Chi è Gian Ruggero Manzoni? A lui sono arrivato tramite Nel lento movimento dei ghiacci, quello che credo essere uno dei suoi ultimi libri. È così che, curiosando, ho incontrato il romanzo di Pier Paolo Giannubilo, che nel 2019 aveva corso per lo Strega, segnalato nientemeno che da Ferruccio Parazzoli. Il risolutore è una specie di biografia di Manzoni, che qualcuno ha anche definito come il Limonov italiano. Il raffronto probabilmente è improprio. Ma non c’è dubbio che ci si trova di fronte a un Autore dalle molte esperienze e dalle molte facce. Discendente di Alessandro Manzoni – e parente dell’altrettanto famoso ed eccentrico artista Piero – Gian Ruggero è poeta, scrittore, pittore. Lo diventa progressivamente, nel corso di un’esistenza rocambolesca: da un lato, fatta di incontri e di esperienze raminghe, a contatto con i migliori ed emergenti protagonisti dell’arte contemporanea europea; dall’altro, però, e soprattutto, gravata dalle vicende che, da giovane studente anarchico del DAMS, lo hanno improvvisamente visto sospetto di gravissimi reati e subito recluta dei servizi segreti italiani. Per i quali è stato duramente addestrato e ha svolto missioni drammatiche in Medio Oriente e nella ex-Jugoslavia, rendendosi disponibile, occasionalmente, anche per incarichi da killer, nel contesto di operazioni criminali. Giannubilo – intervallando riflessioni sulla propria esistenza – srotola pagina dopo pagina i racconti di Manzoni, come raccolti dalla viva voce dell’Autore. Lo possiamo vedere nei suoi affetti ed eccessi, nelle contraddizioni e nelle paure, nelle gravi patologie che ha contratto, nelle complicate relazioni con l’altro sesso e con la famiglia, nella tendenza quasi reazionaria che ha maturato nel tempo, assieme ad una peculiare e forte religiosità. Non mancano passaggi commoventi: come quelli sul padre, sull’amicizia con Pier Vittorio Tondelli, sul ricordo struggente per una giovane donna salvata sul fronte dei conflitti e degli orrori balcanici. Possono sorgere molti interrogativi sulla portata del personaggio o sulla verosimiglianza del suo itinerario. O sulla tenuta complessiva del romanzo in quanto tale. Tuttavia, l’impressione è che Il risolutore si lasci apprezzare, semplicemente, per quello che è: una storia originale, curiosa e avvincente.

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Nell’afoso mese di luglio, in una città che senz’altro si trova nelle immediate prossimità del mare – anche se, a dire il vero, si tratta di un dato che resta allusivamente sullo sfondo – il professor Dominici fatica a comporre il suo studio sulla beata Isabetta. Di questa giovane donna, vissuta in età medievale e consacratasi a Dio dopo un improvviso tentativo di suicidio da un’alta torre, l’agiografo non riesce ad afferrare quasi nulla. Soprattutto, però, è fortemente turbato da una scoperta, che racconta a monsignor Berlinghieri, uomo colto e amico sanguigno. Ciò che gli narra è il sinistro rompicapo seicentesco, che gli ha consegnato il bibliotecario Manara e la cui decifrazione lo ha reso complice involontario di una drammatica profezia. E quando questa si avvera per Dominici si apre il baratro. Sono solo i dubbi del giudice Bosio e la saggezza del vescovo a districare la matassa, che alla fine si rivela tanto banale quanto cattiva e desolante. Ma il punto è che – come rivelano le parole dell’alto prelato – la follia, la pazzia e l’inspiegabile, come anche l’odio più cieco, hanno radici in ragioni tutt’altro che incomprensibili o innaturali: “Vede, io mi figuro che la malattia sia l’ombra allungata della salute. Non un di meno, ma un di più. Creda a me, non è per il poco che sentiamo pietà, ma per il troppo. Per ciò che di troppo umano c’è nell’uomo”.

