Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

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Il corpo di una ragazza austriaca, Johanna Pichler, viene trovato nella campagna di San Stino di Livenza. Le indagini arrivano presto a Martin Scherer, un giovane di San Candido. La ragazza, infatti, indossa ancora la felpa di Martin e prima di sparire era stata vista in atteggiamenti intimi proprio assieme a lui. Quasi subito, inoltre, si scopre che, nella notte in cui è scomparsa, dal telefono di Johanna è partita una telefonata: è rimasta parzialmente registrata nella segreteria di un’amica e, ascoltandola, si conoscono sia il tentativo di Martin di trattenere Johanna a casa sua, sia la volontà di Johanna di tornarsene in autostop a Sillian, a soli tredici chilometri da San Candido. Martin, dunque, viene arrestato e Marco De Vitis, avvocato bolzanino di belle speranze, ne assume la difesa. Nella tesi degli inquirenti ci sono tante cose che non tornano. È vero che Martin, in passato, ha fatto il cameriere a Jesolo, ma non ha la patente; come avrebbe potuto trasportare il cadavere in un luogo così lontano? Si pensa, certo, a qualche complice, ma non è facile individuarlo. E poi Johanna è stata minacciata anche da un camionista, detto l’Olandese, che talvolta frequenta gli stessi locali. Per Marco – che istintivamente crede all’innocenza di Martin – il caso è importantissimo e vi si butta a capofitto. Cominciano in questo modo quasi tre anni di indagini e di attività processuali, durante i quali Marco, anche con l’aiuto del Prof. Serra, noto e affermato penalista, segue ogni pista possibile. Il giudizio di fronte alla Corte d’assise conoscerà alcuni colpi di scena e l’immersione di Marco nel caso e nei suoi misteri si rivelerà totalizzante e decisiva, fino alla fine.

Nella bandella laterale il libro si auto-presenta come un legal thriller. Ma lo spazio della fiction è totalmente sovrastato dalla ricostruzione giudiziaria. Ne risulta una sorta di ibrido, sospeso tra il true crime e il courtroom drama. È un carattere che conferisce al racconto una spiccata originalità. Ciò non dipende soltanto dal fatto che la fonte dell’ispirazione è una storia vera, messa su carta con il contributo diretto, e tecnico, di uno dei suoi protagonisti. È che la narrazione non aderisce ad un canone classico di verosimiglianza, bensì ad un registro realistico e quasi didattico. Se ci si aspetta un poliziesco, un giallo o un libro “alla Carofiglio”, si può restare spiazzati. Viceversa, se si vuole capire come possono funzionare delle indagini e come può articolarsi un processo penale, si può ricevere un quadro abbastanza fedele. Viene affrontato con chiarezza, ad esempio, il tema generale dei diritti della difesa e il problematico – e tutt’altro che raro – ricorso a tecniche indebite di interrogatorio. Si comprende bene, poi, come si devono formare le prove nel giudizio e come avvengono l’esame e il controesame di un testimone. Non mancano le allusioni al sensibile rapporto che può intercorrere tra le dinamiche della giustizia e il circuito dei media. Soprattutto, è rappresentata in modo assai efficace la tensione strutturale tra la verità storica e quella processuale, specie se la seconda lascia sul terreno qualcosa di irrisolto o di non spiegato. C’è anche un altro profilo – non meno importante – che va sottolineato. Il libro rappresenta un itinerario di intenso e progressivo apprendimento e, ciò facendo, mette in scena in modo convincente ciò che è noto non solo a qualsiasi avvocato, ma ad ogni professionista che voglia ritenersi tale: che l’esperienza sul campo è un costante e irrinunciabile esercizio; e che ci sono sempre vicende e prove difficili, che fanno crescere più di altre.

