fotoL’ultimo di Villoro è un romanzone concentrato e ipnotico, con una colonna sonora di tutto rispetto. Tony Góngora, zoppo e senza una falange, è l’ex bassista degli Extraditables e ha consumato la sua giovinezza tra droghe di ogni genere, sfiorando per pochi attimi l’olimpo del successo e seguendo il mito di Jaco Pastorius e dei Velvet Underground. Si è bruciato. Ha perso parte della sua memoria, è stato lasciato da Luciana, l’unica donna che ha cercato di amarlo, e ha trovato l’anonima e claustrofobia occupazione di doppiatore di suoni per cartoni animati. Finché non è tornato Mario Müller, Der Meister, il suo più caro amico, che ora dirige la Piramide, un grande albergo della città turistica di Kukulkán, e che lo vuole di nuovo vicino, nella sua organizzazione, per trasformare i suoni dei pesci in armonie musicali. Ma la Piramide, i cui proprietari fanno capo ad un lontano consorzio di imprenditori inglesi e il cui socio di maggioranza, in loco, è il misterioso “Gringo” Peterson, un americano del Vermont à rebours in Messico, non è un comune hotel. Alla Piramide si offre una vacanza con svaghi pericolosi, finti rapimenti, incontri con guerriglieri. Niente di ciò che accade può essere davvero reale. E ciò giustifica il grande successo della struttura, almeno fino al momento in cui accanto alla piscina viene rinvenuto il cadavere, vero, di Ginger Oldenville, sommozzatore e ammaestratore di delfini. Chi è l’assassino? Tony è coinvolto nelle indagini e si trova subito avviluppato nei suoi ricordi, nei tanti sospetti e nelle ombre allucinate di figure ostinatamente ambigue e perdute, dalla fascinosa gringa Sandra al meschino vigilante Támez, dal solerte poliziotto Rios all’indecifrabile James Mallet. E nel frattempo, tra simbologie maya e traffici illeciti, scopre che Mario Müller è malato, che l’albergo ha i giorni contati e che, per lui, c’è un destino tenero e inatteso.

Il finale induce a concepire il libro secondo una traiettoria un po’ troppo semplice, ma questo è sicuramente un primo (essenziale) livello di lettura: il Messico è sempre quello lubrico, sconfitto, estremo e irrimediabile, alla Carlos Fuentes; una via di speranza c’è, e tuttavia si tratta di una via di fuga; non c’è altro da fare, tutto è profondamente corrotto. La città turistica altro non è se non il paravento di un mercato post-moderno di anime morte (e la citazione di Gogol, espressa nel testo, è più che calzante). Oltre a questa, però, c’è anche un’altra prospettiva: la Piramide allude al Tempio di Kukulcán, alla religione precolombiana del serpente piumato, del demiurgo civilizzatore di cui si attende il ritorno rigenerante. E quello di Tony, in effetti, è un ritorno alla vita, mediato da una catarsi che sembra resa assurdamente possibile da un ultimo sacrificio umano: come se si trattasse di uno studiato e ultimativo piano di condanna (per un Paese dominato dal crimine e dalla delazione) e di redenzione (per il protagonista – immagine di una nazione allo sbando – salvato da una catena quasi inconsapevole, eppure decisiva, di fortunosi gesti d’amore). Il fattore dominante del libro, ad ogni modo, è la complessità narrativa, che può essere sempre una grande risorsa, specie quando viene abilmente plasmata da una penna capace, al medesimo tempo, di lunghi spezzoni obliqui e narcotizzanti, ma anche di intuizioni rapide e gnomiche. Villoro vuole produrre spaesamento, un po’ per assecondare la sensazione, naturalissima, di un’aggrovigliata visione lisergica (dei paradisi artificiali, del resto, Toni è un sopravvissuto), un po’ per comunicare la percezione disorientata di una metamorfosi in atto, con improvvisa e felice agnizione conclusiva e universale (“Perché in apparenza questo eravamo: una ‘famiglia’. L’espressione non sembrava inesatta, non in quel momento”). Il segreto di un classico sta sempre nel mezzo di questa sintesi improbabile, tra un’esperienza individuale chiaramente irripetibile e un largo e rassicurante ponte empatico a diretta disposizione di qualsiasi lettore. Su questo crinale Villoro si trova a suo agio, e La Piramide non verrà certo dimenticata tra la letteratura caraibica minore.

