Bruno Arcieri, colonnello dei servizi segreti, è ufficialmente in pensione. Dopo la sua ultima avventura, che lo ha visto rischiare il tutto per tutto, si è stabilito a Firenze e ha aperto una trattoria, facendosi aiutare dai giovani che aveva già conosciuto prima di chiudere i conti con il passato (v. Il ritorno del colonnello Arcieri). O, quanto meno, prima di averci provato. Perché se da un lato può immaginare davvero di cominciare una nuova vita, accanto alla bella Marie, dall’altro viene presto costretto a riattivarsi, ad assaggiare la concitazione di nuove prove. Angela, una delle sue giovani cuoche, si è messa nei guai, e nessuno ne capisce le ragioni; oltre a ciò, Nelli, anziana nobildonna e amica fedele, gli chiede di fare alcune indagini, per verificare se sia proprio vero che Antonio Arnai, padre di Nicoletta, è scomparso a Milano, nel terribile attentato di Piazza Fontana, avvenuto qualche giorno prima. I fronti, dunque, sono due, e Arcieri è presto coinvolto in un susseguirsi di spostamenti, inseguimenti e cambi di scena: per un verso deve fronteggiare a viso aperto le ansie delle nuove generazioni e i pericoli cui sono esposte, che, tuttavia, lo preoccupano e lo affascinano allo stesso tempo; per altro verso deve rituffarsi in un mondo ambiguo e pericoloso, che credeva superato. Anche l’età comincia a farsi sentire. Vecchie spie, lontani ricordi, un gruppo di musicisti capelloni, un anziano faccendiere, una matrona spietata, una valigia piena di misteriosi documenti, un conclusivo colpo di scena: a Gori bastano pochi ingredienti per rituffare il suo eroe nella mischia, per confezionare un apparente lieto fine e per lanciarlo subito verso una missione ancora tutta da scrivere.

Non è tempo di morire è un romanzo di transizione; e forse – non ci sarebbe nulla di male – è anche un libro un po’ “furbo”. L’Autore aveva bisogno di capire se il fortunato personaggio sarebbe stato in grado di reggere ancora la tensione, di “tornare”, cioè, un’altra volta. E Bruno Arcieri, certo, ha risposto con un colpo di reni, testando il suo fisico e la sua caparbietà, e riscoprendo il profondo senso dell’onore che gli impone di andare fino in fondo, al di là di ogni stanchezza o nostalgia. Ma la storia – quella che ogni volta tutti i fans di Gori si aspettano, da Nero di maggio in poi – ha ancora da venire; ci viene prospettata, infatti, solo nel finale, come antipasto del prossimo volume. C’è da dire, però, che l’astuzia dell’Autore – o la strategia dell’editore… – termina qui. L’impressione, cioè, è che la transizione non sia stata forzata, ma sia, piuttosto, la conseguenza del più tipico, e conclamato, processo di simbiosi tra lo scrittore e la sua creatura. È come se i due si fossero presi ancora del tempo per guardarsi negli occhi e sciogliere alcuni interrogativi fondamentali (o fondanti). Ora che tutto è stato fatto e provato, e che Arcieri è morto e risorto, ed è pure invecchiato; ora che Gori ha già presentato Arcieri a Bordelli, il commissario creato da Marco Vichi, che tra l’altro compare anche nelle ultime pagine di questo romanzo (quasi l’implicita conferma di un passaggio di testimone), ci può essere spazio per continuare lo stesso ciclo? La risposta sembra affermativa, anche se a tratti, e soprattutto nello showdown che oppone l’anziano carabiniere alla vecchia Ada, ci è parso che Gori abbia voluto sperimentare il passaggio dall’Arcieri James Bond all’Arcieri detective. Ma i panni di Bruno, decisamente, sono altri, e così anche la fantasia dell’Autore si è ribellata, rimettendolo in pista a dispetto di qualsiasi credibilità anagrafica. Se la scelta sia stata giusta, lo si scoprirà presto, nella prossima e graditissima puntata.

