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La migliore spiegazione dell’atmosfera in cui si muovono i 91 epigrammi di questo raffinato interprete ci viene fornita dallo stesso autore, alla fine del volume: “Due i temi principali: l’insofferenza verso certi «ritornelli» modernisti, e il tema, caro ai malinconici, del desiderio inappagato/inappagabile, della nostalgia che ammala, anche nella forma, sottile, della nostalgia del desiderio: l’acedia dei medievali” (p. 113).

Non è solo l’atmosfera, tuttavia, ad essere chiara; anche l’intenzione lo è. In questo caso, sono le belle parole di Eraldo Affinati, nella sua prefazione, a riuscire calzanti, dal momento che è vero che per Furgeri riflettere sull’acedia significa coltivare “un sentimento antagonista rispetto a quello novecentesco” e farsi quindi alfiere della “letizia” (p. 7). Il dato interessante è che questa specie di fiera tenzone poetica non si nutre di facili ottimismi, ma assume le forme asciutte e rigorose di uno stile conciso, che esalta un’ironia altrettanto sottile e sofisticata, l’arma migliore per decostruire le tentazioni dello spleen quotidiano.

Lo stimolo, ad ogni modo, è di andare anche oltre l’ironia. In queste poesie c’è anche uno scudo di sereno realismo, indossato da un combattente (Furgeri stesso) perfettamente consapevole del fatto che, nella lotta con la vita, spesso è solo questione di spostare l’equilibrio, di assumere una postura corretta, di ricordarsi sempre, molto banalmente, che occorre accorgersi del bicchiere mezzo pieno. Sono fantastici, in questo senso, i due pezzi 0,1 (Angoscia e numeri decimali) e 0,1 (Sollievo e numeri decimali), posti l’uno di seguito all’altro (pp. 61 e 62): per un verso, Dal nulla / ci separa / una virgola; eppure, contemporaneamente, e lapalissianamente, Dal nulla / pur ci separa / una virgola. E quel “pur” è veramente un fattore discriminante! Coglierlo – ecco quello che ci sembra il fulcro dell’intera raccolta – non dipende da Parsifal; non dobbiamo attendere, come re Artù, l’eroe-cavaliere, per bere dal Santo Graal e per guarire dalla malattia che ci stringe d’assedio e che mette a rischio le sorti del nostro regno. Forse, la malattia, così come la cura, è dentro di noi: del resto, il mito di Parsifal proprio questo ci spiega. E tra la tentazione di cadere senza alcuna possibilità di rialzarsi e la possibilità di scoprirsi improvvisamente immuni anche dalla forza di gravità si può tranquillamente scegliere la seconda opzione, fidandosi di un’illuminazione improvvisa: la fonte del miracolo, in modo tanto inattendibile quanto felice, ci sorprenderà a balzi sulle acque, come i sassi (p. 110).

 

Inventario

Questo solo stanca:

inutilmente domandarsi

che cosa manca.

 

Numeri decimali periodici

Così è anche per noi:

non siamo interi mai.

 

Invito dell’arciere ad una maggiore

tolleranza (verso se stesso)

Perché biasimare chi fallisce

Il proprio bersaglio?

Ha pur avuto l’audacia di mirarlo.

Mirandolo, lo ha tolto dall’ombra.

Egli stesso anzi è uscito allo scoperto.

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Per chi ha ancora sei giorni da “spendere” al lavoro, prima di guadagnare un po’ di respiro e di concedersi la meritata vacanza, questo gioiellino può proprio essere indispensabile, una bevanda capace di conferire resistenza e fiducia: un po’ come il mate che don Isidro, ex barbiere e detenuto, si accinge a preparare quando i suoi sventurati e pittoreschi “clienti” gli chiedono soccorso e lo interpellano direttamente nella cella n. 273 del penitenziario, affinché risolva gli intrighi che li tormentano.

