Joseph Ponthus, laureato in lettere che cerca di convivere con l’instabilità della sua condizione di insegnante precario, lascia Parigi per seguire la compagna in Normandia. Deve trovare una nuova occupazione e così si affida a un’agenzia di lavoro interinale, che lo fa debuttare nel mondo della fabbrica – alla linea di produzione – e nello specifico in quelli che si rivelano subito i gironi dell’industria agroalimentare. Comincia in uno stabilimento che lavora molluschi e pesce. Orari terribili, pause rarefatte, freddo pungente e odori altrettanto penetranti, con un incombente e costante rischio di infortunio. Stare alla linea, dunque, è come stare in trincea. Non a caso si apre con Apollinaire che scrive dal fronte (“È incredibile tutto quello che riusciamo a sopportare”). Ma che cosa si apre? La forma è quella della poesia. Può sembrare anzi quella di un poema, la saison en enfer del prototipo del lavoratore sfruttato, eppure consapevole, arrabbiato e triste allo stesso tempo. E tuttavia Alla linea si presenta al pubblico come un “romanzo”, un racconto in versi i cui capitoli sono iconiche raffigurazioni di situazioni tipiche: di stordimento, fatica, speranza, intimità e tenerezza familiare e, a tratti (si direbbe), orgoglio e coscienza di classe. Tutto scandito al ritmo delle canzoni di Brel e Trenet. La discesa di Ponthus, peraltro, non ha fine: approda al mattatoio, al lavaggio dei locali imbrattati di sangue e di scarti, al faticoso e pericoloso spostamento di carcasse congelate. 

Se la parola romanzo, a questo punto, ha un senso, ce l’ha per la facilissima e spontanea associazione alle ambientazioni più dure di Zola. Ma il fatto è che non ci troviamo nella seconda metà dell’Ottocento (e nemmeno sul fronte occidentale, sebbene, puntuale, arrivi sempre il solito Apollinaire: “Impossibile da descrivere. È inimmaginabile”). La tragedia individuale e collettiva del lavoro e delle sue estreme spremiture si svolge ai giorni nostri. E le settimane di Ponthus si susseguono eguali, spietate, ma anche disperate e coraggiose, quasi fossero dei tunnel senza soluzione di continuità; spesso all’interinale conviene lavorare anche il sabato, per arrotondare il già magro compenso. Non c’è posto per nulla di diverso. Nulla che non sia la pur difficile scrittura, un atto di resistenza morale e di salvezza interiore. Con la fabbrica come elemento totalizzante, luogo di pena, ma anche occasione di introspezione e di confronto con il proprio essere, mente e corpo. È evidente che questo è un testo per lettori determinati. Perché ci vuole forza vera per sostenere l’efficacia, la verità, la cultura e, in definitiva, la grandezza di una voce come questa. Specie sapendo, per di più, che è l’opera prima, e unica, di un Autore quarantenne che, di lì a poco, è morto per un tumore. Eppure ci troviamo di fronte ad un testo necessario: non solo per la denuncia e la dignità che manifesta; ma soprattutto perché capiamo che ad essere scomparso è un vero, indispensabile poeta, tanto tagliente quanto raffinato e innamorato: di sua moglie, di sua madre, dei suoi compagni, della vita.

Recensioni (di M. Aubry-Morici; di F. Camminati; di M. Moca; di D. Orecchio; di A. Prunetti; di E. Todaro)

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Quando un Pardini si affaccia in libreria, la lettura è d’obbligo. Perché ci si trova di fronte a un autentico, spontaneo narratore (per altre precedenti letture v. qui, qui e qui). Anche Il valico dei briganti non fa eccezione a questo standard. È la storia di Vlademaro Taddei, un fuorilegge che cresce selvaggio e si forma nei boschi e nei pascoli attorno a Bagni di Lucca e diviene bandito a tutti gli effetti in America, sulla costa del Pacifico, dove emigra per sfuggire alle inevitabili conseguenze di un delitto. Lì si arruola – assieme a Jodo Cartamigli, un conterraneo che pare avere pulsioni decisamente opposte alle sue – in una squadra di guardie armate. Ma le tradisce ben presto, per schierarsi volontariamente con un gruppo di spietati malviventi. Viene iniziato alla più dura vita da criminale ed è catturato da una tribù di nativi, ma superata la durezza di questo apprendistato riesce ad accumulare un ottimo bottino e rientra così in patria. Tra i suoi monti cerca di vivere in modo riservato e decide di fare famiglia, assieme ad Angiolina, dalla quale ha due figli. Eppure l’istinto predatorio non lo abbandona e lo spinge a diventare il leader di una banda di briganti, impegnati in furti e rapine di ogni genere. Riesce a farla franca a lungo. Tuttavia, quando i suoi vengono catturati, processati e condannarti alla ghigliottina, capisce che deve darsi alla macchia. Comincia in questo modo una vera caccia, una sfida di cui sarà co-protagonista Jodo Cartamigli, che da tempo lo stava inseguendo per catturarlo e ucciderlo. La lotta proseguirà senza tregua, sino alla fine.

