I motivi per leggere questo poliziesco possono essere due. Innanzitutto si avvicina l’inverno, e quindi non c’è niente di meglio di un romanzo ambientato in luoghi in cui il freddo è senz’altro uno dei protagonisti. Oltre a ciò, non si tratta del solito giallo nordico: la trama è intrigante, ma il punto di forza è la capacità di incuriosire il lettore sulla storia, sui costumi, sulle condizioni attuali e sulla rappresentanza istituzionale della popolazione di etnia Sami, ossia di quelli che noi definiamo come Lapponi. È questo antichissimo e misterioso “popolo delle renne” a prestare alle pagine del romanzo tutto il suo innegabile fascino. Non mancano, in verità, alcuni elementi scontati: la critica per le storiche politiche di assimilazione forzata condotte dagli stati scandinavi; il mito di una cultura profondamente semplice e incontaminata; l’accusa alle tendenze xenofobe dei partiti di ultra-destra e alle spregiudicate operazioni industriali e commerciali poste in essere dalle multinazionali minerarie. Tuttavia, la magia dell’ambientazione regge, e così possiamo salutare il debutto di un nuovo team investigativo.

Klemet e Nina formano una delle tante pattuglie della polizia delle renne, che, come espressione volta a tutelare la minoranza Sami, non ha confini, e quindi può muoversi tra Norvegia, Svezia e Finlandia, per prevenire e dirimere i conflitti tra gli allevatori di questi particolari e vaganti capi di bestiame. Lui è un Sami, ed è un poliziotto esperto; lei è della Norvegia meridionale, ed è al suo primo incarico artico. Gli eventi li portano ad indagare su due fatti indipendenti ma pressoché concomitanti: il furto di un rarissimo tamburo rituale da un museo di Kautokeino; la morte violenta di Mattis Labba, un solitario e ambiguo allevatore della zona. Alcuni sospetti sono troppo facili e rischiano di riacutizzare il dolore di una discriminazione ancora imperante. Le reticenze dell’anziana Berit e l’ostinato silenzio del solitario Aslak non semplificano le cose. Nel frattempo, arriva sul posto un geologo francese, e le sue trame sembrano infittire i nodi da sciogliere, intrecciandosi con i disegni non certo nobili del vecchio Karl Olsen. È la memoria del popolo Sami, custodita nel prezioso tamburo, a mettere i due partner sulla strada giusta, aiutati dalle tracce di una vecchia spedizione scientifica, dai caratteristici joik del vecchio zio Ante e dall’expertise di una ricercatrice a dir poco granitica. La conclusione è quasi matematica, nel senso che si lascia facilmente attendere ben prima della fine del libro, con una chiusura che è lieta solo in apparenza e che ripete ancora una volta un’inarrestabile e tragico destino di sopraffazione, sgomento e abbandono.

Un recentissimo convegno sui diritti delle popolazioni indigene

Il “caso della diga di Alta” (di cui si parla anche nel romanzo)

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Milano d’autunno è sempre carica di suggestioni, e anche di sorprese. Durante un blitz convegnistico alla Statale, nel bellissimo chiostro della Ca’ Granda un collega mi parla di Carlo Castellaneta e del suo Notti e nebbie. Poco dopo, come risultato di una rapida visita al Libraccio più vicino, un altro amico mi regala il volume che raccoglie in economica i tre romanzi di Colaprico e Valpreda. Castellaneta ci lascia tutti sul posto il giorno successivo (!), dunque l’ordinazione è un omaggio obbligato, ma ci vuole tempo. Passa così una settimana, e intanto la prima influenza della stagione ci mette del suo. Sicché afferro questo libro giallo (di forma e di sostanza) e mi abbandono alle consolazioni dell’improvvisa chance di lettura supplementare.

