La bella Clara Salvemini, fascinosa rampolla di un ricco palazzinaro pugliese, viene trovata morta: le circostanze della sua scomparsa sono misteriose. Qualcuno sa che non si è trattato di un suicidio, e sembra saperlo anche il padre Vittorio, che cerca di mettere a tacere ogni cosa. Le sue preoccupazioni sono tutte per l’azienda, implicata in delicate indagini giudiziarie e amministrative sulla discussa realizzazione di un grande complesso edilizio. La moglie Annamaria pare quasi indifferente. Ruggero e Gioia, gli altri due figli, reagiscono in modo diversamente equivoco: il primo è un brillante e precoce oncologo di fama internazionale, ed è egoisticamente seccato dall’accaduto; Gioia è ancora una ragazzina, e il suo dolore si confonde morbosamente con il dispiacere di non trovarsi lei stessa al centro dell’attenzione. C’è anche l’altro figlio, Michele, quello più strano e più difficile, quello introverso e un po’ matto, che se ne è andato da Bari e vive a Roma, e che torna nella grande villa di famiglia proprio in occasione del lutto. È lui a mettersi alla ricerca della verità – tra “figuri” più o meno degradati…. – riuscendo così a scoprire, passo dopo passo, che la morte dell’amata Clara nasconde segreti ancor più oscuri e indicibili. Alla fine resteranno soltanto macerie.

Questo romanzo è il fresco vincitore del premio Strega 2015. Si potrebbe definire come un “Twin Peaks all’italiana”, nel quale al carattere visionario delle ambientazioni alla Lynch si sostituiscono l’uso ostinato di uno stile sofisticato e la ricostruzione feroce di luoghi e personaggi naturalmente perduti. In questi effetti Lagioia è assai bravo: riesce a moltiplicarne la forza espressiva in uno schema narrativo che alterna in modo ipnotizzante voci e punti di vista, e che vuole trasmettere al lettore il senso di un giro di vite progressivo, l’impressione in un gorgo amorale che si fa via via più profondo e che si manifesta con violenza solo nelle ultime pagine. Lo scrittore, quindi, va senz’altro lodato: è un rondista sui generis – dei nostri tempi, diremmo – che crede fortemente nelle capacità nobilitanti e ordinanti della parola, ma in funzione eticamente rivoluzionaria. Nel suo tragico racconto, infatti, l’unica cosa pulita è proprio ciò che alcune critiche hanno voluto giudicare in modo troppo severo, ossia la contorsione del linguaggio, così pervicacemente letterario; ma per l’Autore è chiaro che è la disciplina della cultura il pilastro sulla base del quale ridare un senso ad una società degradata. Meno convincenti, invece, sono i profili che animano la trama, in primo luogo perché corrispondono apertamente a prospettive molto sperimentate e forse ormai scontate: l’intreccio tra sesso, droga, affari e poteri forti; l’aridità di una classe sociale senza scrupoli, che si è arricchita ad ogni costo, e di un Paese che non riesce mai ad emanciparsene; la disgregazione di una famiglia priva di amore, in cui ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso; la purezza del personaggio debole, guarda caso il figliastro, il più sensibile e intelligente, condannato tra i reietti perché vittima di un sopruso originario, ma destinato ad un inutile riscatto finale. Soprattutto, però, l’aspetto un po’ delicato del libro è che il carattere magico e tenebroso del linguaggio non si salda del tutto a quella che avrebbe dovuto essere la conseguente raffigurazione di un’ambiguità altrettanto complessa. Sicché il cliché rischia di rimanere tale, senza diventare epico. Ma Lagioia non è Lynch, evidentemente, e non è neanche Stephen King o Joe R. Lansdale. Per poterlo apprezzare occorre essere ancora troppo colti e raffinati, e il romanzo rischia di dimostrare l’esatto opposto di ciò che – politicamente, forse – avrebbe voluto veicolare: non basta la parola (purtroppo) per fare la morale.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Marilù Oliva, di Davide Zizza, di Matteo Bianchi)

Un’intervista all’Autore

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Ferencs Ernesto Balla è un ufficiale dell’esercito austriaco, di madre trentina e padre ungherese. Ha studiato letteratura balcanica a Vienna ed è un vero poliglotta; a casa Wittgenstein è sempre ospite gradito. Ha prestato giuramento per l’Austria felix, multiculturale e multietnica, ma la Grande Guerra sembra essere finita presto per lui: è stato ferito sul fronte russo e ha perso del tutto l’uso di un braccio. Poteva andargli decisamente peggio, perché il colpo era diretto al cuore, e soltanto il cappuccio della sua fedele penna Elmo lo ha salvato, deviando il colpo sul gomito. Eppure il suo destino deve ancora realizzarsi proprio nel bel mezzo del conflitto, perché, per le sue spiccate doti linguistiche, viene reclutato dal servizio segreto dell’Impero per infiltrarsi nell’alto comando italiano, spacciandosi per il tenente Vittorio Bottini, morto poco dopo la cattura sull’Ortigara. Comincia così, per Balla, una nuova vita di spia, dietro le linee nemiche, dove diventa presto uno dei collaboratori più fedeli del servizio informazioni italiano, del quale segue tutte le trame, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. L’azione si svolge nelle immediate retrovie del fronte, alle porte dell’Altopiano di Asiago, tra Breganze e Marostica: Ferencs/Vittorio si integra perfettamente nella compagine del nemico, tanto da legarsi ad altri commilitoni, per i quali comincia a provare anche un po’ di ammirazione; e ha anche il tempo di innamorarsi, prima di lanciarsi nelle fasi più concitate della cruciale battaglia del Solstizio, per provare a mutarne le sorti già segnate.