Una doppia recensione (da Il Corriere dell’Alto Adige)

Un’intervista a Giovanni Accardo

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Il romanzo segue, a capitoli quasi alternati, le vicende di Giulio Drigo e Marco Sberga, due giovani artisti trevigiani dietro i quali si nascondono personaggi reali (da un lato, Comisso stesso, suo cugino Nino Springolo e lo scultore Arturo Martini, come fusi in un unico individuo; dall’altro, il pittore Gino Rossi). Prima dello scoppio della Grande Guerra, i due, pur essendo alfieri di approcci differenti, ambiscono ad essere protagonisti di un’arte completamente rinnovata, in polemica con le esposizioni biennali di Venezia. Entrambi si innamorano e si sposano con grande entusiasmo, ma il conflitto interrompe il loro confronto ideale, li separa dalle consorti e li porta al fronte: l’uno diventa ufficiale, viene ferito, ma si salva; l’altro combatte da semplice fante ed è fatto prigioniero. Drigo avvia apparentemente una nuova vita con la giovane moglie, con cui si trasferisce in campagna, speranzoso di tornare a dipingere, e di farlo con una piena e autentica adesione alla verità della traboccante natura che lo circonda. Presto, però, è costretto a tornare in città e ad adattarsi a conciliare la sua arte con le più semplici istanze della vita quotidiana. Viceversa, Sberga, già consumato dalle privazioni, apprende che la moglie lo ha abbandonato ed è costretto a vivere con la madre, in una condizione umiliante, nella quale, pur continuando a immaginare nuovi itinerari artistici, finisce per alienarsi del tutto. Verrà ricoverato in un locale manicomio, dove Drigo, sorpreso, lo incontrerà per l’ultima volta.

Concepito e scritto nel 1934, I due compagni non è stato incluso nel Meridiano che quasi vent’anni fa Mondadori ha confezionato con la curatela di Rolando Damiani e Nico Naldini. Si è trattato di una bocciatura? Quella, per espressa determinazione dei curatori, è stata una ponderata scelta programmatica: voleva offrire un itinerario che potesse dare l’idea del canone comissiano; e per rappresentare un canone (qualsiasi esso sia) occorre sempre selezionare, per definizione. È anche vero che I due compagni è sicuramente classificabile come un lavoro minore. Ma leggerlo, specie dopo le opere più note e acclamate, consente di valorizzarne una particolare caratteristica, a suo modo pre-canonica: rappresenta, infatti, l’anticamera del Comisso più maturo. Naturalmente ci sono molti altri motivi per evidenziare l’importanza del romanzo. Il primo: diversamente da Giorni di guerra, ed in modo pertanto inedito per Comisso, ne I due compagni il conflitto appare nel suo lato più drammatico, spaesante e doloroso; ragione che spiega i tagli, selettivi, ma significativi, voluti dalla censura fascista, dei quali Isabella Panfido dà puntuale testimonianza nella preziosa postfazione. Poi c’è un altro fattore di interesse: la rievocazione di due figure rilevanti (Gino Rossi e Arturo Martini) e la messa in scena di un confronto tra due opposte concezioni dell’arte e del rapporto tra arte e realtà. Tuttavia un’impressione si fa irresistibile: che ne I due compagni Comisso – che istintivamente parteggia per Sberga, ma teme di abbandonarsi alla necessità di essere anche Drigo – sceglie di descrivere un conflitto tutto interno alla sua formazione, e di affrontare il disincanto e la solitudine immergendosi nell’unica empatia che non lo ha mai tradito, quella dell’esplosivo e vibrante paesaggio pedemontano, il vero e onnipresente protagonista del libro. È in questa prospettiva che I due compagni costituisce il piccolo abbozzo, quasi in forma di sceneggiatura, di un percorso estetico che ne La mia casa di campagna sarà destinato a farsi anche scelta di vita.

Commiato a Gino Rossi (di Giovanni Comisso)

Nella casa di Arturo Martini (di Giovanni Comisso)