Il sito dell’Autore

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Tutto è cominciato dal desiderio di avere una bici vera, una col palo, da adulto. Ma non c’erano i soldi; e il padre, affinché il figlio potesse comprendere come guadagnarsi il denaro per acquistarne una, ha portato il giovane Vitaliano a fagli vedere “da dove viene”, iniziandolo sin dall’adolescenza ai tanti travagli del lavoro. Comincia di qui un lungo memoir, in cui Trevisan racconta i suoi molti e vari impieghi, regolari o meno, collezionati prima di diventare uno scrittore a tutti gli effetti, dal tempo dell’adolescenza alla piena maturità. Operaio, manovale, trafficante estivo di acidi, mezzo muratore, aspirante geometra, capufficio, lattoniere, gelataio, magazziniere, portiere notturno: alla fine del libro è difficile ricordarseli tutti, anche se a tenerli assieme c’è più di qualche filo. Che tuttavia non è tirato tanto dall’Autore, dal suo carattere scostante, dal rapporto con i suoi familiari e dai suoi ripetuti e confessati fallimenti – quello matrimoniale compreso – quanto dagli ambienti che ha vissuto, dai segmenti borderline che ha condiviso con molti altri giovani, dalla vibrazione profonda di una moralità eccentrica che sa essere cinica, spregiudicata e, a suo modo, solida e infrangibile. E poi c’è l’ostinazione del voler essere un narratore vero, un magnetismo che è più forte di ogni altra alternativa, e di cui vediamo, passo dopo passo, la crescente intensità.

Come in altre occasioni, Trevisan racconta la carne e il sangue del famigerato e tragico Nordest, quello del miracolo economico e della devastazione territoriale e socio-culturale su cui ancora si regge, e dei quali questo libro disegna un’intima e a tratti impietosa fisiologia. Di materiale, ce n’è a non finire: sulle piccole e quotidiane furberie dei professionisti dell’edilizia; sulla presunta qualità di alcuni processi produttivi; sull’assoluta normalità del lavoro in nero; sull’identità delle diverse categorie di lavoratori e del padronato; etc. Soprattutto, però, il testo ci offre l’opportunità di guardare nel backstage di una vocazione letteraria, di capire, cioè, non solo da dove viene, e quali esperienze alimenta, il denaro di un’intera regione, ma anche da dove viene lo sguardo tagliente dell’Autore vicentino, che si contrappone risolutamente ad ogni retorica della comunicazione (non solo) narrativa e che si alimenta di un unico e autentico insegnamento: “L’autore cerca di pensare il meno possibile, specie quando scrive” (p. 541). È questo metodo che gli ha consentito, da un lato, di mettersi spontaneamente sulle tracce di Beckett e di Bernhard, i grandi che ha scelto come numi tutelari, dall’altro, di abbattere i terribili luoghi comuni con cui una certa intellighènzia ha cercato, e cerca tuttora, di spiegare l’Italia contemporanea senza mai avvicinarsi alla realtà. Il fatto è che Trevisan è, e vuole essere, sempre on the road, anche fisicamente; che non pretende, quindi, di guardare alle cose dall’alto (a meno che si tratti di osservarle dai tetti di qualche edificio industriale…); e che ha, così, assimilato la lezione che la verità si apprende solo nel mezzo, o dal di dentro, con tutti i disorientamenti e le crisi che questa esposizione può indurre.

Recensioni (di Gianluca Barbera; di Andrea Cortellessa; di Roberto Plevano; di Paolo Bonari; di Luca Illetterati; di Enzo Baranelli; di Cesare Galla)