Però occorre fare attenzione. Il terreno è quello dell’apocrifo e del farsesco, e la scrittura è difficile e proporzionata alla dimensione volutamente caricaturale dei personaggi. La lettura, poi, si rivela sempre densa e l’attenzione si scopre costantemente divisa tra la volontà di comprendere l’enigma e il desiderio di intendere le tante citazioni e i tanti riferimenti incrociati. Tutta l’ironia e tutto il “mestiere” di Borges-Casares – o, meglio, di Honorio Bustos Domecq, colui che è indicato come il vero / fantomatico autore di queste indimenticabili prove d’artista – si esprimono al meglio, quasi senza freni. È quanto mai necessario, dunque, “allacciarsi” robuste cinture di pazienza.

Ma, come si suol dire, “il gioco vale la candela”. Per l’eleganza e l’asciuttezza delle rapide spiegazioni con cui don Isidro scioglie matasse che paiono inestricabili. Per lo studiato contrasto tra la semplicità di quest’eroe (suo malgrado) sedentario e la volgarità e la superficialità delle macchiette che con lui interagiscono. Per la satira che in questo modo Domecq mette in scena nei confronti di alcuni tipi sociali, delle loro fortune e della vacuità di cui finiscono per farsi (in)degni rappresentanti. Per il rincorrersi dei personaggi, alcuni dei quali compaiono “in varia foggia” e in contesti e momenti diversi.

Piace pensare, poi, alla fine della lettura, di poter indossare, anche solo per un attimo, le “lenti” di don Isidro e di riuscire, così, a dominare la pochezza dei nostri affanni quotidiani con la stessa pacatezza e con pari senso pratico. Quale altro libro potrebbe promettere le soddisfazioni di una simile illusione?

Un’intervista a Borges (di Fausta Leoni)

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… e diremmo anche “Storia di una passione personale ed autentica”, perché tutto il libro serve a giustificare, meravigliosamente, la confessione racchiusa nelle sue ultime righe: “Se potessi ricominciare oggi, sceglierei di nuovo la letteratura. Se le risposte esistono, in questo mondo o nell’universo, sono ancora convinta che le troveremo proprio là” (p. 302). Elif Batuman, posseduta “coi fiocchi”, ci racconta alcune delle sue esperienze letterarie preferite e ci ricorda quanto può essere intenso, oltre che indispensabile, il fuoco della curiosità intellettuale.

Ci sono, comunque, tre motivi specifici per leggere questo libro, a suo modo molto singolare. Il primo ha a che fare con gli aneddoti, le spigolature, le curiosità e le brillanti intuizioni su vita e opere di alcuni dei più grandi narratori dell’immensa tradizione russa tra Ottocento e Novecento. Da questo punto di vista i capitoli Babel’ in California e Chi ha ucciso Tolstoj? sono, semplicemente, squisiti. Del primo “gigante” la Batuman coglie perfettamente l’ostinazione nella vita: difficile trattenersi e non rileggere, ancora una volta, L’Armata a cavallo e i suoi strani e intensissimi racconti. Di Tolstoj, invece, e della mitica tenuta di Jasnaja Poljana, sentiamo persino il fiato, mai corto, sempre robusto e lussureggiante, sempre così irresistibilmente solido e catartico, e sempre così proteso alla ricerca di un equilibrio fecondo tra realtà e condizione ideale.

La seconda virtù del volume, invece, trascende la prospettiva della Wunderkammer bio-bibliografica (portata a vette difficilmente raggiungibili nel pezzo su Il Palazzo di ghiaccio) per manifestarsi sotto forma di profonda riflessione, un po’ meta-letteraria, un po’ intra-letteraria. Leggere o scrivere o interpretare storie, romanzi o novelle non è soltanto evasione. Da un lato, le parole nascondono misteri e allusioni profonde, e il loro uso si combina in meccanismi che vogliono essere immagine di situazioni e pensieri universali e totalizzanti: ragionarci sopra è come percorrere una parte di tutti e di noi stessi. Dall’altro, però, la comprensione di questa dimensione passa, sorprendentemente, anche attraverso ciò che le potrebbe apparire più estraneo, ossia il minuto, il dettaglio e l’interstizio; se possibile anche attraverso il respiro della stessa aria che ha inalato l’autore, l’analisi dei suoi luoghi, delle sue fonti di ispirazione, dei suoi difetti e della sua quotidianità, delle sue peripezie e dei suoi dolori.

