“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.

La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.

Un piccolo estratto

Un’intervista agli Autori

Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)

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Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.

Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.

Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)

Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera

Un’intervista all’Autore

Il sito di Maurensig

Per i più appassionati… le partite di Alekhine

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Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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È la seconda indagine per il maresciallo Altasi, che in tal modo torna a farsi vivo dopo il bel debutto di Dove inizia la nebbia. La scena non è più collocata nella bassa padovana; accade tutto nell’alto vicentino, a Thiene e dintorni, nuova sede di servizio del baffuto e aitante carabiniere. Vicino a una discarica viene ritrovato il corpo di un’anziana maestra e l’Arma è chiamata a indagare. Inizialmente tutto porta a pensare che il colpevole possa individuarsi in un vicino campo nomadi. Ma Altasi – che ha subito “legato” con il vice-brigadiere Orpelli – è perplesso. E lo è anche Antonia, giornalista locale tanto determinata sul piano professionale quanto irrisolta su quello sentimentale. Tutto si ingarbuglia ancor di più quando sopravviene un altro tragico lutto e viene scoperto pure un altro cadavere, quello di Tal, un giovane Rom con cui qualche anno addietro anche Orpelli aveva avuto qualche conto da regolare. Anche il vice-brigadiere, infatti, nasconde qualcosa. Chi sarà mai, dunque, il responsabile di tutti questi delitti? Si nasconde addirittura tra gli inquirenti? C’è forse di mezzo anche qualche losco traffico di armi e di rifiuti pericolosi? Per il maresciallo – confortato da un nuovo e fedele compagno e dal fascino della maestra Sara – è tempo di decidere se fidarsi delle nuove amicizie o fermarsi di fronte alla presunta chiarezza di tanti indizi. La verità, naturalmente, non è mai quella più facile da afferrare e l’assassino, come dice il vecchio adagio, è sempre il maggiordomo.

Insediamenti Rom e relativi pregiudizi; intrecci tra bassa politica, interessi imprenditoriali e indecifrabili traiettorie di personaggi sbandati; distruzione del paesaggio e avvelenamento del terreno; perdita della propria identità e frenesia di sicurezza; giornalisti maschilisti e giornaliste impegnate; insegnanti coraggiose e dirigenti scolastici pavidi e conformisti: gli ingredienti di questo romanzo sono tanti e, a dire il vero, così considerati, non prometterebbero bene. Perché sarebbe alto il rischio di assemblare una sintesi generica di mali fin troppo noti e di luoghi comuni altrettanto diffusi. Non che i fenomeni, gravi, cui questi mali si riferiscono non esistano; tutt’altro. E questo libro ce lo ricorda, seguendo a suo modo le tracce della tanta e feconda letteratura nera del Nord-est, in un poliziesco classico, dalla struttura circolare, per cui la soluzione si intravede sin dall’inizio. All’Autrice, però, le patologie socio-culturali servono solo per comporre il puzzle nel quale far agire il suo eroe e farne emergere al meglio le virtù. Rispetto al libro precedente, in particolare, L’acqua del diavolo – letterariamente parlando – segna il luogo della piena caratterizzazione di Altasi, vale a dire del suo assestamento credibile. Il pericolo insito nella banalità del contesto, dunque, viene assorbito nell’operazione, in larga misura riuscita, di far transitare il bravo carabiniere dalla fase crepuscolare (quasi fosse un’iniziazione) del primo romanzo ad un momento di crescita e di consolidamento, di familiarità e normalità. In Dove inizia la nebbia, che per certi versi è un racconto più riuscito e sofisticato, Altasi emergeva come da un incubo fangoso e piovoso. Ora sappiamo che il personaggio può esistere davvero e che si trova nell’anticamera di una metamorfosi ufficialmente matura, che – ci auspichiamo – si manifesterà pienamente nella risoluzione di prossimi e avvincenti casi pedemontani.