Recensioni (di Goffredo Fofi, Giulia Lavagna, Rossella Gaudenti, Paolo Massimo Rossi, Andrea Consonni, Rosa Beltrán)

Un’intervista a Villoro

L’inizio del romanzo, nell’edizione originale

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Sulla piazza c’è un nuovo collettivo: Tom Joad, eroe steinbeckiano cantato anche da Springsteen e alias del sodalizio Franchi-Palombini-Sinopoli. Il trio viene direttamente dalla Cgil e debutta con un giallo indignato sulle miserie del lavoro precario, riservando un rispettoso cameo anche alla figura di Bruno Trentin, ritratto a dialogare in una biblioteca genovese con il protagonista. Quest’ultimo è Marco Degli Esposti, un sindacalista molto attivo che crede nel proprio ruolo e che non può fare a meno di indagare sulla morte improvvisa e misteriosa di Salvatore Amato, padre di Francesca, una giovane collaboratrice di un’impresa di servizi informatici diretta dallo spregiudicato Marchetti. Le piste sono molte, e ce n’è anche una storica, che conduce fino a Sante Caserio, l’anarchico che il 24 giugno 1894 pugnalò a morte il presidente francese Carnot, e che getta ombre inquietanti sul passato di alcuni rappresentanti dei lavoratori. Le ricerche e le supposizioni abbondano e, nel frattempo, Degli Esposti è costretto a misurarsi con le aspre vicende di cui viene a conoscenza ogni giorno: storie comuni e dure, ritratti fedeli di tanta parte di quella gioventù italiana che non riesce a sottrarsi al ricatto sistematico e alle ambiguità striscianti di un mondo del lavoro dipinto – a 360 gradi – con malinconica verosimiglianza. Quanto all’epilogo, non vi è niente di più classico: il colpevole, anche in questo caso, è sempre un insospettabile.

Nella costruzione dell’intrigo e dei personaggi, il romanzo segue binari noti e compiacenti: Degli Esposti si sposta in moto, ha un certo fascino e piace; i suoi antagonisti hanno caratteri coerentemente deformati e quasi caricaturali; la parte del bene e quella del male sono decisamente definite, con tanto di riferimenti – forse un po’ stereotipati – a molti e (fin troppo) risaputi (e chiacchierati) vizi della società e della politica autoctone; e alla fine, come da copione, il buono sconfigge i cattivi, ma lo fa strizzando l’occhio ad un potente e strumentalizzando a suo favore le endemiche e pelose contingenze della politica locale. In verità, il plus-valore del libro – per stare in tema… – risiede nelle varie e diffuse parentesi di riflessione sul mercato del lavoro: ad esempio, sono veramente efficaci, oltre che divertenti, le pagine in cui un vecchio, dispettoso e simpatico giuslavorista illustra ai suoi studenti le molte ingenuità di alcune delle più rinomate riforme degli ultimi vent’anni. Non è da meno la lezione che Tiziano Bruni (controfigura di Bruno Trentin) consegna al suo più giovane collega, sul sindacato e sulla politica, sulle difficoltà e debolezze storiche della sinistra, sull’esigenza di contaminarsi sempre con le “necessità del popolo”: perché questa è la via per farsi davvero portavoce dei disagi dei molti e provare a risolverli rinnovando “l’eterna alchimia di passione e ragione”, tra “il rosso e il quadrato”. Ma non si tratta di solo idealismo; l’indicazione è per la riscoperta e l’attualizzazione della forza tradizionale dei motivi che hanno animato le lotte sindacali, per proporne, cioè, una versione rinnovata e adeguata alla realtà socio-economica di oggi. In questo senso, Rosso quadrato ci consegna un invito, determinato e realista al contempo, a perseguire strade concrete e ragionevoli, e a fare del compromesso e dell’accordo una sede nobile e privilegiata per la condivisione di soluzioni forti, al di là dei prezzi, anche amari, che, comunque, l’attività pubblica è destinata a portare normalmente con sé.

Recensione (di Bruno Ugolini)