Si può dire ancora molto di questo romanzo. Ad esempio, sottolineando che ricompare Jodo Cartamigli, eroe di altre avventure western. Che l’Ottocento rimane una delle cornici predilette dell’Autore. O che, nuovamente, come in tutti i lavori di Pardini, ci si trova di fronte a una scrittura che per la sua estrema naturalezza non può che definirsi sorgiva. Tanto da comporre una sorta di sceneggiatura, pronta per un film che soltanto un novello Sergio Leone saprebbe dirigere e che, comunque, interpretato in salsa diversa, appassionerebbe senz’altro anche Quentin Tarantino. A volersi spingere un po’ più in là, dovrebbe riconoscersi che Pardini è il degno erede di un filone glorioso, che è quello di Salgari, e che ha avuto tra i suoi protagonisti, sia pur a suo modo, e con spiccato eclettismo, un grande dimenticato, Gian Dauli. Con questi antenati, Pardini condivide un ingrediente segreto. Gusto per la trama e per la singola scena, per la descrizione della natura e degli stati d’animo, per l’equilibrata ricostruzione del profilo e dell’animo dei personaggi: è questo il propellente, tutto istintivo, che permette a Pardini di far calare il lettore nel bel mezzo delle vicende che racconta, in presa diretta; e di avvicinarsi, dunque, ai suoi importanti predecessori. Poi, certo, qualcuno potrà aggiungere che ne Il valico dei briganti si affrontano questioni che rendono il romanzo ancor più meritevole, visto che vi si intrecciano i grandi temi della povertà e dell’emigrazione, e delle strutturali prevaricazioni della giustizia dei potenti. Il fatto è che ciò che pare interessare veramente a questo scrittore – ciò per cui è doveroso essergli grati – è rappresentare, come in un quadro, la fisica invariabile dei sentimenti e delle singole traiettorie esistenziali che essi agitano, anche quando sono dominate da un destino dannato. Come a dire che il mondo degli uomini, a patto di guardarlo per come esso è, sa darci da solo le più efficaci lezioni.

Recensioni (di M. Baldrati; di D. Bregola; di O. Di Monopoli; di S. Gambacorta)

L’Autore presenta il suo libro

Un’intervista

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Una prima cosa su questo libro la dice chiara il titolo: è una traversata, un lungo e intenso itinerario di più di 500 pagine. L’Autore ci ha messo quasi otto anni per comporlo. Anzi, per percorrerlo. Infatti, lasciandosi ispirare dal miglior Perec, ha sovrapposto alla sua città, Torino, una griglia immaginaria di 81 quadrati, che corrispondono agli altrettanti capitoli del volume. Poi, all’interno della mappa così predisposta, si è spostato, partendo dal suo lato più estremo e saltando da un quadrato all’altro, con lo stesso ordine che detta la mossa del cavallo su qualsiasi scacchiera. Ne è sortita un’immersione nei luoghi, nelle architetture e negli spazi; e ovviamente nei ricordi, personali e familiari. Con un solo obiettivo: scoprire la vera storia dei suoi genitori, e in particolare le ragioni della depressione del padre, del male che da un certo momento in poi lo ha accompagnato per tutta la vita. Che cosa ha condizionato l’esistenza di quel preciso e diligentissimo ingegnere? Forse la campagna sul fronte russo? O le tante apprensioni provate dopo l’8 settembre 1943? Oppure, ancora, un tragico incidente sul lavoro, un evento che, ad un certo punto, sembrava puntargli contro un infamante dito accusatore? L’Autore non sa capacitarsi, studia foto, osserva lineamenti e struttura di palazzi e chiese, passeggia ed effettua sopralluoghi, rievoca episodi e tappe salienti della storia delle famiglie, di quella paterna come di quella materna. E’ alla ricerca di un segreto, di una chiave di lettura. Sente l’urgenza di fare i conti, come se fosse la sua stessa identità personale ad essere in gioco. 