Sono tre i motivi per leggere questo romanzo. Innanzitutto è un testo pluripremiato, opera prima di un autore raffinato ed elegante, maestro di bella scrittura, che sa essere acuto indagatore dell’anima. Non pare un’esagerazione paragonarne le atmosfere a quelle di Sciascia o di Bufalino; di quei giganti, cioè, che sono riusciti a coniugare in forma perfetta le traiettorie di una ricerca per lo più intima e misteriosa. La diversità di Meldini sta solo nel fatto che il suo, anziché collocarsi in un quadro di discorso prevalentemente civile, è un percorso più espressamente religioso. Oltre a ciò c’è la compiutezza dello stile. Le sensazioni, infatti, si vedono, si materializzano, e le parole si respirano, quasi se ne avverte la dimensione spaziale. Sono caratteristiche importanti, specie per un’Autore che cerca di riportare il senso di ogni cosa ad un’interrogazione tanto suprema e raziocinante quanto semplicemente esistente, vivente e pulsante. Meldini, in altre parole, sa lavorare per bene la pasta madre dei sentimenti e dei pensieri, e i risultati si apprendono al primo morso, con grande soddisfazione. Dulcis in fundo, dietro il libro c’è un luogo; un posto certo in cui poterlo leggere nelle condizioni migliori. È la città di Rimini, della cui biblioteca pubblica Meldini è stato direttore. Ma non è la Rimini delle spiagge, dell’intrattenimento, dei locali; è la Rimini dentro le mura, quella meno conosciuta, che dalla romanità più classica arriva al Liberty novecentesco, passando per il Rinascimento perfetto: ideale hortus conclusus per la buona riuscita di ogni meditazione.

Un ritratto dell’Autore (e di questo suo primo libro)

L’ultimo romanzo di Meldini

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Andreas Doppler, coniugato con due figli e benestante, vive in un bel quartiere di Oslo. La morte del padre e una improvvisa caduta dalla bicicletta convincono Doppler a una scelta totalizzante: lasciare ogni cosa per trasferirsi in una tenda in mezzo al bosco. È lì che, spinto dalla fame, uccide un alce, il cui cucciolo, però, gli rimane vicino. Decide di chiamarlo Bongo e di condividere con lui la nuova e avventurosa esperienza. I contatti con la città sono ridotti allo stretto necessario: qualche baratto e piccoli furti alla ricerca di utensili o altre vivande. Doppler, che vuole allontanarsi dalla gente, dalla civiltà del consumo e dal canone di presunta normalità e bravura che la pervade, fa comunque incontri particolari: con un ladro, di cui diventa amico e sodale; con Düsseldorf, il cui padre, che era un occupante nazista, è morto sulle Ardenne; e con un “tipo di destra”, che decide anch’egli di vivere nella foresta. Nel frattempo, Doppler accoglie nel suo rifugio anche il figlio Gregus, col quale intraprende la costruzione di un grande totem familiare. Alla fine dell’opera, divenuto padre per la terza volta, il nostro eroe sceglierà ancora di andare oltre, nonostante gli appelli e le intimazioni del cognato e della moglie.

A quasi vent’anni di distanza dalla prima lettura, Doppler pare più attuale e divertente che mai. Non è un caso che Iperborea lo abbia ripubblicato. L’ironia dello scrittore norvegese non risparmia nessuno: attacca, relativizzandolo all’estremo, un intero modello sociale, ivi compresi quelli che possono apparire i suoi limitati ravvedimenti o le sue piccole virtuose eccezioni. Oggi, poi, in una fase storica in cui il cambiamento climatico spinge tutti a ragionare sul senso ultimo di una ricetta di progresso e sviluppo apparentemente vincenti, quello di Doppler è un richiamo a un’esistenza radicalmente diversa: più spontanea ed essenziale, meno ipocrita e frenetica, e, soprattutto, non competitiva, ma fisiologica, perché armonizzata a esigenze elementari. A ben leggere, però, la rappresentazione di Loe ha un senso più ampio. Specie se collegato al suo sequel (Volvo), Doppler equivale al tassello fondativo di una moderna epopea alla Brancaleone, il cui personaggio, farsesco egli stesso, ci rivela nelle nostre più intime debolezze ed emozioni, e ci ricorda quanto lo spazio dell’uomo non sia un perimetro, bensì un viaggio. Prendere la strada del bosco non ha altro che questa direzione: disobbedire al confinamento, per accordarsi a una voce più intima e, paradossalmente, molto più afferrabile di ogni altra.