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Tra i libri letti negli ultimi tempi, questo è il migliore. Ed è la conferma che su Gary si può sempre puntare. Diplomatico, militare ed eroe, scrittore, sceneggiatore e regista: è una figura poliedrica e inclassificabile, sempre ostinatamente protesa verso esperienze larger than life. Eppure, anche nelle sue opinioni più abrasive e anticonformiste (o forse proprio per questo), Gary – il figlio di immigrati lituani, il poliglotta, il prodotto dell’intreccio di una serie di etnie e tradizioni – è un mirabile prototipo dell’uomo del Novecento. Come in altre sue opere, anche in Cane bianco autobiografia, saggio e fiction si intrecciano. La storia, che è ambientata nel 1968 (il romanzo è stato scritto nel 1969 e pubblicato l’anno successivo), comincia a Hollywood, sullo sfondo dei moti e dei vasti disordini metropolitani che attraversano gli Stati Uniti dopo la morte di Martin Luther King. Gary si trova nella casa in cui abita assieme alla moglie, l’attrice Jean Seberg, che tanto si prodiga per la causa antirazzista e per il sostegno all’azione di molte e diverse fazioni del movimento black. Caso vuole che un giorno il cane di Gary si presenti davanti alla porta di ingresso seguito da un altro cane, un pastore tedesco tutto bianco. È un cane particolare, che si affeziona subito alla sua nuova dimora e a chi ci vive. Ma ha un problema. Quando si avvicina una persona di colore, sembra perdere la testa, ringhia furiosamente e diventa molto aggressivo. Lo shock di Gary è grande, tanto che decide di rivolgersi a un amico, titolare di un rinomato zoo californiano. Lì apprende che Batka – questo il nome russo che ha dato alla bestia: “piccolo padre” – è un white dog, un cane addestrato a cacciare uomini di colore, come accadeva un tempo negli Stati del Sud: un cane che tutti danno per irrecuperabile. Ma un certo Keys, che lavora allo zoo ed è nero, si offre sorprendentemente di rieducarlo. Nel frattempo Gary, turbato dalla situazione surreale di essersi imbattuto in un cane razzista, osserva critico e disincantato tutto ciò che accade attorno a lui e stigmatizza il perbenismo e l’attivismo antirazzista del bel mondo dello spettacolo. Soprattutto, abbatte uno per uno gli stereotipi e i pregiudizi che si nascondono nelle vene dell’America bianca, ed anche le proiezioni illusorie che animano i progetti degli attivisti di colore. La sua è un’intelligenza corrosiva, volutamente provocatoria, che non si allinea a ciò che oggi chiameremmo politicamente corretto e che, tuttavia, non scade neanche in ciò che si potrebbe considerare semplicemente scorretto (il libro è disseminato di intuizioni folgoranti e giudizi illuminanti, oltre che adeguati alla più scottante attualità). È un patriota gollista, reduce della guerra contro il nazismo e il fascismo, ed è convinto che la democrazia debba dischiudere un orizzonte in cui tutti possano diventare più nobili: non sopporta che un paese – gli Stati Uniti, ma anche la Francia, che in quel momento ribolle per le rivolte studentesche – si arrenda al dominio della retorica e alla paradossale ripetizione delle dinamiche ricorsive della diseguaglianza. Per questa ragione, attacca i meccanismi imitativi e intrinsecamente conflittuali della società americana, raffigurata come modello di una perfetta e inguaribile “società della provocazione”, in cui l’esaltazione delle differenze, specie da parte di chi ha successo, pone costanti presupposti per la diffusione di sentimenti rivali. Ma in questo romanzo c’è anche dell’altro: la crisi di una relazione sentimentale; la storia di due fratelli tanto diversi e al contempo tanto vicini; la lite (con tanto di calci bene assestati) con un divo del cinema; un incontro con Bob Kennedy… Ovviamente c’è anche l’epilogo della storia del cane. Che l’odio possa rivelarsi un male davvero inguaribile, è un insegnamento che anche Gary è costretto a verificare proprio nel terribile e scioccante nuovo corso – tutto da scoprire… – cui il white dog è stato ammaestrato.

Una recensione (di G. Alù)

White dog, il film del 1982

A Nizza con Gary

Sulla sua “autobiografia”

Gary “padre di tutte le Ferrante”

