È il libro che quest’anno ha vinto il Premio Campiello e che senz’altro può appagare una sensibilità trasversale a diverse fasce di lettori. Gli ingredienti giusti ci sono tutti: è una saga di famiglia, ambientata in una terra piena di contrasti e storicamente difficile; è un racconto di passioni, sentimenti e rivendicazioni socio-culturali; è un viaggio alla ricerca delle proprie radici e dei misteri su cui poggiano; è un dialogo tra un padre ed un figlio; è un esperimento di mescolanza linguistica e di sinergia semantica; è un atto d’amore nei confronti delle ricchezze straordinarie che l’Italia custodisce nella profondità del suo passato.

La genealogia degli Arcuri è ripercorsa dalle parole dell’ultimo maschio della stirpe, la chiara voce dello stesso Autore, anch’egli originario della Calabria e trapiantato in Trentino. Ma il personaggio principale è il Rossarco, una collina profumata che la determinazione della famiglia ha reso fertile nel corso dei decenni. Sul Rossarco, ed alla sua ombra, accadono tutti i principali fatti del romanzo, ed è il Rossarco, infatti, ad attirare le attenzioni di Paolo Orsi, uno dei più importanti archeologi dell’Italia unita. La sua ricerca, quella dell’antico insediamento di Krimisa e dei tesori della Magna Graecia, si intreccia in modo decisivo con la vita di Michelangelo, il padre dell’io narrante, e di sua sorella Ninabella. Sono molti gli accadimenti, tristi e felici, che i due si trovano ad affrontare, sullo sfondo di una società ancora arretrata, che, tuttavia, ambisce a migliorarsi e “riscattarsi”, nonostante povertà, ignoranza, sfruttamento e prevaricazione sembrino cifre immodificabili di una condizione destinata a ripetersi anche nel futuro. La rivelazione conclusiva, dovuta ad un improvviso e rovinoso evento, suggella il vero e diretto lascito del libro, anticipato, sin dall’inizio (p. 20), dalle parole del colto e attento Orsi: “Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche”.

Forse la lettura può ispirare un senso di déjà vu (o sarebbe meglio dire di déjà lu). Eppure la sintesi di istinto, cuore, fervore ideale e politico tiene. L’Autore, infatti, si abbevera del migliore meridionalismo, personificato anche nella figura di Umberto Zanotti Bianco, fatto interagire direttamente con i protagonisti della narrazione, e quindi del tentativo di coniugare crescita civile ed economica con crescita culturale e morale, saldandole entrambe alle radici di un impegno collettivo e diffuso che esige da secoli di trovare credibili punti di approdo. La lezione, naturalmente, non vale soltanto per il Sud; vale per tutta l’Italia.

Una lunga serie di recensioni (dal sito dell’Autore)

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Leggo Petros Markaris dai tempi di Difesa a zona. Mi riesce naturale essergli fedele, perché è davvero facile appassionarsi ad un commissario come Kostas Charitos, che nelle difficoltà del mestiere, così come in quelle familiari, si aggrappa al vocabolario e riflette sulle parole. Se non ci capisce più nulla, sfoglia il Dimitrakos; se fosse Montalbano, al quale da molti viene accostato, sfoglierebbe il Devoto-Oli, e la cosa mi fa sempre sorridere. Charitos, poi, è dotato di una pazienza, di una franchezza e di un’umanità che, alla lunga, ne rappresentano le doti che gli permettono di risolvere i pasticci su cui deve indagare e che lo rendono anche incredibilmente simpatico, come poliziotto dall’innato buon senso e dal radicato realismo.

Nell’ultima “avventura” il commissario ellenico è alle prese con una vicenda tanto grottesca quanto adeguata alle tragiche contingenze dell’attuale crisi economica: un misterioso Esattore nazionale uccide gli evasori fiscali che non si pentono e che non versano il dovuto nelle casse del poverissimo erario greco. Così per Charitos riprende l’ordinario calembour di ipotesi e ricerche, supportato dalla sua squadra e, soprattutto, “sballottato” tra le vie di un’Atene in disarmo, costantemente in sciopero e in protesta, e le ansie della figlia Caterina, morsa dallo sconforto che, come abbiamo recentemente tematizzato nel nostro Paese, attanaglia tutta la “generazione perduta”. Sul primo versante, rischia di giocarsi una promozione insperata; sul secondo, teme che la sua “piccola”, da poco sposata, lasci per sempre la Grecia.