Per chi mastichi un po’ di tedesco, e conosca il mondo piccolo di Bassano del Grappa, lo pseudonimo dietro il quale si cela l’Autore è fin troppo facile da decifrare, tanto più che il romanzo sembra il fresco diversivo di chi pratica assai bene la storia, le strategie, i retroscena e i teatri del primo conflitto mondiale, specialmente quelli della Pedemontana veneta. Tuttavia il libro merita attenzione anche al di là dell’inevitabile gossip su chi può averlo scritto. Le vicende di Balla/Bottini ci mettono, infatti, in comunicazione con alcuni dei più suggestivi punti cardinali di un territorio che ancora oggi porta i segni di tante battaglie. Ci invitano a visitarlo, a riscoprirlo con una rinnovata perizia, e anche a conoscerne, e frequentarne, alcune gloriose curiosità, come la fabbrica delle penne Montegrappa (ché quella di Balla/Bottini oggi si chiamerebbe così) o l’intramontabile Osteria Madonnetta (di Marostica, luogo sacro dell’eroico editore e dei suoi tanti amici) o lo stupefacente Archivio Storico Dal Molin (“pozzo senza fondo” per tanti giovani e vecchi studiosi e appassionati) o, ancora, il prezioso Museo Hemingway e della Grande Guerra (per essere scortati, anche con Dos Passos, sui campi di battaglia italiani, sotto la guida dell’imperdibile – e forse oggi introvabile – volume di Giovanni Cecchin). La scrittura di Paul Schachtbrunnen non è quella di Anne Perry, e l’impresa editoriale è veramente opera di un ardito, ma i lettori ne riusciranno compensati da alcune ore di autentico svago. Conclusivamente, vale per tutti l’invito che lo stesso tenente Balla avrebbe formulato nel suo idioma ufficiale: viel Spaß beim Lesen!

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Ci vogliono la cultura e l’arguzia di un’esperta studiosa per ripercorrere gli ultimi giorni – e gli istanti fatali – di Majakovskij, vate assoluto della poesia russa del Novecento. È proprio vero che si è suicidato? Per quali ragioni? Chi c’era con lui quando, il 14 aprile 1930, la sua vita è stata interrotta da un proiettile diretto al cuore? Serena Vitale si arma di pazienza, indossa le lenti dell’investigatore e si muove tra le memorie dei testimoni di quel tempo e i dossier della polizia sovietica, anche di quella segreta, senza mai dimenticarsi, tuttavia, che i veri protagonisti della sua ricerca sono la letteratura, il costume e lo spirito di un’epoca intera. Questi, infatti, emergono nel modo più efficace, negli interstizi di una narrazione rapsodica, risultante dalla cucitura paziente di brani altrui, di verbali, di estratti di fascicoli e di ricordi mai del tutto coincidenti, ricomposti a mo’ di puzzle in una specie di Wunderkammer esistenziale. In questo spazio quasi magico si muovono, poi, molti personaggi, molti luoghi e molte “sigle”: tanti scrittori, altri poeti, intellettuali, poliziotti, uomini politici e funzionari, la LEF, la RAPP, il MChAT, l’OGPU, il Partito, la Casa Herzen, la Casa degli Scrittori, la Lubjanka… C’è tutta la Mosca dei primi vent’anni della Rivoluzione in questo libro. E ci sono le (innumerevoli) figure femminili che sono state decisive per Majakovskij: la magnetica Lili Brik, innanzitutto, ma anche la famosa Veronika Polonsakja, l’attrice che, forse, ha assistito al suicidio. Si tratta di relazioni veramente pericolose, e l’Autrice riesce a rievocarne gli intrecci, le ambiguità e le potenziali connessioni con le ragioni del crescente disagio del poeta nei confronti dell’apparato politico-burocratico dello stalinismo imperante. In questo modo, tra congetture e allusioni, tra cervelli sezionati (sic) e consulenze balistiche, tra pistole scomparse e pistole inattese, la Vitale ci accompagna fino allo showdown, al passaggio (pp. 231 ss.) in cui tenta una compiuta e verosimile ricostruzione delle ultime ore di Majakovskij.

