Il romanzo prende avvio a Ferrara, nell’estate del 2022, con la morte di Ilario Nevi, famoso partigiano e noto regista e documentarista. Antonia Nevi, nipote prediletta e professoressa universitaria di geografia, torna in città per il funerale assieme ad Arne, in arte “Sonic”, marito e musicista sperimentale. Nella canicola agostana del Delta del Po, aggravata da una forte siccità, Antonia, che scopre di essere la principale erede di Ilario, si impegna in una indagine serrata sul passato del defunto e del suo vecchio amico, anch’egli antifascista, Erminio Squarzanti, già confinato a Ventotene e compagno degli anni di resistenza. Tra capanni apparentemente abbandonati e memoriali segreti e inediti, la nostra protagonista – che nel frattempo cerca di liberarsi dai postumi da Covid19 e di ritrovare la giusta complicità con Sonic, perduta dopo un tragico incidente – comincia a comprendere che la storia di Ilario è assai più complicata ed enigmatica di quanto avesse mai pensato. Riemergono, così, dolorose vicende della guerra di Liberazione, sepolte da tempo; progetti impegnati sulla decementificazione dei Lidi ferraresi e sulla restituzione all’acqua delle terre bonificate; e soprattutto una strana e irrazionale fascinazione per la leggenda degli uomini pesce, anfibie e spaventose creature mitologiche. Ma quale senso ha quest’ultima ossessione? I suoi forti interessi scientifici, la curiosità di voler andare fino in fondo con la propria genealogia e il racconto – letteralmente ipnotico è un po’ alchemico – del misterioso dottor Stegagno, medico di fiducia di Ilario, conducono Antonia a unire tutti i tasselli e a dare forma all’umanissima e dolorosa traiettoria esistenziale di Ilario, su uno sfondo di orribili torture e stragi nazifasciste, rappresaglie e vendette altrettanto implacabili, indecifrabili e velleitari progetti terroristici e testimoni da raccogliere.

Gli uomini pesce è un libro riuscito, che prende quota strada facendo e a tratti si fa leggere con gusto; con il desiderio – che è il medesimo di Antonia Nevi – di capire meglio e arrivare in fondo. È anche un classico Wu Ming: perché sovrappone storia e invenzione, in modo mai banale, e con coerente radicalità; perché in quest’opera di riscrittura originale del passato – e di figurazione implicitamente ucronica – si cercano sempre chiavi di lettura e spunti attuali, pertinenti alla scena trattata; e perché il testo finisce sempre a identificare il tassello di un mosaico più ampio, ricollegandosi ad altri romanzi, in un itinerario sociale, culturale e letterario in divenire permanente (qui il nesso, più che esplicito, è con il precedente La macchina del tempo, il cui personaggio principale è Erminio Squarzanti). L’intreccio di temi e interrogativi, nella trama, è molto ricco: Resistenza, vincitori e vinti, intersessualismo e discriminazione, cinema e neorealismo, dialogo intergenerazionale, avanguardie musicali, tutela dell’ecosistema, consumo di suolo e cementificazione, geografia culturale, pandemia e restrizioni. E a ciò va aggiunto che leggere Gli uomini pesce – magari intervallando i pezzi di Jet Set Roger, sulle orme ipotetiche di Lovecraft –  è anche un bel modo per introdursi alla conoscenza di una terra sfuggente, desolata e spopolata come quella della Bassa e della foce del Grande Fiume, con le sue valli, le coltivazioni intensive, la solitudine, la subsidenza, l’allungarsi progressivo e inesorabile del cuneo salino. O anche per lasciarsi incuriosire dagli esperimenti sonori di Walter Marchetti o dall’impegno civile di Giorgio Bassani: il quale ultimo viene fatto interagire con Ilario Nevi. Questo libro, in sostanza, è un vero tuffo, un’esperienza formativa di immedesimazione: in un pezzo significativo di storia del Paese come in un gorgo di problemi e sfide tuttora irrisolti e tanto più sensibili. Un’esperienza che può funzionare, ovviamente, solo se si è coscienti di che cosa sia, in effetti, la traiettoria di scrittura di cui il prodotto è frutto. Ciò per precisare che, ormai, anche Wu Ming è diventato un brand: risponde benissimo a un bisogno specifico, a un pubblico già coltivato. Ma ciò non toglie che libri come questo – libri carichi di urgenza e di fiducia nella letteratura – aiutino a pensare.