Il terzo punto di forza consiste nella possibilità di saggiare che cosa può accadere ad un tipico profilo di giovane studioso “globale”, a contatto con le stranezze, le eccentricità, le avventure, le casualità e i paradossi del mondo accademico e degli imprevedibili percorsi della ricerca universitaria. Questa è costellata di incertezze e di irripetibili occasioni, di delusioni e di ineffabili speranze, grandi o piccole; ma è anche il modo per conoscersi meglio e per confrontarsi con tanti altri “posseduti”, per capire di volerli “avvicinare” e di volerli “evitare” allo stesso tempo, in un rapporto di “amore e odio” e di sensibilità sempre acuminate. In questa direzione, il resoconto, in tre parti, sull’Estate a Samarcanda è qualcosa di più di un’iniziazione metodologica o di un “romanzino” di formazione o di un viaggio nella memoria e nelle radici di una predisposizione irrefrenabile: è la somma delle tappe che un personaggio di un romanzo russo potrebbe ancora percorrere, per “uscire dal guscio” e ritrovarsi, finalmente e irrimediabilmente, convinti (non importa se vincitori o sconfitti) nella propria scelta di vita.

In conclusione, per questa giovane scrittrice di origine turca, non potrebbe esserci un omaggio migliore: anche per lei vale l’invito che Pietro Citati rivolge dalla quarta di copertina dell’edizione economica Adelphi de Il dono di Nabokov: «Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualsiasi cosa stiate facendo… uscite subito e precipitatevi dal libraio. I posseduti è lì, e vi attende»!

Una recensione di Paolo Nori

Elif Batuman’s homepage

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Ogni tanto tornare a Philip Kerr non fa per niente male. Il ciclo Berlin Noir e il suo impareggiabile detective, Bernie Gunther, sono pietre miliari della “letteratura internazionale”, così come lo sono i “prodotti” di John Grisham, Wilbur Smith o Patricia Cornwell: il bestseller è il loro “luogo” più congenito. Con il vantaggio, però che l’ambientazione cui lo scrittore scozzese riesce a mettere mano di volta in volta è molto più solida e suggestiva, e che il protagonista è un concentrato di sfrontatezza-cuore-cinismo da far invidia al più classico degli investigatori da fumetto.

In questo libro Gunther è nella sua veste di detective d’albergo, una sorta di scafato “alligatore”, che ha il compito di tenere “puliti” i fondali dell’elegante e prestigioso Hotel Adlon di Berlino: l’avvento del nazismo lo ha allontanato dalla polizia criminale; occorre essere fedeli al partito, e uno come lui, fedele alla Repubblica di Weimar, proprio non ci riesce. In queste sue mansioni si imbatte in una serie di traffici poco chiari, che intrecciano la corruzione del neonato regime e le mire speculative dei peggiori gangster d’oltreoceano. È il 1934, e le Olimpiadi del 1936 sono una buona occasione per lucrare sugli appalti per le grandi opere pubbliche e sullo sfruttamento del lavoro di ebrei e perseguitati politici, ormai sistematicamente esclusi da qualsiasi occupazione dignitosa. Gunther si imbatte in un malavitoso americano e lì cominciano i suoi guai, che tra i pericolosi contatti con la Gestapo e uno sprazzo di vera storia d’amore con la bella Noreen culminano in modo drammatico ma enigmatico sul ponte di un battello. La storia, poi, si sposta nel 1954, nella Cuba di Batista, dopo la guerra e dopo le dolorosissime vicende che hanno spinto il nostro eroe a fuggire dalla Germania e a crearsi una nuova identità. Tutto sembra normale, ma Bernie rivede Noreen, e le vicende si susseguono fino all’epilogo chiarificatore.