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Mr. C, famoso regista, intende realizzare a Venezia un film western. L’impresa suona strana, tanto più che il progetto si mette sulle orme de Il mio nome è Nessuno e vede l’anziano Jack Beauregard nuovamente alle prese con il Mucchio Selvaggio nell’inedito scenario della laguna. Inoltre, poiché non c’è western senza cavalli, occorre che alcuni capi siano condotti nell’isola, ma è da subito evidente che l’operazione è difficilissima. Ed infatti i pochi esemplari prescelti finiscono presto parcheggiati in un’isoletta, tra intrichi burocratici, equilibrismi logistici, animalisti in protesta e dicerie diffuse. Nel frattempo, nel caldo umido e nei miasmi estivi, il casting delle comparse finisce per aggregare un gruppo violento di maschi locali, che – quasi fosse un nuovo Mucchio Selvaggio – batte campi, calli e ponti della città, distinguendosi in azioni variamente aggressive. Tutto sembra volgere al peggio: per il film, che alla fine viene cancellato; per i cavalli, ormai esposti a una fine triste e pressoché annunciata; e per il piccolo Momo, un bambino autistico, esposto più di altri ai sentimenti forti che la vicenda – quasi surreale – può suscitare. Il ritorno alla normalità passa per le parole di un anziano bidello, cui la voce narrante – quella di chi, a distanza di tempo, sta conducendo una sorta di inchiesta sull’accaduto – affida il compito di tirare le malinconiche fila.

Questo è un altro gioiello della collana fremen di Laurana. Ma è un romanzo molto difficile da riferire in poche battute. Anche se, per invogliare i potenziali lettori, sarebbe sufficiente affermare che merita di essere scoperto pazientemente. Innanzitutto, attraverso la sua scrittura: che è sottile e raffinata, come lo è l’alternarsi, studiatissimo, dei diversi capitoli, che pur comunica un senso di grande linearità e naturalezza. Più di tutto, però, si tratta di un libro di cui è indispensabile assimilare l’inquietudine progressiva, che la “questione dei cavalli” catalizza e che, in realtà, abbraccia la generalità della scena e, simultaneamente, l’intera città. Il punto è colto assai bene da Dario Voltolini nella postfazione: la voce degli animali – resa a mo’ di coro tragico – fa da cornice ad un’azione altra. È quest’ultima a rappresentare il fulcro del racconto. Nel quale, in particolare, soltanto l’ipersensibilità di un bambino speciale coglie il dramma, mentre sul palco – o meglio, di fronte all’ipotetica camera da presa – si celebrano la decadenza e l’implosione spontanee di una collettività irrimediabilmente chiusa e, dunque, vuota e perduta; e per nulla sintonizzata su ciò che veramente conta. Rimane un ulteriore aspetto, interessantissimo, da evidenziare. La prosa dell’Autrice è biologica, a tratti quasi minerale: niente di meglio per evocare gli spruzzi d’acqua, gli afrori dei canali, i colori dei cieli e dei tramonti, gli odori e il sapore quasi salato della pioggia. È una scrittura che più veneziana non si può; e percorrerla è una bella sensazione.

Recensioni (di R. Barilli; di M. Terracciano)

L’Autrice a L’isola deserta

Il mio nome è Nessuno (1973)