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In questo piccolo libro, assemblato in brevi capitoli e ambientato – per espressa dichiarazione dell’Autore – in una “valle da poco” dell’Appenino emiliano, si racconta di tante cose: spedizioni antelucane alla caccia di funghi o tartufi; astuzie e consuetudini di montanari; ricordi d’infanzia; cani da cerca; villeggianti e turisti; scelte di vita; piccole e grandi avventure passate in quota; storie di case, boschi e frazioni oggi semi-abbandonati; brevi gite e lunghi viaggi (sempre a raccogliere funghi); nostalgie e piccoli piaceri personali. È un testo originale: un po’ diario e meditazione psicologica; un po’ romanzo familiare e autobiografico; e un po’ riflessione antropologica e sociale. Quest’ultima traiettoria è quella, probabilmente, più scontata, più attesa, che potrebbe bene accordarsi, anche per il lettore più superficiale, alla critica ormai mainstream della montagna idealizzata, accessibile, attrezzata e family friendly. Quella di Campani, infatti, è, all’evidenza, una montagna diversa: svuotata, inselvatichita, scostante, esposta ai rischi di un clima impazzito e, solo per questo, molto più dura di quanto si possa pensare. Però, a rivelarsi veramente intensi e interessanti, in Alzarsi presto, sono i profili più intimi, che a loro volta colorano i potenziali ragionamenti collettivi di una profondità più vera, quasi di una struggente e incarnata normalità. I gesti, i rituali, le interazioni del padre e del fratello Pietro, a casa come nel bosco, sono richiami fortissimi, che per Sandro – allontanatosi per la città, la fabbrica, la musica e la scrittura – operano come i rintocchi sordi di una campana lontana, tanto remota quanto calda e rassicurante. 

Quindi, e per l’appunto, la via del ritorno – al bosco, alle proprie origini, alle radici – non è retorica, non può esserlo. Né può animarsi di colte aspirazioni velleitarie o sogni banalmente ingenui sulla bontà di un mondo ritenuto più lineare o autentico, e per ciò solo taumaturgico o appagante. La via, piuttosto, è fatta di pratiche minute, di abitudini, di un’alternativa che passa per l’urgenza di cose semplici, prossime e quotidiane, pertanto preziosissime, e che la raccolta di funghi e tartufi compendia plasticamente: ché occorre conoscere i posti, ricordarseli, frequentarli, testarli, e se possibile nasconderli ai più. Bisogna dire, a questo punto, che il volumetto di Campani non è per tutti. Lo apprezzeranno davvero in pochi, selezionati, flâneur del micelio interiore: quelli che amano i monti di serie B, le contrade-reliquia di comunità disperse, i sentieri che si interrompono e si ricompongono all’improvviso, e quelli che in altura ci vanno a novembre o a febbraio, quando la natura di chi alla natura pensa usualmente, per moda o anche per statuto, è, invero, completamente assente. Ecco, per costoro Alzarsi presto sarà un prezioso taccuino, un dolce breviario da conservare nella cacciatora di una vecchia giacca, camminando con gli stivali nell’erba alta e traguardando l’improvviso svettare di una mazza di tamburo.