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La storia prende avvio a Venezia, nel 1565. Giovanni è anziano, ma quando viene a sapere che al cimitero di San Zaccaria stanno riesumando i cadaveri corre subito sul posto, per continuare a celare il segreto che Gregorio Eparco, il suo vecchio precettore bizantino, gli aveva consegnato. Si tratta di un libro, che era stato nascosto proprio sotto la testa del defunto maestro e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ora la curiosità di Giovanni è tanta, e così la lettura ha inizio. È una sorta di diario, tenuto dallo stesso Eparco nei mesi e nei giorni che hanno preceduto la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera dell’esercito turco guidato da Maometto II. Gregorio racconta moltissime cose: di quanto fosse grande la Città; dei mercanti genovesi e veneziani che vi risiedevano; della sua amicizia con Malachia Bassan, un arguto ebreo veneziano, socio in affari; delle strategie che l’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, ha cercato di mettere inutilmente in atto per evitare ciò che a tutti sembrava ormai inevitabile; della potenza, della determinazione e della crudeltà degli assedianti; dei tanti coraggiosi, greci e non, che hanno cercato di opporvisi; della sensazione imminente e tragica di un crollo generale, delle difese della Città come di un’intera civiltà. Soprattutto, però, Gregorio racconta della missione di cui si sente improvvisamente investito: salvare dal prossimo saccheggio le dieci più sacre reliquie della cristianità, da sempre custodite a Costantinopoli e celate agli appetiti di qualsiasi invasore. Con l’aiuto e la freddezza di Malachia la ricerca comincia, tra antiche pergamene, spedizioni notturne e timori sempre crescenti. L’esito di tanti sforzi è ciò che il lettore insegue fino alla fine, nelle ultime righe, quando, sorprendentemente, dopo quasi seicento pagine di racconto, si sente ancora la voglia di continuare a leggere e di saperne di più.

Con questo romanzone – che vuole espressamente porsi quale prologo di nuove avventure – Paolo Malaguti ha compiuto il processo che si intuiva sin dal suo debutto e che era emerso in modo molto chiaro specialmente nell’opera seconda: lo scrittore cercava una dimensione, un respiro e una tecnica adeguati alla propria ispirazione, e adesso, con tutta probabilità, le ha (felicemente) trovate. Qualcuno direbbe che La reliquia di Costantinopoli è un grande affresco storico. In parte lo è, sicuramente, per lo sforzo ricostruttivo, per la cura dei particolari, per l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, alla cui umanità minuta l’Autore si dimostra particolarmente attento. Altri, al contempo, potrebbero sentire la tentazione – e sarebbe la cosa più semplice da fare – di collocare Malaguti tra Ben Kane e (perché no) Umberto Eco: come a dire “tra le gesta degli antichi e i segreti dei Templari”. E qualcosa di vero c’è anche in questa valutazione. A ben vedere, tuttavia, il quadro non sarebbe del tutto corrispondente alla realtà. Lo spazio di Malaguti, innanzitutto, non è l’affresco, è l’arazzo; e non si tratta di un arazzo come ce lo immaginiamo comunemente. Forse la sua trama, la sua estensione e i suoi disegni si avvicinano a quelli della famosa tessitura di Bayeux, che non ha solo lo scopo di stupirci, ma vuole darci il senso di un’epopea gloriosa che trascorre, che si è consegnata a testimoni che spesso non ne sono del tutto coscienti e che promette di arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ciò che vi si racconta, quindi, non è soltanto cosa da thriller medievale. Certo, c’è il divertimento; e c’è anche il gusto per l’intrattenimento di un pubblico che è pronto ad apprezzare tutte le astuzie narrative di genere (dal collaudatissimo escamotage del “manoscritto ritrovato” al cliché del tesoro scomparso). Come per Gregorio Eparco, però, anche per Malaguti il mandato è altro, e del tutto peculiare, oltre che attuale: salvare la tradizione, farcene apprezzare le movenze profonde, farla rivivere – “nella confusa caducità dei tempi presenti” (p. 194) – attraverso le complesse interazioni socio-culturali di cui essa si è sempre nutrita e da cui possiamo ancora abbeverarci, perché i suoi segni ci sono incredibilmente vicini. Se a questo fine serve essere lunghi, minuziosi, quasi lenti nel procedere, allora ben venga anche la mole di libri come questo: alle pietre angolari di un solido progetto narrativo può convenire una certa stazza; e in questa confidiamo anche per la tenuta dell’edificazione futura.