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Il romanzo prende avvio a Ferrara, nell’estate del 2022, con la morte di Ilario Nevi, famoso partigiano e noto regista e documentarista. Antonia Nevi, nipote prediletta e professoressa universitaria di geografia, torna in città per il funerale assieme ad Arne, in arte “Sonic”, marito e musicista sperimentale. Nella canicola agostana del Delta del Po, aggravata da una forte siccità, Antonia, che scopre di essere la principale erede di Ilario, si impegna in una indagine serrata sul passato del defunto e del suo vecchio amico, anch’egli antifascista, Erminio Squarzanti, già confinato a Ventotene e compagno degli anni di resistenza. Tra capanni apparentemente abbandonati e memoriali segreti e inediti, la nostra protagonista – che nel frattempo cerca di liberarsi dai postumi da Covid19 e di ritrovare la giusta complicità con Sonic, perduta dopo un tragico incidente – comincia a comprendere che la storia di Ilario è assai più complicata ed enigmatica di quanto avesse mai pensato. Riemergono, così, dolorose vicende della guerra di Liberazione, sepolte da tempo; progetti impegnati sulla decementificazione dei Lidi ferraresi e sulla restituzione all’acqua delle terre bonificate; e soprattutto una strana e irrazionale fascinazione per la leggenda degli uomini pesce, anfibie e spaventose creature mitologiche. Ma quale senso ha quest’ultima ossessione? I suoi forti interessi scientifici, la curiosità di voler andare fino in fondo con la propria genealogia e il racconto – letteralmente ipnotico è un po’ alchemico – del misterioso dottor Stegagno, medico di fiducia di Ilario, conducono Antonia a unire tutti i tasselli e a dare forma all’umanissima e dolorosa traiettoria esistenziale di Ilario, su uno sfondo di orribili torture e stragi nazifasciste, rappresaglie e vendette altrettanto implacabili, indecifrabili e velleitari progetti terroristici e testimoni da raccogliere.

Gli uomini pesce è un libro riuscito, che prende quota strada facendo e a tratti si fa leggere con gusto; con il desiderio – che è il medesimo di Antonia Nevi – di capire meglio e arrivare in fondo. È anche un classico Wu Ming: perché sovrappone storia e invenzione, in modo mai banale, e con coerente radicalità; perché in quest’opera di riscrittura originale del passato – e di figurazione implicitamente ucronica – si cercano sempre chiavi di lettura e spunti attuali, pertinenti alla scena trattata; e perché il testo finisce sempre a identificare il tassello di un mosaico più ampio, ricollegandosi ad altri romanzi, in un itinerario sociale, culturale e letterario in divenire permanente (qui il nesso, più che esplicito, è con il precedente La macchina del tempo, il cui personaggio principale è Erminio Squarzanti). L’intreccio di temi e interrogativi, nella trama, è molto ricco: Resistenza, vincitori e vinti, intersessualismo e discriminazione, cinema e neorealismo, dialogo intergenerazionale, avanguardie musicali, tutela dell’ecosistema, consumo di suolo e cementificazione, geografia culturale, pandemia e restrizioni. E a ciò va aggiunto che leggere Gli uomini pesce – magari intervallando i pezzi di Jet Set Roger, sulle orme ipotetiche di Lovecraft –  è anche un bel modo per introdursi alla conoscenza di una terra sfuggente, desolata e spopolata come quella della Bassa e della foce del Grande Fiume, con le sue valli, le coltivazioni intensive, la solitudine, la subsidenza, l’allungarsi progressivo e inesorabile del cuneo salino. O anche per lasciarsi incuriosire dagli esperimenti sonori di Walter Marchetti o dall’impegno civile di Giorgio Bassani: il quale ultimo viene fatto interagire con Ilario Nevi. Questo libro, in sostanza, è un vero tuffo, un’esperienza formativa di immedesimazione: in un pezzo significativo di storia del Paese come in un gorgo di problemi e sfide tuttora irrisolti e tanto più sensibili. Un’esperienza che può funzionare, ovviamente, solo se si è coscienti di che cosa sia, in effetti, la traiettoria di scrittura di cui il prodotto è frutto. Ciò per precisare che, ormai, anche Wu Ming è diventato un brand: risponde benissimo a un bisogno specifico, a un pubblico già coltivato. Ma ciò non toglie che libri come questo – libri carichi di urgenza e di fiducia nella letteratura – aiutino a pensare.