Il lettore si deve armare di tempo, di disponibilità al vagabondaggio, di pazienza. Specialmente, però, deve saper cogliere la traiettoria della traversata, il suo senso più profondo. Ciò che è possibile se ci si lascia guidare dalle suggestioni etnografiche che Canobbio allestisce strada facendo, alternando il suo scavo alla lettura di Griaule e Leiris, e al racconto della mitologia dogon e dei riti magici di una tribù africana. Il memoir, quindi, assume a tratti le sembianze di un’indagine su un’intera civiltà, di un lavoro di campo sull’esistenza, propria e familiare, intesa come universo complesso e inesauribile, mai pienamente spiegabile. Ma la traversata prova ad essere anche un rituale, un teatro vissuto cui l’Autore – che attende l’apparizione di un segno, di un portento che lo aiuti – si sottopone per isolare, incarnare e domare gli zār – gli spiriti maligni, come sono tradizionalmente chiamati da alcune popolazioni d’Etiopia – che hanno tormentato suo padre, e anche sua madre, e che, di riflesso, gli si ripropongono come un’eredità dolorosa e misteriosa. Un’eredità che, tuttavia, alla fine del romanzo, si rivela di tutt’altra pasta, semplice e a suo modo imprevedibile. In fondo al tunnel, o se si vuole al termine della notte, non ci sono le illuminazioni di una possessione tanto agognata; non c’è il momento della redenzione. Ciò che Canobbio trova e condivide è il ritratto di una promessa di speranza, un gesto concreto di una storia umanissima e altrettanto reale: perché, se la vita e i suoi accidenti generano attrito, non c’è altro da fare che affrontarlo insieme.

Recensioni (di R. Carnero; di M. Mancuso; di G. Tinelli; di D. Voltolini)

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Luce è un’intraprendente architetta che vive e lavora a Parigi, dove ha conosciuto Gerard, collega e compagno. La morte della nonna – con cui ha vissuto da bambina, assieme alla sorella – la riporta in Italia, dove apprende di essere destinataria di una missione, che proprio la nonna sembra averle lasciato: mettere un fiore sulla tomba del bisnonno Antonio, caduto durante la prima guerra mondiale attorno a Cima Bocche. Il fatto è che la tomba è ignota. Luce cerca anche negli archivi militari, ma scopre che il fascicolo personale del bisnonno è vuoto. Ha tuttavia l’intuizione di consultare il fascicolo dell’ufficiale che aveva scritto alla nonna, per comunicarle la morte del marito. È così che, sulle orme di quell’ufficiale, il tenente Giardina, Luce conosce Marco, il nipote del tenente, con cui si lancia in una ricerca comune, che per entrambi comporta un viaggio nel passato personale e delle rispettive famiglie. E in alcune delle esperienze più drammatiche e ingiuste della storia dell’esercito italiano. Il racconto di Giovanni Grasso alterna le pagine sul rapporto, via via più intenso, tra Luce e Marco alle pagine del diario segreto del tenente Giardina, che il più classico degli espedienti letterari vuole ritrovate sul fondo di un vecchio baule. I fuochi del romanzo sono due: quello che denuncia nuovamente la crudeltà e l’ignominia delle fucilazioni sommarie, con un percorso analogo a quello compiuto qualche anno fa da Paolo Malaguti in Prima dell’alba (dove si rievoca un episodio che è citato anche in questo libro); e quello che, in un gioco dialettico tra cancellazione della verità e tutela morale, spiega quanto, e come, sia possibile fare giustizia anche con la memoria. Non sono temi nuovi, ma la scrittura è agilissima e l’Autore sa bene come prendere per mano i lettori, con un approccio che è delicato ed empatico allo stesso tempo. Rispetto ai “precedenti” più recenti sulla Grande Guerra, il valore aggiunto di questo libro si nasconde nelle pieghe di un tono pacato e nell’intuizione che ha saputo guardare all’immenso patrimonio delle tante, piccole/grandi storie di cui le famiglie italiane sono ricchissime.