Naturalmente Markaris regala dettagli avvincenti e lascia che la nostra immaginazione scorrazzi tra siti archeologici, poemi classici e “velenosi” ricordi filosofici. Ma il quid pluris della storia è tutto nella descrizione del contesto, quello di uno Stato e di una società alla corda, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello morale. Nel ritrovato e conclusivo coraggio di Caterina, tuttavia, c’è sicuramente un segnale di speranza; ed è bello, peraltro, che quel coraggio nasca dalla testimonianza di un amor di patria tenace, che viene da un passato di oppressione e di resistenza. Del resto, questa volta, si ha la sensazione che Charitos sia “stanco”, che anche il caso non venga risolto direttamente da lui e che ciò corrisponda ad una chiara scelta di Markaris: i genitori non possono combattere da soli crisi e corruzione; devono lasciare “la palla” anche ai propri figli, ai giovani, provando ad indicargli, se possibile, le migliori fonti d’ispirazione e creando, così, in verticale prima che in orizzontale, i presupposti per un nuovo “patto sociale”.

Petros Markaris sulle tendenze del crime novel in Europa

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Su questo racconto si devono subito chiarire due cose: 1) conoscere Joseph Roth soltanto per La marcia di Radetzky, per La cripta dei cappuccini o per Giobbe è un delitto, perché sono senza dubbio le novelle, i pezzi più brevi e apparentemente più facili, a confermare l’Autore austriaco come un vero maestro; 2) l’occasione per apprezzare questa singolare bravura è sempre buona, nel senso che anche le estemporanee iniziative editoriali promosse dai quotidiani possono condurci a riscoperte meravigliose e, con ciò, a qualche prelibatase e, con ciò, a qualche gustosa “degustazione” letteraria. Infatti Il capostazione Fallmerayer (1933), già comparso nelle raccolte più eleganti di Adelphi e di Passigli, non perde certo il suo fascino nella leggerissima edizione stampata per Il Sole 24 Ore nella serie I libri della domenica (edizione nella quale viene accostato, come nelle precedenti occasioni, anche ad un altro capolavoro, il racconto intitolato Lo specchio cieco, del 1925). È un concentrato di perfezione e di equilibrio, ma anche di significati molteplici e nascosti.

In una prosa essenziale, ma soppesata con attenzione certosina, Roth ci descrive, al principio, la vita ordinaria e monotona di un capostazione austriaco, Adam Fallmerayer. Per lui si tratta di giornate sempre uguali, passate a compiere sempre le stesse azioni, in un’atmosfera senza accenti. Anche la moglie e le due figlie gli sembrano quasi toccate in sorte. La felicità di questa famiglia non è “quella dei ricchi”, non è quella del “Sud”, di quel luogo meraviglioso verso il quale si dirigono i treni velocissimi che in quella stazione non si fermano mai, di quei posti nei quali anche loro hanno la possibilità, ma solo per una breve vacanza premio, di soggiornare e di capire che, in verità, i “ricchi” portano il “Sud” in qualsiasi luogo si trovino. Poi, tutto d’un tratto, in questo clima malinconico irrompe l’evento, e qui comincia la seconda parte del racconto. Perché proprio uno di quei velocissimi treni, diretti al Sud, deraglia rovinosamente, poco distante dalla stazione di Fallmerayer. Questi si precipita, quasi timoroso, per offrire il suo aiuto, ma rimane bloccato ed incapace di reagire. Tuttavia, sempre all’improvviso, deraglia egli stesso: viene letteralmente colpito, tra le persone che viaggiavano sul treno e che sono state portate in salvo, da una donna, una contessa russa, che cerca di assistere e di cui finisce segretamente per innamorarsi. Dopo qualche giorno, passato lo shock dell’incidente, la donna riparte per raggiungere il marito, ma nella casa di Fallmerayer le sue tracce sono ormai indelebili e le cartoline di ringraziamento che giungono alla stazione non fanno che renderle ancor più visibili. Passa così del tempo, l’Impero austro-ungarico entra in guerra, è il primo conflitto mondiale e Fallmerayer viene destinato al fronte orientale, in Russia: il deragliamento interiore non può che prendere definitivamente la strada cui era destinato sin dal principio. Il capostazione coglie ogni opportunità disponibile per studiare il russo e per ritrovare la nobildonna Anja Waleska, con la quale fugge fino a Monte Carlo, in un susseguirsi di piccole e grandi vicende, descritte da Roth con il senso di un’estrema naturalezza, sino ad un epilogo parimenti inevitabile.