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In un futuro tecnologicamente avanzatissimo il globo terrestre è sottoposto al dominio di due grandi Blocchi, uno a Occidente e uno a Oriente, separati da un alto Muro magnetico. Le ragioni della divisione sono lontane nel tempo, nessuno se ne ricorda più. Tanto che le due partizioni – simboleggiate da un Triangolo e da un Quadrato – paiono dominate entrambe da un unico linguaggio di matrice scientifica, che misura costantemente i potenziali individuali e collettivi. Ormai sembra tutto regolato e risolto, anche se esiste ancora la questione meridionale, perché c’è una parte della popolazione – i “terroni” – che, con la sua atavica indolenza, male si è adattata al nuovo sistema e risulta del tutto disfunzionale. Si decide, allora, di sciogliere il nodo definitivamente, trasferendo quelle genti in un altro pianeta. Il romanzo racconta la storia avventurosa dell’astronave Speranza n. 5, che – sotto la guida del Capitano Don Francesco (Ciccio) Torchiaro – parte dallo scivolo spaziale di Vibo Valentia per condurre su Saturno gli ultimissimi “terroni”, ossia 1347 calabresi, con masserizie e animali annessi. Il lettore assiste a surreali e comiche vicende, tra cui un complotto, una storia d’amore, un singolare volo attorno al mondo, che nel frattempo, però, vive una drammatica conflagrazione, al termine della quale i meridionali, casualmente scampati, finiscono per rappresentare l’inizio inatteso di un’umanità nuova.

La “fantarca” del titolo è la Speranza n. 5: arca, perché, come quella biblica, raccoglie uomini e bestie, anche se, in questo caso, della sola Calabria (con pochissime eccezioni); fanta, perché il battello è degno di Star Trek e l’ambientazione è espressamente fantascientifica, ma pure fantastica, visto che il profilo futuristico è mescolato all’invenzione più pura, e ad un senso spiccato per l’ironia e la satira. L’intrinseca forza immaginifica della narrazione ha fatto sì che del libro, pubblicato nel 1965, è stata realizzata per la Rai, l’anno dopo, anche una riduzione televisiva, nelle forme di un piccolo spettacolo musicale in un unico atto. Ha sicuramente ragione Diego De Silva – che della presente edizione ha scritto la prefazione – quando sottolinea che La fantarca non è un’operetta morale. È quasi un divertimento, una distopia ibrida, concepita per mescolare paure, tensioni e orizzonti allora attuali (la guerra fredda, lo spettro del conflitto nucleare, la corsa per lo spazio) con la caratteristica vena antimoderna dell’Autore. Nonostante ciò, rimane lettura fresca e godibile, che sa sprigionare suggestioni tuttora pertinenti, e forse insospettate, specie per quanto concerne la critica alla fiducia nelle possibilità apparentemente pacificanti del progresso e la spontanea simpatia per la semplicità popolare (invero fin troppo idealizzata). L’elemento che, forse, oggi più sorprende è l’attacco alla tecnocrazia, con la consapevolezza – in Berto molto radicata – sulle inquietanti ed esiziali conseguenze del rapporto tra produzione, governo dei numeri e asservimento definitivo di qualsiasi spazio di libertà individuale come collettiva.

Associazione culturale “Giuseppe Berto”

Un documentario sull’Autore

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Doralice Migliar – una sua foto è in copertina – era la nonna di Andrea De Carlo. Veniva dal Cile e faceva parte di una eccentrica e talentuosa famiglia di commercianti e artisti, che però aveva origini astigiane. A lungo lo scrittore ha pensato che Dora fosse morta quando suo padre Giancarlo – destinato a diventare architetto di fama internazionale – era ancora bambino, prima, cioè, del suo trasferimento a Tunisi, a casa del bisnonno Vincenzo. Poi un giorno ha scoperto che le cose sono andate diversamente e che Dora e nonno Carlo si erano improvvisamente allontanati. Che cosa è successo? Perché la sua famiglia ha sempre cercato di rimuovere l’accaduto? Tra poche foto, qualche fortunata lettura e una strana conversazione con l’anzianissima zia Velda e il cugino Jean-Paul, Andrea rievoca in pochi tratti il tono e i colori di un’intera epoca storica e dell’epopea avventurosa delle migrazioni italiane all’estero, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel contempo, prova a ricostruire il mosaico genealogico, al quale, tuttavia, mancano fin troppe tessere per poter assumere una fisionomia riconoscibile e sensata. Non gli resta, sulla base di alcuni indizi, che concludere che la rottura tra Dora e Carlo sia da attribuire a un fatto violento, e che da quel loro incontro, come dalla successiva separazione, siano sortite, per suo padre e per sé stesso, conseguenze esistenziali sottili ma decisive.