Avevo già apprezzato le abilità stilistiche del giornalista di Repubblica, ma l’accoppiata con il noto anarchico – per capirsi, quello che era stato processato, e poi assolto, per la strage di piazza Fontana – è interessante. E lo è, precisamente, in questa edizione Feltrinelli, che raccoglie in unico volume i tre pezzi scritti quando Valpreda era ancora in vita, pubblicati autonomamente per Tropea tra il 2001 e il 2002. Il maresciallo Binda, infatti, indaga anche in altri romanzi (in larga parte “farina del sacco”, di per sé munifico, del solo Colaprico: L’estate del mundial e La quinta stagione), ma sono i primi – Quattro gocce d’acqua piovana, La nevicata dell’85, La primavera dei maimorti – a battezzarlo e a farlo evolvere, dandogli la fisionomia inconfondibile del bonario e sveglio “anarcocarabiniere” lombardo, cui non difetta il passo del detective metropolitano.  

Al suo debutto, Binda è un ex maresciallo che ricorda uno dei casi più difficili della sua carriera, l’omicidio del Prof. Gariboldi, rimasto per lungo tempo insoluto ma infine sbrogliato proprio sulla base di una nuova intuizione del carabiniere in pensione, “piovuta” direttamente dal cielo. Questo Binda è un personaggio ancora un po’ malinconico, proteso verso una Milano che fu, moralmente solido e tutto “casa e strada”. È un investigatore acuto, che si muove alla Maigret, ma che anche i suoi Autori immaginano parzialmente ignaro di una verità che si nasconde in un epilogo sorprendente. Ne La nevicata dell’85, tuttavia, Binda, seppur a riposo, si taglia i baffi, conosce una nuova giovinezza e riscopre la passione, supera così il dolore per la scomparsa della moglie e si aggira nel cimitero del quartiere di Baggio, per capire quale possa essere la ragione che ha determinato la morte apparentemente accidentale di alcuni anziani signori. Binda, ora, ha le movenze del Duca Lamberti di Scerbanenco, e forse anche di Marlowe: come il principe dell’hardboiled americano si destreggia tra pericolose e indecifrabili figure femminili. Il finale di questa seconda indagine, però, è orchestrato secondo un copione classico, che ricorda un po’ Nero Wolfe e un po’ Hercule Poirot. La mutazione decisiva è in quello che Colaprico definisce come il libro migliore, ossia nel terzo racconto: che è focalizzato attorno alla figura del Binda giovane brigadiere, addestratosi assieme ai corpi speciali e spedito in incognito a San Vittore, in carcere, per comprendere il mistero di una catena di morti che lo costringerà a ripercorrere le strade di un traffico abietto e, con esso, i momenti più duri e ambigui della fine del secondo conflitto mondiale. L’ambientazione è quella delle contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta, e Binda, anche se continua a pensare in dialetto, potrebbe tranquillamente assumere le fattezze di un risoluto Franco Nero.

Ciò può senz’altro bastare per invogliare anche i più scettici. Nonostante i tanti riferimenti alla tradizionale letteratura poliziesca, espliciti o impliciti, Binda sintetizza perfettamente i canoni ricorrenti del noir all’italiana. Ma resta ancora inevaso il più spontaneo degli interrogativi: e Valpreda? Occorre dire che la presenza di questo singolarissimo testimone, qui nei panni dello scrittore, si avvertono in tanti dettagli: nelle descrizioni di certi luoghi meneghini, nel richiamo a sedi e riferimenti ideali del movimento anarchico italiano, nella persona dell’ex rapinatore Loris, nella ricostruzione della routine carceraria e dei suoi molti e angosciosi disagi, in qualche rapida, ma chiara, allusione ad uno dei periodi più delicati e oscuri della Repubblica… Un valore per nulla tangenziale, poi, ha la Nota dell’autore superstite, che Colaprico dedica, prima di ogni romanzo, al suo curioso compagno di scrittura e all’amicizia che ha finito per avvicinarli sempre di più. Ad ogni modo, grazie a Le indagini del commissario Binda si ricompone con tratto vivace e consapevole uno spicchio importante della storia sociale dello Stivale.