Al termine, preso dallo stupore per la sensazione di felice compiutezza che la novella mi ha lasciato, mi accorgo che le interpretazioni e le letture “colte” di questo ineguagliabile pezzo della narrativa mitteleuropea sono moltissime. Alcuni, stimolati dal nome del protagonista (Adam), vi scorgono un’allegoria di stampo biblico, quasi che il “deragliamento” di Fallmerayer corrisponda alla “caduta” del peccato originale. Altri, sulle suggestioni del ritrovamento di un’ulteriore ed inedita versione del racconto tra le carte di Marlene Dietrich, favoleggiano sul finale alternativo che in essa è contemplato e sul fatto che, forse, Roth, pur non rinunciando all’esito drammatico, avrebbe dissipato ogni dubbio sull’esistenza di sentimenti autentici. Altri ancora, poi, analizzano i minimi dettagli della novella, cercando di trarne conferme sull’interpretazione complessiva del pensiero socio-politico dello scrittore, ad esempio immaginando che lo studio della lingua russa da parte di Fallmerayer sia un gesto di simbolica affermazione dell’austro-slavismo di cui Roth si era fatto portavoce. D’altra parte, e sempre restando al filone socio-politico, si potrebbe anche pensare che, come in una sorta di fosca ma acuta premonizione, il mediocre capostazione di provincia altri non sia che la “figura” di una piccola borghesia ineluttabilmente travolta dagli sconvolgimenti del Secolo e dal sogno “impossibile” e “irrazionale” di trovare sorti nuove e “più grandi” di quelle realisticamente consegnatele dalla Storia. Non manca, tra l’altro, chi evidenzia il sottile e continuo gioco di rimandi tra l’opera di Roth e altre grandi opere della letteratura continentale, come se si potesse constatare, anche in questo piccolo gioiello, la ricorrenza di immagini e di stilemi di per sé significanti: Fallermayer si innamora di una nobildonna russa, così come il giovane Castorp, ne La montagna incantata di Thomas Mann, si invaghisce di madame Chauchat, consorte di un funzionario russo.

A mio giudizio, tuttavia, il fascino del racconto non risiede unicamente in questo suo singolare spessore, bensì in ciò che rende possibile una tale fecondità, e quindi nell’aura che l’Autore ha costruito con voluta sapienza. È come un’onnipresente enigmaticità, unita, però, ad un senso di scivolamento complessivo che, allo stesso modo, pervade ogni pagina. A ben vedere, quest’aura è quella di un disagio palpabile, che si avverte dall’inizio alla fine, quando si rivela assumendo i contorni definitivi di una sconfitta, dell’unica certezza effettivamente disponibile. Ebbene, la magia è tutta qui: comprendere che la grande letteratura ci arricchisce e ci sazia comunque, anche quando vuole decifrare il fato individuale e collettivo, e quindi anche quando può scuoterci e intimorirci.

Una suggestiva puntata di Pickwick (da Rai.tv), sulle orme di questo racconto, ma non solo…

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Ho sempre provato un sentimento di “paura” e di “rispetto” nei confronti di Carlos Fuentes. Presentivo che avrei dovuto dedicargli tempo e concentrazione, più di quanti possano sembrare necessari per la semplice lettura meccanica delle parole stampate sulle pagine. Così, venuto il momento per quel tempo e per quella concentrazione, l’aspettativa è stata confermata: Carlos Fuentes è effettivamente lussureggiante ed allusivo, disorientante e profondo, metaforico e polifonico, sociale e politico, filosofico e psicologico… e quindi è impegnativo, come vuole essere anche il ritratto del Messico che in tal modo ci consegna. Leggere Fuentes è come leggere Faulkner, Steinbeck e Vargas Llosa contemporaneamente; può dare alla testa. Destino, l’ultimo romanzo di questa impareggiabile figura intellettuale, scomparsa recentemente, non fa eccezione: è il racconto intricato ed enigmatico di una vita giovane e apparentemente promettente, ma bruscamente interrotta, e narrata post mortem in prima persona dalla testa mozzata del protagonista, adagiata sulla battigia di una spiaggia dell’Oceano.

