Come si è giunti in Italia, dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, alla soluzione della “questione costituzionale”? Quali sono stati gli snodi e i protagonisti del dibattito svoltosi nell’Assemblea costituente? Che cosa è accaduto, in particolare, dopo le prime elezioni del dopoguerra, avvenute nel 1948? E come si è sviluppata, in seguito, nella vita del nuovo contesto repubblicano, la discussione sulle possibili riforme della Costituzione? Il saggio di Paolo Pombeni cerca di fornire un contributo articolato allo scioglimento di tutti questi interrogativi, e lo fa – un po’ in modo innovativo, un po’ sulle tracce di un noto saggio di Giuseppe Maranini – collocando il tema in una prospettiva di lungo periodo, e muovendo innanzitutto dalla ricostruzione del problema costituente prima e dopo lo Statuto albertino. Sul punto pare persuasiva la tesi volta a dimostrare come quel problema fosse rimasto sostanzialmente e a lungo inevaso, vuoi a causa dei tanti fallimenti dei moti ottocenteschi che se ne erano fatti promotori, vuoi per l’estrema – ma forse fallace – fiducia della dottrina politica e giuridica nazionale dell’Unità nei confronti di un’assimilazione un po’ ingenua della “teoria inglese” sul ruolo del Parlamento (e sulla naturale idoneità della legge ordinaria a trasformare e ammodernare le regole del gioco). Non sono, inoltre, privi di acutezza anche i passaggi sul valore determinante che, sempre nella prospettiva della mancata soluzione del problema costituente (anche in età fascista), hanno avuto i grandi esponenti della scuola italiana di diritto pubblico, da Vittorio Emanuele Orlando a Santi Romano, preoccupati più per lo studio (certamente all’avanguardia) del linguaggio e della dogmatica dello Stato amministrativo che per la chiara giuridicizzazione (inedita nel Paese) delle relazioni tra le istituzioni di “governo.” Da questo punto di vista, per Pombeni, i tempi sarebbero diventati maturi soltanto dopo il Patto di Salerno, nel 1944, momento in cui, come è risaputo, le forze politiche antifasciste hanno avviato il lungo percorso che ha portato alla formazione della prima vera costituzione nazionale.
Come si è giunti in Italia, dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, alla soluzione della “questione costituzionale”? Quali sono stati gli snodi e i protagonisti del dibattito svoltosi nell’Assemblea costituente? Che cosa è accaduto, in particolare, dopo le prime elezioni del dopoguerra, avvenute nel 1948? E come si è sviluppata, in seguito, nella vita del nuovo contesto repubblicano, la discussione sulle possibili riforme della Costituzione? Il saggio di Paolo Pombeni cerca di fornire un contributo articolato allo scioglimento di tutti questi interrogativi, e lo fa – un po’ in modo innovativo, un po’ sulle tracce di un noto saggio di Giuseppe Maranini – collocando il tema in una prospettiva di lungo periodo, e muovendo innanzitutto dalla ricostruzione del problema costituente prima e dopo lo Statuto albertino. Sul punto pare persuasiva la tesi volta a dimostrare come quel problema fosse rimasto sostanzialmente e a lungo inevaso, vuoi a causa dei tanti fallimenti dei moti ottocenteschi che se ne erano fatti promotori, vuoi per l’estrema – ma forse fallace – fiducia della dottrina politica e giuridica nazionale dell’Unità nei confronti di un’assimilazione un po’ ingenua della “teoria inglese” sul ruolo del Parlamento (e sulla naturale idoneità della legge ordinaria a trasformare e ammodernare le regole del gioco). Non sono, inoltre, privi di acutezza anche i passaggi sul valore determinante che, sempre nella prospettiva della mancata soluzione del problema costituente (anche in età fascista), hanno avuto i grandi esponenti della scuola italiana di diritto pubblico, da Vittorio Emanuele Orlando a Santi Romano, preoccupati più per lo studio (certamente all’avanguardia) del linguaggio e della dogmatica dello Stato amministrativo che per la chiara giuridicizzazione (inedita nel Paese) delle relazioni tra le istituzioni di “governo.” Da questo punto di vista, per Pombeni, i tempi sarebbero diventati maturi soltanto dopo il Patto di Salerno, nel 1944, momento in cui, come è risaputo, le forze politiche antifasciste hanno avviato il lungo percorso che ha portato alla formazione della prima vera costituzione nazionale.