Titolo giusto, suggestivo; scrittura facile, leggera, che non stanca; e un’intuizione importante, potenzialmente profonda: ecco quanto basta ad Andrea De Carlo per costruire un libro. È un modello di cui La geografia del danno rappresenta l’ultima espressione. Ed è quasi un manifesto, una sintetica dichiarazione di poetica. Con la peculiarità che, questa volta, l’Autore racconta dei suoi nonni, alla ricerca di una sorta di spiegazione lontana per il proprio carattere e, forse, per tutta la propria vita. Il che è pienamente coerente con il tema alto dell’opera, enunciato espressamente a p. 123: “una delle ragioni per cui ho cominciato a scrivere questa storia è il desiderio di capire come un danno possa ripercuotersi attraverso le generazioni, e come gli interessati non ne siano consapevoli, fino a che non provano a ricostruire cosa sia successo davvero a chi li ha preceduti”. Il perno è questo: è essenziale, per ciascuno, scavare nelle origini, per scoprire se, e per quale motivo, esista davvero (lo ricorda pure l’Autore, ancora a p. 123) una magnetica coazione a ripetere, non solo nell’ambito della propria esperienza individuale. Cose terribilmente serie, quindi. Cose da Thomas Bernhard, per intenderci. Dopodiché, come sempre, e – lo si è già detto – come da modello, in De Carlo la fluidità e la pulizia del linguaggio e della trama fanno puntualmente premio sull’approfondimento e sulla complessità.

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Nell’ufficio del rettore di un prestigioso college di Oxford, durante un’importante, ma sfortunata, cena – il cui ospite principale è un ricchissimo sceicco, potenziale eppure riottoso finanziatore per una nuova cattedra – viene ritrovato il cadavere seminudo di una giovane donna. L’indagine finisce casualmente nelle mani di una improvvisata e improbabile coppia di investigatori, Ryan e Ray. Che di cognome, per l’ironia della sorte, fanno entrambi Wilkins, ma sono completamente diversi, e non solo perché il primo è bianco e il secondo è di colore. Ryan, infatti, pur dotato di un istinto sorprendente, viene dai bassifondi, è totalmente indisciplinato, ha alle spalle un’infanzia difficile ed è ragazzo padre. Ray, invece, è benestante, ha studiato proprio ad Oxford, veste sempre elegante e si sforza di essere inappuntabile in ogni situazione. La dinamica, immaginabile, del loro rapporto è il sale del racconto. Pure lo schema della trama è assai prevedibile: una ridda di sospetti (c’entra direttamente il rettore? O forse lo sceicco? O c’entra Ameena, un’inserviente turbata da un passato oscuro?), con una serie di apparenze accattivanti (un nome misterioso, un anello ancor più strano, una serie di foto imbarazzanti, una pista mediorientale…). Il tutto è anche inframmezzato da un po’ di azione e dalle simpatetiche e umanissime vicende personali dei due detective, fino all’accelerazione dell’epilogo, che getta provvida luce – in modo del tutto classico – dove il lettore ormai non guarda più. Un omicidio a novembre, quindi, è il prototipo del giallo inglese 2.0: perché c’è un po’ di campagna con la sua nebbia, e perché l’assassino è sempre il maggiordomo, naturalmente; ma soprattutto perché quello che conta è la persuasiva caratterizzazione psicologica dei protagonisti (eroi di prossime avventure: questo romanzo è il primo di una serie, in patria fortunatissima); e perché lo scenario è pienamente calato nel contesto dei nostri giorni (questioni sociali, xenofobia, tratta di migranti, guerre, traffico di opere d’arte…), una cornice nel quale, ovviamente, come da copione ormai consueto, la progressiva crescita individuale e morale degli ispettori è criterio per sollecitare giudizi etici di più ampio respiro. Insomma, è un libro scontato, direbbe qualcuno. Tuttavia è quel genere di scontato che a volte si cerca appositamente e che, guarda caso, può accompagnare con un certo piacere gli attimi di pausa in queste prime giornate d’inverno.