Questo romanzo può riassumersi in una serie di interrogativi, destinati a rimanere a lungo inevasi, fino all’epilogo, in cui tutto sembra chiarirsi paradossalmente, come se tutto fosse stato già deciso sin dal principio: chi è Josué Nadal? Perché è stato ucciso? Che senso hanno avuto un’infanzia e un’adolescenza in solitudine? Che ruolo aveva l’indisponente profilo di María Egipciaca, la governante che si è presa cura di lui? Perché le cose sono andate così? Che significato ha avuto l’incontro con Jericó? Per quale motivo i due ragazzi, presto diventati inseparabili, come Castore e Polluce, si sono divisi e poi riuniti e poi, alla fine, scontrati? Chi sono i tanti personaggi misteriosi che Josué incrocia nel suo lungo apprendistato di uomo? Chi è, veramente, Lucha Zapata? E chi è Miguel Aparecido, il detenuto che Josué visita in carcere, sotto la guida del suo mentore, Avv. Prof. Don Antonio Sanginés? Quale futuro può garantire il lavoro al servizio del potentisismo Max Monroy? Quale ruolo ha la bellissima ed affascinante Asunta Jordàn? Perché Padre Filopàter, precettore tanto amato, compare nuovamente sulla scena, ma solo per un attimo?

Naturalmente le risposte stanno tutte nel libro. Quello che preme sottolineare non è tanto l’impressione incombente ed invincibile che queste siano il risultato di un fato irrimediabile, prodotto dalla concentrazione diabolica di tante delle forze più oscure e tiranniche del mondo contemporaneo. Il punto qualificante di Destino è l’estremo e totalizzante sconforto, in una concezione del mondo, anzi, dell’universo, che è tutta omerica, e che “condanna” tutti e ciascuno – e così anche il Messico e il suo popolo, e così anche il sognatore ingenuo, ma anche lo spregiudicato più determinato e presuntuoso – ad essere parte di un disegno comunque imperscrutabile. La letteratura e il pensiero sono una risorsa, ma possono fare soltanto qualcosa. Le immagini in cui ne possiamo scorgere la presenza o sono tangenziali (perché condannate ad uno spazio di auto-esilio: la drammatica parabola di Filopàter, ad esempio, è eminentemente simbolica), o sono poste dopo la vita (il racconto e il sogno non sono di questo mondo, sono voci di una testa mozzata, auto-cosciente soltanto in quel momento). E la verità, di rimbalzo, o è la constatazione cinica di una cultura fine a se stessa (Don Antonio Sanginés ne è il campione più autentico) o è il delirio di un dialogo che si può fare, soltanto casualmente, con l’oltretomba (e così si ritrova a fare anche Josué, con gli indizi che gli vengono dati dalla voce cavernosa di Antigua Concepción), o è, in ultima analisi, la constatazione di arbitrari “giochi di società”, che il potere costruisce a sua immagine e somiglianza (così come Monroy ha voluto fare, fino in fondo, arrivando a perdere anche il frutto del suo atroce esperimento, giacché non ha potuto che farsi “Zeus”, non potendo certo diventare signore del destino). È proprio giusto, allora, avere “paura” del “terribile” Fuentes…

Due ricordi di Carlos Fuentes: Glauco Felici e Giovanni Dozzini

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Quando si comincia un libro, specialmente se è particolarmente lungo, occorre essere tenaci e non mollare l’osso alle primissime difficoltà. Le soddisfazioni, infatti, possono essere nascoste proprio dietro l’angolo della pagina successiva. O possono rivelarsi solo alla fine, serbando per le ultime righe lo shock adrenalinico di un’inattesa rivelazione o, viceversa, l’istante appagante del compiersi tanto atteso di un’intera e complessa narrazione. In ogni caso, bisogna resistere, anche quando lo stile è frammentato ed allusivo, anche quando tutto (frasi e dialoghi e struttura…) sembra intriso dal più casuale assemblaggio di pensieri, associazioni mentali, flashback e spezzoni di vera e propria azione. D’altra parte, spesso, si tratta solo di impressioni, e può darsi che la sensazione negativa non sia neppure attribuibile ai demeriti dell’Autore, ma a quelli del traduttore, per il quale non è detto che sia poi così semplice riportare in modo “ficcante” il gergo, i doppi sensi e la rapidità di un linguaggio che pretende di essere tratto direttamente dalla scena.