I suoi due libri più belli: Educazione europea e La promessa dell’alba

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Il dott. Norton Perina è un medico famoso in tutto il mondo: ha vinto il Nobel per aver scoperto in una remota popolazione primitiva una strana patologia, che allunga la vita. Viene condannato a due anni di prigione per aver abusato di molti dei suoi tanti figli adottivi, di volta in volta prelevati dalle isole in cui aveva fatto le sue fortunate ricerche. Un collega e amico, il dott. Kubodera, ne pubblica il memoriale, in cui lo studioso racconta le sue origini, il rapporto complesso con il fratello, le prime e frustranti esperienze di lavoro in un grande laboratorio universitario. Rievoca soprattutto la scelta, quasi fortunosa, di avventurarsi nel ruolo di assistente di un brillante antropologo di Stanford, Paul Tallent, e di andare con lui a Ivu’ivu, un’isola del Pacifico in cui dovrebbe vivere una tribù isolatissima e misteriosa. Arrivati a destinazione – e scortati da alcune guide della vicina U’ivu – Norton, Paul ed Esme, la petulante collaboratrice di Paul, trovano nella giungla un gruppo quasi disperso di alcuni “sognatori”: è così che battezzano questi indigeni, che sono molto anziani e un po’ rimbambiti. Poco dopo scoprono un villaggio vero e proprio, ai cui margini si accampano. Comincia un periodo di meticolosa e straniante osservazione: comprendono che i sognatori hanno più di cent’anni e che sono stati banditi dalla comunità; assistono a rituali molto forti, e in uno di questi gli uomini più vecchi del villaggio sembrano abusare dei ragazzi che diventano adolescenti; capiscono che per quella comunità un ruolo misterioso e fondamentale è svolto da una peculiare specie di tartaruga. È a proposito di questa tartaruga che Norton ha l’intuizione che in pochi anni lo porterà a pubblicare studi rivoluzionari e ad attirare su di sé l’attenzione degli scienziati. Il resto del racconto riferisce della nuova vita di Norton, della fama improvvisa, delle numerose adozioni, della strana scomparsa di Tallent, della distruzione dell’arcipelago di U’ivu per opera delle missioni delle grandi cause farmaceutiche. Poi si narra dell’origine dell’adozione di un figlio particolare, Victor, e del conflitto familiare che porta il protagonista alle accuse per le quali viene arrestato, processato e giudicato colpevole. Fino alla dura e diretta confessione conclusiva, che il dott. Kubodera dapprima espunge dal memoriale e poi rivela dal luogo segreto in cui si è rifugiato con Perina.

Questo libro appartiene al genere di quelli che si leggono perché tutti ne parlano. Ci si arriva con un misto di grande aspettativa e non minore scetticismo, il tipico stato d’animo che ormai è proprio anche del forte lettore. E da cui bisogna guardarsi. Perché anche il forte lettore si nasconde tra i compratori medi, e in quanto forte rischia di esserlo pure nella mediocrità del giudizio. Occorre abbandonarsi alla storia, alla sua articolazione e alla scrittura. Occorre, in poche parole, non fermarsi alla superficie, non cadere nella trappola che la reale vicenda di cronaca – la parabola del dott. Daniel Carleton Gajdusek, nascosto dietro le fattezze di Norton Perina – pare preparare tanto bene. Se si prende quella via, infatti, ci si trova subito incagliati nelle sabbie di interrogativi molto scontati: si può essere geni e mostri al contempo? A quali inquietanti deformazioni può condurre l’omosessualità repressa? Quali sono i costi dell’esplorazione occidentale delle società cosiddette meno evolute? E quanto sono comparabili i modelli sociali? Il rischio è di terminare la rassegna delle domande con quella ancor più banale: anche il dott. Kubodera era omosessuale? Insomma, questo è un caso in cui, prima che il contenuto, sono la forma e la struttura del romanzo ad essere tanto sintomatici. C’è un’evidente sproporzione, infatti, nelle dimensioni come nell’insistenza e nell’accuratezza della descrizione, tra il racconto della scoperta (dell’isola, della giungla, dei riti della tribù, del segreto della tartaruga, della propria consapevolezza, anche sessuale) e il racconto della crisi (che si focalizza sull’ultimo atto, sul crollo di una specie di ecosistema individuale). È nel primo che si trova il centro di gravità dell’intera storia, e ciò, semplicemente, perché è lì che si nasconde l’iniziazione di Norton e la sua vocazione totalizzante, il principio e l’epilogo di tutta la vicenda. In fondo, Norton crolla di fronte alla vendetta, implacabile, della società e della cultura che egli stesso ha tradito, e che non è quella di Ivu’ivu, ma quella occidentale. Solo così si spiega la volatilizzazione di Tallent, che rimane cosciente e distante fino alla fine. Ma c’è di più. Perché questa distanza è quasi metafora di un approccio scientifico alternativo, quello che Perina ha colpevolmente misconosciuto, rompendo il meccanismo dell’obiettività e, cosa ancor più grave, importando la dimensione rituale dentro di sé e dentro la propria esperienza di ricercatore. Se da un lato, dunque, si può leggere Il popolo degli alberi ponendosi questioni fin troppo facili, dall’altro lo si può considerare come la cronistoria perfetta di una tragedia umana e scientifica davvero senza precedenti. Ed è specialmente da questa visuale che l’Autrice e il suo lavoro si lasciano apprezzare.