L’Autore a Radio Radicale

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Dopo aver letto La ricreazione è finita riesce spontaneo rileggere Mistero al cubo. Se il primo ha finalmente riaperto un po’ di dibattito sui campus novel, non c’è dubbio che il secondo rappresenta una delle tante, possibili e riuscite sperimentazioni del genere. Che va visto in tutte le sue potenzialità, dai classici di David Lodge al pionieristico Quando studiavamo in America di Beppi Chiuppani. Fino al lascito alluvionale (e in verità inclassificabile) de La tredicesima cattedra di Franco Cordero. Mistero al cubo è un tassello importante di questa esperienza. È del 2019, è un giallo e – salvo un interessante punto di contatto sugli anni di piombo – è completamente diverso dal romanzo di Dario Ferrari. Non solo perché il suo Autore – che si cela dietro uno pseudonimo – è un collettivo di tre scrittori; o perché si tratta di una storia costituita direttamente dalla successione delle singole voci dei suoi personaggi. Mistero al cubo è diverso perché l’università e il suo essere forte immagine della società di riferimento sono più nettamente al centro della narrazione. Tutto ruota attorno al decesso del Prof. De Vitis, un ordinario di diritto penale comparato dell’Università della Calabria, trovato morto, integralmente nudo, nel suo ufficio all’interno di uno dei “cubi” del campus di Arcavacata. La scoperta la fa Edoardo Sansinato, il collaboratore più giovane, prototipo del tipico precario accademico e prima voce a farsi sentire nel racconto. Poi, a seguire, parlano anche gli altri: Umberto Gironda, il commissario incaricato delle indagini, colpito da qualche turbamento personale e familiare; Giusy Varrà, la laureata spigliata e disinibita, e un po’ senza scrupoli, che ambisce al dottorato e ha più di una doppia vita; Gianfranco Ferretti, il tesista anarchico e fuori corso, sospetto perfetto per la mentalità più stereotipata; Giulio Badiani, l’allievo anziano, tanto formato e rispettato, quanto frustrato dalla lunga attesa dell’ordinariato; Angela Musso, il p.m. che segue la vicenda, anch’essa (per così dire) un po’ turbata è un po’ alla ricerca; lo stesso Lorenzo De Vitis, il docente deceduto, che passo dopo passo rivela qualcosa di sé; e infine Nadia Gironda, figlia del commissario e amica di Giusy. 

La storia – che si dipana a cavallo delle festività natalizie del 2018 – non può essere integralmente svelata, si rischia lo spoiler. Ma è sufficiente dire che nell’avvicendarsi delle versioni dei singoli si avvertono distintamente molteplici ingredienti: la specifica caratterizzazione, assai realistica, di alcune figure accademiche; il legame, ben tracciato, tra una certa idea (tramontata) di università e il sogno di riscatto (anch’esso frustrato) di un intero territorio (come testimoniato dall’esplicita ispirazione al magnetico libro di Renato Nisticò: lettura obbligata e opera di un vero poeta); un sentimento – reso altrettanto efficacemente – di diffuso, trasversale e intergenerazionale, sfarinamento, nelle convinzioni individuali come nei legami intersoggettivi e nei ruoli istituzionali; l’espediente, riuscito, di collocare la soluzione del caso in una sorta di beffa ultimativa del sistema, a suggello ironico, ma amaro, di un’orizzonte ormai definitivamente ripiegato su se stesso e dunque improduttivo. Mistero al cubo si lascia apprezzare anche per un altro profilo. È l’ennesima prova di una grande tradizione letteraria, quella calabrese, che in anni recenti, da Carmine Abate a Domenico Dara, da Ettore Castagna a Gioacchino Criaco e (al meno conosciuto, ma talentuoso) Salvatore Conaci (per citarne soltanto alcuni…) sta conferendo al patrimonio nazionale ottime prove di scrittura e vitalità, emotiva e socio-culturale. In proposito devo ringraziare i colleghi e amici nativi, che da tempo mi sollecitano a scoprire l’energia di un intero giacimento territoriale. Quando posso, dunque, do piena fiducia cartacea a questo invito. Prima o poi, però, dovrò seguire le orme di Giuseppe Berto, che da veneto ha saputo trovare nella natura della Calabria un inaspettato e prolifico centro di gravità. Giuridicamente, del resto, lo è già, e finalmente, dopo qualche anno di pausa, la felice consuetudine del convegno di Copanello torna a farsi viva.