Un’intervista all’Autore

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In piena Guerra Fredda un matematico di fama mondiale racconta in prima persona la sua partecipazione a un misterioso progetto di ricerca del Governo degli Stati Uniti, un tempo segreto, dandone così la sua particolare versione. Il progetto aveva un nome in codice: la Voce del Padrone. Tutto era nato in modo un po’ rocambolesco. Ma l’ondata neutrinica che aveva investito il pianeta a più riprese, e che alcuni osservatori avevano registrato, non era un caso: forse era una lettera, un messaggio inviato da una civiltà superiore e lontana. Come decifrarlo? Nel bel mezzo del deserto, in una vecchia base costruita per sostenere un attacco nucleare, era stata allestita una task force di esperti. Dopo una prima fase, nel gruppo più ristretto veniva chiamato anche il protagonista, che rievoca, ora, a mente lucida, i tanti tentativi e le molteplici e grandi tesi che sono state avanzate e discusse dai diversi team di lavoro. Il suo è un racconto affascinante, sempre sospeso tra fisica, chimica, biologia, filosofia… Ma è anche la storia, tortuosa, del fallimento di un’impresa quasi impossibile. Il brillante matematico, anzi, ci confessa che tutti quegli sforzi – e tutte quelle menti – si erano rivelati pressoché inutili. Non c’entrava soltanto il limite intrinseco della scienza terrestre; c’entrava qualcosa di più grave. Era la posta in gioco ad aver paralizzato ogni possibile ragionamento: perché gli uomini, sulla Terra, si aspettano sempre che dalla scoperta di una forma più avanzata di conoscenza si possano trarre soprattutto, e forse soltanto, i vantaggi più temibili e distruttivi. Anche loro, di fronte alla Voce del Padrone, si erano comportati come “formiche”, che, trovato “un filosofo morto sul loro cammino”, ne hanno comunque ricavato un superficiale “beneficio”. Probabilmente però – così conclude il matematico – l’intelligenza cosmica che ha escogitato l’indecifrabile missiva aveva calcolato anche questo; e l’esito fallimentare si è trasformato in tal modo in una insospettata fonte di speranza.

È il primo libro di Lem che leggo, su consiglio – azzeccato – di un amico scrittore. C’è da restarne, a dir poco, frastornati: perché sembra davvero il resoconto autobiografico di uno scienziato; e perché il tema fantascientifico è quasi azzerato, dal momento che si tratta di un lungo monologo sulla scienza vera e propria, concepito con estrema cognizione di causa. Il bello è qui, non certo nella collocazione, quasi banale, dell’opera e del suo significato corticale: scritto nel 1968, ha come obiettivo immediato l’assurda escalation agli armamenti da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica, un processo capace di asservire ogni conoscenza, e forse anche ogni logica, ai suoi scopi potenzialmente esiziali. Ma la fiction messa a punto da Lem è troppo articolata per fermarsi alla contingenza storica. Il libro discute soprattutto del (difficile, scivolosissimo) confine tra scienza e cultura, dei loro reciproci condizionamenti, forse paralizzanti, e del fattore, la politica, che li combina e ricombina in varianti di volta in volta (troppo) prevedibili. Se ciò è vero, si può accedere veramente alla natura e ai suoi segreti? La lunga e avvincente avventura dei tentativi di decifrare la Voce del Padrone – sempre che fosse sul serio un messaggio extraterrestre… – è la risposta che Lem cerca di fornire, rappresentandoci un circuito chiuso, una sorta di inestricabile e ineliminabile circolo ermeneutico, una condizione super-esistenziale di inganno sistematico, propria degli scienziati, certo, ma anche di tutti gli uomini. Quella di Lem, però, non sembra una mera e sconsolata raffigurazione di una condizione irrimediabile: non può esserlo, non potrà mai ambire all’immagine della verità. C’è un tono, piuttosto, specie nel finale, da sofisticata operetta morale, nella quale l’interlocuzione con un orizzonte scientifico e tecnologico superiore, sia o meno esistente, non ha lo scopo di tratteggiare la disponibilità di nuovi mondi, in ipotesi preclusa dalla pochezza dei riferimenti umani, ma gioca il ruolo di alterità critica, qui ed ora; di un confronto indispensabile, cioè, che per ciò solo può garantire fiducia in un futuro (migliore) che proprio così ci è reso afferrabile, curiosamente, e quindi anche a prescinderne.

Recensioni (da IlFoglio.it; da emilianodimarco.wordpress.com; da zlobone.com)

Un sito interamente dedicato a Lem

Le opere di Lem

Golem XIV a Torre del Greco (su Lem e Leopardi) (di Beppi Chiuppani)

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Leo Spitzer, scrivere di espedienti (da alfabeta2.it)