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Lisa ha undici anni e vive a Parigi con mamma Camille e papà Paul. All’improvviso – ma, fortunatamente, solo per poco tempo – perde la vista. I genitori la portano da uno specialista, con cui avviano una serie di esami, prove e test per capire che cosa sia successo. D’accordo col medico, decidono di farla seguire anche da uno psicologo. Tuttavia, di trovare la persona adatta si incarica il nonno Victor, il quale, con la complicità della nipote, sceglie di accompagnarla ogni mercoledì, anziché dal dottore, prima al Louvre, poi alla Gare d’Orsay e infine al Centre Pompidou. Ogni volta si concentrano su una sola opera: la osservano e la commentano insieme. E ogni volta ricavano un messaggio o un insegnamento. Victor, al principio, nel timore di una incombente cecità, spera di poter fissare nella mente della nipotina una serie di immagini belle e indimenticabili. Poi, osservando le reazioni e le intuizioni che Lisa manifesta di fronte alle opere, si fa via via convinto che la bambina abbia doti peculiari e che dentro di lei vi sia una forza altrettanto singolare. Nel frattempo, Lisa, traendo stimolo da quanto apprende nella contemplazione artistica, continua la sua vita, consolida le sue amicizie, aiuta papà Paul a fronteggiare le difficoltà della piccola attività economica e affronta i tipici momenti di crescita personale di chi si avvia all’adolescenza. Più di tutto, l’esperienza che le fa fare il nonno l’aiuta a capire il senso recondito di ciò che è accaduto alla sua vista, mettendola sulle tracce della nonna Colette e permettendole, così, di fare una scoperta che la rende improvvisamente più grande.

Il grande successo di questo libro è più che comprensibile. In modo forse maggiormente schematico, ma per ciò solo non meno efficace, l’Autore compie con l’arte ciò che Jostein Gaarder aveva fatto un bel po’ di anni fa con la filosofia, nel riuscitissimo Il mondo di Sophia. Le visite di Victor e Lisa ai più prestigiosi musei parigini permettono un Grand Tour nella storia dell’arte moderna e contemporanea. I capitoli, infatti, contengono ciascuno una riflessione su una singola opera, con l’effetto di comporre una galleria di cinquantadue capolavori, da Botticelli a Pierre Soulages. Occorre affermarlo con forza: si può fare buona divulgazione anche così. In un veicolo narrativo, cioè, in cui al racconto proprio del romanzo si sovrappongono facili, ma mai banali, letture di una serie di opere d’arte. Anche l’escamotage di farvi soffermare lo sguardo di Victor e Lisa, e di riprodurne in corsivo l’analitica descrizione, è formativo: invita più che opportunamente al supplemento temporale di attenzione che l’arte sempre richiede. Ma Schlesser va oltre. Sia pur in una trama al fondo ingenua e scontata, Gli occhi di Monna Lisaè animato dalla fiducia che l’arte – come la conoscenza, come la cultura… – possa cambiare realmente la vita delle persone, anche dinanzi alle prove più dure. È un sincero manifesto neo-umanista, che solo per questo merita il massimo rispetto. Oltre tutto, le spiegazioni sulle singole opere e sui loro autori sono talvolta acute ed efficaci. Sono imperdibili, ad esempio, le pagine su Botticelli, sugli olandesi, su Goya, su Whistler, su Malevic, su Boltanski. Specialmente, è tangibile l’idea della tradizione artistica, dei rimandi tra epoche e protagonisti diversi, dell’ampliamento e della sofisticazione progressivi di una dimensione concettuale da sempre presente, e alla stregua della quale rilevare l’intrinseca attualità di ogni manifestazione artistica. Questo è un libro per tutti, e forse i primi a doverlo leggere sono proprio i più esperti.