PS: chi conosce il tratto appenninico di cui scrive Campani lo riconoscerà facilmente, gli indizi e i toponimi sono disseminati chiaramente. E in cima, prima della discesa in Garfagnana, supererà il Passo delle Radici e si fermerà, sulle orme di Shelley, a San Pellegrino, a prendere un caffè da Pacetto, a salutare le mummie del Santo e del suo “collega” San Bianco, e ad ammirare le Apuane o, se va proprio bene, un immenso mare di nuvole

Recensioni (di R. Carvelli; di I. Cecchini; di G. Sarli)

Intervista all’Autore

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In un futuro tecnologicamente avanzatissimo il globo terrestre è sottoposto al dominio di due grandi Blocchi, uno a Occidente e uno a Oriente, separati da un alto Muro magnetico. Le ragioni della divisione sono lontane nel tempo, nessuno se ne ricorda più. Tanto che le due partizioni – simboleggiate da un Triangolo e da un Quadrato – paiono dominate entrambe da un unico linguaggio di matrice scientifica, che misura costantemente i potenziali individuali e collettivi. Ormai sembra tutto regolato e risolto, anche se esiste ancora la questione meridionale, perché c’è una parte della popolazione – i “terroni” – che, con la sua atavica indolenza, male si è adattata al nuovo sistema e risulta del tutto disfunzionale. Si decide, allora, di sciogliere il nodo definitivamente, trasferendo quelle genti in un altro pianeta. Il romanzo racconta la storia avventurosa dell’astronave Speranza n. 5, che – sotto la guida del Capitano Don Francesco (Ciccio) Torchiaro – parte dallo scivolo spaziale di Vibo Valentia per condurre su Saturno gli ultimissimi “terroni”, ossia 1347 calabresi, con masserizie e animali annessi. Il lettore assiste a surreali e comiche vicende, tra cui un complotto, una storia d’amore, un singolare volo attorno al mondo, che nel frattempo, però, vive una drammatica conflagrazione, al termine della quale i meridionali, casualmente scampati, finiscono per rappresentare l’inizio inatteso di un’umanità nuova.

La “fantarca” del titolo è la Speranza n. 5: arca, perché, come quella biblica, raccoglie uomini e bestie, anche se, in questo caso, della sola Calabria (con pochissime eccezioni); fanta, perché il battello è degno di Star Trek e l’ambientazione è espressamente fantascientifica, ma pure fantastica, visto che il profilo futuristico è mescolato all’invenzione più pura, e ad un senso spiccato per l’ironia e la satira. L’intrinseca forza immaginifica della narrazione ha fatto sì che del libro, pubblicato nel 1965, è stata realizzata per la Rai, l’anno dopo, anche una riduzione televisiva, nelle forme di un piccolo spettacolo musicale in un unico atto. Ha sicuramente ragione Diego De Silva – che della presente edizione ha scritto la prefazione – quando sottolinea che La fantarca non è un’operetta morale. È quasi un divertimento, una distopia ibrida, concepita per mescolare paure, tensioni e orizzonti allora attuali (la guerra fredda, lo spettro del conflitto nucleare, la corsa per lo spazio) con la caratteristica vena antimoderna dell’Autore. Nonostante ciò, rimane lettura fresca e godibile, che sa sprigionare suggestioni tuttora pertinenti, e forse insospettate, specie per quanto concerne la critica alla fiducia nelle possibilità apparentemente pacificanti del progresso e la spontanea simpatia per la semplicità popolare (invero fin troppo idealizzata). L’elemento che, forse, oggi più sorprende è l’attacco alla tecnocrazia, con la consapevolezza – in Berto molto radicata – sulle inquietanti ed esiziali conseguenze del rapporto tra produzione, governo dei numeri e asservimento definitivo di qualsiasi spazio di libertà individuale come collettiva.