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Nel bel mezzo dei mondiali non è semplice evitare di parlare di calcio, e in effetti l’Autrice di questa agile raccolta di saggi non ci chiede di metterci alla prova in un così grande sforzo. Semmai l’invito è a cogliere nello sport del pallone, così come in tutta la fenomenologia che esprime e che gli fa da contorno, un efficace criterio di lettura di molte tendenze socio-culturali. La proposta è formulata in modo interessante e il tenore di alcune suggestioni – talvolta ricercate – non travolge la freschezza dei ricordi e delle immagini familiari di una tifosa sinceramente appassionata, che cerca e suscita empatia sin dalle prime righe. Si parte proprio da qui, dalla rievocazione dei piccoli sedili di polistirolo che papà Serafini preparava ai due fratelli e al loro cugino per il pomeriggio domenicale sui gradoni della curva romanista. Allo stesso modo, poi, qui si finisce: con la confessione, sempre emozionata, che l’unica cosa “che resta uguale alla prima volta” è “entrare all’Olimpico”. Tuttavia, nel mezzo, si avanza con decisione un raffronto ficcante tra gli impossibili equilibri del calcio – che è fatto di schemi fissi e di guizzi imprevisti e risolutivi – e i segreti dei format televisivi e dei successi cinematografici (in fondo il calcio è un palinsesto, no?). Ci si avventura, pagina dopo pagina, anche nelle strategie della comunicazione pubblica, e politica in particolare, laddove i riferimenti al calcio possono essere spia di un determinato assetto nei rapporti di genere e, più in generale, di un modo ricorrente di pensare in maniera risolutamente indifferenziata ad una certa identità collettiva. Pure il discorso sulla fede incondizionata per una squadra può illuminare itinerari critici: non è forse vero che oggi si possono vedere tifosi anche fuori dagli spalti, e così tra gli elettori, gli spettatori, i lettori…? Che cosa significa, socialmente e antropologicamente, questa forte istanza di personalizzazione? Dov’è andata l’Italia in questi ultimi trent’anni? Non si parla di calcio, dunque; o, meglio, se ne parla per la semplice ragione che in società non se ne può prescindere. Come ricordava Pasolini, il calcio “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e, come sottolinea l’Autrice, “i campionati ricominciano sempre (…) almeno fino a quando saremo in grado di preservare il giocattolo”.

È un bel volume, con tanti pregi: la buona scrittura; la sincerità espositiva; l’andatura studiatamente rabdomante, e quindi gradevolmente affabulatoria, dell’argomentazione; i moltissimi riferimenti colti, impreziositi da un’appendice bibliografica altrettanto ricca che propone un verosimile e appagante prolungamento di lettura; la struttura ricorsiva del discorso complessivo. Quest’ultimo carattere è quello più curioso, poiché denota la tensione, diffusa in tutto il testo, per la realizzazione di una perfetta coincidenza tra la forma dell’esposizione e il significato che si vuole veicolare. C’è dell’hegeliano in tutto ciò, e le modalità con cui si presenta il thema, già nel secondo capitolo, lo confermano: la magia di un gioco che è sempre vivo perché si alimenta di contrasti apparentemente inconciliabili non è altro che una bellissima variazione della dialettica tesi-antitesi-sintesi, intesa come logica, naturale e irrinunciabile invariante. Anche i grandi campioni sono implicitamente inquadrati con la lente con cui Hegel guardava Napoleone a cavallo per le strade di Jena nell’ottobre del 1806: pure e tangibili manifestazioni dell’anima del mondo. In questo testo non si parla di calcio, è proprio vero: perché si riflette sull’utilità di uno specifico modo di guardare alla realtà, sul valore che questa prospettiva epistemologica porta con sé e sull’incoscienza quasi colpevole che si può naturalmente produrre allorché si dimentichi la forza esplicativa e riflessiva dell’analisi a favore di soluzioni apparentemente più (e troppo) facili e convincenti. Al termine del libro mi sono ricordato di una bella citazione di Sciascia (da La strega e il capitano), riportata all’inizio di un altro volume, letto recentemente e con pari soddisfazione: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Se fatto in questo modo, anche scrivere e leggere di calcio può risultare particolarmente accattivante.

Un’intervista all’Autrice

Letteratura e calcio (di Francesca Serafini)

Calcio, la più bella metafora del mondo (di Silverio Novelli)

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Per la preparazione di un convegno ho avuto modo di ripescare questa bellissima lettura, il cui titolo completo è Gli anciens régimes e la democrazia diretta, testo oggi disponibile anche on line con la premessa che fu di Arcangelo Ghisleri. Il volume adelphiano del 1995 riproduce l’ultima versione dell’opera e riporta in chiusura le due prefazioni che l’Autore – avvocato e filosofo socialista di natali svizzeri (1871-1941) – ha dedicato alle diverse e fortunate edizioni del libro (le due del 1902 e quella del 1926). La rilevanza del saggio va ben al di là di ciò che si può immaginare fermandosi alla copertina. La tesi del giovane Rensi è la seguente: tra gli assetti di potere dell’ancien régime e le forme di governo parlamentari può non esservi, di fatto, alcuna differenza se il popolo non ha la possibilità di intervenire direttamente per correggere le ricorrenti degenerazioni del governo rappresentativo. Perché l’effettiva realizzazione della sovranità popolare è sempre cosa molto difficile: la classe dirigente, in primo luogo, tende a ridurre i cittadini in soggetti meramente amministrati, a favore delle strutture burocratiche; ma anche le istituzioni rappresentative possono farsi autoreferenziali, prestandosi facilmente a servire gli interessi dei gruppi al potere. E così, prendendo prevalente ispirazione dalle esperienze statunitensi ed elvetiche, Rensi suggerisce l’introduzione di specifiche forme di referendum, dell’iniziativa legislativa popolare, di un “diritto di revisione” (come possibilità di condizionare il processo di modifica della costituzione), di un sistema elettorale proporzionale e della “nazione armata” (quale principale modo d’essere dell’esercito statale, svincolato dal controllo del solo ceto politico).