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Alessandro Nicoli (Nicòli e non Nícoli, come è spesso costretto a ricordare) è un ex giornalista e vive a Venezia. Durante una gita in barca con Marina, sua morosa, approda casualmente a San Giacomo in Paludo, dove, quasi spinto da un amaro ricordo del passato, fa dei ritrovamenti un po’ strani: una moneta d’oro inglese, dell’inizio dell’Ottocento; un teschio apparentemente antico; una piccola testa scolpita nella pietra. Mentre prova a capirci qualcosa, gli eventi lo investono con tutta la loro forza. Proprio a San Giacomo, infatti, la polizia trova il cadavere di un frate, morto annegato in una cavità posta al di sotto del luogo in cui Nicoli ha scoperto il teschio misterioso. Reperto, quest’ultimo, che presto si sa essere tutt’altro che antico, visto che si tratta dei resti di una giovane ragazza lombarda. La stampa locale, speculando sulle coincidenze, gioca a gettare l’ombra del sospetto su Nicoli, che nel frattempo, però, si lancia in un’indagine parallela, spingendosi sull’isola di San Giorgio, nel cui monastero si trova l’ordine cui apparteneva il frate defunto. È lì che riesce a recuperare un libro, appartenuto al religioso; un’opera del controverso padre Ernetti, il discusso inventore del fantomatico cronovisore, una sorta di macchina del tempo. Il groviglio sembra inestricabile e vede Nicoli muoversi, come un’equilibrista, sulle tracce della vita veneziana di George Byron e degli enigmi della famosa Hypnerotomachia Poliphilj, tra la decifrazione di strani appunti segreti, l’interpretazione di iscrizioni altrettanto singolari e le minacce violente di alcuni giovinastri sconosciuti, che lo costringono a rifugiarsi a Roma per qualche giorno. Se il giallo pare, infine, risolversi grazie all’attenta azione delle forze dell’ordine, l’avventura personale del protagonista rivela l’esistenza di una dimensione particolare, che gli consente, novello Polifilo, di fare chiarezza anche sulle sue croniche insicurezze affettive.

Alberto Toso Fei è un noto divulgatore della storia e delle curiosità veneziani. Questo è il suo primo romanzo, e dai numerosi ringraziamenti e crediti posti in appendice si comprende che ci troviamo di fronte al frutto di un esercizio che l’Autore ha cercato di fare sulle orme di narratori ben più esperti. Del resto, chi cercasse ne Il piede destro di Byron un intreccio misteryveramente originale resterebbe deluso: è un pastiche di tanti riferimenti classici del genere, ed è senz’altro salvato dalla riuscita assimilazione tra l’eroe della storia raccontata da Toso Fei e il Polifilo del capolavoro stampato nel 1499 da Aldo Manuzio. Ma ciò che in questo libro merita di essere enfatizzato sta altrove, in un aspetto che lo rende prova di un approccio editoriale che può avere significato e successo innanzitutto presso il grande pubblico. Perché, a ben vedere, le peripezie di Alessandro Nicoli forniscono al suo Autore la scusa per ri-visitare Venezia assieme al lettore, con l’obiettivo di suscitare una duplice dinamica, di immedesimazione e di esplorazione. Meglio: di suscitare questa dinamica nel turista, più che nel lettore, e di trasformare, così, un romanzo in un simpatico bedeker alternativo, facile a ogni palato. E pure di portare chi lo voglia a visitare la Biblioteca Marciana, il Museo Correr, la bellissima basilica dei Santi Maria, Donato e Cipriano, a Murano, etc. In altre parole, a uscire dalle condotte forzate dei tour di massa e a perdersi – ispirato, se del caso, anche da fantasiose suggestioni, ma sempre – alla ricerca del genius loci. Nonostante l’estrema distanza reciproca, Il piede destro di Byron mi ha ricordato Criptoamnesie, un racconto di Tommaso Pincio (da Pulp Roma). Tutt’altra scena, tutt’altro tono, tutt’altro senso. E tutt’altro livello. Tuttavia in quel racconto Pincio – che si muove seguendo le orme di Freud a Roma e allude al parallelo che il padre della psicoanalisi ha fatto tra la Città Eterna (riecco il genius loci…) e le stratificazioni della memoria – ci spiega che gli scrittori sono dei grandissimi imbroglioni, poiché le loro migliori invenzioni sono tanto reali quanto menzognere. Che c’è di meglio, dunque, per immergersi in un posto, che farsi trascinare dal più onirico dei percorsi?