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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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Nel 2467 Robert Spofforth, il robot più evoluto tra quelli finora costruiti, si aggira per New York. Vorrebbe suicidarsi, ma la sua programmazione non lo consente. È tormentato da alcuni sogni, che gli ricordano la vita passata dell’intelligenza umana che gli è stata impiantata all’inizio della sua attivazione. Forse l’entrata in scena di Paul Bentley, che è uno dei pochi uomini a saper leggere, può aiutarlo: Spofforth, che è anche il decano dell’Università di New York, lo incarica di registrare i dialoghi di antichi film muti, nella speranza di poter afferrare qualcosa che gli consenta di capire i presupposti della memoria che gli è stata installata. Ma il destino di Bentley sembra diverso: infatti, pur svolgendo diligentemente i compiti affidatigli da Spofforth, comincia a provare una sorta di inspiegabile disagio esistenziale e riporta per iscritto tutte le sue sensazioni, per memorizzare la propria vita. Inoltre si innamora di Mary Lou, una donna che vive nello zoo della città e che, diversamente da tutti gli altri, non prende farmaci e sembra del tutto indifferente ai grandi principi dell’era presente, ossia alla Privacy e all’Individualismo. Bentley le insegna a leggere. Spofforth, però, li scopre, denuncia Bentley – che viene incarcerato – e porta a vivere con sé Mary Lou, nel frattempo rimasta incinta. In prigione, tuttavia, Bentley, che come tutti (tranne Mary Lou) è stato allevato nei misteriosi Dormitori, diventa maturo, continua a leggere e a scrivere, e capisce che il mondo degli uomini si è improvvisamente e inspiegabilmente votato all’estinzione. Intraprende in questo modo un lento, ma inarrestabile, processo di apprendimento, alla ricerca della sua umanità perduta. Riesce così ad evadere e, dopo un lungo itinerario nella natura più selvaggia, si imbatte in una strana comunità religiosa, che vive attorno ai resti di una vecchia città-rifugio, cimelio di antiche guerre globali. Qui prova nuovamente l’amore, diventa autosufficiente e riparte alla ricerca di Mary Lou, a bordo di un autobus a pensiero particolarmente sensibile. Troverà la sua donna, e sua figlia, in una New York ormai annichilita. Lì scoprirà la verità su Spofforth, sulla sua incrollabile determinazione e sulla storia dell’umanità, diventando, forse, il primo uomo di un possibile nuovo mondo.

In lingua originale il titolo di questo grande romanzo è Mockingbird, vale a dire “mimo”, l’uccello (il tordo americano) cui allude anche il titolo di questa più recente edizione, la quale, a sua volta, riprende integralmente il verso di una poesia in cui quella parola compare: è il verso, cioè, che sempre risuona nella mente di Paul Bentley e che lo scuote nel profondo senza che egli riesca a comprenderne le ragioni. Al solo pensiero che al suo primo debutto italiano, nel 1983, il libro di Tevis avesse come titolo un banale Futuro in trance, viene da chiedersi che cosa si fosse capito, allora, di questo meraviglioso racconto distopico. Perché è proprio lo struggimento indotto dal linguaggio apparentemente non significativo dell’arte (della poesia come del cinema) a comunicare a Bentley la possibilità di un’esistenza molto diversa da quella cui il mondo è andato incontro. Da quest’ultimo punto di vista, il dato veramente stupefacente è che nel futuro di Tevis gli uomini non rischiano di estinguersi a causa della guerra o della distruzione del pianeta e delle sue risorse. L’uomo, dopo la Morte del Petrolio, ha imboccato una strada ancor peggiore, quella di una rinuncia, scientifica, a qualsiasi emotività spontanea, nella coltivazione (tecnicamente assistita) di un egoismo controllato e autosufficiente, elevato, paradossalmente, a cardine di qualsiasi forma di ordinata e civile convivenza. La società, in altri termini, si è assuefatta e narcotizzata, e si ritrova, per di più, governata dai robot in attesa di un esaurimento finale. Nel romanzo, però, c’è anche dell’altro: la vicenda di Spofforth non è solo l’emblema dell’irrinunciabilità (sulla terra), o dell’inafferrabilità (per il robot), di ciò che è tipico dell’uomo; essa è anche la proiezione della tragica fallibilità della tecnologia, sia pur di quella più evoluta e performante, che nonostante ciò è pur sempre fatta di ingranaggi suscettibili di incepparsi all’improvviso e incapaci, se lasciati soli, di vera immaginazione. Le rivelazioni del finale, sul punto, sono tanto drammatiche quanto illuminanti; e può essere anche interessante annotare che lo sguardo critico viene da un Autore costantemente immerso nelle esperienze più disincantate e fallimentari della società secolarizzata, eppure istintivamente e profondamente attratto da un afflato di matrice certamente religiosa. Occorre dire ad ogni modo, che quelli di Tevis sono sempre capolavori e che dai tempi de L’uomo che cadde sulla terra non possiamo più evitare di chiederci chi o che cosa vogliamo continuare ad essere.