Con Kerr, in verità, non c’è quasi mai da aspettarsi una conclusione del tutto compiuta, perché ad essere tale è la figura di Gunther, sempre e comunque “bastante” a se stessa, dall’inizio alla fine: votato al compromesso ed una sorta di sopravvivenza avventurosa e quasi causale, questo detective è alfiere di un fatalismo tragico che, senza nascondersi dietro particolari colpi di scena e senza ammiccare necessariamente all’idea di un poliziotto speciale, intellettualmente e fisicamente dotato, parla a tutti i lettori. La forza di Kerr è sempre l’umanità “estrema” e “condannata”, limitata, ma capace, proprio perché imperfetta, di ogni bassezza e di ogni sacrificio, ma anche di ogni nobile aspirazione e di ogni grande “gesto”.

Si può fare comunque un appunto, che non è, tuttavia, rivolto all’Autore, bensì all’editore italiano che lo rende noto anche al nostro pubblico. La traduzione, davvero, non sempre è all’altezza, ed anche alcune scelte stilistiche, o “di resa”, sono nettamente stonate. Quanto varrebbe Philip Kerr con un doppiaggio più sicuro?

Il sito dell’Autore

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Uno degli economisti italiani più noti e impegnati inaugura una nuova serie de il Mulino dedicata ad una interessante collaborazione tra questo editore e lavoce.info. Lo fa, nella specie, affrontando i mali del calcio italiano, in un’intervista che prende spunto dai tanti scandali degli ultimi anni (da Calciopoli alla recentissima vicenda, ancora pendente, delle scommesse) e che cerca di isolare i fattori che in Italia rischiano di inquinare sistematicamente, se non esaurire, le grandi risorse e le insospettabili potenzialità di questo sport.

La dimensione del libro (103 pp. in un formato più che tascabile) lo renderebbe particolarmente appetibile proprio per l’assolata giornata che sta per culminare in Italia-Spagna, attesissima finale degli Europei 2012, se non altro perché, al termine di riflessioni poco confortanti sul pianeta-calcio, c’è sempre la speranza di rinfrancarsi e di emozionarsi di fronte all’incontrollabile magia del gioco. Il fatto è, però, che la rassegna dei problemi / “vizi” analizzati da Boeri non ci rivela alcunché di particolarmente originale.

Da molto tempo, ormai, si discute, quanto al calcio italiano, della cronica incapacità di scoprire e lanciare nuovi e giovani talenti, o del patologico intreccio tra potere mediatico, disciplina dei diritti televisivi e scarsa solidità patrimoniale delle società sportive, o, ancora, del complesso reticolo che, anche nel “governo del pallone”, agevola e protegge conflitti di interessi e fenomeni più o meno macroscopici di “cattura” di quei soggetti istituzionali che, viceversa, dovrebbero essere il più indipendenti possibile. Non meno sperimentati sono i rilievi critici all’ampiezza della “forbice” che separa le grandi star dai giocatori delle serie minori. Analogamente, è da tantissimo tempo che si ragiona su quale possa essere il modo per rendere più sereni e “incorruttibili” gli esponenti della classe arbitrale, le cui aspirazioni di carriera – e di guadagno – sono sempre state il terreno di ogni possibile speculazione e di ogni relativo “scandalo” (estivo o meno). Certo, a quest’ultimo riguardo, ed anche per chi non consulta sempre l’home page di lavoce.info, il ragionamento di Boeri fornisce notizia di una bella ricerca empirica, che non può che suffragare ulteriormente le lamentazioni, spesso solo “sentimentali”, di appassionati e osservatori.