Le analisi di questo eccentrico interprete – che spesso è stato vicino a posizioni prettamente liberali, tanto più con l’affermarsi del fascismo, del quale per una prima parte del suo percorso fu strenuo oppositore – stupiscono per molte ragioni: l’acutezza delle considerazioni critiche dedicate all’ordinamento costituzionale della monarchia; la valorizzazione degli studi di Gaetano Mosca, con cui Rensi ebbe anche un interessante carteggio; le considerazioni illuminanti, oltre che attualissime, sul ruolo delle “seconde camere”, sulle propensioni pericolosamente “espansive” degli esecutivi e della loro funzione, sugli inganni e sulle tante trappole che si nascondono nella complessità redazionale dei testi legislativi; l’attenzione costante per l’argomentazione storica e per i raffronti comparativi. La modernità estrema dell’approccio di Rensi si può apprezzare del tutto leggendo anche l’articolo su Lo Stato di diritto (del 1900), che è quasi contemporaneo alla redazione di questo libro e che nel testo di Adelphi è opportunamente posto in Appendice. Basti, sul punto, menzionare che, tra le “riforme urgenti” che Rensi propone già sotto la vigenza dello Statuto albertino vi sono, oltre alla previsione del referendum, anche l’istituzione di una Corte Suprema (sul modello americano, come essenziale guarentigia giuridica della democrazia) e la riforma del Consiglio di Stato (per “garantire l’indipendenza dei suoi membri”) e della Corte dei conti (per eliminare la registrazione “con riserva”).

Sappiamo, certo, che la Costituzione repubblicana del 1948 ha parzialmente raccolto buona parte dei suggerimenti di Rensi. L’importanza di tornare nuovamente al suo messaggio, però, è ancora apprezzabile in un frammento tristemente presago, che è correttamente evidenziato (p. 233) nella Nota di Nicola Emery (curatore del volume e appassionato conoscitore del Nostro) e che risale ad un intervento giornalistico del 1925. È una sorta di monito estremo sul destino politico-giuridico cui rischia sempre di essere ricondotta l’Italia, a causa della reiterata incoscienza dei tanti problemi cui Rensi si è dedicato: “Troppo modesti erano stati quei fascisti che hanno limitato a sessant’anni la previsione della durata del loro governo. Questo sarà invece, probabilmente eterno, nel senso che la ‘fase fascista’ non cesserà più per l’Italia. Non si ripristinerà più per l’Italia il sistema di Governo normale, diciamo lo ‘Stato di Diritto’, l’ordine politico in cui v’è una legge o consuetudine forte come la legge che determina e regola le condizioni e il modo del pacifico succedersi dei partiti al potere. Un tale sistema di Governo fu forse per sempre infranto con l’ottobre 1922. E con quest’epoca l’Italia è entrata forse per sempre nel sistema di governo di quella che, in un certo senso, si potrebbe chiamare la periferia europea”.

Un’intervista al Curatore dell’opera

L’importanza di Rensi filosofo della vita (di Roberto Esposito)

Giuseppe Rensi e il problema della democrazia diretta (di Paola Lubelli)

Aporie dell’autorità e della democrazia. Politica, diritto, filosofia in Giuseppe Rensi (di Francesco Mancuso)

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Avevo adocchiato “un Celati” più volte, soprattutto nell’espositore girevole di una delle mie librerie, precisamente in quello dedicato ai titoli, più recenti, editi da Quodlibet. Mi sono convinto solo recentemente, su sollecitazione di un amico. E così ho finalmente acquistato questo piccolo libro di racconti, che l’Autore ha pubblicato nel 1985, come primo volume di una trilogia che poi è continuata con Quattro novelle sulle apparenze (1987) e con Verso la foce (1988). È una lettura tanto originale quanto rilassante. Le brevi novelle seguono il percorso, volendo fisicamente replicabile, di un reale itinerario di ispirazione, che muove dal territorio milanese e segue il fiume Po, sino al mare. Ma le storie che vi vengono narrate sono come il risultato, sicuramente inimitabile, di uno studiatissimo montaggio sentimentale di frammenti di chiacchiere, pettegolezzi di paese e spunti personalissimi di rielaborazione quasi fantastica. Restano impresse come vicende dalla portata universale, come operette morali che spetta al lettore decifrare e che non hanno altro obiettivo se non quello di rappresentare, con la precisione del biologo, le poche cose spiegabili nel quadro apparentemente piatto ma disorientante di un paesaggio padano in vorticosa trasformazione. Di un paesaggio che, in verità, è (sempre che sia lecito esprimersi dantescamente…) figura dell’immutabilità, soltanto apparente, dei destini individuali.