Recensioni (di Sandro Pergameno; di Gian Paolo Serino)

La Prefazione (di Goffredo Fofi)

Un profilo biografico di Walter Tevis

Un bel pezzo sulle opere di Tevis

Una classifica personale:

  1. L’uomo che cadde sulla terra
  2. Solo il mimo canta al limitare del bosco
  3. Lo spaccone
  4. La regina degli scacchi
  5. Il colore dei soldi
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I primi due monologhi di questo piccolo libro (Ratatuja e L’antilingua) rappresentano in maniera molto efficace il conflitto tra la giocosa vitalità e nutriente corposità del veneto tradizionale, nelle sue parlate più diverse, e la soverchiante valanga del nostro barbaro dizionario quotidiano, tra acronimi, anglicismi vari e ritornelli da talk show. Il titolo del volume, così, si fa subito chiaro: è quasi un urlo, un grido di guerra, o anche un mantra, da opporre alle tante aggressioni, non solo linguistiche, che dobbiamo subire. E sia dunque, ra-ta-tu-ja! Ma la marea cui siamo esposti sembra davvero soverchiante. Maino allora le oppone la potente satira dei due pezzi successivi (Zaiazione finale e Crostolo). Uno è un viaggio surreale nell’omologazione imperante della gente veneta, ritratta in un’esilarante galleria di tipi umani, tutti diretti verso l’inarrestabile deriva finale: trasformarsi definitivamente nel nome e nel corpo di Luca Zaia, Governatore tanto Serenissimo quanto prototipo di un Veneto assai artificioso. Il testo successivo è la storia del naufragio giudiziario e della seguente trasfigurazione domiciliare di Giancarlo Galan, alias “Crostolo” (dal veneziano “galano”), maschera par excellence della società politica locale e nazionale. L’epilogo è così sconsolato che, anziché correre il rischio di affogare tra le maschere, anche Zacaria, marocchino d’origine e neocittadino italiano, vuole fuggire dal nostro paese. Il volume si chiude con Resnullius, intensa e tragica parodia dell’unica e dolorosa definizione possibile per una categoria, quella degli stranieri, in cui il Veneto, l’Italia e pure l’Europa non riescono malauguratamente a ritrovarsi, pur avendone un’occasione storica quasi salutare.

Nel Sillabario veneto di Paolo Malaguti si ricorda che ratatuja è parola che deriva “dal francese ratatouille, ossia pasticcio, piatto combinato con una miscellanea di ingredienti, per lo più vegetali”. La ratatuja che conosco io è proprio questa: un piatto di recupero che mio padre ha sempre fatto, il suo salva-pranzi più immaginifico e gustoso, per quanto apparentemente il più improbabile. È un buon esempio di quelle che si dicono radici: difenderle vuol dire anche lottare per le parole che le esprimono. E non c’è campo migliore per il tenace – e pugnace – autore di Cartongesso, che, come suggerisce il sottotitolo di questo nuovo libro, mette le “parole alla prova”, impegnandole, e impegnandosi, in autentici saggi di resistenza culturale. Da questo punto di vista, Ra-ta-tu-ja ci sembra la fabrica di un Autore che ha una fiducia estrema nella capacità catartica della parola e dei suoni in cui se ne articola la pronuncia: non a caso si tratta di testi che Maino sta facendo circolare anche in un Ratatour, uno spettacolo in cui la sua voce è alternata dai brani musicali degli Schrödinger’s Cat; ormai la salvezza di un paese del tutto anestetizzato può passare solo per un gesto ipnotico. Dei cinque monologhi, Zaiazione finale mi sembra il migliore: alla suggestione ritmica si aggiunge quella visuale, poiché per un attimo si riesce quasi ad intravedere l’immagine di un Leviatano farsesco (chi non ricorda la copertina del famoso testo di Hobbes?), composto dai corpi e dalle fisionomie delle figure che vi si sono integralmente immedesimate. Una nota conclusiva la merita la veste editoriale, raffinatissima nella carta come nel carattere e nelle illustrazioni d’arte di Franco Zabagli. D’altra parte, un’idea tanto nobile deve avere un corpus mechanicum all’altezza.