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In un mite pomeriggio autunnale del 1980 Nicoletta Segafredo, guida turistica e moglie dell’anziano avvocato Dal Bianco, viene uccisa alla Rotonda del Palladio, a Vicenza. Di lì a poco, non lontano da Schio, affiora in un canale il corpo di un architetto vicentino, Riccardo Molinari, funzionario della Soprintendenza. I due casi si intrecciano ben presto, tanto che il maresciallo Piconese di Schio e il commissario Bonturi di Vicenza cominciano a collaborare. La trama della storia si palesa complessa sin dal principio. La guida e l’architetto si conoscevano, e si vocifera pure di una possibile relazione clandestina. Li aveva incontrati anche Giulia Sigismondi, una giovane e istintiva storica dell’arte, che sbarca il lunario come guida part time e traduttrice. L’architetto, in particolare, pareva assai interessato agli studi di Giulia, specialmente alla sua tesi sui preziosi disegni teatrali di Palladio, scomparsi nell’ordito di complicati passaggi tra nobili collezionisti, mercanti e faccendieri di tutta Europa. È forse un caso che attorno a Giulia ronzi minacciosamente la strana figura di un antiquario padovano che lei stessa aveva intravisto a casa di Molinari? Come se non bastasse, all’improvviso viene ucciso anche il custode della Rotonda. E nel frattempo il maresciallo Piconese e i suoi carabinieri sono distratti da un misterioso furto, avvenuto in una locale fabbrica di impastatrici. La scena – che è animata anche da altri personaggi – si articola tra escursioni e inseguimenti montani, da una parte, e sopralluoghi nelle campagne e nelle bellissime ville della pedemontana veneta, dall’altra. Tuttavia, più che la caccia a qualche inestimabile tesoro rinascimentale, è la sapienza pratica di Piconese a salvare capra e cavoli, e a lasciar correre quindi il romanzo verso un piacevole e familiare lieto fine.

La facilità di scrittura e il senso dell’intrattenimento propri di questo Autore non sono nuovi, come non lo sono la passione per la cultura della sua terra (v. qui e qui) e l’invenzione del maresciallo Piconese, già all’opera in altre precedenti avventure (v. qui e qui). Questa volta al centro dell’attenzione non c’è più l’epopea della gente cimbra (che pure continua a emergere in più di qualche pagina e figura). Il fuoco è tutto su Andrea Palladio, sulle sue ville e sull’epoca che ne ha visto sorgere e diffondere la fama. Nonostante il racconto abbia una sua apprezzabile autonomia, il libro gravita tutto attorno al fascino che ancor oggi sprigionano le opere del grande architetto. Di ciò è testimone l’ampia appendice informativa che si trova al termine del volume e sprona, quasi fisiologicamente, a cercare e compulsare I quattro libri dell’architettura. Si ha l’impressione, dunque, che Giallo Palladio altro non sia se non un divertito pretesto per introdurre e stimolare i profani a una traiettoria artistica straordinaria, e anche a farne esperienza diretta nella riscoperta degli insegnamenti del famoso costruttore vicentino e nella frequentazione degli spazi, dei colori e dei volumi del paesaggio veneto. In questo senso quella di Matino – e del suo editore – è una proposta intelligente, da assumere come primo stadio di un percorso progressivo: da intraprendere, dapprima, con la lettura alternata di un altro bel testo, illustrato, che sempre Biblioteca dell’Immagine ha preparato sulle ville venete; e da proseguire, poi, con lo studio del classicissimo e tuttora magnetico tomo di Giuseppe Mazzotti e, magari, infine, con una visita alla Biblioteca Marciana di Venezia, per gustare le vedute di Fra’ Vincenzo Coronelli. Soprattutto, Giallo Palladio si può tenere sottobraccio, vagando all’ombra di qualche barchessa e cercando un riparato angolo di verde per gustarne la bonaria e accogliente (ma per nulla scontata) semplicità.