Se si ha a che fare con Peter Temple, o meglio, con una sua versione italiana, una premessa di questo tipo è più che doverosa. Essa si adatta, quindi, anche al caso di Verità, che, al di là dell’iniziale disorientamento, è un poliziesco ben riuscito. Come sempre accade, infatti, questo genere letterario raggiunge un buon livello soltanto dove supera, almeno per un po’, il piano della suspence e del mistero, per toccare temi più profondi e per consegnarci figure capaci di suscitare empatia. Stephen Villani, il capo della Squadra Omicidi, la suscita senza troppe difficoltà. È un duro, reso ruvido da una vita, familiare e coniugale, sempre in salita, e  per giunta condannato a misurarsi quotidianamente con grandi e piccoli episodi di brutalità, e con un ambiente di lavoro che pare alimentarsi soltanto di arrivismo e cinica indifferenza. Ma Villani – qui viene il bello – vive anche della nostalgia di rapporti affettivi fondamentali, mai integralmente vissuti, eppure di continuo ripensati, ricercati e riscoperti. Sono queste aspirazioni, mai sconfitte, a rappresentare la verità di Villani, quelle che lo aiutano ad affrontare le indicibili e terribili verità del mondo che, come un incendio, lo circondano, lo minacciano, lo vogliono corrompere e corrodere, e ne mettono, così, alla prova il carattere e la fortezza.

Verità, ad ogni modo, offre anche ciò che di meglio possono dare, contemporaneamente, un thriller ed un giallo: c’è l’intreccio tra crimine, affarismo e politica; c’è la classica dinamica tra poliziotti “buoni” e poliziotti “cattivi” (o peggio, inetti); c’è la risorsa di un’intelligenza acerba e diversa (quella che si coglie, per fare nomi, nel giovane “sbirro” aborigeno); c’è il giusto ritmo, che, quando serve, subisce le giuste accelerazioni o le altrettanto inappuntabili frenate; c’è un commissario pieno di intuito, che vuole vedere e saggiare le cose di persona, e che peraltro si trova a mescolare, come prevede il buon copione, vita professionale e vita privata; c’è il finale che un po’ “te l’aspetti” e un po’, però, lascia pensare a nuovi intrighi e a prossime avventure; c’è, sullo sfondo, palpitante, l’ambiguità ancora prevalente di un continente in bilico tra la fatale superiorità della natura e le contaminazioni altrettanto fatali della colonizzazione più sfrenata. Si può dire, senza timore di esporsi troppo, che in questo scampolo torrido di agosto, Peter Temple vale certamente qualche minuto di siesta pomeridiana.

P.S.: se c’è un besteller che offre più di qualche spunto per una serie televisiva di sicuro appeal, questo è l’ultimo romanzo di Peter Temple; un po’ mi duole ammetterlo (i libri sono libri, la Tv è un’altra cosa), ma è la pura… Verità! P.S. bis: al termine della lettura, per riflettere ancora e per riemergere dal clima tagliente e rovente del libro, non c’è niente di meglio che Diamonds On The Inside di Ben Harper… I knew a girl / Her name was truth / She was a horrible liar

Una recensione da The Observer

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Ho seguito un suggerimento, per me molto qualificato, e ho dato, così, una seconda possibilità all’Autore del fortunato Le dodici domande, il bestseller da cui Danny Boyle ha tratto, pressoché istantaneamente, l’ancor più fortunato The Millionaire. È sempre difficile dare ad uno scrittore una seconda possibilità: specialmente quando la prima si è tradotta in un’esperienza positiva e soddisfacente ma senza particolari esaltazioni. Qui, poi, si partiva ulteriormente “in salita”: i “sei sospetti” è un titolo che, dopo le “dodici domande”, rischia di nascondere i “tre porcellini”… Per non dire della mole, che, a dispetto del “dimagrimento” suggerito dal titolo, è quasi esattamente doppia rispetto a quella del precedente romanzo: 533 pagine nette. Il libro, dunque, che in Italia è arrivato nel 2009, l’avevo volutamente saltato. E invece…

E invece i pregiudizi sono sempre duri a morire, ed è giusto, quindi, che vengano impietosamente smentiti. I sei sospetti è, ancora, “un’esperienza positiva e soddisfacente”, e Swarup si conferma un divertito interprete delle più disparate pulsazioni della società indiana. Anche la mia fonte, così, vede ulteriormente rafforzata, ai miei occhi, la sua credibilità.