Una recensione (di Stefano Allievi)

Il sito dell’Autore

Il sito dell’Editore

Direttamente dal Ratatour: Resnullius recitato da Francesco Maino

Il Nuovo Sillabario Veneto di Paolo Malaguti

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Drago Furlan è un ispettore di provincia, in servizio a Cividale del Friuli. È da anni che non gli capita un caso di omicidio: le sue giornate trascorrono tranquille tra il tavolo dell’osteria da Tarcisio, il tavolo del suo vero ufficio e il tavolo di casa, imbandito sempre a puntino da mamma Vendramina. All’improvviso, però, un cadavere spunta fuori, da un vecchio pozzo di Montefosca, un paesino di montagna. A Furlan e al suo vice, il fido Moroder, tocca l’indagine, che si fa subito difficile, un po’ perché Drago non è proprio abituato e si lascia distrarre dalla quiete della sua terra, un po’ perché i pochi testimoni e i vaghi indizi indicano piste tra loro contraddittorie. O si tratta di un losco giro di vecchi pedofili; o c’è di mezzo qualche vecchia e terribile vicenda, che forse risale alla seconda guerra mondiale. Il morto, infatti, è un anziano tedesco, ucciso da una pallottola esplosa da una pistola molto diffusa sul fronte orientale e su quello italiano. Drago ha un certo intuito, e il suo cervello continua a macinare, ma di fatto è alle strette: così fa un viaggio a Monaco, litiga con la morosa, si dà al giardinaggio, fa lunghi giri in moto, arresta un usuraio, si prende anche una sbornia; ma non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa. Ad un certo punto, tuttavia, una strana fortuna sembra volerlo soccorrere, anche se sarà solo la sua intelligenza, finalmente risvegliata del tutto, a chiarire ogni cosa.

Flavio Santi è un (ottimo) poeta prestato alla narrativa e questo libro è il suo primo giallo. Di questo colore, però, a dire il vero, nel romanzo c’è poco, tanto che il mistero da risolvere è che cosa ha indotto l’Autore a cimentarsi con una prova per lui del tutto inusuale. Il risultato, per certi versi, è piacevole; Furlan, soprattutto, è un personaggio riuscito. E, a lettura finita, viene anche voglia di conoscere meglio il Friuli e le sue tradizioni culinarie. Ma la storia è un po’ fragile e le digressioni di contesto si rivelano o troppo lunghe o poco utili. Probabilmente Santi ha bisogno di far circolare Furlan ancora un po’ e di fargli riprendere effettivamente il possesso di tutte le sue capacità investigative. Lo aspetteremo fiduciosi, alle prese con il prossimo barbecue domenicale e in compagnia del suo porcellino Tito (eh sì, proprio così…) e della sua fresca e genuina fidanzata (una vera e propria “Perla” del Nordest). Resta, comunque, una questione interessante. Perché a questo romanzo, in verità, gli ingredienti giusti non mancano: c’è un ispettore simpatico; c’è un territorio altrettanto ammiccante; e c’è un passato che forma ancora parte dolorosa della nostra memoria. La primavera tarda ad arrivare, tuttavia, è l’ultima manifestazione di una tendenza più ampia e ricorrente, che sembra spingere volutamente in prima linea prodotti narrativi di un certo tipo: anziché puntare sulla bontà del racconto e delle parole che lo esprimono – ciò richiederebbe, forse, troppa fiducia nella capacità di masticazione dei lettori? – si vuole suscitare subito empatia e immedesimazione; come se bastasse il fascino di un marchio slow food a garantire la sostanza del gusto… Come se, usando un’altra immagine, si utilizzasse il Montalbano televisivo per inventare quello letterario. Siamo certi che ci piacerebbe?

Recensioni (di Annamaria Trevale; di Paolo Medeossi; di Davide Brullo)

L’Autore racconta il suo romanzo

Un po’ di poesie di Flavio Santi (da leparoleelecose.it e da poetarumsilva.com)