Andrea Palladio secondo Philippe Daverio

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Il protagonista di questo romanzo è Marcello Gori, trentenne viareggino che, largamente fuoricorso, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Presto, del tutto inaspettatamente, vince una borsa per il dottorato di ricerca. Non può avere occasione migliore: non tanto per imboccare finalmente una possibile strada professionale, quanto per starne ancora lontano e fuggire dalle responsabilità cui il padre lo richiama da tempo. Il mondo accademico, però, si propone subito in maniera grottesca, con tutti i modi, i riti e le storture che gli attribuiscono i più noti e accreditati stereotipi. È naturale che, pur orientato dai consigli di Carlo, un assegnista preparatissimo che pare essergli amico, Marcello si senta un pesce fuor d’acqua. La sua guida poi – il Chiarissimo Prof. Sacrosanti, mentore dello stesso Carlo e di Pier Paolo, un dottorando ben più a suo agio di Marcello – lo mette sulle tracce dell’opera letteraria di Tito Sella, membro negli anni Settanta di uno sgangherato gruppo pararivoluzionario di provincia, e condannato all’ergastolo per alcuni gravi reati commessi dalla sua banda. Sembra proprio un’esperienza priva di particolare respiro. Tanto più che i primi approcci critici di Marcello quasi annegano nel corso dei dibattiti puntuti di un grande congresso di italianistica comparata. Nonostante ciò, il destino spinge il protagonista fino a Parigi, a consultare gli archivi di Tito Sella e a vivere pro tempore l’esperienza del tipico giovane studioso italiano all’estero. In quel contesto, a dispetto dei consigli di Sacrosanti, Marcello si immerge, e si confonde, nella traiettoria esistenziale del suo personaggio, immaginandone nei dettagli il romanzo autobiografico. Lo straniamento lo porta ad un senso di improvvisa liberazione, con incontri e abbandoni sorprendenti. Fino al forzato ritorno a casa, dove apprende di un evento tragico che lo scuote profondamente e lo porta, come in un giallo, a rivedere la pista seguita fino a quel momento, a fare una scoperta potenzialmente sensazionale e a compiere, per la prima volta nella sua vita, una scelta davvero consapevole.

La ricreazione è finita possiede tutte le stimmate del potenziale successo editoriale. In primo luogo, solletica con arguzia i palati di chi ama dissacrare il mondo universitario e i suoi principali attori. Ferrari, infatti, offre un vero e proprio repertorio del più assurdo e ipocrita galateo accademico: dal modo con cui si preparano le note di un saggio scientifico alle corse a ostacoli che si devono compiere per organizzare una conferenza e sistemare a dovere i diversi relatori. Di più: il romanzo è popolato di macchiette perfette, di figure (la dottoranda bionda, il Professor Morelli, Sacrosanti) che incarnano i classici tipi umani e le leggende personali di cui l’università è invariabilmente popolata, con le connesse povertà umane e intellettuali. Già questo, dunque, funziona benissimo. Oltre a ciò, si tratta di un romanzo di formazione, che per il solo fatto di riguardare il prototipo del vitellone degli anni Duemila non può che suscitare empatia. È il racconto di una specie di ravvedimento, di una presa di coscienza (anche questo è un fattore che i lettori di solito gradiscono) che si costruisce per opposizione all’artificiosità e all’ambiguità (che alla fine si rivelano estreme) dell’ambiente ipoteticamente colto, illuminato e impegnato in cui essa matura. Forse il terminale ultimo della storia, il punto di caduta del protagonista e delle sue decisioni finali, è disegnato in modo eccessivamente rapido, quasi sommario, come un fulmine a ciel sereno. E forse la scrittura è talvolta discontinua, alternando spezzoni di osservazione profonda o concentrazione comica, e a tratti sarcastica, a lunghi brani (talvolta superflui e) meramente narrativi. Ma occorre ripeterlo: gli ammiccamenti sopra descritti possono coprire qualsiasi maniera, ogni difetto. Sicché, nel complesso, il romanzo gira, eccome.