Le immagini che Google restituisce su “Majakovskij” ci presentano il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre in pose che talvolta ricordano, alternativamente, Arthur Rimbaud o Johnny Thunders, talaltra raffigurano il profilo, se non il muso, di un pugile o di un gangster d’oltreoceano. Un maledetto, del resto, Majakovskij lo è stato sul serio; e dei più tormentati e inappagati, oltre che inappaganti e, quindi, affascinanti. Non si può mai dire l’ultima parola su di un poeta che, suicidandosi, chiede “per piacere” che non si facciano “pettegolezzi”, visto che “il defunto li odiava”. Anche Pavese utilizzerà un commiato simile, seminando negli interpreti una ridda di ipotesi e di ricostruzioni, e consegnando, così, ai futuri lettori tutto il fascino di un mistero ulteriore, di un’aura che non procede solo dalla forza evocativa delle parole. Certo è che, in Majakovskij, questa potenza dice tutto, sprizza da ogni singolo carattere dei suoi tanti versi, con quella temibile voracità che, in effetti, è tratto inconfondibile in tanti artisti dal destino segnato e dalla personalità larger than life (di cui il capitolo Tutta una citazione ci offre qualche saggio divertente e irritante). Da questa visuale si capisce anche il nesso tra l’inquietudine di un ego straripante e la Rivoluzione, concepita come proiezione politica di un bisogno irrefrenabile e fisiologico, come “la ‘sua’ rivoluzione, rivolta perenne contro l’ordine esistente”, attitudine che pone Majakovskij non tanto “contro lo Stato” (che forse non lo comprende e lo quarda, per l’appunto, con sospetto), bensì “contro lo stato – stasi, inerzia – delle cose”. La Vitale rappresenta questa energia con grande abilità suggestiva e riesce pure a soddisfare una piccola curiosità personale, rivelandomi l’occasione che ha ispirato Ascoltate, una delle mie poesie preferite. Ma tra i meriti di questo libro – che, una volta cominciato, non si può che leggere rapidamente fino alla fine – va segnalata specialmente l’estrema delicatezza con cui l’Autrice, pur sostenuta da un entusiasmo che soltanto lo sguardo femminile può rendere così penetrante e intuitivo, si ferma, con puntuale rispetto, alle porte della sofferenza e della caduta del poeta. Il testamento di Majakovskij, del resto, va onorato, e su figure tanto straordinarie straparlare proprio non si può.

Un’intervista a Serena Vitale

Recensioni (di Diego Gabutti, di Goffredo Fofi)

Due pezzi sulla morte del poeta (di Enrico Franceschini e di Luigi Ippolito)

Un documentario su Majakovskij

La poesia di Majakovskij

Carmelo Bene legge Majakovskij

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The Children Act è il titolo originale di questo romanzo, ed è anche la consueta denominazione del “codice dei minori” nella legislazione britannica. Protagonista del racconto, in effetti, è un giudice della High Court, Fiona Maye, impegnata nella sezione che si occupa di diritto di famiglia. L’avvio della storia è un riuscitissimo ritratto di questa figura, del contrasto tra la severità del suo ruolo pubblico e la fragilità della relazione con il marito geologo, e dei casi, molto difficili, che deve affrontare quotidianamente. Tra questi spicca da subito la vicenda di Adam Henry, un adolescente ricco di talento e di entusiasmo, ma malato di leucemia e bisognoso di trasfusioni che, tuttavia, non sono consentite dalla confessione religiosa cui appartiene. L’ospedale nel quale è ricoverato, viceversa, chiede l’autorizzazione a procedere in tal senso, ma i genitori si oppongono, e così dimostra di voler fare, risolutamente, lo stesso Adam. Prima di decidere, Fiona vuole andare fino in fondo e conoscere personalmente Adam. Il colloquio le sembra illuminante: il verdetto viene pronunciato in pubblica udienza e tutto pare risolto. Le cose, però, non sono così semplici, e il caso torna a ripresentarsi, anzi, ad imporsi nuovamente, con tutta la sua problematicità, intrufolandosi addirittura nella vita privata del giudice e condizionandone tutti i comportamenti e i pensieri, fino ad un epilogo sorprendente e disorientante.

Due ragioni per leggere questo McEwan (oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad un grande scrittore): 1) i primi tre capitoli sono una lezione quasi perfetta su che cosa sia l’arte di giudicare, specialmente allorché siano in gioco complessi bilanciamenti tra diritti e libertà ugualmente predicabili e pertinenti: aveva davvero ragione chi ricordava che il diritto, più che opera di sola scienza, è necessariamente anche opera di sapienza; McEwan, dunque, ci aiuta a metabolizzare che, soprattutto oggi, di fronte alle hard choices del biodiritto, non possiamo proprio rinunciare a un sapere la cui autonomia diventa tanto più preziosa quanto più rischia di risultare permeabile a influenze – morali, scientifiche, politiche, religiose… – apparentemente irresistibili; 2) il quarto e il quinto capitolo ribaltano la prospettiva e la riaffermano allo stesso tempo, in un quadro di deliberata confusione tra sfera personale e doveri d’ufficio: capitolando dinanzi a un finale che può anche deludere, apprendiamo che il diritto e la sapienza del giudizio non ci rendono immuni davanti alla forza della vita, né possono essere invocati per risolvere ogni possibile questione; di qui l’importanza della coscienza del limite, e l’icona dell’umanità ferita di Fiona Maye – che si scopre, suo malgrado, e quasi per rimbalzo, l’eroina di un dramma degno del tema classico di Tristano e Isotta – è molto efficace. Che dire ancora? McEwan frequenta le cronache giudiziarie da tempo e più di altri ha compreso che il tribunale non è materia noiosa, né sede di sole trame da giallo o da vacuo feuilleton; in altri termini: la giustizia è tornata sulla scena della migliore letteratura, e questa è una buona notizia.