Diversamente da quanto ci si potrebbe attendere, I sei sospetti non è un giallo e non è un thriller. Nella consueta pagina dei Ringraziamenti, Swarup dice di aver voluto raccontare “le storie intrecciate di sei esistenze separate in uno spazio rigidamente schematico”. A me sembra che si tratti una comédie humaine – più alla Saroyan che alla Balzac – occasionalmente esplosa attorno ad un grasso fatto, tutto immaginario ma per nulla inverosimile, di cronaca nera, nel quale, per le circostanze più varie, sono sospettati sei individui. Questi, in teoria, per provenienze, ceto, cultura, professione, riferimenti ideali e religiosi, mai avrebbero dovuto incontrarsi; e invece la sordida identità della vittima dell’omicidio di cui sono accusati finisce curiosamente per attirarli come un magnete e per sovrapporne gradualmente le sorti.

I profili dei sei personaggi sono, a loro volta, sei diversi e piccoli romanzi. I “tipi” di cui essi narrano incarnano modelli molto “potenti” ed efficaci: il burocrate laido e corrotto, la diva del cinema alla ricerca della redenzione personale, il giovane aborigeno come perfetto “pesce fuor d’acqua”, il ladruncolo speranzoso del grande amore e del successo, il politico “mafioso” e senza scrupoli, il turista americano dallo sguardo bovino. Queste figure costituiscono il luogo di una satira feroce nei confronti di un corpo sociale in cui tutto, davvero, è possibile, anche se le più nobili aspirazioni paiono vocate alla dimensione ingannevole di miti oggi inadeguati (v. la possessione di Mohan Kumar), di innocenti e flebili speranze primitive (come sono quelle del povero Eketi), di ingenue e terribili consapevolezze capaci di “non bucare” mai il muro dei sogni (v. il rapimento di Larry da parte di una cellula terroristica). Sono il compromesso, la degradazione morale e culturale, un fato di intrinseca sudditanza e povertà ad avere la meglio, posti come sono su di uno sgargiante palcoscenico di sfrenato consumismo, ambizione, violenza e fobie collettive.

L’epilogo, però, non è atteso. Se tutte queste storie potrebbero anche non accadere, allora anche la scoperta del vero colpevole deve essere complessa. Nulla più è lecito aggiungere… se non che, nel finale, Swarup dimostra di aver metabolizzato un certo Paul Auster e che, se ci si vuole divertire anche al termine della lettura, è sufficiente sostituire Vicky Rai con qualche noto volto italiano, scuotere il vaso di Pandora ed abbandonarsi a trame altrettanto in-credibili.

Una breve intervista all’Autore

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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Già prima di leggere questo grazioso monologo pensavo che lavorare in una biblioteca non sia affatto un lavoro comune e che in tutti coloro che lo prendono sul serio non si tratti soltanto di svolgere determinate operazioni seriali (riordinare, catalogare, collocare, spostare etc.) ma anche di entrare in contatto con un potentissimo microscopio, il cui utilizzo esige una precisione e una disciplina assolute. La bibliotecaria cui Sophie Divry attribuisce il lungo “sfogo” di cui è composto questo libro mette in scena la rappresentazione e la “prova” perfetta di quella ricorrente impressione e mi consente anche di rammentare con simpatia tutte le figure, in carne ed ossa, in cui riconoscere, nella vita reale, stretti “parenti” o fedeli “seguaci” della protagonista.

Tolto l’unico profilo che senz’altro è poco convincente – ossia la coltivazione quasi masochistica e nevrotica, da parte dell’impiegata narrante, di una condizione di solitudine sofferente e affettivamente “monca”: è lo stanco stereotipo, per l’appunto, del “topo” di biblioteca… – l’esordio della scrittrice francese è decisamente brillante. La Biblioteca (con la B maiuscola, anche se si tratta di una biblioteca di provincia) vi assume i connotati di un’immagine del mondo: a volte così fedele, nello smascherare le tante piccolezze e volgarità delle comuni relazioni sociali; a volte capace di ergersi a metafora di un’alternativa ideale e assolutamente democratica, nella quale rendere accessibile a tutti le chiavi per progettare la propria vita e promuovere, con ciò, tutte le doti e le virtù che all’esterno paiono tanto trascurate; altre volte, ancora, fruibile come luogo di rifugio, di protezione, di conservazione e di “alimento”, per uomini e idee che non vogliono adeguarsi al paradigma del consumo letterario.