Il fatto è che – al di là di quanto può verosimilmente piacere – l’originalità di questo libro – il cui titolo fa ironicamente il verso sia ad una famosa frase di De Gaulle, sia a un discusso saggio di Roger Abravanel – si scopre meglio nella sua parte apparentemente più ingenua, ossia nel modo con cui rappresenta la dialettica tra vita e letteratura, tra ragioni del cuore e ragioni della testa. È profilo che si può apprezzare su due livelli, quello che più riguarda il protagonista, e quindi l’io narrante e alter ego dell’Autore, e quello che coincide con il soggetto-oggetto della finzione, Tito Sella, raffigurato e comparato con gli eroi delle sue opere. Il primo livello si spiega semplicemente. Se da un lato la somma superficialità di Marcello è il vizio che ne caratterizza meglio la personalità, è indubbio che è proprio questa virtù – un approccio spontaneo alle cose, diremmo – ad averlo protetto dall’eccesso dell’intelletto: ad averlo, cioè, tenuto “a distanza dal baratro in cui scivola chi si concede integralmente, senza remore e senza protezioni, con il rischio di essere risucchiato dall’abisso senza nemmeno rendersene conto” (p. 431). Il secondo livello, invece, è più complesso. Così come Marcello si scopre vittorioso nel farsi del suo formale fallimento, anche Sella viene riscoperto e riabilitato a modello di dignitosa coerenza proprio allorché se ne rivelano le umane paure, gli emotivi dietrofront e i successivi, umanissimi rimorsi. Solo i maestri – come Sacrosanti – sono dogmatici e perfetti, sanno come comportarsi e come, e dove, riuscire ad affermarsi, con il trasformismo e il perbenismo più assoluti, e abdicando a ogni innocenza. Che viceversa può darsi meglio nella dignitosa sconfitta di una bruciante rinuncia.

Recensioni (di D. Cacopardo; V. Calzolaio; S. Mariani; L. Martini)

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Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

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Ci troviamo in una piccola città suditirolese. Erwin, il padre di Johannes, è morto a causa di un tumore. Ma il fratello di Johannes, Georg, che è un politico e si è occupato sempre assai poco del padre, lo chiama spaventato al telefono, dicendogli di aver visto il defunto fuori dalla porta di casa. Forse Georg è sotto choc? O c’è qualcosa di strano? Anche la madre sembra improvvisamente impazzita. Sostiene che qualcuno ha rubato la borsa da viaggio del marito. Probabilmente anche lei è sconvolta dal decesso di Erwin ed è possibile che dimostri qualche segno di demenza. Comunque sia, Johannes – che fa l’insegnante e vive con la figlia Alma in una città oltreconfine – e Angelina – la moglie di Georg – non sanno capacitarsi. Poi Georg si accorge che sono scomparsi alcuni documenti del padre, legati al suo passato di giovanissima recluta della Wehrmacht, in servizio nella Berlino bombardata e assediata dagli Alleati. Johannes apprende dalla madre che è stata lei a distruggerli, perché contenevano delle lettere: si trattava del carteggio con una donna. Così, approfittando di un congresso sui risultati scolastici organizzato nella capitale tedesca, si reca a Berlino. Qui comincia un’esperienza molto particolare, non priva di colpi di scena, interferenze temporali e fantasmatiche, e situazioni sorprendenti. Non solo Johannes non resiste e si mette alla ricerca, trovandola, della donna misteriosa, ora molto anziana ma ancora viva. La sua è anche un’immersione psico-sensoriale, nella quale rivede il padre e, ricostruendone le tracce, e vivendone una nuova e inaspettata morte, ne reinterpreta la traiettoria e l’avventura, assecondando il vero se stesso. E lasciandosi andare. Di questo romanzo non si può dire tutto, si rischierebbe di restituirne un’immagine semplicistica. Come se si dicesse, ad esempio, che questa è una storia in cui l’amore vince la morte. Nella prosa pacata e lineare del suo Autore – che qua e là sa farsi anche comica, con l’effetto di creare un po’ di complicità con il lettore e di tradurre bene la sincera stupefazione del protagonista – si nasconde l’inafferrabile complicazione di un viaggio nella memoria e nella naturalezza. In Stanze berlinesi Sepp Mall ci porta fuori dagli schematismi delle vite indifferenti e stereotipate, insegnandoci che per farlo dobbiamo conoscerci meglio, andare oltre confine e ascoltare davvero la voce che portiamo dentro. 

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