Una bella recensione a La primavera dei maimorti (di Matteo Collura)

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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

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Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

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“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

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Come è stato scritto poco tempo fa, proprio in occasione dell’uscita di questo libro, Genova è un contesto ideale per l’ambientazione di un giallo, e ancor più per immaginare una serie di misteriosi casi da far risolvere a un qualche simpatico detective. Penso all’impareggiabile Bacci Pagano dei bei romanzi di Bruno Morchio – ma solo di quello pre-Garzanti e made in Fratelli Frilli, per intendersi – e la dimostrazione di questi assunti è presto fatta. Le povere signore Gallardo non costituiscono un’eccezione: la cosa bella del racconto, infatti, è l’intrico di vie, viuzze, creuze, piazze, piazzette e caruggi in cui i protagonisti talvolta sembrano muoversi come formiche. Vien quasi voglia di farsi uno Smartbox e correre nelle braccia della Superba.

Se c’è, invece, un aspetto che convince poco nel racconto, lo si può individuare in alcune situazioni e alcune figure un po’ troppo stereotipate. Ecco, se Paternostro ha peccato, lo ha fatto per abbondanza, scagliando all’interno della stessa trama troppi protagonisti convergenti: un libraio scapolo esperto in gialli, un antipatico professore di storia e un sagace poliziotto (che però assomiglia molto al Proteo Laurenti di Heinichen, solo un po’ più lento, perché incrociato con Maigret, vero nume tutelare dell’opera). Ciascuno di loro sarebbe stato sufficiente. Per di più, questi vengono fatti interagire attorno ad un frammentario diario ritrovato (un altro classico…), che mette a rischio la vita di uno di loro e che li conduce ben presto, tra intrighi finanziari di alti prelati, criminali di guerra in fuga e segreti della lotta partigiana, a riaprire una vecchia indagine, quella sulla strana morte di due anziane signore, Caterina Gallardo e Ines Dossi Bastimenti, trovate uccise nella loro villa. La storia, peraltro, parte proprio da Caterina, all’inizio del Novecento: e così il romanzo viene progressivamente montato, fino all’epilogo, mediante la suggestiva sovrapposizione di tempi e luoghi diversi.

In generale, si può dire che questa seconda prova del commissario Falsopepe – l’investigatore creato da Paternostro e già comparso in Troppo buone ragioni – è gradevole e può piacere a tanti lettori, anche se, in definitiva, sa un po’ di maniera e, profilo non trascurabile, se ne intuisce il finale molto prima delle pagine conclusive. Gli appassionati, comunque, potranno godere di alcune specifiche caratterizzazioni, assai riuscite e a loro modo inquietanti, come quella del cardinal Caffi e del giovane Attila. Un ultimo appunto critico, sul quale l’Autore verosimilmente non ha alcuna responsabilità, è la copertina, che è molto interessante ed ammiccante, senza tuttavia avere nulla a che fare con il contenuto del volume (a meno di non voler pensare che le tre signore in nero che fanno da sfondo al titolo siano, per avventura, le due anziane uccise e la loro domestica). Insomma, Le povere signore Gallardo ha tutti i crismi del tipico giallo estivo: ci ha consegnato qualche ora piacevole e ce ne dimenticheremo presto a settembre.

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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Il Brujo è un vecchio zoppo, che oltre tutto è privo di un occhio e vive da barbone, in una foresta del profondo Ecuador, riverito e temuto come uno stregone. Il giovane Sauro, italiano ex turista alla deriva, vivacchia in un villaggio lì nei pressi e si mantiene scrivendo per la tv locale i sottotitoli di vecchi programmi trash del suo Bel Paese. I due interagiscono quasi per caso, e il primo racconta presto la sua vita al secondo, e alla sua strana ed improvvisa compagna d’ascolto, l’eccentrica e disinibita Martina. Così il Brujo, alias Prudencio Picassent, alias Nesto Bordesante, antico fenomeno del calcio uruguagio, svela al suo uditorio gli episodi salienti, i segreti dolorosi e le tante peripezie di una esistenza passata tra la pampa e i campi da calcio, ma anche tra vizi e successi che negli anni Trenta solo un talento cristallino e un forte profilo guascone potevano dischiudere ad un orfano, in Sudamerica come nell’Italia fascista. Il resto è lo svolgimento scanzonato di un racconto che attraversa il secondo conflitto mondiale e che si interrompe sul più bello nel modo più naturale e spontaneo, come se si trattasse di una vicenda normale e vera.