Recensioni (di Livia Manera, di Davide Turrini, di Massimiliano Parente, di Giovanni Dozzini, di Tessa Hadley, di Ron Charles)

Una video-intervista all’Autore

Sulla scrittura di Ian McEwan (di Valentina Pigmei)

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1978: Lucilla è innamorata di Ilio, alpinista estremo; vive l’esplosione della sua passione come una fondamentale opportunità di rinascita, nella quale la maternità si palesa come un evento quasi provvidenziale, rispetto ad un passato di emarginazione e alcolismo. Nel 2012, nello stesso paese della montagna trentina, Anna si trova a tavola con i suoi più stretti familiari e sta vivendo un dramma terribile: la nascita improvvisa, inattesa, incompresa, di un bambino di cui non aveva mai percepito la presenza, confuso con i sintomi di un dolore lontano e massacrante, il risultato della solitudine cui è stata condannata dalle persone da cui si sarebbe aspettata amore e protezione. Nel 1627 Gheta, originaria di quel medesimo luogo, è accusata di stregoneria e viene torturata brutalmente; per le autorità la responsabilità della povertà del raccolto e degli eventi naturali che hanno piagato il territorio non può che essere imputata alla donna più eccentrica, a chi sostiene di aiutare le altre donne a liberarsi delle loro malattie e paure, a colei che può essere accusata anche di aver ucciso il proprio figlio. Lucilla sente e vede, nel sonno, il dolore di Gheta; Anna cerca aiuto nei consigli di una vecchia e preveggente Lucilla; Gheta sa già come tutto andrà inevitabilmente a finire. E così Ilio muore in una spericolata spedizione himalayana e Lucilla impazzisce dal dolore, rifiutando il frutto di quell’amore, entrando in cortocircuito con se stessa e con gli altri, e finendo in un ospedale psichiatrico giudiziario; Anna viene nuovamente tradita da chi le sta più vicino, in un percorso di negazione e rinnovata solitudine che non può che finire al cospetto del carcere; Gheta viene graziata, sicché la sua morte non sarà sul rogo, ma sul ceppo della decapitazione.

L’unico Sartori che avevo letto, prima di questo, è quello di Sacrificio. Era già un pullulare di roghi, diversi ma pur sempre accesi, in egual modo, nell’incrocio di storie di abbandono, disperazione e violenza. Anche quello era un romanzo alpino; e il merito di questo agronomo-scrittore – oltre a quello di un linguaggio pulito e scolpito – è di aver utilizzato i cocktail corrosivi di certe e ordinarie cronache di valle per rappresentare duramente la fatale operatività di alcuni meccanismi di controllo sociale e di esclusione in contesti di crisi morale e culturale. In questa nuova prova, inoltre, l’espediente della sovrapposizione di tre vicende femminili, così lontane e così vicine, perché accomunate dall’assurdo abisso dell’infanticidio, funziona bene. L’universalità della sofferenza che può generare tragedie apparentemente incomprensibili è enfatizzata dal senso totalizzante del viaggio nel tempo, se non di una atemporalità definitiva, senza possibilità di scampo. Forse, e l’accostamento non sembri tirato, nel ricorso a queste riuscite connessioni intertemporali Sartori ricorre volutamente alla tecnica narrativa che Valerio Evangelisti ha sperimentato con altrettanta efficacia nel fortunato ciclo di Eymerich. È proprio questo espediente a suggerire l’esistenza di un eterno femminino alternativo, di una tradizione, cioè, non di bellezza e mistero, ma di incomprensione e minorità che, tuttavia, anziché costituire un fattore di debolezza, può nascondere una radice e una coscienza indistruttibili. Ciò detto, Rogo presenta un limite che si riscontrava anche in Sacrificio. Il suo Autore evoca atmosfere e situazioni complesse, degne di Dostoevskij, ma lo fa con un realismo che tradisce fin troppo l’onniscienza del narratore e che produce l’effetto di degradarne i messaggi, troppo semplicemente, a meri stereotipi. Un appunto finale, per vero positivo, riguarda l’editore: il volume è confezionato molto bene; se è vero che, in tema di libri, l’occhio e il tatto vogliono la loro parte, CartaCanta sceglie sempre le sue copertine in modo azzeccato.