Il repertorio è decisamente vario. L’avvio è con la figura di un radioamatore di Gallarate, la cui curiosità capta le incredibili vicissitudini di un collega scozzese. Ma c’è anche la storia, quasi commovente, di tre fratelli, veri e sfortunati talenti calcistici; c’è una donna che si guarda sempre intorno e che arriva a concludere che “è solo tempo che passa”; Idee d’un narratore sul lieto fine racconta della triste e poetica vicenda di un colto farmacista della provincia di Mantova; e poi veniamo a sapere di quell’uomo, autorevole esperto, che capisce di trovarsi a suo agio solo negli aeroporti; c’è un bellissimo pezzo intitolato La città di Medina Sabah, variazione modenese sul tema delle sirene di Ulisse; si racconta la Vita d’un narratore sconosciuto, come ve ne sono stati, e ve ne sono ancora, tantissimi; ad un certo punto un fotografo approda al “nuovo mondo”, tra barene e specchi di laguna; e poi, ancora, c’è un vecchio che sa Com’è cominciato tutto quanto esiste… E ci sono, così, tante altre storie (30, in totale), che a sprazzi sembrano compilate da un extraterrestre che debba riferire con precisione ai suoi compatrioti delle stranezze e delle voci che apprende nella grande pianura, trovandosi, però, all’improvviso, immerso nella nebbia più fitta, come i Bambini pendolari che si sono perduti, che ogni sabato andavano a Milano in treno, si trovano un giorno smarriti in aperta campagna e finiscono per maturare “il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

Tra i racconti di Celati – che vinsero il premio Grinzane Cavour nel 1986 – ci si può semplicemente divertire e convincere che, dinanzi alle cose della vita, c’è sempre una risposta valida: c’est la vie. Al medesimo tempo, però, gli sforzi individuali, i sogni di ciascuno, le avventure personali non sono insignificanti, perché concorrono a spiegare in modo singolarmente decisivo le ragioni di un luogo e di un tempo, e anche l’accettazione, talvolta malinconica, della propria condizione e della traiettoria esistenziale che ad un certo punto si è presa. L’Autore ha lo stile pulito e implacabile del collezionista: di situazioni e di intrecci, di episodi strani e di parabole del tutto comuni, di immagini e di leggende (della città come della provincia). La sua presenza non si sente, non si deve sentire; nuocerebbe all’oggetto. Forse Narratori delle pianure può essere classificato come un raffinato museo di scienza naturale, nel quale, al posto dei consueti pannelli esplicativi e delle vetrine con esemplari imbalsamati o fossili più o meno suggestivi e conservati, possiamo ammirare la perfezione quasi tragica di tante piccole biografie. L’effetto finale non cambia, è lo stupore che si prova sempre quando ci si sorprende a pensare a come siano inestricabili e complessi l’origine e l’aspetto dell’universo che ci circonda. Leggendo questo libro, in effetti, la cosa che mi è venuta subito in mente è un altro libro, ricevuto in regalo per un compleanno della mia infanzia. Era Città nel prato, un libro fotografico che mi aveva colpito molto, perché mi aveva portato al di là della visibile uniformità del manto erboso, facendomi scoprire l’estremo brulicare di esseri viventi e di operazioni nascosti dentro il verde del giardino. I racconti di Celati sono come le foto di quel libro; ingrandiscono lo sguardo e rivelano il contesto.

Speciale su Celati, con saggi, testimonianze e interviste (da doppiozero.com)

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“La sua autorevolezza si manifestava proprio nelle azioni più elementari che, in virtù di questa sua modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta, cessavano di essere quotidiane, esorbitavano dall’orizzonte comune, fissandosi in qualche modo nella memoria”. Questo è Sibber, in tutto il suo splendore. Si tratta di una persona comune, quasi modesta nella sua condizione. Tuttavia il narratore ne è sorpreso e incantato. Lo vede spesso, tra l’altro; sono impegnati entrambi nelle attività di una comunissima associazione. La sua missione, così, diventa quella di studiare Sibber, provocarne la forza, carpirne il segreto che gli potrebbe consentire di partecipare dello stesso stato di grazia. E in ciò coinvolge la sua giovane compagna Helga, alleata perfetta. Sibber è il campione della pienezza che si può trovare nella sapienza intrinseca delle cose che ci circondano: il suo modo di interagire con la realtà nasconde la chiave per essere felici e per non lasciarsi andare alla tentazione di “buttarsi via”. Qual è il fulcro con cui Sibber pare agire la sua leva? L’epifania si fa attendere e soltanto alla fine, durante una piccola festa casalinga, i due giovani indagatori sembrano cogliere la vera importanza di Sibber e assimilarne l’implicita lezione.