Ad ogni modo, la poca originalità del volume fa riflettere: in primo luogo, sulla circostanza che, forse, bene avrebbe fatto, lo stesso Boeri, a “non” parlare solo di calcio e, anzi, a saggiare le sue brillanti capacità analitiche proprio nella “metafora” cui dice espressamente di voler sfuggire, quella, cioè, tra i problemi del calcio italiano e i problemi del Paese; in secondo luogo, sulla questione, di ben maggiore portata, se l’apporto degli economisti ai dibattiti più cruciali e più sentiti dall’opinione pubblica debba concentrarsi, principalmente, non tanto sull’applicazione divulgativa del “metodo” che ne caratterizza l’expertise, quanto, piuttosto, sulla divulgazione “sostanziale” di dati, documenti, ricerche, studi e valutazioni che la loro scienza gli mette quotidianamente a disposizione (in altri termini: dobbiamo tutti “armarci” di una “tecnica” specifica e diventare, nel nostro piccolo, “economisti in provetta? O dobbiamo, meglio, conoscere effettivamente quali sono i risultati che lo studio dell’economia ci consegna e che ci permetterebbe di avere basi conoscitive ed istruttorie migliori per comprendere la realtà e per pensare, anche con l’aiuto di altre considerazioni, a qualche idea?). D’altra parte, i passaggi migliori di questo testo sono, guarda caso, quelli in cui si riferisce di indagini che non sono già disponibili al normale lettore delle pagine sportive dei principali giornali e che ne possono ampliare la “consapevolezza”, oppure quelli in cui si avanza qualche proposta operativa (come quella relativa ad una più netta “responsabilizzazione” dei dirigenti delle società).

Se c’è un aspetto, comunque, sul quale Boeri merita è un plauso è che ci ricorda che il calcio è una cosa maledettamente seria. Che cosa si può leggere, dunque, di serio, prima della partitissima? Ritrovo uno spunto di grande saggezza – quasi à la Montesquieu – in un classico pezzo dell’eterno Gianni Brera (Il più bel gioco del mondo, nel libro che porta lo stesso titolo e che raccoglie alcuni dei migliori articoli del grande giornalista, morto nel 1992: Milano, 2007, 409-410): “Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e da interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico. Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe; quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo”.

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Stop, look, listen to my heartbeat (The Runaways)

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Per questo romanzo non c’è nulla di meglio che un giudizio “tecnico” da sommelier: eleganza e raffinatezza allo stato puro, con tutto il sapore, però, di una “cucina” meticcia, profumata quanto corposa, da assaporare “esagerando”, e quindi sorseggiando un buon tè alla cannella o, per chi ama gusti più aspri, un bel bicchiere di karkadè. Il venditore di passati è veramente una buona bevanda, anche se non è adatta a tutti i palati. Può dare ampie soddisfazioni soltanto a chi cerchi, tra le tante e possibili letture estive, fragranze decisamente intense; sempre che si sia preparati al naturale disorientamento da cui è sempre ammantato il piacere delle spezie.

Il protagonista assoluto dovrebbe essere Felix Ventura, “genealogista” angolano che si guadagna da vivere offrendo ai suoi clienti una biografia “su misura” e che si rifugia egli stesso in un passato costruito a tavolino, alla ricerca, forse, di un futuro che sia più benigno del suo presente di uomo solo e di albino. Dalla prospettiva di Felix, lo snodo che anima il racconto sta tutto nella scoperta dell’impossibilità di dominare e di re-inventare il passato, che, soprattutto nelle vicende delle ex colonie africane, si palesa come destino costantemente incombente e si rivela più vero e drammatico di quanto possa pensare la fantasiosa immaginazione di qualsiasi interprete.

In verità, il vero personaggio principale del libro è Eulálio, un geco che convive con Felix, sulle pareti e nelle fessure della sua casa, alter ego “reincarnato” di Jorge Luis Borges e nume tutelare del rapporto tra l’invenzione e la realtà. I sogni e le riflessioni di questo coltissimo e pacato animaletto sono un potente inno alle virtù della letteratura e alla capacità che l’esperienza letteraria può dimostrare nel rivelarci i caratteri intrinsecamente mutanti e obliqui della nostra vita e della nostra memoria.