Associazione culturale “Giuseppe Berto”

Un documentario sull’Autore

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Doralice Migliar – una sua foto è in copertina – era la nonna di Andrea De Carlo. Veniva dal Cile e faceva parte di una eccentrica e talentuosa famiglia di commercianti e artisti, che però aveva origini astigiane. A lungo lo scrittore ha pensato che Dora fosse morta quando suo padre Giancarlo – destinato a diventare architetto di fama internazionale – era ancora bambino, prima, cioè, del suo trasferimento a Tunisi, a casa del bisnonno Vincenzo. Poi un giorno ha scoperto che le cose sono andate diversamente e che Dora e nonno Carlo si erano improvvisamente allontanati. Che cosa è successo? Perché la sua famiglia ha sempre cercato di rimuovere l’accaduto? Tra poche foto, qualche fortunata lettura e una strana conversazione con l’anzianissima zia Velda e il cugino Jean-Paul, Andrea rievoca in pochi tratti il tono e i colori di un’intera epoca storica e dell’epopea avventurosa delle migrazioni italiane all’estero, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel contempo, prova a ricostruire il mosaico genealogico, al quale, tuttavia, mancano fin troppe tessere per poter assumere una fisionomia riconoscibile e sensata. Non gli resta, sulla base di alcuni indizi, che concludere che la rottura tra Dora e Carlo sia da attribuire a un fatto violento, e che da quel loro incontro, come dalla successiva separazione, siano sortite, per suo padre e per sé stesso, conseguenze esistenziali sottili ma decisive.

Titolo giusto, suggestivo; scrittura facile, leggera, che non stanca; e un’intuizione importante, potenzialmente profonda: ecco quanto basta ad Andrea De Carlo per costruire un libro. È un modello di cui La geografia del danno rappresenta l’ultima espressione. Ed è quasi un manifesto, una sintetica dichiarazione di poetica. Con la peculiarità che, questa volta, l’Autore racconta dei suoi nonni, alla ricerca di una sorta di spiegazione lontana per il proprio carattere e, forse, per tutta la propria vita. Il che è pienamente coerente con il tema alto dell’opera, enunciato espressamente a p. 123: “una delle ragioni per cui ho cominciato a scrivere questa storia è il desiderio di capire come un danno possa ripercuotersi attraverso le generazioni, e come gli interessati non ne siano consapevoli, fino a che non provano a ricostruire cosa sia successo davvero a chi li ha preceduti”. Il perno è questo: è essenziale, per ciascuno, scavare nelle origini, per scoprire se, e per quale motivo, esista davvero (lo ricorda pure l’Autore, ancora a p. 123) una magnetica coazione a ripetere, non solo nell’ambito della propria esperienza individuale. Cose terribilmente serie, quindi. Cose da Thomas Bernhard, per intenderci. Dopodiché, come sempre, e – lo si è già detto – come da modello, in De Carlo la fluidità e la pulizia del linguaggio e della trama fanno puntualmente premio sull’approfondimento e sulla complessità.

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Nell’ufficio del rettore di un prestigioso college di Oxford, durante un’importante, ma sfortunata, cena – il cui ospite principale è un ricchissimo sceicco, potenziale eppure riottoso finanziatore per una nuova cattedra – viene ritrovato il cadavere seminudo di una giovane donna. L’indagine finisce casualmente nelle mani di una improvvisata e improbabile coppia di investigatori, Ryan e Ray. Che di cognome, per l’ironia della sorte, fanno entrambi Wilkins, ma sono completamente diversi, e non solo perché il primo è bianco e il secondo è di colore. Ryan, infatti, pur dotato di un istinto sorprendente, viene dai bassifondi, è totalmente indisciplinato, ha alle spalle un’infanzia difficile ed è ragazzo padre. Ray, invece, è benestante, ha studiato proprio ad Oxford, veste sempre elegante e si sforza di essere inappuntabile in ogni situazione. La dinamica, immaginabile, del loro rapporto è il sale del racconto. Pure lo schema della trama è assai prevedibile: una ridda di sospetti (c’entra direttamente il rettore? O forse lo sceicco? O c’entra Ameena, un’inserviente turbata da un passato oscuro?), con una serie di apparenze accattivanti (un nome misterioso, un anello ancor più strano, una serie di foto imbarazzanti, una pista mediorientale…). Il tutto è anche inframmezzato da un po’ di azione e dalle simpatetiche e umanissime vicende personali dei due detective, fino all’accelerazione dell’epilogo, che getta provvida luce – in modo del tutto classico – dove il lettore ormai non guarda più. Un omicidio a novembre, quindi, è il prototipo del giallo inglese 2.0: perché c’è un po’ di campagna con la sua nebbia, e perché l’assassino è sempre il maggiordomo, naturalmente; ma soprattutto perché quello che conta è la persuasiva caratterizzazione psicologica dei protagonisti (eroi di prossime avventure: questo romanzo è il primo di una serie, in patria fortunatissima); e perché lo scenario è pienamente calato nel contesto dei nostri giorni (questioni sociali, xenofobia, tratta di migranti, guerre, traffico di opere d’arte…), una cornice nel quale, ovviamente, come da copione ormai consueto, la progressiva crescita individuale e morale degli ispettori è criterio per sollecitare giudizi etici di più ampio respiro. Insomma, è un libro scontato, direbbe qualcuno. Tuttavia è quel genere di scontato che a volte si cerca appositamente e che, guarda caso, può accompagnare con un certo piacere gli attimi di pausa in queste prime giornate d’inverno.