La verità, però, spunta solo sullo scenario storico e geografico che fa da contorno alla trama, perché il Brujo,  il protagonista con cui interagisce Sauro, alter ego dell’Autore, è pura invenzione, come lo sono le identità dietro le quali ha vissuto tutte le sue avventure. Il bello di questo esordio – che ha vinto il Premio “Parole nel Vento” 2013 – sta tutto qui: la voce della fantasia è lasciata libera di scorrere, senza infingimenti e senza gabbie, e con un risultato finale di sincero appagamento, che tale dev’essere stato anche per lo scrittore. Non è un romanzo “alla Soriano”, non ci sono lezioni o morali da assumere o da contemplare, se non quelle elementari che soltanto i puri e semplici accadimenti possono insegnare. Se dovessimo tentare un raffronto, allora oseremmo evocare un felice disimpegno made in Salgari, augurandoci la stessa prolifica continuità. Anche se tempi e intrecci sono assai diversi, ed anche se Marelli dimostra una spiccata sete d’ironia, che quasi lo porta, al termine del romanzo, a fare il verso a se stesso. Per ora, ad ogni modo, c’è senso del ritmo, della fabula e del suo intrinseco incanto: e tanto basta a riconoscere i segni di una credibilità letteraria a tutto tondo.

Recensioni (di Nicola Fiorita e di Antonio D’Orrico)

Un’intervista all’Autore

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Le strade che percorriamo usualmente potrebbero raccontarci storie che non ci aspettiamo. Un tempo quelle strade erano al centro del mondo, forse di più di quanto non lo siano oggi. Intersecavano importanti itinerari di commercio, attraversavano confini di regni e di imperi, aprivano la via a viaggi lunghissimi e talvolta transoceanici. È su queste rotte che Malaguti colloca le avventure dei suoi umili perteganti tesini, in un Settecento che ci appare talmente complesso e glocale da poter stupire il più attento osservatore contemporaneo. E così anche Pieve Tesino, la Valsugana e la città di Bassano del Grappa riemergono in una vicenda che, senza concedere troppo alla fantasia, si rivela presto degna di Wikileaks e dei più pericolosi intrighi internazionali.

Sebastiano Gecele, come tanti suoi conterranei del Tesino, vende in tutta Europa le stampe prodotte dalla rinomata ditta della famiglia Remondini. Ma questa attività lo porta anche nel Nuovo Mondo, dove impara a conoscere che il suo piccolo commercio può anche veicolare messaggi pericolosi, dal potente significato politico. Lo smercio di una stampa, in particolare, un’allusiva raffigurazione del giudizio universale, lo mette nei guai, ed è costretto a sparire, abbandonando la sua già lontana famiglia. A distanza di qualche anno, il figlio Antonio, che si sta apprestando ad affrontare lo stesso mestiere del padre sotto la guida del vecchio Grimo, va alla ricerca di Sebastiano, in una missione che gli farà scoprire un grande amore, e dalla quale dipenderanno le sorti dei Remondini e delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia, il Papato e le Corone di Spagna e di Francia.

Questo secondo romanzo rappresenta un momento di crescita per Paolo Malaguti, che si cimenta con un genere diverso da quelli sperimentati finora con ottimi riscontri. Tuttavia la cifra di questo Autore è rimasta intatta, e la ritroviamo, in particolare, nella contaminazione linguistica tra italiano e dialetto locale, nella preferenza per il tema storico e per il punto di vista dei più piccoli protagonisti, nell’amore per la profonda semplicità della cultura contadina e nella predilezione per il rapporto padre-figlio e per quella delicatissima fase della vita che segna il principio della maturità. Da quest’ultimo punto di vista, I mercanti di stampe proibite ripete da vicino lo schema de Sul Grappa dopo la vittoria. Ma non è mancanza di originalità, e qualunque lettore può presto accorgersi del sincero e spontaneo affetto che lo scrittore prova per situazioni e figure che, proprio in quanto esemplari, continuano a suscitare naturalmente anche la nostra simpatia.

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