Gian Paolo Tomazzini, trentino, è il padre di Cesare, un ragazzo che si sta laureando in geografia. Cesare ha scelto di scrivere la tesi su di un altro Cesare, Battisti, il socialista e irredentista che alle soglie della Grande Guerra aveva voltato le spalle all’Impero ed era passato dalla parte degli italiani, guadagnandosi l’appellativo di traditore e uno spietato supplizio nella fossa del Castello del Buonconsiglio. Gian Paolo è più che perplesso: la sua è una famiglia di stretta e tradizionale osservanza asburgica; come altri trentini, pensa ancor oggi che la sua terra abbia avuto molto da perdere nel passare sotto il Regno d’Italia; e vede in Battisti tutt’altro che un eroe, bensì un protomartire del fascismo. E poi che cosa c’entra Battisti con la geografia? Il Tomazzini, al solito, poco capisce del carattere e dell’intelligenza del figlio, che gli paiono scostanti, così come sembra disorientato dalle tante trasformazioni che il suo mondo sta vivendo. Quelle del suo Cesare, però, non gli suonano solo come provocazioni. Qualche dubbio comincia a serpeggiare anche nella sua mente e nei suoi stessi ricordi, perché il nonno, che pure era un suddito fedele di Franz Joseph, gli aveva raccontato, in effetti, una storia un po’ diversa. Il figlio, poi, riesce a pungerlo sul vivo, qui ed ora, perché oggi anche Gian Paolo deve compiere delle scelte, ed è forte la tentazione di fare quelle più convenienti. Insomma, il padre non si raccapezza più, finché Cesare compie, all’improvviso, un’altra scelta, quella che conta di più e che non ti aspetti, e che getta un conclusivo cono di luce sulla ragione di questo monologo apparentemente extra-vagante.
Il testo, confezionato con cura per il teatro, promette di avere un certo successo di pubblico, perché la recitazione può ben tradurre sia la divertita ironia di taluni passaggi sia la sorpresa dell’accelerazione finale. Con riguardo ai contenuti, si può riconoscere che Loperfido coglie nel segno soprattutto laddove il suo lavoro appare diretto a mettere alla berlina la forza apparentemente irresistibile dei luoghi comuni e delle auto-rappresentazioni più tranquillizzanti. Non c’è, in altri termini, il tentativo di rivedere determinate interpretazioni storiche o di risolvere facilmente un dibattito socio-politico ancora assai complesso. Questi stanno sullo sfondo, fanno da palcoscenico per un’azione che si palesa solo alla fine e che si può comprendere soltanto accettando l’idea che le scelte possono essere sempre importanti, che vi è sempre uno spazio per la cosa giusta e che il vero drago da combattere è la semplificazione qualunquista ed egoista cui i molti sembrano ammiccare come ad una presunta necessità, quasi fosse imposta da verità universalmente note e accettate. C’è, inoltre, un altro aspetto positivo nel messaggio che questa pièce sposa apertamente: la conoscenza e lo spirito critico sono essenziali, ma lo è anche la fiducia, il gesto, per così dire preliminare, che le generazioni più mature devono dimostrare nei confronti di quelle più giovani, anche quando queste ci paiono apertamente spiazzanti. La scelta di Cesare, in sostanza, ci viene rappresentata non come un atto meramente inatteso o pericolosamente avventato, bensì come un momento di opportunità collettiva, un luogo di ri-educazione alla rovescia, dove coloro che di solito sono condannati ad essere solo immaturi possono ben dimostrare di essere più consapevoli dei loro padri.
Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.
Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.
Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)
Il 2 dicembre 2014 Giampaolo Rugarli è scomparso e il giorno dopo il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa e Il Fatto Quotidiano gli hanno dedicato il classico coccodrillo. Per chi non ne ha mai sentito parlare, gli scrittori si scoprono anche così, ed è finita, come tante altre e analoghe volte, che l’indomani ho ordinato La troga (1988), romanzo in tre atti (con prologo ed epilogo). Ma che cos’è questa troga? Anche il commissario Pantieri – il protagonista – non lo sa; gliene ha parlato un’insolita vecchina, poi trovata morta nel Tevere, e da quel momento gli sembra che la strana parola sia sulla bocca di tutti. La confusione è tanta, Pantieri si sente solo con i ricordi della sua infanzia; d’altra parte è rimasto vedovo e ora convive con l’eccentricità disarmante del giudice Biraghi. Non gli resta che provare a indagare, in una Roma umida e fangosa, colpita senza tregua dalla pioggia, ma anche da indecifrabili eventi: misteriosi attentati, apparizioni improvvise di dirigibili, febbri sconosciute, diffuse e letali, delitti più o meno celebri. È soprattutto dalla morte del dottor Gruvi, illustre primario e figlio della vecchina scomparsa, che Pantieri comprende che i tentacoli della troga sono pericolosissimi e che lui stesso è in pericolo. Le insidie, infatti, lo perseguitano e provengono da ogni dove: dal volgarissimo procuratore Conti, che pare volerlo incastrare; dalla sua ex fiamma Mirella Janca, che è diventata una prostituta; e dal marito di lei, il temibile latitante De Fiore. Oltre a ciò, non sa capacitarsi delle strane fotografie trovate nell’armadio della moglie defunta e dei bizzarri comportamenti del suo coinquilino, trasferitosi d’emblée nella nuova villetta di Lavinio. E nel frattempo le morti eccellenti non mancano e Lauro Grato Sabbioneta, il morigerato ma potente leader politico, viene rapito e spedisce ex captivitate sorprendenti missive pubbliche, che ne rivelano un’immagine insospettabile e depravata. Tra un pericolo e l’altro, ivi compresa una rocambolesca e fortunosa fuga dal carcere in cui è stato arbitrariamente rinchiuso, Pantieri giunge alla soluzione dell’enigma e alla scoperta, angosciante, dell’identità reale di Raimondo di Turenna, pseudonimo del grande capo della troga.
Con La troga Rugarli, ex bancario divenuto scrittore di successo soltanto in età matura, consegna alla storia della letteratura nazionale tre cose: 1. un commissario perspicace e saggiamente normale, quasi la reincarnazione del credibilissimo Ciccio Ingravallo di gaddiana memoria (ma collocata in una Gotham City degli Anni di Piombo); 2. l’immagine di un’Italia grottesca e irrimediabilmente compromessa, perché geneticamente consegnata alla doppiezza e all’ambizione fini a se stesse di un’intera classe dirigente (accecata dalla mistica dell’intrigo e dall’art pour l’art del potere per il potere); 3. un modello di stile sofisticato e ironico, ricco di immagini folgoranti e di una terminologia finemente cesellata, avvolgente e disorientante (come il magma stagnante che vuole rappresentare). Ammiratore di Sciascia e stimato da Volponi, l’Autore non e dei più semplici e per questo è stato anche aspramente criticato: la difficoltà della sua prosa, in effetti, può ubriacare molti lettori. Tuttavia non si tratta di un disordine inespressivo. L’abilità narrativa di Rugarli sta tutta nella riproduzione della malìa delle grandi favole, come è La troga stessa, sia pur nel suo pessimismo, e come anche la chiusura del libro vuole visibilmente suggerire. Al termine della sua perigliosa vicenda, di fronte a una deriva generale e pressoché inarrestabile, Pantieri e la sua donna si rifugiano in una antica dimensione rurale, nella quale non c’è altra ragione per sperare che non sia quella del racconto da Mille e una notte. Non è un caso che a Rugarli riesca anche di giocare, in modo civilmente blasfemo, con la memoria del caso Moro. Ecco: La troga è una delle tante, se non infinite, variazioni sul tema del grande e irriducibile, e inafferrabile, mostro nazionale, che macina ogni cosa, che alimenta la terribile e ammiccante complicità degli stessi italiani, che non può essere eliminato e che, anzi, può essere soltanto domato dalla ricerca di un racconto finalmente diverso.
