Sulla costa c’è un carcere, con i suoi piani e le sue alte cinte, e tra queste ci sono i cani, intrappolati nella loro rabbia. Toro – così lo chiamano dentro – sta per rientrare; sta affrontando le consuete e umilianti formalità. Ma non è lui il protagonista. La parte spetta ad una voce, quella di altro recluso, condannato al “fine pena mai” e ridotto all’isolamento. È a questo singolare narratore che spetta raccontarci ciò che accade usualmente dietro le sbarre. Gli Enne occupano un intero settore e sono come un clan militare, dedito al crimine per fiera appartenenza genealogica. I tossici sono in un altro settore, e in un altro piano ci sta anche Toro, con gli altri delinquenti comuni. I detenuti politici sono a parte, assieme agli infami. Ancora a parte stanno le guardie, depresse e irritabili, e guidate da Comandante. Scorre la droga, i controlli e i pestaggi sono di routine, come la censura e il governo sistematico del cibo e dei farmaci; e c’è chi si suicida, perché è debole e perché anche in questa inesorabile verità viene accompagnato fino in fondo. Tutto è regolato, inevitabile, preciso. Dentro, infatti, le regole ci sono e funzionano, disegnando una realtà parallela e completa; anche se pure Comandante, talvolta, si è fatto fregare dalla potenza suggestionante di questo universo. Intanto la voce dice anche la sua storia, e la pena che deve scontare sa di un meccanico contrappasso: è finito dentro per sequestro di persona, faceva da carceriere nel rapimento della Principessa del caffè; e ora il “sequestro” tocca a lui. La tenda nei boschi, le paure del rapitore e della rapita, la solitudine di un giovane uomo che si è scoperto colpevole quasi inavvertitamente: è così che questo ignoto narratore è finito all’isola, dove le guardie hanno cercato di fargli confessare l’identità dei suoi complici, inutilmente, fino alla tragica beffa che lo ha portato a uccidere un secondino e a un destino di oblio e di assoluta e definitiva consunzione.
Quello di Torchio, probabilmente, si merita la palma del libro dell’anno. Lo stile è incisivo e le parole sono prive di qualsiasi retorica. In queste pagine la psicologia criminale, apparentemente, quasi non esiste, poiché si presenta senza veli, del tutto inconsapevole: ci pare che non possa che essere così, anche nella realtà, perché nella sua straniante purezza essa non concepisce livelli diversi di valutazione o censura; ma anche perché la sua auto-rappresentazione allude a predestinazioni che non sembrano superabili. Non è un romanzo-denuncia, quindi, almeno non lo è esplicitamente. Nonostante ciò, la sua forza espressiva si traduce in qualcosa di molto più forte. Se c’è un aspetto che in questo libro emerge meglio che in qualsiasi altra trattazione, esso coincide con la semplice messa in scena, pacata e naturale, di un ambiente nel quale accade tutto fuorché l’esecuzione di una pena. E ciò si capisce non tanto per la palese assenza di una qualsiasi prospettiva rieducativa, ma ancor prima per l’altrettanto radicale inesistenza della possibilità concreta di espiare una colpa. Perché il carcere, in ciò che racconta Torchio, moltiplica e genera patologie, in un sistema in cui anche la parte dello Stato è coinvolta in uno specchio deformante e violento, come se fosse a suo modo complice di una devianza, originaria e irrimediabile. Il carcere si dimostra, in questi termini, come il luogo della sfiducia e dell’abbandono, della conferma di un marchio che non ammette riscatti e che comincia prima, fuori dalle sue mura. Cattivi riesce a provare che la letteratura goes first everytime, e non è un caso che tra i credits di questo romanzo figuri anche Jack London (v. Il vagabondo delle stelle). Sono molti, e autorevoli, i contributi che recentemente hanno puntato il dito sull’insostenibilità di un regime carcerario più colpevole dei colpevoli che vi trovano dimora; ma le parole di Torchio ci costringono a guardarci dentro veramente e a scoprire quali siano i frutti di un potere che, pur dovendo essere il luogo della giustizia, resta irrazionalmente terribile e sconcertante.
Recensioni (di Luca Illetterati, di Matteo Moca, di Goffredo Fofi, di Giacomo Raccis, di Demetrio Paolin, di Giovanni Turi, di Lorenzo Marchese, di Cecilia Bello)
Libri recenti sul carcere: F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Il delitto della pena; F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Volti e maschere della pena; L. Manconi, S. Anastasia, V. Calderoni, F. Resta, Abolire il carcere





Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del 
Ferencs Ernesto Balla è un ufficiale dell’esercito austriaco, di madre trentina e padre ungherese. Ha studiato letteratura balcanica a Vienna ed è un vero poliglotta; a casa Wittgenstein è sempre ospite gradito. Ha prestato giuramento per l’Austria felix, multiculturale e multietnica, ma la Grande Guerra sembra essere finita presto per lui: è stato ferito sul fronte russo e ha perso del tutto l’uso di un braccio. Poteva andargli decisamente peggio, perché il colpo era diretto al cuore, e soltanto il cappuccio della sua fedele penna Elmo lo ha salvato, deviando il colpo sul gomito. Eppure il suo destino deve ancora realizzarsi proprio nel bel mezzo del conflitto, perché, per le sue spiccate doti linguistiche, viene reclutato dal servizio segreto dell’Impero per infiltrarsi nell’alto comando italiano, spacciandosi per il tenente Vittorio Bottini, morto poco dopo la cattura sull’Ortigara. Comincia così, per Balla, una nuova vita di spia, dietro le linee nemiche, dove diventa presto uno dei collaboratori più fedeli del servizio informazioni italiano, del quale segue tutte le trame, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. L’azione si svolge nelle immediate retrovie del fronte, alle porte dell’Altopiano di Asiago, tra Breganze e Marostica: Ferencs/Vittorio si integra perfettamente nella compagine del nemico, tanto da legarsi ad altri commilitoni, per i quali comincia a provare anche un po’ di ammirazione; e ha anche il tempo di innamorarsi, prima di lanciarsi nelle fasi più concitate della cruciale battaglia del 