Recensioni (di M. Crawford; di B. Kimzey; di K. Kitamura; di C. Mazzoleni)

Conversazione con l’Autrice

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Il 29 gennaio 1996 il Teatro La Fenice di Venezia è stato devastato da un rogo di matrice dolosa: un incendio appiccato da due giovani cugini, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, rispettivamente il titolare e un dipendente di una delle ditte che avevano in subappalto parte dei lavori di manutenzione del prezioso complesso. La ditta era in ritardo nell’ultimazione di ciò che avrebbe dovuto realizzare e pertanto si sarebbe trovata costretta a pagare una penale molto onerosa; troppo, per un imprenditore del tutto inesperto, viziato e inguaribilmente e costantemente pieno di debiti. E così il fuoco è sembrato l’unica soluzione, la fonte di una liberazione, come lo è anche per il protagonista del Padiglione d’oro di Mishima. Il parallelo rivela che con questo libro Giorgio Falco non si limita a raccontare la storia di un delitto. Ne studia e analizza – con intento autoptico – gli antefatti, le motivazioni, la progettazione e il contesto. Ma fa anche di più. Scava nella profondità del tipo antropologico e del modello socio-economico che hanno prodotto il drammatico evento. Una volta ricostruita, la genealogia della distruzione di un patrimonio tanto grande non è altro che il simbolo perfetto di una crisi e di una mutazione terribile, conclamata e apparentemente inarrestabile. Questo è anche il senso del titolo, perché tecnicamente, nel linguaggio dei pompieri, il flashover non è altro che la fase dell’incendio generalizzato, che segue all’ignizione e alla propagazione; è lo stadio in cui “tutti gli elementi bruciano all’unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superficie disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco”. Quale sia la benzina di questa irresistibile transizione infuocata non è un mistero. La si afferma e metabolizza ripetutamente nelle riflessioni o divagazioni, molteplici, che fanno da intermezzo alla ricostruzione dei fatti, e nell’affondo conclusivo, dove si rivela anche il motivo del corredo fotografico di Sabrina Ragucci, che punteggia il volume sin dalle sue prime pagine. È la forza del capitale, della sua intrinseca vocazione profondamente sociale e culturale, della sua capacità di alimentare i desideri e di appagare le voglie di una borghesia che non è più confinabile in una classe definita, ma diventa paradigma condiviso di ricerca e consumazione assuefatte di un benessere illusorio e patogeno. È una corrente capace di plasmare le anime, di fornire loro qualsiasi alibi e ogni possibile strumento di autoconsunzione, di omologare e mascherare ogni individuo, e di nutrirsi delle sue macerie e di quelle che essa stessa produce. Il messaggio di Falco – pur scritto benissimo – non è certo nuovo e rischia di riuscire retorico, se non banale, e di suonare venato da un po’ di ressentiment. Certo, ha il coraggio di guardare dritto nel fuoco e nelle sue ceneri. Prova a dimostrare – come in un caso di scuola – che col capitale, definitivamente incarnato, o meglio combusto, non ci sono alternative facili; e mette in scena i movimenti di un’infezione psicologica collettiva, che ha molto a che fare con l’autobiografia del Paese, anche se risponde a logiche globali. Se c’è un punto, però, in cui quest’analisi risulta in difetto è nel fatto che in essa manca la sottolineatura specifica della grande e diffusa ignoranza che alimenta il fuoco. Non c’è dubbio, comunque, che Flashover, assieme ai romanzi di Bugaro e Maino, aggiunge un altro tassello alla composizione del quadro veneto contemporaneo, che nel passaggio tra i due secoli, purtroppo, assume veramente, e drammaticamente, il ruolo di guardia avanzata della nazione.