Recensioni (di Alfredo Giuliani; di Alfio Squillaci)
François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.
È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.
Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)
Un noto slogan pubblicitario interroga i telespettatori chiedendo loro se gli piaccia “vincere facile”. A chi non piacerebbe? Dopo la lettura di questo saggio, confezionato sulla base del testo di una conferenza replicata in più occasioni, si può dire che la cosa piace anche a Salvatore Settis. Perché Se Venezia muore ha tutto per strizzare l’occhio ad un pubblico sensibile, colto e attivo, e quindi anche per convincerlo – e radicarlo ulteriormente – sulla bontà delle tesi che vi sono sviluppate. Che si tratti di interrogativi forti, infatti, e su piano teorico largamente fondati, non c’è dubbio. Per quale motivo una città così ricca di tradizioni gloriose e di testimonianze artistiche e culturali altrettanto preziose dovrebbe abbracciare un modello omologante e globale di sviluppo urbano? Per quale ragione dovrebbe assecondare la propria trasformazione in un parco di divertimenti accerchiato da vistose quanto inutili vestigia di cemento? Perché dovrebbe perdere i suoi abitanti e la sua memoria? E perché la comunità locale dovrebbe smarrire la coscienza del proprio diritto alla città, consegnandone le sorti a committenze e progettisti completamente sradicati? In definitiva, l’analisi pare davvero convincente – “sounds good”, si direbbe – al punto che il capoluogo lagunare assurge plasticamente a prototipo perfetto di un caso che può riguardare, ormai, tante altre città storiche e che si presta, dunque, a simboleggiare in modo suggestivo i capisaldi delle nobili battaglie che l’Autore ha dimostrato di voler condurre finora (da Paesaggio Costituzione Cemento a Azione popolare. Cittadini per il bene comune).
A ben pensarci, però, l’approccio proposto da Settis – che sulle chiare e dichiarate orme di Henri Lefebvre, rilancia senza infingimento i toni impegnati di un classico del pensiero marxista degli anni Settanta – rappresenta ancora tutti i limiti di chi è forte nella pars destruens e debole, se non muto, nella pars construens. Non si può, certo, credere, ad esempio, che il rimedio alle tendenze degeneranti dell’architettura contemporanea possa consistere nella formulazione di un “giuramento di Vitruvio”, sul calco di quello, più noto, di Ippocrate. Ma soprattutto, di fronte alle tesi di Settis, non si può resistere all’impressione che, per far sì che i cittadini si riapproprino del loro spazio e dei relativi tesori, sia indispensabile presupporre che essi si diano tuttora come corpo autocosciente, con l’eventualità che i loro progetti si rivelino molto meno virtuosi di ciò che dall’alto della critica si può soltanto supporre. D’altra parte è assai evidente – e tanto più lo è nel caso veneziano – che di una simile collettività vi è poca traccia e che il più delle volte essa assume le fisionomie di un corpo tanto sfaccettato e frammentato quanto conservatore, nostalgico e campanilistico (giacché, come è noto, anche il riferimento alla storia, alla civiltà e alla loro tutela può scivolare nel più comodo degli alibi come della più inutile delle pose). Allo stesso tempo, è inevitabile riconoscere che la vita di una città passa per mutazioni costanti, che possono alimentarsi anche soltanto di sovrapposizioni, riusi o camouflages, ma che, come tali, ambiscono comunque a cercare identità nuove, potenzialmente molto distanti dal canone originario. I molti e curiosi nomi delle calli e dei campi di Venezia continuano a tradire un brulichio di esperienze, di vicende, di commerci e di mestieri, sovrapposti e mai del tutto compiuti. La città, in sostanza, non può nutrirsi soltanto di grandi speranze, poiché ruota, ancora e sempre, attorno ad un’insopprimibile esigenza di concretezza e di futuro effettivamente afferrabili. Se proprio si vuole percorrere la strada di una riscoperta reticolare della città, allora, rispetto alla (pur) condivisibile (ma astratta) istanza di (un?) bene comune, meglio affidarsi ad una diversa microfisica del potere e alla resistenza di tanti piccoli fatti, come sta avvenendo con successo in altrettanti Comuni italiani. Il tempo della retorica può anche aspettare.