Recensione (di Carlo Martinelli)

Un estratto del romanzo, con una breve introduzione di Sartori 

Un’intervista all’Autore

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Al pari di Giovanni Lindo Ferretti – ma con una traiettoria del tutto diversa da quella del carismatico frontman del suo vecchio gruppo – Massimo Zamboni, che anche da ex CCCP resta sempre  fedele alla linea, rivela doti narrative non comuni. In questo testo ripercorre e approfondisce, riscoprendolo egli stesso, un momento cruciale e drammatico della storia della sua famiglia: la morte del nonno Ulisse, squadrista ucciso il 29 febbraio 1944 dai GAP di Reggio Emilia. È difficile immaginare uno “scavo” più sofferto per chi non ha certo coltivato una corrispondente eredità, avendo maturato convinzioni del tutto opposte. Tuttavia la volontà di capire prevale e, tra materiali d’archivio, rievocazioni storiche e racconti popolari, Zamboni canta una lunga genealogia di creature emiliane, di universi contadini, di fortune e ambizioni individuali e collettive. Chiarire la cornice lo aiuta a inquadrare la vicenda che lo riguarda da vicino; a comprendere meglio la crescita di un ceppo familiare che con il sudore e le bestie si è arricchito e urbanizzato; a leggere le tensioni sociali nelle quali quella prosperità è stata coinvolto sin dalla fine dell’Ottocento; a interpretare l’oscura ma elementare mescolanza di ragioni ideali e vendette private in cui, a partire da quelle primitive tensioni, i tanti protagonisti della guerra di Liberazione si sono trovati immersi quasi per un destino immutabile. D’altra parte l’eco dello sparo che ha causato la morte del nonno per mano del gappista “Muso” si è fatta sentire ancora quando quello stesso partigiano è stato assassinato, molti anni dopo, da un altro gappista, anch’egli a sua volta condannato a un orizzonte di sogni, rancori e atti inevitabilmente violenti.

“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”. Con una frase di Anna Maria Ortese, Zamboni sintetizza efficacemente la ragione del suo racconto e lo stato d’animo che ne ha attraversato la stesura. È qualcosa di più, questo libro, di un tuffo nel passato e nella memoria familiari. È lo spicchio amaro di un’autobiografia collettiva, che vuole fare i conti con alcune delle pagine più nere dell’identità nazionale e che non si accontenta di tracciare di una linea assoluta tra bene e male, né, però, rifiuta di individuarne coscientemente il rispettivo campo d’elezione. Il problema, infatti, non consiste nel modo con cui i vincitori si sono imposti sui vinti: la letteratura è ampia, da Fenoglio in poi, e quanto al cd. “triangolo della morte” c’è già stato, tra gli altri, l’ottimo romanzo di Alessandro Gennari. Zamboni ambisce ad un livello diverso, che contempla il mettersi in discussione in prima persona e che, sia pur per il tramite di un’indagine quasi intimistica, proietta l’italianissimo e verghiano tema della roba nell’analisi del carattere socio-economico della guerra civile e dei suoi tanti e dolorosi strascichi. La via è quella di un’anamnesi molto esigente; non trova tregua nell’attribuzione di una colpa, perché non sarebbe un’operazione sufficiente: al fondo la questione è quasi genetica ed è proprio il canto delle origini ad indicare il punto cui riannodarsi utilmente. C’è qualcosa, in particolare, della gloriosa epopea di una civiltà contadina presto sconvolta dalle tempeste del Novecento, che va custodito comunque e che consente, se coltivato, di interrompere l’eco di qualsiasi sparo. È il grande giacimento di una padanità apparentemente perduta, così lontana e così, sempre, incombente, nella quale Zamboni si addentra da consumato esploratore, alla ricerca di un personale e sofisticato elisir di nuova vita e di buona letteratura.

Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa)

Direttamente dal testo: tre estratti

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Edgardo è un giovane copista dell’abbazia di Bobbio e si lascia persuadere dal confratello Ademaro che la soluzione alla sua crescente miopia possa nascondersi nelle virtù di alcune misteriose pietre, lapides ad legendum, di cui narrano i mercanti di Venezia. Si recano entrambi in laguna, ospiti del convento di San Giorgio, nella speranza di trovare una risposta ai loro interrogativi in qualche misterioso trattato proveniente dall’Oriente. Ma la città è allarmata da una serie di inquietanti omicidi: gli occhi delle vittime – che provengono tutte dal mondo dei mastri vetrai, i “fiolari” – vengono sostituiti da bulbi artificiali. Edgardo, però, non si lascia condizionare e comincia la sua ricerca, anche se si trova ben presto al centro delle strane trame del mercante Karamago e della risoluta concorrenza tra il collerico mastro Segrado e i suoi più acerrimi competitori. Segrado, infatti, vuole realizzare un vetro purissimo, aiutato dalla fedelissima schiava Kallis, ma sono tante le persone che desiderano conoscerne i segreti di fabbrica. Edgardo, che intanto, nello scriptorium di San Giorgio, ha scovato un libro scritto in arabo, pieno di allusioni alle strane pietre vitree che lo potrebbero aiutare, accende la miccia dello scontro definitivo, tra delazioni, sospetti, linciaggi e improvvise e travolgenti passioni. Come in ogni più classica trama da romanzo giallo, il colpevole non è mai la figura più scontata e il gran finale, una vera e propria resa dei conti, ha, per Edgardo, il sapore di una triplice iniziazione: ad una vita finalmente adulta, al lato oscuro del sapere, alle più forti delusioni del cuore.