Una recensione (di Nicolò Menniti-Ippolito)

La presentazione del libro (alla libreria “Palazzo Roberti” di Bassano del Grappa)

Una “pillola” sulla caduta di Costantinopoli

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Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

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Virginia è morta, si è suicidata nella sua casa di Pisa. Gaia, Marcello, Leo e Cecilia – che con Virginia avevano frequentato la Normale – tornano in città per essere sentiti dalla polizia. È Gaia a raccontare: delle domande che le vengono fatte, del suo lavoro in una televisione svizzera, dei ricordi della vita studentesca, del fallimento del suo matrimonio, dell’amore con Marcello. E dei sospetti che si addensano proprio su di lei. Perché gli inquirenti sono convinti che Virginia sia stata indotta a uccidersi e che Gaia sappia molte cose. In effetti ci racconta che non aveva mai sopportato la sua ex compagna di collegio, anche se, in verità, il suo racconto ha un solo e vero protagonista: il collegio stesso, le sue stanze, il suo giardino con la fontana dai grandi pesci, i riti goliardici imposti dagli studenti più anziani, i sogni e le amicizie; e la dura vicenda di Matteo, quello che non c’è l’ha fatta. La storia di Gaia, così, in origine bella e spensierata matricola, scorre davanti ai nostri occhi come un’educazione sentimentale alla rovescia, nella quale la scomparsa di Virginia diventa uno dei tanti e inevitabili accidenti di un’esperienza che sa di grottesco (l’epilogo la dice lunga…) e che non tutti sono in grado di  comprendere e metabolizzare fino in fondo. La ragione è facilmente intuibile: uscire dall’acquario non è semplice, soprattutto da parte di chi ci ha puntato tutto.

A pag. 12 compare la “ferocia”, che è la parola-chiave, non solo perché è termine di successo (c’è un noto romanzo che se ne è fatto emblema, con un grande riscontro di critica…), ma anche perché, quando si palesa, lo fa accanto all’immagine dell’acquario, fulcro del titolo, centro reale della scena e metafora crudele, quasi concentrazionaria, di un peculiare luogo dell’anima e di ciò a cui esso, con fredda ostinazione, prepara i suoi “accoliti”. Certo, si può dire che l’Autrice non fa altro che ricorrere ad un tema di grande e consolidato successo; cose da L’attimo fuggente, tanto per dirne una, o da giovane Törless o, ancora, da studente Gerber. Nulla di tanto nuovo, apparentemente. Il fatto è, tuttavia, che Ilaria Gaspari scrive molto bene, in primo luogo, e che, in secondo luogo, il copione non è veramente coincidente con quello più scontato. In questo romanzo, infatti, gli eroi non ci sono, e non lo sono tanto più gli studenti: né quelli che ci sembrano subito i più cattivi, né quelli che nel libro agiscono come figure potenzialmente positive o come vittime. Ebbene sì, l’acquario ha una sua etica, forse brutalmente perversa: la critica è evidente, ma tale è solo la superficie. L’acquario è anche la cornice delle sicurezze che Gaia e i suoi compagni hanno ritenuto esclusive e che ora non riescono più a relativizzare. Sicché il mostro, quello vero, quello capace di portarli tutti ad una sorta di inesorabile dissoluzione, senza colpe, è già dentro di loro e fatica a lasciarli. È per questo che un luogo di severa e densa istruzione non può che stimolare all’estremo ogni paura, assolutizzando la competizione per il sapere come lotta per la vita. Dunque, se si vuole crescere, e sopravvivere, occorre vedersi anche al di fuori. Virginia non ci è riuscita; neppure Gaia lo ha fatto, e non lo ha ancora capito. E qui – probabilmente – sta tutta la profondità di questo libro.