Per continuare a riflettere sul tema: P. Maddalena, Il patrimonio, bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico (2014); P. Berdini, Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano (2014); S. Marini (Edited by), Future Utopia (2015).
Nella Gerusalemme di fine 1959, Shemuel Asch, giovane e goffo intellettuale socialista, sta lavorando a una tesi di dottorato su “Gesù in una prospettiva ebraica”. È in difficoltà: non riesce ancora a capire quale possa essere questa prospettiva, che tuttavia lo affascina; la ragazza lo ha lasciato, per sposarsi con un suo ex; e ancora, come se ciò non bastasse, la ditta del padre è fallita, così la sua famiglia non può più aiutarlo a pagarsi gli studi e l’alloggio. Decide, allora, di abbandonare la ricerca e di rispondere a un annuncio che ha letto in un caffè. Si trasferisce in una vecchia casa ai confini della città, dove deve badare a un anziano, malato e loquace signore, Gershom Wald, tenendogli compagnia, e dove conosce Atalia Abrabanel, che vive con il vecchio e che sembra custodire molti e grandi misteri. Le cose, in effetti, stanno proprio in questo modo. Perché Atalia è la figlia di colui che gli israeliani considerano un grande traditore, dell’uomo, cioè, che si era opposto alla creazione del nuovo Stato. Il padre Shaltiel sognava la convivenza pacifica tra ebrei e arabi; per questo era stato trattato come i cristiani avevano trattato Giuda, l’apostolo prediletto dal Cristo e il più infedele al contempo, la figura su cui Shemuel, il dottorando in crisi, medita incessantemente. Ma ciò che più lo assilla – stretto tra la preoccupazione per le sorti del suo tormentato Paese e la valenza decisiva dell’interpretazione del ruolo di Giuda – è il fascino di Atalia, la sua triste e cinica bellezza, di cui è destinato a conoscere fino in fondo la sensuale profondità e le drammatiche ragioni. Come nei migliori racconti filosofici, la risposta a tutti gli interrogativi di Shemuel viene sulla strada del deserto e sta nell’individuazione dell’unico interlocutore possibile, se stesso.
Le chiavi di lettura di questo romanzo sono diverse, eppure tra loro comunicanti. Un primo motivo è quello che intreccia il discorso sulla fondazione dello Stato di Israele e sull’azione della classe politica che l’ha realizzata con l’enigma del significato della figura di Giuda negli avvenimenti della morte di Gesù e della nascita del cristianesimo. Seguendo un canone tanto famoso quanto obliquo, Giuda viene rappresentato come l’autore di un tradimento necessario, tanto provvidenziale quanto capace – in prospettiva ebraica, per l’appunto – di concretare l’evento da cui è sorta e prosperata un’ideologia nuova e irresistibile, ma eccessiva. Eccessiva e, quindi, degenerata quanto lo sono l’origine e la sorte sempre e irrimediabilmente conflittuali di uno Stato che non riesce a evitare la violenza e che, nel dialogo con gli altri popoli medio-orientali, non sa ripercorrere la chance che Gesù aveva proposto alla sua gente. Da questo punto di vista, Oz si conferma, innanzitutto per il suo Paese, una voce risolutamente critica e controcorrente: è agli israeliani di oggi che parla, a quella società complessa e multiculturale che, ora più che mai, cessata l’età eroica del sionismo militante e della sua vincente espressione laburista, è attraversata da forti e pericolose radicalizzazioni identitarie. E che, come Shemuel, deve cominciare a farsi delle domande, senza attendere che una soluzione giunga improvvisa dall’esterno. Esiste, poi, anche un’altro livello narrativo, ben più sofisticato, tutto racchiuso nel faticoso e ingenuo rapporto tra il giovane dottorando e Atalia. È il piano, o il campo, del risentimento, che alla seconda impedisce di amare davvero, e che non si rivolge solo contro coloro che hanno mandato a morire il giovane marito, poiché la sua genesi è, per prima cosa, nella percezione dell’indifferenza del padre. Qui la lezione di Oz si complica, nonostante il nesso con la rievocazione di Giuda sia strettissimo: è sempre il mistero dell’amore a farla da padrone, e in questo secondo caso si comprende che non può mai trattarsi di un istinto esclusivamente intellettuale, né di una pulsione unilaterale, bensì di una pratica concreta, che si alimenta di una relazione di ascolto reciproco e di una dimensione emotiva e corporea fragile e incommensurabile. Va detto che, soprattutto per il lettore europeo, l’ultima fatica del grande scrittore israeliano può non sembrare all’altezza delle opere precedenti. Tuttavia è solo un’impressione, dovuta alla sublimazione in immagini estremamente semplici di un’interrogazione profonda, personale e collettiva, nella quale ogni personaggio è molto al di là di ciò che apparentemente incarna. Ci sono tanti libri che, per risultare appaganti, esigono di essere letti almeno due volte. Per lo più è un difetto; nel caso di Giuda è il marchio di una fabbrica che si conferma particolarmente affidabile.