Il nome della rosa lo ha scritto Umberto Eco, un bel po’ di anni fa: la debolezza de La pietra per gli occhi è questa. Nonostante si tratti di una storia diversa, sono tanti, forse troppi, i punti di contatto, le coincidenze, le suggestioni convergenti; e il modello rimane ancora insuperabile. Il resto, invece, funziona molto bene, tanto che il libro merita veramente una lettura. La Venezia fangosa, umida e sporca – e sconosciuta – dei secoli in cui era ancora un arcipelago e si stava preparando a dominare il mare e la terraferma; la vivacità del porto di Rialto, allora in febbrile espansione; i nomi originari di piccole isole un tempo abitate e oggi scomparse; l’abilità e la curiosità di artigiani tenaci, autentici pionieri della produzione dei più antichi occhiali; le intuizioni e le sperimentazioni del grande scienziato arabo Alhazen; la violenta determinazione di una popolazione costantemente divisa in fazioni; il fascino straordinario di palazzi e costruzioni destinati a diventare patrimonio dell’umanità: Tiraboschi vi si orienta – e ci guida – con perizia e passione, come tra i canneti e le atmosfere limacciose della brughiera e della foresta medievali della serie di Fratello Cadfael. In poche parole, ciò che è pregevole, in questo giallo storico, non è il giallo, ma la storia, lo sguardo che l’Autore ci consente di dare ad un tempo tanto lontano e ad un’ambientazione eternamente carica di segreti e di miracoli.

Una recensione (di Sergio Pent)

Un’intervista all’Autore

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Chi è Matteo Renzi? Ci hanno provato in tanti, finora, a capirlo, ad analizzarne il DNA sociale, politico e culturale, a ricostruirne la fisionomia e la genealogia. Di certo Renzi è uno che si trova perfettamente a suo agio in quello che volgarmente si chiama agone mediatico, sia perché non ci sono rivali (e neppure intervistatori…) degni di questo nome, sia perché ha l’abilità del boxeur: “è reattivo, facondo, sciolto, mai a corto d’idee”; e poi schiva le domande più rognose e attacca, col destro e col sinistro. Questa, per Claudio Giunta, è la chiave giusta. Per comprendere Renzi occorre analizzarne la strategia comunicativa. Perché il Matteo Nazionale “parla male, ma bene”. In che senso? In primo luogo, riesce a capitalizzare a suo favore tutti i più vecchi e infondati stereotipi, ma sempre ammiccanti e auto-assolutori, sul “Primato degli Italiani”; in secondo luogo, la sua innata “indole pop” e il suo entusiasmo neo-futurista si esprimono in una “affettuosa relazione con (…) tutte le cose che si trovano sotto il cielo”, suscitando empatia e compartecipazione. Del resto, Renzi “non vuole cambiare l’esistenza” degli italiani, anche perché “quasi tutti hanno troppo da perdere per volere davvero una rivoluzione”. Vuole solo spronarli a seguire collettivamente alcuni binari. Il suo ottimismo, spinto e concitato, da overachiever, si esprime con un linguaggio contaminato da più stili, che non distingue mai, ma unifica “e unificando, inevitabilmente, semplifica”; anche perché gli “è estranea, cattolicamente estranea, l’idea di conflitto”. Eppure non si può dire che sia populista: Renzi non è quello che “ascolta le parole che salgono dalla pancia dell’elettorato e le ripete”; Renzi “descrive l’elettorato attribuendogli virtù che quello in realtà non possiede; lo lusinga”. Da dove deriva, in definitiva, la sua energia? Dall’essere, forse, un seguace naturale di Napoleon Hill, intriso, per di più, dall’inesauribile afflato motivazionale dello scoutismo; o, ancor più semplicemente, un “quarantenne che conserva la mentalità, la frenesia, il linguaggio, la determinazione di quando aveva venticinque anni”, e che pertanto può essere, a seconda di ciò che la fortuna vorrà riservargli, “uno di quelli che si schiantano facendo bungee jumping” o “un condottiero”.