Sono moltissimi i punti specifici che meriterebbero una segnalazione ed un plauso. Ne ricordo alcuni: la felice assimilazione tra il sistema universale di classificazione Dewey e la tavola di Mendeleev (p. 8); la “tirata” sui “libri brutti”, rispetto ai quali “bisogna essere cattivi”, perché la Biblioteca è anche la sede di una selezione seria ed accurata dei meriti culturali, e la Cultura (sempre con la maiuscola…) “è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato” (p. 38); la paradossale (ma quanto reale!) “proprietà” delle Biblioteche, dotate della forza “soprattutto in estate” (di nuovo: quanto è vero!) di attirare “i matti” (p. 44). Un neo che non si può trascurare, invece, è nella scelta del titolo per l’edizione italiana: perché mai i titoli vengono così vistosamente, e così frequentemente, alterati? La cote 400 andava semplicemente mantenuto (La segnatura 400), non solo perché richiama il linguaggio tecnico del mestiere o perché allude alle “risorse” di ordine e di sistematicità che la Cultura può offrire alla povertà intellettuale dell’uomo contemporaneo; quella segnatura è molto importante nell’economia del racconto, è quella rimasta vuota, così come è vuota una parte dell’esistenza della querula bibliotecaria, che in quello spazio sperimenta l’aggressione della realtà sulla sua personale ed incompresa sensibilità e, più in generale, sulla logica intrinseca del sapere.

Il titolo corretto, del resto, sarebbe stato più adeguato alla tensione umoristica del pezzo. C’è un sottile divertimento, infatti, in questo libro, una specie di ironia, che attraversa anche le lamentazioni e i sogni più malinconici della bibliotecaria, e che risveglia un pizzico di comprensione e di complicità. E c’è – cosa che non si può non notare – un chiarissimo spirito francese, che nell’elogio, pieno di orgoglio, del luogo pubblico come occasione di edificazione e di fortificazione di virtù, anche private, conferisce al lungo discorso il tono di una satira complessivamente dolce, meno aspra e meno tagliente di quelle, sia pur bellissime, scritte dal nostro (bravissimo) Vitaliano Trevisan (v., ad esempio, Il ponte). Mi viene in mente, così, all’improvviso, un’osservazione: per essere realmente europei, noi italiani dobbiamo rinunciare un po’ di più alla disperazione e all’invettiva, e rivestire più spesso della sana fiducia e dell’altrettanto sano ottimismo che le Biblioteche e la Cultura possono assicurarci con poca fatica e a pochi passi da casa. La vera e costruttiva indignazione parte da lì.

Un’intervista all’Autrice (in francese)

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In questo libro la sua figura non compare, ma il ricordo di Padre Benedetto Mathieu è la ragione concreta della curiosità che ha determinato l’acquisto del volume e ne ha accompagnato tutta la lettura. È un ricordo lontano, in verità, frammisto a immagini di altre estati, passate tra Marina di Massa, Viareggio, Pietrasanta e Sillico di Pieve Fosciana. Proprio in quest’ultimo e minuscolo borgo della Garfagnana l’ho incontrato per la prima volta: l’eremita francese – da cui è stato ispirato anche Romano Battaglia, recentemente scomparso – vi ha fondato un Centro Internazionale di Cultura e Spiritualità. Soltanto a coglierne lo sguardo, si perde subito qualsiasi stereotipo sugli eremiti o, in generale, sugli uomini di fede, che effettivamente, quando sono veramente tali, riescono sempre a spiazzarti.

Di esperienze di “spiazzamento” ci racconta anche Espedita Fisher, reduce dai successi del super-recensito Clausura (2007). Le parti più belle di Eremiti, infatti, non sono tanto le dirette e tante voci degli incredibili personaggi che popolano le pagine – nelle quali ogni incontro tende a chiudersi in una sorta di intensa e variabile autobiografia spirituale – quanto le impressioni di sorpresa e inadeguatezza costanti che l’Autrice vive di fronte ai suoi diversi interlocutori e che, nonostante ciò, paiono rafforzarla in un autonomo percorso di ricerca. Non è un caso che l’ordine degli incontri ci venga presentato come la successione “provvidenziale” di occasioni “fatali”, che dovevano verificarsi affinché la scrittrice stessa potesse compiere il suo itinerario. Il fatto, poi, che questo risulti spesso casuale o anche goffo è il frutto di un espediente narrativo certamente voluto e riuscito: non possiamo, cioè, non identificarci, e non possiamo, quindi, non finire per incappare negli stessi quesiti che si pone Espedita; in buona sostanza, non possiamo, al termine della lettura, non fare i conti, sia pur in parte, con gli interrogativi profondi che l’eremitismo impone.