Cogliere tutte le implicazioni di questo testo – che scorre con estrema fluidità e trasmette un senso di rassicurante naturalezza – è una prova simile a quella che si deve affrontare quando si legge Robert Walser. Sul retro delle pagine non c’è solo un orizzonte di pensiero; ci sono anche una filosofia pratica e un modus vivendi, la cui afferrabilità sta in ciò che le persone normali non vedono o non sentono. Quindi non sono per nulla scontati. Tuttavia Sibber non ha nulla a che spartire con i personaggi del grande scrittore svizzero: come ci viene raccontato, la sua dimensione è “festivizzante”; il suo scopo non è la secessione morale ed esistenziale. Occorre guardare altrove. Sensazioni simili si provano anche quando ci si misura con il secondo Salinger, quello tutto esplicitamente zen, successivo a Il giovane Holden. Infatti sembra quasi che il narratore cerchi nei movimenti e nelle posture di Sibber il momento del satori, del risveglio circostanziato che illumina e che separa ogni distanza tra il soggetto e l’oggetto. Anzi, Sibber è come una sorta di talismano vivente, poiché la certezza della sua esistenza fa sì che, alla fine, il protagonista del romanzo si riconosca più sicuro: “sento di potermi fidare di più della mia percezione, di potermi fidare di più della materia perché so che da qualche parte, comunque, c’è qualcuno che, percependola nella sua dimensione originaria, la garantisce”. Questa mi sembra la strada giusta. Nardon riesce ad imbastire il piccolo ed efficace resoconto di un’esperienza pedagogica profonda e tutta contemporanea, nella quale anche una cartolina – quella che ci viene spedita nell’ultima pagina, e che non può che essere firmata da Sibber, soprendentemente umanizzato in quanto dotato di un nome (C.) – può avere il valore di un kōan buddhista. Da leggere, da rileggere ancora, da assimilare e da portare, infine, con sé, per ogni possibile attimo di sbandamento.

L’incipit del romanzo

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Tanto amore per la musica e una sorprendente capacità affabulatoria: sono queste le prime virtù dei saggi raccolti in questo libro. Ma anche la materia può sorprendere. I due pezzi su Michael Jackson e Axl Rose sono semplicemente bellissimi; nessun critico ufficiale avrebbe saputo cogliere l’inimitabile ambiguità e l’altrettanto drammatica originalità dei due personaggi, colti sin dalla matrice originaria che li ha plasmati. Fenomenali, poi, senza dubbio, sono anche i ritratti, intimi, di Andrew Lytle (mostro sacro della letteratura del grande sud degli USA, al quale Sullivan ha fatto da “badante”…) e di Bunny Wailer (ineffabile sacerdote del reggae giamaicano e “maestro” di Bob Marley). Ma il talento di Sullivan dà del suo meglio ne La violenza degli innocenti, così esplicitamente in bilico tra il reportage giornalistico di stampo scientifico e il racconto perfetto del più profetico e terribile Jack London. Non mancano, infine, le incursioni nel Christian Rock (e tra i suoi fans), nelle più folli e ammiccanti utopie americane (come quella di Walt Disney e del favoloso Resort di Orlando), nella dimensione artificiale delle serie TV e del reality (provate da molto vicino…), nel mito delle esplorazioni e delle invenzioni impossibili (che tanto ha dato all’immaginario, ma anche alla storia, del sogno a stelle strisce): il tutto raccontato con intelligenza e con raso senso dell’(auto)ironia e delle proporzioni. E ciò anche quando l’Autore rievoca l’incidente quasi mortale in cui è incorso il fratello (fulminato da un microfono difettoso).