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Le situazioni narrate in questi racconti sono le più diverse. È una rassegna umanissima, a tratti triste e malinconica, talvolta dolce e straniante, talaltra pacificante. Un uomo e una donna si avvicinano nel comune dolore che avrebbe potuto, viceversa, allontanarli per sempre. Due giovani adulti esorcizzano i diversi bilanci delle loro vite in un’avventurosa e improbabile pesca al pesce scorfano. Una coppia passa un intenso weekend in canoa, per poi tornare felice alla ordinaria quotidianità della vita cittadina. Due ragazzi inesperti e ingenui inseguono il sogno, concretamente assurdo, di diventare provetti allevatori, ma nel frattempo uno di loro matura un improvviso sentimento nel luogo e con la persona più improbabili. Una ragazza diventa adulta in una solitaria battuta di caccia. Un adolescente ricorda con gioia la felicità e la sorpresa di un evento naturale tanto atteso e arricchente. Una signora malata di cancro sogna e si commuove alla vicinanza di due bambini selvaggi e premurosi. Una bambina rievoca l’ultima e innocente gita con il padre. Un boscaiolo vive una piccola impresa notturna con le sue figlie e – in un altro racconto, immediatamente successivo – ricorda il suo crollo di alcolista e un momento, forse illusorio, di sperata rinascita. Un bambino rievoca la surreale grigliata di un enorme pesce gatto. Un allenatore di basket insegue la sua ossessiva vocazione sui campi delle squadre più periferiche. Un giovane si getta in un lago ghiacciato, lo stesso in cui è affogato suo padre, per recuperare un furgone che vi si è inabissato.

Nei tredici testi che formano questa raccolta si incontrano storie – per lo più assai semplici, se non essenziali – di lutti, amicizie, speranze, amori complicati, amori perfetti, fallimenti, malattie, passioni e affetti fondamentali. Di per sé, è tutto lineare e, in un certo senso, quasi prevedibile. Rick Bass non vuole sorprendere il lettore. Si ha l’impressione, piuttosto, che intenda rappresentare l’emozione dei suoi personaggi di fronte ai loro stessi pensieri o condizioni. In una cornice, però, nella quale l’ambiente circostante e il paesaggio – spesso colti all’americana, nella fisionomia più autentica, selvaggia e perturbante – sono chiamati a esaltare ogni sfumatura o anche a funzionare come inevitabili forze catalizzatrici delle energie che percorrono le esistenze individuali. L’oceano, il bosco, i cavalli, i vitelli, il puma, il mulo, i pesci, il fiume, la prateria, gli alberi, la montagna, la tempesta… svolgono tutti la funzione di reagenti indispensabili, di elementi senza i quali i personaggi proprio non si comprendono, né evolvono all’interno della dimensione che pure gli è stata assegnata dall’Autore. Per questa ragione si può affermare che quella di Bass è una scrittura ecosistemica: perché la natura svolge una funzione centrale, di diapason per il corpo e per lo spirito; ma soprattutto perché tutto è avvolto in un’interazione generativa costante e in una complessiva dinamica adattativa. La vita delle rocce non è soltanto un distillato della migliore letteratura statunitense contemporanea; è un esperimento originale, in cui intenzioni e oggetto della narrazione si compenetrano e si esaltano a vicenda, suscitando un sentimento che va al di là dell’empatia e che non è forzato definire assimilazione.