Recensioni (di Luisa Perlo, di Giulia Ciarapica, di Guido Vitiello, di Giovanni Turi)

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A Montaigne si può arrivare in molti modi e quello più semplice – la lettura diretta dei Saggi – è sempre il migliore. Ciononostante è anche l’approccio che esige una dedizione continua; e che presuppone anche la capacità di navigare in mari particolarmente quieti, come sono gli oceani più grandi, profondi e mai totalmente esplorati. Pare semplice Montaigne, ma non lo è del tutto. Vengono in soccorso, così, bussole di varia fattura, come quella, godibilissima, di Compagnon, tanto apprezzata dai lettori di quest’ultima estate. O come quella, ben più vecchia, di Gide, che si è limitato a selezionare il suo Montaigne, senza apparato alcuno, proponendone in modo dichiaratamente personale, e quindi assai calzante, i passaggi ritenuti più illuminanti: poiché si tratta di un classico, che non è di nessuno ed è di tutti alla stessa misura. Va detto che, forse, la migliore introduzione organizzata ai pensieri singolari di questo nobiluomo francese del XVI secolo l’ha fornita di recente Sarah Bakewell: chi vuole essere bene informato, può rivolgersi alla sua ottima biografia. Chi, viceversa, vuole ascoltare semplicemente un racconto lento e pacato, può dedicarsi al libro di Ugo Cornia, che dei Saggi prova a immaginare un percorso esplicativo, un po’ ragionato e un po’ diacronico. È lineare e facile quasi come lo paiono le riflessioni di Montaigne, e in ciò consiste la sua virtù.

La prima parte del testo cerca di individuare quale sia la molla dei pensieri e delle divagazioni di Montaigne e la trova, acutamente, in una specie di sereno fatalismo, che tuttavia non si accompagna alla deferenza nei confronti delle abitudini, delle convinzioni e delle credenze degli uomini. Tutt’altro. Montaigne, infatti, si abbevera ad una smaliziata curiosità per tutto ciò che è natura, e in primis per quella cosa naturalissima e normalissima, eppure terribile, che è la morte: “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione. Non c’è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è un male”. Della morte, e della paura della morte, Montaigne ha fatto sempre esperienza diretta: in occasione della scomparsa del padre e dell’amico Étienne de La Boétie; a causa delle tante guerre fratricide che hanno dilaniato la Francia; per la sofferenza che a lungo ha dovuto patire a causa del “mal della pietra”, che lo ha tormentato fino alla fin dei suoi giorni e anche durante il lungo viaggio in Italia, che Cornia ricostruisce, nella seconda parte, proprio in questa chiave. Ma della morte Montaigne ha accettato la sfida anche quando ha rischiato di essere ucciso dai suoi nemici: lo ha salvato, nuovamente, la sua pacifica accettazione degli eventi, che si traduce soprattutto in una fiducia estrema, e disarmante, nei confronti degli altri. È questa, quindi, l’eccessiva socievolezza del titolo, la disposizione d’animo in cui Cornia vede il tratto distintivo di Montaigne e del suo messaggio; che ci invita ancora a guardarci intorno, a vivere, semplicemente, e a cogliere tutto ciò che di positivo e piacevole è nascosto nelle cose più comuni.

Montaigne in una “pillola”

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Gian Paolo Tomazzini, trentino, è il padre di Cesare, un ragazzo che si sta laureando in geografia. Cesare ha scelto di scrivere la tesi su di un altro Cesare, Battisti, il socialista e irredentista che alle soglie della Grande Guerra aveva voltato le spalle all’Impero ed era passato dalla parte degli italiani, guadagnandosi l’appellativo di traditore e uno spietato supplizio nella fossa del Castello del Buonconsiglio. Gian Paolo è più che perplesso: la sua è una famiglia di stretta e tradizionale osservanza asburgica; come altri trentini, pensa ancor oggi che la sua terra abbia avuto molto da perdere nel passare sotto il Regno d’Italia; e vede in Battisti tutt’altro che un eroe, bensì un protomartire del fascismo. E poi che cosa c’entra Battisti con la geografia? Il Tomazzini, al solito, poco capisce del carattere e dell’intelligenza del figlio, che gli paiono scostanti, così come sembra disorientato dalle tante trasformazioni che il suo mondo sta vivendo. Quelle del suo Cesare, però, non gli suonano solo come provocazioni. Qualche dubbio comincia a serpeggiare anche nella sua mente e nei suoi stessi ricordi, perché il nonno, che pure era un suddito fedele di Franz Joseph, gli aveva raccontato, in effetti, una storia un po’ diversa. Il figlio, poi, riesce a pungerlo sul vivo, qui ed ora, perché oggi anche Gian Paolo deve compiere delle scelte, ed è forte la tentazione di fare quelle più convenienti. Insomma, il padre non si raccapezza più, finché Cesare compie, all’improvviso, un’altra scelta, quella che conta di più e che non ti aspetti, e che getta un conclusivo cono di luce sulla ragione di questo monologo apparentemente extra-vagante.