Recensioni (di Sivan Kotler, di Paolo Perazzolo, di Giulia Maselli)
Estate 1981: Giacomo Colnaghi è sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano e sta indagando sulla morte di un uomo politico, assassinato da un gruppo terroristico. Fa la spola tra la metropoli stretta dall’afa, Saronno – il suo paese natale – e la costa ligure, dove si trovano la moglie e il figlio per una breve vacanza. È un magistrato atipico; vuole capire, al di là della ricognizione degli eventi e dell’interpretazione delle norme e della loro applicazione. Ha dei riferimenti molto forti: il magistero di Guido Galli, ucciso da poco più di un anno per mano di Prima linea; le riflessioni scomode di Dante Troisi, il cui diario lo colpisce nel profondo; il ricordo del padre Ernesto, giovane contadino morto da partigiano e da piccolo-grande eroe incompreso di un’Italia ancora da venire. Proprio la storia del padre si alterna al racconto delle investigazioni, degli interrogatori e dei tormenti, anche personali, di Giacomo, il cui assillo non è quello di compiere un dovere astratto e formale, bensì di cercare la giustizia, al costo – se necessario – di riuscire a perdonare: “Eccezioni sempre, errori mai”, questo è il motto che dirige le sue azioni. Colnaghi è sempre alla ricerca, e si confronta con i suoi più cari amici, il libraio Mario e il giudice Doni, che, però, non riescono a cogliere fino in fondo le ragioni della sua inquietudine, né ad evitare l’avverarsi di un destino sempre temuto e quasi atteso.
Con questo romanzo – che unito al precedente Per legge superiore, forma un “dittico ideale”, secondo la definizione data dallo stesso Autore – Fontana ha vinto il Campiello 2014. I motivi del successo si intuiscono: l’intreccio con un filone molto gradito in questi ultimi anni (la produzione letteraria sulle vittime del terrorismo è stata tanta e di ottima qualità); una scrittura semplice, asciutta e rigorosa (e quindi molto adatta all’esigente registro etico e civile del testo); uno sguardo originale e interessante (che alla semplicità – o quasi assenza – di una trama da svolgere sovrappone con efficacia lo scavo psicologico e deontologico). Come per il libro del debutto, tuttavia, si prova una sensazione di incompiutezza, un inappagamento che non si può superare con la sola constatazione di un indubbio talento compositivo. A questo stile, pensandoci bene, manca una spina dorsale; gli difetta, in altre parole, una verità, che, in letteratura, non può mai essere quella dei puri fatti, o delle questioni morali riconosciute o largamente dibattute, o degli interrogativi socio-politici ficcanti perché giudicabili come intrinsecamente intelligenti. In letteratura, ciò che conta è innanzitutto la persuasione, non l’aspirazione a raggiungerla, per quanto fresca, nobile e determinata. Senza la persuasione traspare solo una certa paura, il timore di non avere o di esprimere una tesi, di non saper sostenere una lettura deliberatamente unilaterale. Chiarire che cosa si nasconde dietro il gesto del fare giustizia; comprendere il perché delle molte e perdute occasioni di nascita collettiva di uno specifico e virtuoso carattere nazionale; svelare l’intima ambiguità dei racconti, per quanto diversi, sulla Resistenza o sugli Anni di Piombo; testimoniare l’umanità e la fragilità di chi rappresenta lo Stato e la sua forza: tutte queste operazioni sono certamente meritevoli; e Fontana sembra essersi messo sulla strada giusta, per questo non può che piacere. Ma convincerebbe ancor di più se avesse il coraggio di tendere un indice e di mostrarci senza vergogna una nuova e possibile versione delle cose.