Non è nuovo Agualusa al tema delle trasformazioni, degli “ibridi”, dell’onirico e delle “comunicazioni” tra fantasia e realtà, Né sono nuovi, per questo raffinato scrittore, il dialogo con Borges (ma anche con Pessoa e con tutta la tradizione lusitana: Borges all’inferno e altri racconti) e la “passione”, per così dire, nei confronti dei piccoli rettili misteriosi (The Book of Chameleons). Eppure, per il lettore italiano che voglia provare che cosa sia, oggi, la grande letteratura in lingua portoghese, non c’è niente di meglio che affidarsi a questo piccolo volume (da poco ristampato) e all’ottima e “flautata” traduzione di Giorgio de Marchis.

Intervista all’Autore (da Fahrenheit)

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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Il libro della giungla è anche la nostra storia: sotto molti aspetti, anche noi, come Mowgli, siamo stati educati dagli animali selvatici. L’idea che siano stati gli animali a insegnarci a leggere può apparire paradossale, ma ascoltare dei cacciatori esperti che analizzano il segno di una tigre non è così diverso dall’ascoltare degli specialisti di letteratura che decostruiscono un racconto” (p. 282). Questa è solo una delle tante osservazioni “ficcanti”, e stimolanti, che sono disseminate nel non-fiction di John Vaillant, un libro pluripremiato che finalmente si offre anche al pubblico italiano.

Alla base c’è un fatto realmente accaduto, una caccia alla tigre, avvenuta nel dicembre 1997 nel territorio del Primorje (nell’estremo lembo orientale della Russia, a nord di Vladivostok). Il terribile felino dell’Amur ha aggredito e ucciso due cacciatori, e l’Ispettorato Tigre, una sorta di guardia forestale iper-specializzata, indaga sulle ragioni degli attacchi e sul modo con cui prevenire ulteriori pericoli per la popolazione locale: raramente la tigre attacca gli uomini, all’origine della sua improvvisa “pazzia” ci dev’essere qualcosa, forse l’episodica alterazione di un ordine ancestrale…

Vaillant, però, non si è limitato a raccontare l’indagine. Ne ha raccolto e tradotto il contesto, quello di una regione unica al mondo, di una terra di frontiera in cui non solo uomini e animali, ma anche popoli e culture, si sono sempre scontrati. Si susseguono, così, pagine ricche di osservazioni antropologiche, etologiche, geografiche, geopolitiche e storiche; ma anche di testimonianze, interviste, racconti, profili di esploratori e cacciatori leggendari, scorci suggestivi di paesaggi e di caratteri, di usanze e stili di vita, di orgoglio e di miseria. E, naturalmente, di tigri e di grandi felini, non solo siberiani, ma di tutto il globo: perché il loro rapporto con l’uomo può essere un ottimo modo per addentrasi nei misteri dell’evoluzione e per comprendere che la sopravvivenza di talune specie è inestricabilmente connessa con le ragioni che hanno reso egemone il nostro genere.

Il libro può sortire una conseguenza inaspettata: per tutti coloro che, come me, hanno cominciato la loro esperienza di lettori proprio sulle pagine delle grandi avventure del bosco e della foresta, l’ultima pagina del libro di Vaillant è sola la prima di tante possibili ed avvincenti riscoperte. Una su tutti: J.O. Curwood, Cacciatori di lupi (Giunti-Marzocco, 1984; certo, forse le poche edizioni ancora disponibili sono reperibili solo nelle biblioteche, ma è sempre possibile leggerne gratuitamente l’originale inglese, scritto nel 1908).