Il testo, confezionato con cura per il teatro, promette di avere un certo successo di pubblico, perché la recitazione può ben tradurre sia la divertita ironia di taluni passaggi sia la sorpresa dell’accelerazione finale. Con riguardo ai contenuti, si può riconoscere che Loperfido coglie nel segno soprattutto laddove il suo lavoro appare diretto a mettere alla berlina la forza apparentemente irresistibile dei luoghi comuni e delle auto-rappresentazioni più tranquillizzanti. Non c’è, in altri termini, il tentativo di rivedere determinate interpretazioni storiche o di risolvere facilmente un dibattito socio-politico ancora assai complesso. Questi stanno sullo sfondo, fanno da palcoscenico per un’azione che si palesa solo alla fine e che si può comprendere soltanto accettando l’idea che le scelte possono essere sempre importanti, che vi è sempre uno spazio per la cosa giusta e che il vero drago da combattere è la semplificazione qualunquista ed egoista cui i molti sembrano ammiccare come ad una presunta necessità, quasi fosse imposta da verità universalmente note e accettate. C’è, inoltre, un altro aspetto positivo nel messaggio che questa pièce sposa apertamente: la conoscenza e lo spirito critico sono essenziali, ma lo è anche la fiducia, il gesto, per così dire preliminare, che le generazioni più mature devono dimostrare nei confronti di quelle più giovani, anche quando queste ci paiono apertamente spiazzanti. La scelta di Cesare, in sostanza, ci viene rappresentata non come un atto meramente inatteso o pericolosamente avventato, bensì come un momento di opportunità collettiva, un luogo di ri-educazione alla rovescia, dove coloro che di solito sono condannati ad essere solo immaturi possono ben dimostrare di essere più consapevoli dei loro padri.

Un’intervista all’Autore

Il sito di Pino Loperfido

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L’avventura comincia il 23 novembre 1932. L’io narrante è in viaggio, in un trenino diretto verso una stazione sperduta ai confini orientali del Regno, dove approda soltanto a notte fonda. Dopo uno stranissimo assopimento, il giovane “aiutante volontario di cancelleria” ricorda di essere giunto lì, ad Aidussina, oggi Slovenia occidentale e allora limite estremo dell’Italia, per prendere servizio nella locale pretura. Il suo esordio nell’amministrazione, in verità, era già avvenuto a Pontebba, ma c’era rimasto poco: giusto il tempo di conoscere il cancelliere Cadringher, il pretore Zolla Carbonero e lo sbandato Carlo Fohn, nel loro intreccio di nostalgie austriacanti, miserie umane e sventure di confine. Su queste si era ben presto scagliata la furia ordalica dell’Alto Commissario Speciale per la Giustizia, il terribile e inflessibile Mordace, che ottiene anche il trasferimento d’ufficio del nostro eroe. Uno scenario consimile, tuttavia, lo attende anche ad Aidussina, dove si abitua subito a galleggiare, da perfetto impiegato imboscato, e dove diventa complice delle meschinerie del pretore Merdicchione e del cancelliere Semitecolo, passando le sue giornate tra il pokerino pomeridiano nell’ufficio del giudice, gli appuntamenti conviviali nell’animata trattoria della Cermeli e le tante pause di lettura, noia e torpore. La giustizia di Mordace, implacabile, non tarda ad abbattersi anche su questo luogo, e così l’aspirante travèt finisce a Cividale, la provincia perfetta che aveva già cominciato a desiderare da tempo con tanto compiacimento. Le aspirazioni in parte si avverano, e non mancano le occasioni per stringere amicizie e sodalizi e per nuove avventure sentimentali. Ma il Caffè Longobardo non attrae i suoi avventori soltanto per il gioco del biliardo. Presto, infatti, il piccolo funzionario si infatua della bella, irraggiungibile e ambigua Ilde. Complice la sua tendenza ormai naturale allo spregio di ogni regola dell’ufficio, l’aiutante cancelliere si imbatte ancora nelle ire di Mordace e comprende che il suo futuro non può più essere in quella città: non gli resta che fingersi malato di picnolessia e sperare in un’aspettativa, che al fine gli viene concessa. La storia ovviamente non termina a Cividale, perché il sogno d’amore, tanto coltivato, viene amaramente frustrato dalle feroci determinazioni di Ilde, e in quel di Trieste giunge anche il momento della resa dei conti con Mordace e della possibile e salvifica fuga via mare. È così che, sul punto di imbarcarsi come scrivano di bordo alla volta dei mari orientali, il protagonista si chiede, prossimo al puntuale e ricorrente momento di sonnolenza, se riuscirà mai a vedere Singapore o se tornerà al paese natale, tra le onde del Lago Maggiore.