Recensioni (di S. Colangelo; di A. Cortellessa; di G. Galofaro; di N. Porcelluzzi; di G. Raccis; di D. Ronzoni)

L’Autore a Fahrenheit

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Kevin Joyce e Alexander Belov sono stati due protagonisti della finale olimpica di basket di Monaco 1972, nella quale l’Unione Sovietica ha sconfitto gli Stati Uniti per un solo punto. La partita si è decisa negli ultimi secondi, come spesso accade nella pallacanestro. Ma in quel caso proprio gli ultimi secondi si sono giocati per ben tre volte, con un clamoroso ribaltamento del risultato e con tutte le code polemiche che la sfida tra le superpotenze poteva stimolare. Nel 2006, mentre a Londra sta per cominciare l’Olimpiade, Kevin Joyce si trova a Losanna e sta osservando un quadro di Hopper. Il romanzo di Poddi parte da qui: dai pensieri-ricordi del cestista sconfitto e dal fortuito caso che lo fa incontrare con una giovane guida del museo; ma anche dalle associazioni spazio-temporali che la rievocazione della mitica partita provoca nello stesso Autore, perché quell’epico confronto ha significato molto anche per i suoi genitori. Prende avvio, così, una serie di narrazioni sovrapposte e alternate, che coinvolgono anche le vicende di Alexander Belov, prima, durante e dopo la grande vittoria, e che cercano di seguire il percorso delle due squadre verso l’epico scontro. Non manca, naturalmente, la tinta di contesto – Monaco 1972 è anche lo scenario del famoso raid terroristico antiistraeliano, terminato in massacro – anche se il motivo del racconto ruota tutto attorno all’ambiguità della vittoria: che può apparire tanto grande e importante, quanto scoprirsi amara e debilitante; del resto, si può essere irrimediabilmente perdenti, eppure risultare in più modi degli autentici vincitori.

Il romanzo ha tanti pregi. È una vera storia di sport, a tratti quasi emozionante. Dà realmente l’impressione che tra lo sport e la vita di chi lo pratica e lo ama ci siano delle segrete e potenti combinazioni. È anche una storia ben scritta, specie negli snodi apparentemente più improbabili: ad esempio, anche l’improvvisa liaison tra Joyce e la ragazza che lo stimola a portare fino in fondo i suoi propositi è definita in modo tanto leggero quanto efficace. Sembra che tutto si tenga in questo libro, che forse, sul piano compositivo, palesa soltanto un paio di punti deboli: lo squilibrio complessivo tra la parte occupata da Joyce e quella dedicata a Belov; l’alternarsi troppo frequente tra i fili, diversamente intrecciati, delle vicende narrate. Al termine della lettura, però, si fa strada un’altra sensazione: che il prodotto, di cui pur si avverte il carattere di genuina espressione del suo Autore, sia ottimamente confezionato, pronto per incontrare la soddisfazione del pubblico. È questa sua natura, di esercizio riuscito, a colpire più di ogni altro aspetto. Tanto che, in definitiva, ciò che tra le pagine palpitava si trasforma rapidamente, a libro riposto, in qualcosa di più asettico. Non è certo una percezione spiacevole. Ma c’è da chiedersi che cosa sia Le vittorie imperfette: se sia effettivamente un romanzo a tutto tondo, capace di ricordo, di emozione duratura, o una prova d’artista, un tassello più che promettente per un’opera che ancora attende di manifestarsi.

