?

Recensione (di S. Zangrando)

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