Recensioni (di D. Lambruschini; di G. Montieri)

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Che dire di Giorgio Vigolo? Il primo impatto, più di trent’anni fa, non era stato proprio positivo. Le sue traduzioni di Hölderlin mi erano parse difficili, forse un po’ artificiose e quasi démodé, tanto che da allora gli ho sempre preferito Enzo Mandruzzato. Ma di fronte a quelle pagine, l’attrito, fonte come sempre di una ostinata curiosità, mi ha condotto subito alla magnifica edizione mondadoriana dei sonetti del Belli. È lì che ho cominciato a conoscere Vigolo veramente – così colto, così sofisticato – scoprendo anche che è stato egli stesso un raffinatissimo poeta (a proposito: lo scorso anno Le Lettere ha compilato una suggestiva selezione di alcuni dei suoi pezzi migliori). Mai, però, avevo ancora letto i racconti de Le notti romane. Li ho recuperati, casualmente, nell’edizione originaria Bompiani del 1960, sulla cui copertina cartonata campeggia (azzeccatissima) la riproduzione di un quadro di Eugène Berman, Il grande palazzo d’angolo. L’opera è stata riedita nel 2015 da EdiLet.

Si tratta di testi sospesi tra il ricordo fantastico e deformato (Il guardacacciaIl Plutone casareccioIl mistico luccioIl pavimento a figurine), la rievocazione onirica di epoche e riti del passato (Le notti romaneLa cena degli spiriti), il richiamo ispirante di spazi e atmosfere di una città che è presente quanto remota (Avventura a Campo dei fioriLa bella mano), e l’introspezione autoanalitica (Il palazzo di campagnaUn invito a pranzoIl nome del luogo). Alcune trame e atmosfere sono degne del migliore Edgar Allan Poe. Ma il titolo del volume riecheggia un illustrissimo, italianissimo precedente. E la Roma che vi fa da sfondo, in effetti, è città passatada tempo, se non da secoli. Meglio, è fuori dal tempo e basta, visto che è questo che postula l’ostinata e inattuale visione dell’Autore. Che, tuttavia, parte sempre da un tuffo personale e profondo in un dettaglio o in un’immagine, alla ricerca delle radici dei luoghi e della storia, tra le leggende e le voci che hanno incorporato e che possono far provvidamente riemergere, solo al volerli cercare. O, piuttosto, al volervisi abbandonare, come accade nel sonno e nel sogno, anche quando avviene ad occhi aperti, esplorando vie, piazze, mercati, edifici e squarci di cielo.

La sensibilità di Vigolo, eremita di Roma, è tutta compendiabile in questa attitudine costantemente contemplante: “Allora, rallento il passo e mi metto a scrutare, con attenzione estrema, facciate, porte e vetrine; questo mi procura, sulle prime, momenti di vera delizia e il movimento interno, ingenuo, d’una speranza che ondeggi dentro di me e mi sollevi e mi porti sú, nell’aria magica e rubata di quella irripetibile avventura. Poi il ricadere è amaro, in fondo ai duri letti di strade della città, di nuovo svanita al vero, tornata al falso di tutti i giorni che sembra si possa toccare e invece non esiste affatto” (da Autobiografia immaginaria, p. 64). È esattamente così. Per questo scrittore – il cui stile denso ed elegante si è forgiato nella lingua erudita della prima metà del Novecento – il presente quotidiano è ciò che di più distante vi può essere. La realtà, infatti, con la verità che porta con sé, si nasconde agli occhi dei più, perché ha fondamenta misteriose, che solo l’invenzione letteraria può toccare.