I crimini di Avasinis: una ricostruzione e un piccolo documentario

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Terzo della “trilogia dello spazio”, che ha come protagonista il dottor Ransom, filologo di Cambridge, That Hideous Strenght sviluppa una trama che questa volta si svolge tutta sulla terra, in Inghilterra, nella piccola (e immaginaria) città universitaria di Edgestowe e nei suoi immediati dintorni. Le forze celesti, tuttavia, non stanno a guardare; e ciò perché il pericolo è grande. Infatti, con la complicità di alcuni professori “progressisti”, un fantomatico N.I.C.E. (National Institute for Co-ordinated Experiments) si sta per impadronire dell’antico bosco di Bragdon, proprietà del Bracton College. L’oscuro disegno, in principio, è quasi imperscrutabile e il giovane e ambizioso Mark Studdock, nuovo sociologo del Bracton, si lascia facilmente irretire nel quartier generale del N.I.C.E., nella vicina Belbury, dove si mette a disposizione di un eccentrico e misterioso gruppo di comando, capitanato dal vice-direttore Wither. Nel frattempo, però, Jane, la moglie di Studdock – che Wither vorrebbe a Belbury per poterne sfruttare le innate capacità predittive – trova ricovero a St. Anne, in una strana dimora, nella quale convergono, come a “corte”, tutti gli alleati di Ransom, ivi compreso un grande e docile orso chiamato Mr. Bultitude. Il filologo, reduce dai suoi viaggi interplanetari, è perfettamente cosciente della gravità della battaglia che si va preparando e dell’importanza della posta in gioco: il piano del N.I.C.E. è chiaro, c’è un’orribile e temibile forza che lo muove e che si propone di minacciare definitivamente quello che resta di un antico ordine naturale, muovendo da Edgestowe, instaurandovi un regime di polizia e trasformando tecnologicamente gli uomini in meri strumenti di una nuova religione scientista. Fortunatamente, l’alleato che il perfido Wither cerca nel bosco di Bragdon si risveglia prima di essere scoperto e si presenta, quasi provvidenzialmente, al cospetto di Ransom: dopo secoli di sonno, Merlino è tornato e, grazie alla sua intermediazione, la potenza di Maleldil si manifesterà con tutta la sua forza e non lascerà alcuno scampo ai suoi sventurati avversari.

Pubblicato nel 1945, e subito recensito da Orwell, questo romanzo offre un gradevolissimo spaccato della missione letteraria di Lewis: modernità, disincanto e fede nella scienza hanno convertito l’uomo e la sua visione del mondo, dandogli l’illusione di averlo consegnato a se stesso e per ciò solo liberato; ma la perdita di una prospettiva cosmologica può essere fatale e preludere al dominio irresponsabile di pulsioni tanto incontrollabili quanto apparentemente razionali. Occorre, dunque, tornare al mito, che può essere, in questa cornice, anche un fedele alleato della religione, nella comune finalità di rammentare all’uomo quanto la sua vita possa essere realmente apprezzata se non nella piena accettazione di un limite foriero di gioia e semplicità. In That Hideous Strenght – il cui sottotitolo spiega ogni cosa: “una favola per adulti” – il messaggio è quasi più efficace che nelle Cronache di Narnia; e forse, qui, addirittura, Lewis si rivela, per un attimo, più diretto di Tolkien e di molti altri Inklings. In primo luogo, infatti, ci sono passaggi, dal tenore scopertamente pedagogico, in cui la visione di Lewis si fa particolarmente esplicita, e non solo per gli insegnamenti di cui i personaggi si fanno testimoni, ma anche per il modo assai felice con cui questi se ne fanno portavoce dal punto di vista antropologico. In secondo luogo, è l’ironia a farla da padrone, in un susseguirsi di scene, talvolta esilaranti, nelle quali la pochezza – certamente spirituale, ma non solo… – dei cattivi e delle loro schiere viene messa totalmente alla berlina: come se l’Autore avesse voluto rappresentare, ridicolizzandola, l’estrema debolezza dei poteri cui l’umanità rischia di mettersi al servizio; poteri che sono, viceversa, tremendi solo per i danni che possono causare all’umanità stessa e alla terra che li ospita. Si può restare sorpresi dal tratto talvolta misogino e conservatore dell’universo lewisiano. E non è una mera impressione. Ciononostante il racconto dello scrittore britannico, gustoso e divertente come pochi, trasmette ancora intuizioni che fanno riflettere e che, anche a più di mezzo secolo di distanza, nascondono pillole di saggezza.

Recensioni (di Roberto Persico; di Gianfranco Franchi; di Andrea Monda)

Il romanzo in lingua originale

Un sito (italiano) tutto dedicato a Lewis

La CSLewis Foundation

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Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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