Di che cosa stiamo parlando: la tigre dell’Amur

Il libro presentato dal suo Autore

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Tornano in mente, leggendo questo poeta, le parole di Enzo Mandruzzato: “È necessario che un verso (bello, cioè esistente) sia un pensiero, ma di natura specifica e diversa. Non meno pensiero di una sentenza, come cogito ergo sum, di natura diversa e precisamente teoretica. Questi aspetti costituiscono l’unità di tutto il reale, forme inconfondibili della creatività inesauribile e della intuitività dello spirito dal quale è impossibile uscire” (Il poeta e la misura, Padova, 2006, p. 10). La poesia è pensiero, dunque, e questo ha i suoi strumenti. Camillo Pennati ne è pienamente cosciente e si dimostra un vero maestro, che tiene decisamente alta la bandiera dello stile, del ritmo e dell’intuizione musicale.

Non ci troviamo di fronte a composizioni semplici. La raccolta in questione è come una complessa opera per orchestra, che vive di tante singole immagini, di tanti specifici passaggi che si saldano come fotogrammi di attimi di determinata concentrazione. C’è, nel mondo, un universo di emozioni e di sensazioni, dati, spunti ed energie da cogliere, da assimilare e da sublimare: Pennati segue il sentiero dei Presocratici e traduce spicchi di esperienza in condensati di assoluto. La sua è una ricerca di completezza, di frasi che si inseguono e si sovrappongono in un continuum che punta diritto all’essenza. Non è, tuttavia, una verità soltanto concettuale: cellule, nubi, rami, foglie, scogli, uccelli, stagioni acquistano vita e consistenza proprie degli esseri umani, provano sentimenti e passioni, si abbracciano, si scontrano e si ritrovano. Siamo noi stessi natura, non possiamo dimenticarlo; anzi, ne abbiamo un radicale bisogno.

Se è vero che un libro si può spiegare anche in base agli accostamenti che può suggerire, allora si può ipotizzare che Paesaggi del silenzio con figura sarebbe un ottimo compendio per la lettura estiva di Così parlò Zarathustra, magari in Alta Engadina, sulle rive del lago di Silvaplana, se possibile completando il tutto con la frequentazione metodica della bellissima biografia nietzscheana di Rüdiger Safranski. Quella di Pennati, del resto, è una filosofia che nell’approccio naturalistico profondo trova il fondamento di un’azione pratica radicale (v. Di là d’ogni cultura, p. 135).

Pennati, in definitiva, ci spinge e ci fa ruotare nelle cose, un po’ come si può spingere e far ruotare una vite ancora ignara del posto che le compete e della consistenza del legno che la deve ospitare. Il suo cacciavite è fatto di tecnica e di metrica, di sapienza poetica tradizionale. Ma questa non è maniera, è un ostinato esperimento di manutenzione del linguaggio, che si rinnova tenacemente e che si vuole adeguare alle esigenze mai paghe di un mestiere antico, sempre attuale e necessario, di un sondaggio privilegiato, che solo a pochi interpreti è consentito, affinché altri ne sappiano e ne vogliano cogliere i frutti. Occorre avere pazienza, quindi, per leggere Pennati; i tesori che questa lettura può rivelare compensano ogni fatica.

 

Si esiste qui

Si esiste qui se cerchi nel saperlo

se nel sentirlo ti pervade quel concepimento

d’essere nell’essenzialità investita in ogni singolo

un suo commosso istante intriso dell’evento

a compiersi d’un combaciante ed esaudito intento

come ogni stelo ogni animale ciascuno d’ogni albero

e il suolo e l’acqua e l’aria sino al più profondo

e nel vissuto in te di consaperlo per ogni assentimento

che la gioia concede al suo sensibile consenso

poi che è di noi che intendo nel concerto

d’ogni essenza del mondo: comprenderne

l’appassionato intento come per attrazione e desiderio

il nutrimento che muove al colmo il compiersi di ciò

durando che addentro l’esistenza accade e in quel

partecipato aderimento si consuma.

 

Una recensione

Un’intervista all’Autore

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