Recensioni (di M. Onofrio; di A. Ronci)

Alcune poesie di Vigolo, su YouTube

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Lisa ha undici anni e vive a Parigi con mamma Camille e papà Paul. All’improvviso – ma, fortunatamente, solo per poco tempo – perde la vista. I genitori la portano da uno specialista, con cui avviano una serie di esami, prove e test per capire che cosa sia successo. D’accordo col medico, decidono di farla seguire anche da uno psicologo. Tuttavia, di trovare la persona adatta si incarica il nonno Victor, il quale, con la complicità della nipote, sceglie di accompagnarla ogni mercoledì, anziché dal dottore, prima al Louvre, poi alla Gare d’Orsay e infine al Centre Pompidou. Ogni volta si concentrano su una sola opera: la osservano e la commentano insieme. E ogni volta ricavano un messaggio o un insegnamento. Victor, al principio, nel timore di una incombente cecità, spera di poter fissare nella mente della nipotina una serie di immagini belle e indimenticabili. Poi, osservando le reazioni e le intuizioni che Lisa manifesta di fronte alle opere, si fa via via convinto che la bambina abbia doti peculiari e che dentro di lei vi sia una forza altrettanto singolare. Nel frattempo, Lisa, traendo stimolo da quanto apprende nella contemplazione artistica, continua la sua vita, consolida le sue amicizie, aiuta papà Paul a fronteggiare le difficoltà della piccola attività economica e affronta i tipici momenti di crescita personale di chi si avvia all’adolescenza. Più di tutto, l’esperienza che le fa fare il nonno l’aiuta a capire il senso recondito di ciò che è accaduto alla sua vista, mettendola sulle tracce della nonna Colette e permettendole, così, di fare una scoperta che la rende improvvisamente più grande.

Il grande successo di questo libro è più che comprensibile. In modo forse maggiormente schematico, ma per ciò solo non meno efficace, l’Autore compie con l’arte ciò che Jostein Gaarder aveva fatto un bel po’ di anni fa con la filosofia, nel riuscitissimo Il mondo di Sophia. Le visite di Victor e Lisa ai più prestigiosi musei parigini permettono un Grand Tour nella storia dell’arte moderna e contemporanea. I capitoli, infatti, contengono ciascuno una riflessione su una singola opera, con l’effetto di comporre una galleria di cinquantadue capolavori, da Botticelli a Pierre Soulages. Occorre affermarlo con forza: si può fare buona divulgazione anche così. In un veicolo narrativo, cioè, in cui al racconto proprio del romanzo si sovrappongono facili, ma mai banali, letture di una serie di opere d’arte. Anche l’escamotage di farvi soffermare lo sguardo di Victor e Lisa, e di riprodurne in corsivo l’analitica descrizione, è formativo: invita più che opportunamente al supplemento temporale di attenzione che l’arte sempre richiede. Ma Schlesser va oltre. Sia pur in una trama al fondo ingenua e scontata, Gli occhi di Monna Lisaè animato dalla fiducia che l’arte – come la conoscenza, come la cultura… – possa cambiare realmente la vita delle persone, anche dinanzi alle prove più dure. È un sincero manifesto neo-umanista, che solo per questo merita il massimo rispetto. Oltre tutto, le spiegazioni sulle singole opere e sui loro autori sono talvolta acute ed efficaci. Sono imperdibili, ad esempio, le pagine su Botticelli, sugli olandesi, su Goya, su Whistler, su Malevic, su Boltanski. Specialmente, è tangibile l’idea della tradizione artistica, dei rimandi tra epoche e protagonisti diversi, dell’ampliamento e della sofisticazione progressivi di una dimensione concettuale da sempre presente, e alla stregua della quale rilevare l’intrinseca attualità di ogni manifestazione artistica. Questo è un libro per tutti, e forse i primi a doverlo leggere sono proprio i più esperti.