Quanto a contenuti, il pamphlet è molto divertente e raffinato. Quanto ad approcci, perfeziona il metodo analitico già anticipato in Una sterminata domenica e ne costituisce, se si vuole, una pillola aggiornata. Non è altro che un nuovo appuntamento con la filologia sociale 2.0 che quella prima raccolta ha inaugurato con ottimi riscontri. Essere #matteorenzi è anche ricco di spunti semi-seri particolarmente azzeccati: come quello sul confronto Renzi-Berlusconi (nel secondo, per Giunta, “c’è sempre stato qualcosa di teneramente passé“); o come quello sul rapporto tra Renzi, la cultura e gli intellettuali (“infatti venera, sentimentalmente, la Cultura, ma disprezza gli intellettuali, un po’ perché non capisce e non ama le sottigliezze, un po’ (ma soprattutto) perché detesta i mediatori”). Il pregio del libro, comunque, si apprezza specialmente nell’onestà della valutazione complessiva che il suo Autore dedica simultaneamente al proprio (s)oggetto di studio e a se stesso. Quando talvolta assume posizioni critiche ineccepibili e molto severe – come se dovesse interpretare il ruolo di un novello Adorno, scandalizzato dalla pochezza della cultura nazional-capitalistica che lo circonda -, Giunta si traveste da “amico snob”, facendoci comprendere che il giudizio negativo su Renzi è tanto fondato quanto troppo sofisticato e lontano dalla materia viva della gente. Perché è vero che, dietro questo fenomenale impasto di individualismo e buonismo, proprio la classe dei coetanei quarantenni “vede saltar fuori tutta un’atroce Italia in cartongesso”, la solita e tragica immagine della “Repubblica democratica fondata sulla Fuffa”; tuttavia, è altrettanto vero che – “come non ha mai veramente capito quel deficiente dell’amico snob” – le cose “cambiano più a forza di entusiasmo che a forza di minuti ragionamenti”. Ed è questo che dà ragione di un appeal così rischioso e così seducente.

Recensioni (di Carlo Pizzati, Annalisa Andreoni, Claudio Cerasa, Nello Barile)

Le prime pagine del saggio

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È un romanzo molto breve, dal ritmo lento e meditativo di un classico film francese; ed è semplicemente perfetto: nell’ambientazione parigina, nello stile evocativo, nella meccanica delle emozioni, nella rievocazione dei sogni e del destino di un’intera generazione. Vi si raccontano alcuni spezzoni della storia di una ragazza, la bella e malinconica Louki. Così la chiamavano gli avventori del caffè Condé: lo apprendiamo dalla prima delle quattro voci narranti, quella di un anonimo, anch’egli affezionato a quel crocevia di intellettuali, perdigiorno, giocatori di carte e giovani alla ricerca di sé. La seconda voce, invece, appartiene a un investigatore privato, ingaggiato dal signor Choureau affinché ritrovi la moglie, Jacqueline Delanque. Questo è il vero nome di Louki, che frequentava assiduamente anche il circolo esoterico di Guy de Vere; Choureau era il capo dell’ufficio in cui lavorava, si erano sposati dopo pochi mesi dal loro primo incontro. La terza voce è della stessa Louki, che ricorda le passeggiate notturne che faceva sin da bambina, approfittando dell’assenza della madre, di turno al Moulin Rouge. Qui veniamo informati della sua amicizia con Jeannette Gaul e dell’iniziazione a pericolose abitudini e ambigue frequentazioni. Il quarto a parlare è Roland, un giovane e spiantato aspirante scrittore, che si era innamorato di Louki dopo averla conosciuta alle riunioni di Guy de Vere. Roland rammenta il periodo in cui hanno convissuto, peregrinando tra le camere di piccoli alberghi e aspettando di incrociare la felicità che il destino avrebbe potuto serbargli. I ricordi di Roland continuano anche nell’ultimo capitolo, che è collocato, cronologicamente, molti anni dopo, e ci svela l’amaro segreto di tutta la vicenda.

Patrick Modiano è lo scrittore cui è stato assegnato il Nobel per la letteratura nel 2014. Il punto forte di questo libro non è la trama, che pure produce una certa suspense, e non è neanche la suggestione socio-culturale, palese nell’evocazione esplicita di Guy Debord, da una cui frase (posta in principio, a mo’ di dedica) è preso il titolo del romanzo. La peculiarità della scrittura di Modiano è un dolce effetto ipnotico, che discende da una padronanza assoluta della fenomenologia e della topografia del ricordo. Si sono spesi i paragoni con Proust, ma quella di Modiano è una ricerca diversa, quasi astronomica e paradossale, come se si dovessero, cioè, individuare, nella galassia di esistenze ineluttabilmente dirette al fallimento, i buchi neri  in cui quelle vite avrebbero potuto lasciarsi cadere, per passare, così, ad un’altra dimensione. È come se si trattasse, quindi, di compiere un’operazione inversa a quella che si potrebbe spontaneamente immaginare: non a caso, lo sforzo di Roland è cercare le “zone neutre”, i luoghi (dimenticati o sospesi) della città nei quali (soli) intuisce di poter riuscire a vivere con Louki, al di fuori degli snodi della comune quotidianità, che purtroppo pare inchiodare i due personaggi ad un non futuro. In questo c’è un invito, da parte di Modiano, a nutrirsi, quanto possibile, della sapienza degli spazi propri, l’unica realtà in cui è verosimile riacciuffare se stessi, il proprio originario e autentico legame con le cose e con le persone che le hanno abitate, le poche opportunità di svolta; ma nella quale si può sempre incappare nelle insidie e nei vuoti di solitudine che questa maieutica prefigura naturalmente per chiunque la voglia assecondare. Tra le tante interpretazioni di questo agile racconto, non è mancata quella di chi, proprio facendo leva sulla minuziosa geografia ricostruita dall’Autore, ha segnalato vistose e complicate ricorrenze con il viaggio dantesco della Divina Commedia. Forse non è un puro gioco filologico: Modiano è davvero impegnato in un itinerarium mentis, del tutto laico, nel quale caduta e redenzione sono attingibili allo stesso grado, e in cui il vissuto e l’autocoscienza di ciascuno sono costantemente esposti alla crudeli occasioni di una scena mutevole ed eterna allo stesso tempo.