John Jeremiah Sullivan è stato paragonato – nientepopodimeno che – a David Forster Wallace. Il giudizio è generoso, per eccesso e per difetto. Però non è del tutto scorretto. C’è la stessa curiosità; la medesima capacità di costruire la meraviglia in un susseguirsi di improvvise associazioni, talvolta semplici, talaltra meno scontate; l’uguale abilità nel possedere la cultura più solida e i capisaldi molto più prosaici dell’universo pop. Dov’è la differenza? Il punto è che Forster Wallace è stato un autore puro, un vero scrittore che ha fatto anche il giornalista; Sullivan, invece, è un ottimo giornalista, che si dimostra abile anche come scrittore. Soprattutto, poi, il primo non conosce cose che non si debbano prendere sul serio, sí che, nei suoi lavori, anche gli effetti comici (così come quelli tragici) sono funzionali alla ricerca della verità; il secondo, viceversa, si maschera nel costume del tipico ragazzone americano dalle tante esperienze, sveglio e scanzonato, che quando serve sa anche non prendersi sul serio, perché, nella vita, tenere la palla al centro è più importante di andare fino in fondo. Così che, in definitiva, Sullivan potrebbe riuscirci più simpatico di Forster Wallace: quest’ultimo si serve della concretezza della realtà per svelarne la natura e per scoprirsi terribilmente incapace di venirne a patti; l’altro, al contrario, è un professionista della parola, un freelance di successo che diverte e si diverte, e che si mescola anche con il kitsch, perché vedere e sperimentare quante più cose (pure quelle più strane) è un modo come un altro per sentirsi un po’ meno fuori posto (o un po’ meno “fuori di testa”: Pulphead, non a caso, è il titolo originale del libro).

E l’America – tanto evocata nel titolo dell’edizione italiana – che cosa c’entra? Se qualcuno ha tentato l’accostamento con Forster Wallace, allora si può provare anche un altro richiamo, che ai più attenti saprà spiegare molto. Americani, infatti, è come un nuovo Nelle vene dell’America. Nel 1925 William Carlos Williams indagava attorno ai fondatori del Nuovo Mondo e alle radici di quella grande avventura; Sullivan ci narra di quali siano, a distanza di un secolo, gli ingredienti dell’american pie che ciascuno di noi potrebbe comprare nello store di una qualsiasi pompa di benzina della Route 66. Effettivamente, non è poco. C’è un equivalente nel panorama italiano? Eh si, è Una sterminata domenica, di Claudio Giunta. Ma – come direbbe autorevolissima dottrina – “questa è un’altra storia”.

Recensioni (dal New Yorker, dal New York Times, dal Guardian, da Der Spiegel, dal Foglio e da Europa)

Un’intervista all’Autore

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Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.

Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.

Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.

Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)

Materiali e indicazioni su Böll

La Heinrich Böll Stiftung

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Michele Tessari ha 37 anni, è un giovane penalista di Insaponata di Piave, iscritto all’albo dell’Ordine degli Avvito-pi di Serenissima. La sua vita è quella che si potrebbe definire come un’azione persistente di tentata resistenza, in un territorio cementificato fatto di capannoni, disseminato di bi-ville e popolato, coerentemente, da capannoidi senza memoria storica e con tanta voglia di restare indisturbati padroni della loro avida indifferenza. Fare la professione legale, poi, non aiuta certo a nobilitarsi: per un giovane è come riscoprirsi costantemente legato alla catena di clienti nemici o di colleghi anziani tanto spregiudicati quanto affamati di denaro e corrotti, come gli ignoranti puitici del luogo. In questo microcosmo, davvero tossico, la speranza è molto lontana e finisce per perdersi in qualche ricordo adolescenziale, in qualche immagine tranquillizzante di famiglia o nel passato glorioso di una terra che ha conosciuto Hemingway e la Battaglia del Solstizio. È da qui che erompe un lungo e ininterrotto atto di denuncia, una rampogna terribile che non prova pietà nei confronti di alcuno, neanche per il suo stesso autore e per il suo costante, ma inutile, sforzo ideale. Le parole si fanno sferzanti e si mescolano a tratti grotteschi e quasi comici. La conclusione è tutt’altro che farsesca, poiché l’amaro destino del protagonista sembra certificare il logoramento di un’intera generazione e della società pelosa che la sta voracemente ingoiando.