Recensioni (di Giacomo Giossi, Francesca Visentin, Angela Arbore-Giovanni Zaccaro, Paolo Nori, Clotilde Bertoni)
Ho deciso di accostarmi a questo libro in occasione di un viaggio a Napoli. Di Rea avevo già letto lo splendido L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato. Anche Mistero napoletano mi ha colpito, lasciandomi, tuttavia, un senso di sottile e ambivalente inquietudine, e che nonostante ciò direi comunque positivo. Rea riesce ad intrecciare con efficacia il viaggio sentimentale, l’indagine giornalistica e il saggio socio-politico, facendo perno, però, sulla ricostruzione dolorosa di una tragedia personale e familiare. Il racconto della drammatica traiettoria di Francesca Spada, giornalista della sede partenopea de L’Unità, e della sua doppia e tumultuosa relazione, con il partito comunista e con Renzo Lapiccirella, colto e irregolare compagno della medesima redazione, diventa così il pretesto per raccontare della Napoli degli anni Cinquanta, delle gabbie costrittive di un PCI ancora avvinto dallo stalinismo, della militarizzazione forzata di una città in tal modo condannata a non conoscere più un vero e proprio sviluppo. Si tratta di uno scorcio appassionante, in cui si rievocano le divisioni tra la frangia amendoliana del partito e le proposte destabilizzanti del cd. “Gruppo Gramsci”, tra le tesi di un meridionalismo forse un po’ troppo ambiguo e quelle di un approccio più radicale, teso a porre nuovamente al centro dell’attenzione la questione dell’unità dello Stato come questione della garanzia presupposta di qualsiasi rivoluzione democratica della società nazionale.
Tutta la narrazione, però, è funzionale ad un unico scopo: comprendere le ragioni del suicidio di Francesca, e quindi riviverne il carattere, le ambizioni, i desideri e l’istinto quasi romantico per un comunismo ribelle e anticonformista. Nell’affresco di Rea, che l’ha conosciuta e ne è stato amico, l’epilogo della storia di Francesca ha la forma di un sacrificio estremo al Moloch di un’organizzazione che l’ha sempre rifiutata, e anche di un assurdo atto d’amore per la salvezza politica di Renzo e dei loro figli. In definitiva, Francesca muore da sconfitta e da eroina allo stesso tempo, e choc e commozione sono inevitabili, perché preparati sin dall’inizio da un’indagine talmente intima e sofferta da suscitare la partecipazione più acuta. In questa prospettiva, la scelta di articolare il discorso come se si trattasse di un diario è particolarmente azzeccata. Ma la sorpresa più grande è che la lettura stimola la più universale nostalgia per tutti i sogni civili e sentimentali della giovinezza; anche di chi, pur non avendo vissuto i dolori, i timori e le grandi speranze del dopoguerra, può accorgersi all’improvviso di aver conosciuto il sua, personale, eroe e di aver sperimentato il sapore amaro di una sconfitta morale e sociale apparentemente ineluttabile. Mistero napoletano, comunque, può essere anche una formidabile fonte di riflessione: su figure geniali e pressoché mitologiche, come Renato Caccioppoli, e sull’esistenza di una napoletanità alternativa ad ogni stereotipo e mitteleuropea, possibile faro, mai realmente acceso, di una comunità intellettuale nazionale che ha sempre e fin troppo amato il potere e l’istituzione.
Una vecchia recensione di Erri De Luca
Per continuare a seguire il racconto di Ermanno Rea: Il caso Piegari
Palermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.
Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.
Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.
La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)
Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)