Recensione (di Fabio Gambaro)

Modiano secondo Modiano

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Il 2 dicembre 2014 Giampaolo Rugarli è scomparso e il giorno dopo il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa e Il Fatto Quotidiano gli hanno dedicato il classico coccodrillo. Per chi non ne ha mai sentito parlare, gli scrittori si scoprono anche così, ed è finita, come tante altre e analoghe volte, che l’indomani ho ordinato La troga (1988), romanzo in tre atti (con prologo ed epilogo). Ma che cos’è questa troga? Anche il commissario Pantieri – il protagonista – non lo sa; gliene ha parlato un’insolita vecchina, poi trovata morta nel Tevere, e da quel momento gli sembra che la strana parola sia sulla bocca di tutti. La confusione è tanta, Pantieri si sente solo con i ricordi della sua infanzia; d’altra parte è rimasto vedovo e ora convive con l’eccentricità disarmante del giudice Biraghi. Non gli resta che provare a indagare, in una Roma umida e fangosa, colpita senza tregua dalla pioggia, ma anche da indecifrabili eventi: misteriosi attentati, apparizioni improvvise di dirigibili, febbri sconosciute, diffuse e letali, delitti più o meno celebri. È soprattutto dalla morte del dottor Gruvi, illustre primario e figlio della vecchina scomparsa, che Pantieri comprende che i tentacoli della troga sono pericolosissimi e che lui stesso è in pericolo. Le insidie, infatti, lo perseguitano e provengono da ogni dove: dal volgarissimo procuratore Conti, che pare volerlo incastrare; dalla sua ex fiamma Mirella Janca, che è diventata una prostituta; e dal marito di lei, il temibile latitante De Fiore. Oltre a ciò, non sa capacitarsi delle strane fotografie trovate nell’armadio della moglie defunta e dei bizzarri comportamenti del suo coinquilino, trasferitosi d’emblée nella nuova villetta di Lavinio. E nel frattempo le morti eccellenti non mancano e Lauro Grato Sabbioneta, il morigerato ma potente leader politico, viene rapito e spedisce ex captivitate sorprendenti missive pubbliche, che ne rivelano un’immagine insospettabile e depravata. Tra un pericolo e l’altro, ivi compresa una rocambolesca e fortunosa fuga dal carcere in cui è stato arbitrariamente rinchiuso, Pantieri giunge alla soluzione dell’enigma e alla scoperta, angosciante, dell’identità reale di Raimondo di Turenna, pseudonimo del grande capo della troga.

Con La troga Rugarli, ex bancario divenuto scrittore di successo soltanto in età matura, consegna alla storia della letteratura nazionale tre cose: 1. un commissario perspicace e saggiamente normale, quasi la reincarnazione del credibilissimo Ciccio Ingravallo di gaddiana memoria (ma collocata in una Gotham City degli Anni di Piombo); 2. l’immagine di un’Italia grottesca e irrimediabilmente compromessa, perché geneticamente consegnata alla doppiezza e all’ambizione fini a se stesse di un’intera classe dirigente (accecata dalla mistica dell’intrigo e dall’art pour l’art del potere per il potere); 3. un modello di stile sofisticato e ironico, ricco di immagini folgoranti e di una terminologia finemente cesellata, avvolgente e disorientante (come il magma stagnante che vuole rappresentare). Ammiratore di Sciascia e stimato da Volponi, l’Autore non e dei più semplici e per questo è stato anche aspramente criticato: la difficoltà della sua prosa, in effetti, può ubriacare molti lettori. Tuttavia non si tratta di un disordine inespressivo. L’abilità narrativa di Rugarli sta tutta nella riproduzione della malìa delle grandi favole, come è La troga stessa, sia pur nel suo pessimismo, e come anche la chiusura del libro vuole visibilmente suggerire. Al termine della sua perigliosa vicenda, di fronte a una deriva generale e pressoché inarrestabile, Pantieri e la sua donna si rifugiano in una antica dimensione rurale, nella quale non c’è altra ragione per sperare che non sia quella del racconto da Mille e una notte. Non è un caso che a Rugarli riesca anche di giocare, in modo civilmente blasfemo, con la memoria del caso Moro. Ecco: La troga è una delle tante, se non infinite, variazioni sul tema del grande e irriducibile, e inafferrabile, mostro nazionale, che macina ogni cosa, che alimenta la terribile e ammiccante complicità degli stessi italiani, che non può essere eliminato e che, anzi, può essere soltanto domato dalla ricerca di un racconto finalmente diverso.

Recensioni (di Alfredo Giuliani; di Alfio Squillaci)

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