Recensioni (di M. Fontanone; di M. Gaetani; di M. Nesto)

Un estratto

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Il maggiore Richard è un reduce, ha combattuto in due grandi conflitti. Ora è sposato con Teresa e cerca un lavoro. Chiede aiuto a un ex commilitone, Twinnings, che pare avere le mani in pasta e sapere a chi rivolgersi. Richard, infatti, non riesce ad adattarsi al “nuovo” mondo che le guerre hanno dischiuso. È ancora radicato in quello “di ieri” e prova una sincera nostalgia per la scuola militare, il cameratismo, la cultura del cavallo e dell’onore. Ma sa che quel tempo è definitivamente tramontato e, soprattutto, che ha bisogno di dare certezze alla moglie, che tanto confida nel suo valore. Accetta, pertanto, la proposta di Twinnings, che gli procura un colloquio per un impiego, non ben definito, alle dipendenze del grande Zapparoni, il ricco e misterioso imprenditore che in quel momento ha più successo. Il magnate, in particolare, suscita l’ammirazione continua dei ragazzi e degli adulti, per i robot sofisticatissimi che costruisce e per le sue mirabolanti produzioni cinematografiche. Richard avverte già che lo aspetta qualcosa di ambiguo e pericoloso, anche perché Caretti, l’uomo che dovrebbe sostituire nella factory di Zapparoni, è misteriosamente scomparso; e perché i dipendenti ultraspecializzati di quell’azienda, pur pagatissimi, paiono legati al loro principale da un vincolo sostanzialmente inscindibile. Nonostante ciò Richard si presenta alla casa del famoso tycoon, dove viene letteralmente preso in contropiede. Da un lato si ritrova in una villa i cui ambienti e panorami lo riportano al passato che tanto rimpiange e lo avvolgono in una sensazione quasi piacevole. Dall’altro si scopre a fronteggiare direttamente l’imperscrutabilità di Zapparoni, che, dopo averlo messo alla prova sul terreno inatteso della tattica bellica, lo lascia in balìa delle curiose ed efficientissime api che sorvolano la tenuta. Mentre si rilassa e ripiomba così, ancora una volta, nella rievocazione del tempo che fu, Richard fa una improvvisa scoperta, che lo sconvolge e gli fa temere per la propria vita. Prova a reagire, istintivamente; ma alla fine accetta di essere assunto alle dipendenze del nuovo mago tecnologico e di godere da subito della promessa di conforto che questa scelta comporta.

Ritmato da una scrittura rapsodica e a tratti ammaliante – che cospira in modo efficace alla riproduzione dello stato mentale del suo protagonista – Le api di vetro è un tipico libro di Jünger. La spina dorsale è tutta autobiografica, intima e retrospettiva. È la speculazione, non priva di malinconia, di un uomo che rimpiange una dimensione cosmica che non può mai aver veramente raggiunto, neppure nella sua pur ricca esperienza di vita vissuta, e che tuttavia anela a conseguire e quindi a indicare a chi lo vuole ascoltare. La polpa del racconto, però, ciò che incarna la spina dorsale, si risolve in un’allegoria sull’impossibilità definitiva dell’agognato traguardo. Non solo per Jünger: è l’umanità nel suo complesso a dover soccombere, specie di fronte alla forza demiurgica della società tecnologica e dei suoi profeti. Il mondo, infatti, ha fatto un salto mortale, abbracciando un gioco le cui potenze non si lasciano comprendere fino in fondo e sono, tuttavia, capaci di attirare ciascun individuo in un meccanismo di irresistibile sinergia. Ecco dunque il punto: “la perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili”; l’una via esclude l’altra, ma – come dimostra la parabola del maggiore Richard – la prima è inattingibile e la seconda, perniciosa, è fortissima e suadente, e consente il godimento di istanti di illusione e di felicità. Istanti che Jünger, ovviamente, cerca in altro modo: nella sua ossessione per l’osservazione (che spiega i suoi particolarissimi hobbies, coltivati per tutta la vita: l’entomologia e la geologia); e nella pratica effettiva, quotidiana, del suo auto-escludersi, del suo essere (per sua stessa definizione) un “anarca”. Non stupisce che questo autentico Zarathustra abbia avuto col nazismo più di qualche compromesso, né che tra i suoi interlocutori intellettuali vi siano stati sia Carl Schmitt, sia Martin Heidegger. Specie il dialogo con il grande filosofo dimostra il carattere plumbeo e ustionante del terreno in cui ci si muove; un soggetto che tuttavia ha saputo stimolare anche felici e ironiche ricostruzioni, come in Fernando Acitelli: con Oltre la linea. Jünger e Heidegger a Wembley, facendo il verso ad un noto argomento di confronto tra i due Autori, è stato in grado di spiegarli, e umanizzarli davanti ad una partita di calcio. Con momenti veri, questi si, di afferrabile serenità.