“Nel merito”, l’inchiesta della Fisher ci offre un regalo inaspettato e una conferma importante. Il regalo consiste nella rivelazione di piccoli e splendidi luoghi della montagna e della collina italiane, per i quali pare che il romitaggio non sia soltanto cosa di scelte personali, ma sia soprattutto affare di paesaggi e di atmosfere irripetibili (in Molise come in Calabria, in Abruzzo come in Umbria, in Toscana o in Lazio come in Veneto o in Sicilia): apprendiamo, così, che, fortunatamente, anche il paesaggio in taluni casi si è fatto “eremita” e si è “salvato” dalla diffusa devastazione urbanistica dei territori.

La conferma riguarda il fatto che tutte le figure degli eremiti intervistati nel corso del viaggio sentimentale dell’Autrice, da un lato, sono tra loro molto diverse (vivono in grotte, ma anche nel bel mezzo delle città; sono in contemplazione, ma sono anche consapevoli dei problemi che vive la nostra società; sono uomini, ma sono anche donne), dall’altro, si assomigliano in modo decisamente evidente (conoscere se stessi è l’imperativo trasversale, che spiega, in questi “protagonisti”, il frequente sincretismo dell’approccio religioso e la comune insistenza sulla privazione delle cose del mondo e sull’esperienza dell’altro come vie privilegiate per l’accesso alla chiave nascosta del proprio equilibrio naturale). La via, dunque, non è unica e prestabilita; ma c’è un linguaggio segreto, universale e costante, cui ci si può avvicinare soltanto con grande umiltà e disciplina.

Intervista all’Autrice

Una recensione (di Alessandro Zaccuri)

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Per i costituzionalisti italiani, ma anche per gli studiosi del diritto pubblico, Michele Ainis rappresenta senza dubbio uno dei più accreditati “nomi” della dottrina. In questa sua veste di interprete privilegiato delle dinamiche più attuali e controverse delle istituzioni del nostro paese, è anche noto a larga parte dell’opinione pubblica: come autore di interventi ed editoriali sui più importanti quotidiani, ma anche come ospite ricorrente in alcuni dibattiti televisivi o in alcune trasmissioni radiofoniche. Nessuno, tuttavia, ne aveva potuto apprezzare, finora, anche le doti narrative.

Doppio riflesso è un libro difficile e “scivoloso”, dallo stile e dal fraseggio magmatici e disorientanti; quasi che la sua scrittura costituisca il frutto diretto dello stesso smarrimento di cui è vittima Arturo, colui che ci appare subito, dalla prima pagina, come protagonista. C’è da chiedersi, però, altrettanto presto, se sia vero che il personaggio principale di questo romanzo, così atipico, è realmente questo irresoluto e smemorato agente di commercio, perseguitato da un sosia che gli “occupa” all’improvviso la vita, ed impegnato a scrivere un diario in cui cercare di recuperare, nero su bianco, il bandolo della matassa in cui si è raggomitolato il suo ménage quotidiano.

Non c’è dubbio che una storia esiste e che Arturo incontra “sul suo cammino” molte altre figure (da Pietro a Gea; da Gea ad Armida; etc.); tuttavia, sono anch’esse enigmatiche, “doppie” e sfuggenti, come le prime pagine di un libro che si sta cercando di comporre, come le pagine del Necronomicon, testo leggendario, creazione essa stessa di un genio letterario (quello di Lovecraft) e in quanto tale destinato a risultare tutto e il contrario di tutto. Nel racconto, l’unica cosa certa è la ricerca di quest’opera, che si interseca alle vicende di altri “figuranti”; eppure, il racconto stesso non sembra mai possibile, poiché Arturo, nello scrivere il diario, modifica il mondo che lo circonda e finisce sempre per perdersi sulle rive di una spiaggia capace di restituire tanti piccoli relitti e di testimoniare il senso di un costante naufragio.

Se Arturo riesca a “salvarsi” è domanda che occorre lasciare inevasa: la lettura del libro offre, sul punto, la risposta che il suo Autore ha pensato migliore. Vero è che in quella risposta, tanto semplice, si nasconde il segreto del libro: che è “un racconto sui racconti”, un romanzo sui libri e sulla loro potenza, sulla loro funzione di farci sperimentare incessanti “re-incarnazioni” e di proporci, per ciò solo, inesauribili questioni. Sono i libri, alla fine, i veri protagonisti; ma sembra di poter affermare, in aggiunta, che per Ainis essi non sono solo i protagonisti del suo ultimo libro, ma i protagonisti di tutta un’esistenza.

Intervista all’Autore

Una recensione (di Gabriele Pedullà)

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