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Leo Gazzarra racconta ciò che gli è capitato nel corso di un solo anno, a partire da un certo giorno di pioggia, a Roma. La capitale è la città in cui si è trasferito, da Milano, lasciando genitori e fratelli, per entrare a far parte della redazione di un piccolo periodico specialistico, che ha la sua sede nella villa di un nobile ormai decaduto. La storia comincia in un momento in cui Leo non sa che fare, perché quel periodico non pubblica più e, dunque, deve trovare una nuova occupazione. Ha, però, la fortuna di poter alloggiare, almeno per un po’, nell’appartamento di due amici, che partono per il Sudamerica. Dopodiché, nel salotto di altri amici, borghesi e benestanti, conosce Arianna, bellezza fragile e disfunzionale, e se ne innamora. Assistiamo, così, al più classico dei tira e molla. E nel frattempo Leo ha tempo di perdersi: di vagare di notte, fino al mare, con questa trascinante ragazza; di sbronzarsi con l’eccentrico e irrecuperabile Graziano; di abbandonare un nuovo lavoro, alla Rai, durante il primo giorno di servizio; di lasciare, e poi riprendere, un impiego di secondo piano al Corriere dello Sport; di scrivere con Graziano la sceneggiatura di un film; di rivedere una vecchia fiamma, e ricordare financo che cosa avrebbe potuto essere. All’improvviso, la morte di Graziano, la presa d’atto che Arianna non lo ama e lo utilizza per ingelosire un altro uomo e, cosa non banale, il ritorno dei legittimi proprietari dell’appartamento in cui soggiorna obbligano Leo a cambiare vita, facendogli sorgere l’idea di tornare a Milano. Quella, tuttavia, è una realtà che più non riconosce e che, anzi, di fatto lo respinge, sbalzandolo ancora a Roma, dove intraprende un ultimo viaggio verso il mare, l’unica meta che ha sempre saputo promettergli la tanto cercata serenità.

Ho letto il libro assai velocemente nell’edizione Bompiani del 2016, incuriosito dalla fama che il testo ha acquisito nel tempo, sin dalla prima pubblicazione, nel 1973, e poi con l’edizione 2010 di Aragno. Il titolo – a quanto è dato capire – è andato sempre esaurito e ha riscosso grandi successi anche in altri Paesi, in cui è stato tradotto, recensito in modo assai lusinghiero e apprezzato. Online si apprende pure che i diritti per la trasposizione cinematografica sono stati ceduti: Saverio Costanzo, il noto regista, ne farà un film. Forse – secondo la suggestione che possono indirettamente suscitare alcuni recensori – alla ricerca dei successi che Fellini e Sorrentino hanno riscosso, rispettivamente, con La dolce vita e La grande bellezza. Ciò premesso, il valore di questo romanzo non mi pare risiedere solo nel fatto che può richiamare un simile immaginario. O che, in effetti, è quasi una sceneggiatura, per di più dotata di una spiccata forza dell’immagine. Il romanzo è bello e godibile, perché, prima di tutto, è semplicemente ben scritto, con una facilità e una grazia che, paradossalmente, si addicono in toto alla paradigmatica storia di insuccesso di cui Leo Gazzarra è l’indimenticabile eroe. È un protagonista che suscita naturalmente empatia, nel suo costante stare fuori posto: una condizione di deriva, che lo rende sia il testimone perfetto e programmaticamente disinteressato delle vite altrui, sia la vittima ideale di un’ambientazione prevalentemente superficiale. Basterebbe poco a Leo, non è il successo quello che cerca. Ma nessuna cultura, nessuna passione, nessun sentimento, se autentici, come sono i suoi, possono vincere la solitudine. Gli tocca solo di portarsi dietro le poche cose su cui può contare, inutilmente, fino alla fine.

Recensioni (di D. Brullo; di M. Capuano; di G. Genna; di T. Gianotti; di S. Guido; di L. Martini; di P. Mauri; di A. Ragno)

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