Recensione (di I.A. Chiusano)

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In un’isola vive un vecchio pescatore. Ma non è una favola per bambini. È il contesto di un’oscura, tragica rappresentazione, nella quale la voce narrante si rivolge direttamente al protagonista del racconto, per rendergli del tutto cosciente il suo inevitabile e irredimibile destino di dannato. Il vecchio, infatti, non è un personaggio positivo. Dopo la scomparsa della moglie, maltrattata e picchiata per tutta la vita, e infine morta per una grave malattia, segue pervicacemente una routine che lo ha portato a un abbrutimento definitivo. Pesca in astiosa solitudine nelle acque che ha contribuito a inquinare; beve e bestemmia nella bettola in cui si riuniscono i relitti umani dell’isola, ormai svuotata della sua originaria comunità; odia, ricambiato, tutti i suoi vicini, il parroco e il sindaco, e naturalmente anche i turisti, che irrompono sgraditi e chiassosi nel fine settimana; disprezza anche gli unici parenti che gli sono rimasti e che, non a caso, vivono sulla terraferma. L’Autore – la voce narrante – lo aiuta a capire il perché della sua condizione: lo guida, cioè, in un processo di riflessione, che ripercorre, in crescendo, episodi salienti del suo passato e gli rivela in questo modo, passo dopo passo, la sua violenza e il suo egoismo, le grandi colpe di cui si è macchiato e la ragione assoluta – di giustizia quasi divina – dell’esperienza di costante consunzione in cui la vecchiaia lo costringe a sopravvivere.

Un primo modo di leggere questo libro è immaginare che la voce narrante non sia quella dello scrittore, ma quella di Dio, che chiede a Caino dov’è suo fratello. Di quale delitto si è macchiato il vecchio? Perché è condannato a vagare disperatamente per l’isola, reietto tra i reietti, allo stesso modo di come Caino è stato condannato a vagare errabondo sulla terra? Va osservato che l’isola, per Frizziero, è innanzitutto l’Isola; un’entità maiuscola, che ha una dimensione universale, a significare il confine compiuto del mondo nel quale il vecchio / l’uomo è costretto e su cui può colpevolmente consumarsi nel suo odio. Da questo punto di vista, nel romanzo c’è un che di infernale, nel senso dantesco. Si può anche intravedere un altro modo di leggere la storia dell’Isola, dietro i cui pochi, riconoscibili lineamenti pare di scorgere un’isola vera e propria, quella di Pellestrina, nella laguna veneta. L’isola, quindi, riflette anche un’altra immagine, tutta reale: di un arcipelago in stato di graduale abbandono e spopolamento; un luogo di occasioni e di esperienze perdute, la cui umanità, lasciata a se stessa, non può che tradurre, nei pensieri nostalgici, nelle aspirazioni retrospettive e nei gesti ripetuti di ogni giorno, un radicale svuotamento morale. Sensazioni che nulla hanno a che fare con quelle che dall’insularità aveva ricavato Paolo Barbaro, in racconti carichi di suggestione. In questo scenario, poi, a guardar bene, il soggetto negativo non è soltanto il vecchio. Anche gli altri attori non si distinguono, incarnando le stereotipiche deformazioni di un paesone triste, in disarmo sociale ed economico, rispetto alle quali persino il vecchio manifesta un qualche senso critico. Tempo fa, con stile e tono molto diversi, Francesco Maino ci ha raccontato lo sgretolamento di un pezzo di Veneto, altrettanto afferrabile; oggi Sandro Frizziero – che con questo lavoro corre giustamente per il Campiello – ci offre un’altra istantanea del comune decadimento, sempre amara e non meno disperante.

Recensioni (di G. De Rinaldis; di G. Mecca; di F. Ottaviani)

La presentazione del libro, firmata da Tiziano Scarpa

Con l’Autore, sui luoghi del romanzo

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Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

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