Per il suggerimento di questa lettura devo ringraziare un anziano ma arguto avvocato di Tolmezzo. È un romanzo bellissimo, in effetti; non c’è da stupirsi che nel 1981, anno della sua prima pubblicazione, sia stato salutato da un notevole successo. Il motivo attorno al quale Piero Chiara costruisce la sua storia è tutto autobiografico: il primo attore è proprio l’Autore, che ha vissuto realmente il curioso apprendistato amministrativo descritto nel libro, dal quale ha tratto anche altri memorabili racconti (come Il pretore di Cuvio). Occorre dire che il gustoso e caustico ritratto che in questo testo viene offerto di certa burocrazia e delle sue gerarchie assume i tratti di qualcosa di eterno e invariabile. E in ciò ritroviamo conferma del fatto che l’impiego pubblico sa sempre dare grandi spunti alla migliore letteratura, come ha recentemente ricordato anche Luciano Vandelli. Ma il punto forte di Vedrò Singapore? è la graziosa semplicità con cui riesce a restituire un mondo intero, quello dell’antica e immarcescibile melmosità della provincia, delle sue istituzioni e dei suoi miti. Il protagonista vi scopre, da un lato, il luogo quieto e ideale per l’ingrasso dell’uomo senza grandi ambizioni, dall’altro il palcoscenico di un’educazione morale e affettiva tanto dubbia quanto naturalmente accettata. Non c’è spazio per un giudizio, neanche nei confronti delle autorità fasciste, certo incarnate dal feroce Mordace, che del resto non si palesa come titolare dell’arbitrio o della sopraffazione, bensì come castigamatti del vizio e dell’indolenza. Allo stesso tempo, il viaggio del nostro impiegato non nasconde nulla, neanche il grottesco, perché si tratta di un itinerario che si sovrappone a un processo di crescita e di maturazione che deve comunque compiersi e che si alimenta, così, necessariamente, di tutto ciò che può accadere. Se c’è qualcosa di cui Chiara e il suo personaggio – novello Renzo Tramaglino nel caos sensuale della vita extradomestica – non hanno paura è l’esperienza, anche quando è piccola, subdola o banale; d’altra parte, come dimostra la strana fascinazione del protagonista per la figura di Lunardini, anche in ciò che è dichiaratamente modesto e appartato può nascondersi il segreto della felicità. Vedrò Singapore? merita un ultimo appunto, quello sullo stile. A Chiara – che è, per così dire, un artigiano del mestiere d’artista – bastano poche e giuste parole di buonissimo italiano per costruire una fisionomia, dargli un nome, delineare una situazione, esprimere un’opinione, raffigurare un’azione. Ricorda da vicino Pratolini e Pirandello, ma la freschezza della lingua è spesso vicina a quella di Comisso. Questo romanzo va letto anche per le sue innegabili virtù espressive, come se fosse un manuale di una scrittura forse perduta per sempre.

Recensioni (di Renzo Montagnoli; di Luigi Fattorini)

L’introduzione al libro (di Mauro Novelli)

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