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Leo Gazzarra racconta ciò che gli è capitato nel corso di un solo anno, a partire da un certo giorno di pioggia, a Roma. La capitale è la città in cui si è trasferito, da Milano, lasciando genitori e fratelli, per entrare a far parte della redazione di un piccolo periodico specialistico, che ha la sua sede nella villa di un nobile ormai decaduto. La storia comincia in un momento in cui Leo non sa che fare, perché quel periodico non pubblica più e, dunque, deve trovare una nuova occupazione. Ha, però, la fortuna di poter alloggiare, almeno per un po’, nell’appartamento di due amici, che partono per il Sudamerica. Dopodiché, nel salotto di altri amici, borghesi e benestanti, conosce Arianna, bellezza fragile e disfunzionale, e se ne innamora. Assistiamo, così, al più classico dei tira e molla. E nel frattempo Leo ha tempo di perdersi: di vagare di notte, fino al mare, con questa trascinante ragazza; di sbronzarsi con l’eccentrico e irrecuperabile Graziano; di abbandonare un nuovo lavoro, alla Rai, durante il primo giorno di servizio; di lasciare, e poi riprendere, un impiego di secondo piano al Corriere dello Sport; di scrivere con Graziano la sceneggiatura di un film; di rivedere una vecchia fiamma, e ricordare financo che cosa avrebbe potuto essere. All’improvviso, la morte di Graziano, la presa d’atto che Arianna non lo ama e lo utilizza per ingelosire un altro uomo e, cosa non banale, il ritorno dei legittimi proprietari dell’appartamento in cui soggiorna obbligano Leo a cambiare vita, facendogli sorgere l’idea di tornare a Milano. Quella, tuttavia, è una realtà che più non riconosce e che, anzi, di fatto lo respinge, sbalzandolo ancora a Roma, dove intraprende un ultimo viaggio verso il mare, l’unica meta che ha sempre saputo promettergli la tanto cercata serenità.

Ho letto il libro assai velocemente nell’edizione Bompiani del 2016, incuriosito dalla fama che il testo ha acquisito nel tempo, sin dalla prima pubblicazione, nel 1973, e poi con l’edizione 2010 di Aragno. Il titolo – a quanto è dato capire – è andato sempre esaurito e ha riscosso grandi successi anche in altri Paesi, in cui è stato tradotto, recensito in modo assai lusinghiero e apprezzato. Online si apprende pure che i diritti per la trasposizione cinematografica sono stati ceduti: Saverio Costanzo, il noto regista, ne farà un film. Forse – secondo la suggestione che possono indirettamente suscitare alcuni recensori – alla ricerca dei successi che Fellini e Sorrentino hanno riscosso, rispettivamente, con La dolce vita e La grande bellezza. Ciò premesso, il valore di questo romanzo non mi pare risiedere solo nel fatto che può richiamare un simile immaginario. O che, in effetti, è quasi una sceneggiatura, per di più dotata di una spiccata forza dell’immagine. Il romanzo è bello e godibile, perché, prima di tutto, è semplicemente ben scritto, con una facilità e una grazia che, paradossalmente, si addicono in toto alla paradigmatica storia di insuccesso di cui Leo Gazzarra è l’indimenticabile eroe. È un protagonista che suscita naturalmente empatia, nel suo costante stare fuori posto: una condizione di deriva, che lo rende sia il testimone perfetto e programmaticamente disinteressato delle vite altrui, sia la vittima ideale di un’ambientazione prevalentemente superficiale. Basterebbe poco a Leo, non è il successo quello che cerca. Ma nessuna cultura, nessuna passione, nessun sentimento, se autentici, come sono i suoi, possono vincere la solitudine. Gli tocca solo di portarsi dietro le poche cose su cui può contare, inutilmente, fino alla fine.

Recensioni (di D. Brullo; di M. Capuano; di G. Genna; di T. Gianotti; di S. Guido; di L. Martini; di P. Mauri; di A. Ragno)

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