Che cosa si può dire delle tante sensazioni che questo libro riesce a dare? È certo una durissima reprimenda nei confronti di mali ben noti, specialmente a tutti coloro che abbiano voglia di riconoscersi in un Veneto diverso da quello della parlata grezza che Michele tanto odia (e che l’Autore largamente saccheggia per rendere il testo ancor più lussureggiante e vibrante). Nello sfogo, inoltre, c’è un’enfasi ricercata, che talvolta si alimenta di studiata e avvincente esagerazione. Oltre a ciò – e questo è punto da prendere seriamente in considerazione – in quello che ci racconta Maino c’è una gran parte di verità, come accade, ad esempio, anche nelle immagini disperanti della frustrante quotidianità del giovane avvocato e del mondo-giustizia in cui è costretto a barcamenarsi. E c’è, infine, un tono tutto coraggioso, determinato e allo stesso tempo spregiudicato e violento, come quello che solo i figli sanno usare nei confronti dei loro padri degeneri. Perché l’invettiva contro il falso e friabile heneto di cartongesso è anche un gesto arrabbiato di con-passione. Sarebbe molto facile, a questo punto, tentare un ambizioso accostamento: Francesco Maino come novello Thomas Bernhard, nume tutelare, a sua volta, di un altro scrittore veneto, Vitaliano Trevisan, già da tempo affermato. Maino, infatti, è una voce che va al di là dell’autobiografia, dell’analisi cronologica e della critica socio-culturale, e che, in un certo senso, attinge alla radice di una tradizione drammatica che, pur essendo sempre modernissima, è più risalente e potente. Salutiamo, dunque, Cartongesso come l’opera di un freschissimo e semi-serio brigante di talento (che qui si può vedere all’opera sul campo), ben avviato sulla strada di un possibile futuro di successo. La vittoria del Premio Calvino 2013 è un bel viatico in questa direzione. Non dimentichiamoci, tuttavia, che tra queste pagine vibra il cuore terribile di un Hebbel mascherato. C’è di che scuotersi e preoccuparsi, quindi; e pertanto (letterariamente parlando) c’è anche di che rallegrarsi.

Una recensione (di Massimo Rizzante)

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Accade che l’editoria riesca a compiere strane operazioni. Accade, cioè, che in un piccolissimo libro si possa confezionare la grande letteratura con le vesti pur sempre ambigue del richiamo da cassetta. Perché nel mercato editoriale non c’è nulla di strano se, dopo il riconoscimento dell’Oscar a Paolo Sorrentino per La grande bellezza, si arriva a stampare in grande velocità una raccoltina intitolata La bellezza di Roma, nella quale ordinare sei brevissimi pezzi (già pubblicati) di Raffaele La Capria, il grande scrittore, da poco novantenne, cui la fortunata pellicola pare essersi direttamente o indirettamente ispirata. Ciò che è straordinario, però, è che in queste brevi prose ci sono almeno due perle, quelle che aprono il volume, e il cui livello compensa certamente la sofferenza di dovervi accedere soltanto superando il disgusto per una copertina che più ammiccante non si può. Due perle – in forma di pedagogico ammaestramento borghese: Lamento su Roma (1975) e I consigli di papà (2009) – per un ritratto immaginifico e mordace degli aspetti che sembrano sempre e davvero eterni nella Capitale: della Direzione Generale della Democrazia Formale che in essa si compie; del trionfo anodino della casta amministrativa, la tribù dei Buro-Buro, e di tutti coloro che vi si impiegano e (quindi) vi si id-Enti-ficano; della Teoria del Fine Secondario, secondo cui nessun’altra giustificazione può darsi per cotanto apparato se non il suo stesso finanziamento.

Il posto alla Rai (2009) sviluppa queste sollecitazioni in corpore vili ed è il ritratto autobiografico dell’esperienza kafkiana di colui che arriva a Roma e si impiega, seguendo la regola ferrea per cui “il posto è di chi lo occupa”. In effetti, ne Un albergo a vita (1993), La Capria si produce anche in una lunga intervista, in cui narra del suo trasferimento, trentenne, da Napoli alla Capitale, in cerca, per l’appunto, di un posto; e in cui, tuttavia, si misura lo scarto tra la vitalità culturale della Roma de “Il Mondo” di Pannunzio e della Via Veneto dei registi e degli intellettuali, da un lato, e la Kaputt Mundi di oggi, dall’altro. La cosa che infastidisce di più lo scrittore è lo stato di abbandono di molti dei luoghi più belli della città monumentale: Una modesta proposta (1981) registra questo sdegno e formula qualche piccola idea a qualsiasi amministratore locale. Eppure Roma risplende, irresistibile, sotto il cielo terso delle sue mattine migliori, anche nelle vie di un centro storico offeso dal passare del tempo e privato della sua più giusta memoria, “dove tutto ti ricorda il gran disordine che governa il mondo”). La Capria ne avverte il fascino nelle passeggiate mattutine con la sua bassottina (A passeggio con Clementina, 2011). È tutto un susseguirsi di scorci barocchi, di “aeree architetture”, di inimitabili e persistenti suggestioni spaziali; a patto, certo, di assumere la prospettiva della vitalissima Clementina, di lasciarsi guidare dalle sue “possibilità percettive”. Sta qui, in fondo, la bellezza di Roma. Di fronte all’abbandono (delle cose) non c’è che l’abbandono (all’intuizione e alla contemplazione).

Recensioni (da ilfoglio.it, iltempo.it, corriere.it, wuz.it, politicamentecorretto.com)

Il sito dell’Autore

La Capria parla di La Capria: un libro da leggere!

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