Tornano in mente, leggendo questo poeta, le parole di Enzo Mandruzzato: “È necessario che un verso (bello, cioè esistente) sia un pensiero, ma di natura specifica e diversa. Non meno pensiero di una sentenza, come cogito ergo sum, di natura diversa e precisamente teoretica. Questi aspetti costituiscono l’unità di tutto il reale, forme inconfondibili della creatività inesauribile e della intuitività dello spirito dal quale è impossibile uscire” (Il poeta e la misura, Padova, 2006, p. 10). La poesia è pensiero, dunque, e questo ha i suoi strumenti. Camillo Pennati ne è pienamente cosciente e si dimostra un vero maestro, che tiene decisamente alta la bandiera dello stile, del ritmo e dell’intuizione musicale.
Non ci troviamo di fronte a composizioni semplici. La raccolta in questione è come una complessa opera per orchestra, che vive di tante singole immagini, di tanti specifici passaggi che si saldano come fotogrammi di attimi di determinata concentrazione. C’è, nel mondo, un universo di emozioni e di sensazioni, dati, spunti ed energie da cogliere, da assimilare e da sublimare: Pennati segue il sentiero dei Presocratici e traduce spicchi di esperienza in condensati di assoluto. La sua è una ricerca di completezza, di frasi che si inseguono e si sovrappongono in un continuum che punta diritto all’essenza. Non è, tuttavia, una verità soltanto concettuale: cellule, nubi, rami, foglie, scogli, uccelli, stagioni acquistano vita e consistenza proprie degli esseri umani, provano sentimenti e passioni, si abbracciano, si scontrano e si ritrovano. Siamo noi stessi natura, non possiamo dimenticarlo; anzi, ne abbiamo un radicale bisogno.
Se è vero che un libro si può spiegare anche in base agli accostamenti che può suggerire, allora si può ipotizzare che Paesaggi del silenzio con figura sarebbe un ottimo compendio per la lettura estiva di Così parlò Zarathustra, magari in Alta Engadina, sulle rive del lago di Silvaplana, se possibile completando il tutto con la frequentazione metodica della bellissima biografia nietzscheana di Rüdiger Safranski. Quella di Pennati, del resto, è una filosofia che nell’approccio naturalistico profondo trova il fondamento di un’azione pratica radicale (v. Di là d’ogni cultura, p. 135).
Pennati, in definitiva, ci spinge e ci fa ruotare nelle cose, un po’ come si può spingere e far ruotare una vite ancora ignara del posto che le compete e della consistenza del legno che la deve ospitare. Il suo cacciavite è fatto di tecnica e di metrica, di sapienza poetica tradizionale. Ma questa non è maniera, è un ostinato esperimento di manutenzione del linguaggio, che si rinnova tenacemente e che si vuole adeguare alle esigenze mai paghe di un mestiere antico, sempre attuale e necessario, di un sondaggio privilegiato, che solo a pochi interpreti è consentito, affinché altri ne sappiano e ne vogliano cogliere i frutti. Occorre avere pazienza, quindi, per leggere Pennati; i tesori che questa lettura può rivelare compensano ogni fatica.
Si esiste qui
Si esiste qui se cerchi nel saperlo
se nel sentirlo ti pervade quel concepimento
d’essere nell’essenzialità investita in ogni singolo
un suo commosso istante intriso dell’evento
a compiersi d’un combaciante ed esaudito intento
come ogni stelo ogni animale ciascuno d’ogni albero
e il suolo e l’acqua e l’aria sino al più profondo
e nel vissuto in te di consaperlo per ogni assentimento
che la gioia concede al suo sensibile consenso
poi che è di noi che intendo nel concerto
d’ogni essenza del mondo: comprenderne
l’appassionato intento come per attrazione e desiderio
il nutrimento che muove al colmo il compiersi di ciò
durando che addentro l’esistenza accade e in quel
partecipato aderimento si consuma.
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