Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

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Virginia è morta, si è suicidata nella sua casa di Pisa. Gaia, Marcello, Leo e Cecilia – che con Virginia avevano frequentato la Normale – tornano in città per essere sentiti dalla polizia. È Gaia a raccontare: delle domande che le vengono fatte, del suo lavoro in una televisione svizzera, dei ricordi della vita studentesca, del fallimento del suo matrimonio, dell’amore con Marcello. E dei sospetti che si addensano proprio su di lei. Perché gli inquirenti sono convinti che Virginia sia stata indotta a uccidersi e che Gaia sappia molte cose. In effetti ci racconta che non aveva mai sopportato la sua ex compagna di collegio, anche se, in verità, il suo racconto ha un solo e vero protagonista: il collegio stesso, le sue stanze, il suo giardino con la fontana dai grandi pesci, i riti goliardici imposti dagli studenti più anziani, i sogni e le amicizie; e la dura vicenda di Matteo, quello che non c’è l’ha fatta. La storia di Gaia, così, in origine bella e spensierata matricola, scorre davanti ai nostri occhi come un’educazione sentimentale alla rovescia, nella quale la scomparsa di Virginia diventa uno dei tanti e inevitabili accidenti di un’esperienza che sa di grottesco (l’epilogo la dice lunga…) e che non tutti sono in grado di  comprendere e metabolizzare fino in fondo. La ragione è facilmente intuibile: uscire dall’acquario non è semplice, soprattutto da parte di chi ci ha puntato tutto.

A pag. 12 compare la “ferocia”, che è la parola-chiave, non solo perché è termine di successo (c’è un noto romanzo che se ne è fatto emblema, con un grande riscontro di critica…), ma anche perché, quando si palesa, lo fa accanto all’immagine dell’acquario, fulcro del titolo, centro reale della scena e metafora crudele, quasi concentrazionaria, di un peculiare luogo dell’anima e di ciò a cui esso, con fredda ostinazione, prepara i suoi “accoliti”. Certo, si può dire che l’Autrice non fa altro che ricorrere ad un tema di grande e consolidato successo; cose da L’attimo fuggente, tanto per dirne una, o da giovane Törless o, ancora, da studente Gerber. Nulla di tanto nuovo, apparentemente. Il fatto è, tuttavia, che Ilaria Gaspari scrive molto bene, in primo luogo, e che, in secondo luogo, il copione non è veramente coincidente con quello più scontato. In questo romanzo, infatti, gli eroi non ci sono, e non lo sono tanto più gli studenti: né quelli che ci sembrano subito i più cattivi, né quelli che nel libro agiscono come figure potenzialmente positive o come vittime. Ebbene sì, l’acquario ha una sua etica, forse brutalmente perversa: la critica è evidente, ma tale è solo la superficie. L’acquario è anche la cornice delle sicurezze che Gaia e i suoi compagni hanno ritenuto esclusive e che ora non riescono più a relativizzare. Sicché il mostro, quello vero, quello capace di portarli tutti ad una sorta di inesorabile dissoluzione, senza colpe, è già dentro di loro e fatica a lasciarli. È per questo che un luogo di severa e densa istruzione non può che stimolare all’estremo ogni paura, assolutizzando la competizione per il sapere come lotta per la vita. Dunque, se si vuole crescere, e sopravvivere, occorre vedersi anche al di fuori. Virginia non ci è riuscita; neppure Gaia lo ha fatto, e non lo ha ancora capito. E qui – probabilmente – sta tutta la profondità di questo libro.

Recensioni (di Luisa Perlo, di Giulia Ciarapica, di Guido Vitiello, di Giovanni Turi)

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L’avventura comincia il 23 novembre 1932. L’io narrante è in viaggio, in un trenino diretto verso una stazione sperduta ai confini orientali del Regno, dove approda soltanto a notte fonda. Dopo uno stranissimo assopimento, il giovane “aiutante volontario di cancelleria” ricorda di essere giunto lì, ad Aidussina, oggi Slovenia occidentale e allora limite estremo dell’Italia, per prendere servizio nella locale pretura. Il suo esordio nell’amministrazione, in verità, era già avvenuto a Pontebba, ma c’era rimasto poco: giusto il tempo di conoscere il cancelliere Cadringher, il pretore Zolla Carbonero e lo sbandato Carlo Fohn, nel loro intreccio di nostalgie austriacanti, miserie umane e sventure di confine. Su queste si era ben presto scagliata la furia ordalica dell’Alto Commissario Speciale per la Giustizia, il terribile e inflessibile Mordace, che ottiene anche il trasferimento d’ufficio del nostro eroe. Uno scenario consimile, tuttavia, lo attende anche ad Aidussina, dove si abitua subito a galleggiare, da perfetto impiegato imboscato, e dove diventa complice delle meschinerie del pretore Merdicchione e del cancelliere Semitecolo, passando le sue giornate tra il pokerino pomeridiano nell’ufficio del giudice, gli appuntamenti conviviali nell’animata trattoria della Cermeli e le tante pause di lettura, noia e torpore. La giustizia di Mordace, implacabile, non tarda ad abbattersi anche su questo luogo, e così l’aspirante travèt finisce a Cividale, la provincia perfetta che aveva già cominciato a desiderare da tempo con tanto compiacimento. Le aspirazioni in parte si avverano, e non mancano le occasioni per stringere amicizie e sodalizi e per nuove avventure sentimentali. Ma il Caffè Longobardo non attrae i suoi avventori soltanto per il gioco del biliardo. Presto, infatti, il piccolo funzionario si infatua della bella, irraggiungibile e ambigua Ilde. Complice la sua tendenza ormai naturale allo spregio di ogni regola dell’ufficio, l’aiutante cancelliere si imbatte ancora nelle ire di Mordace e comprende che il suo futuro non può più essere in quella città: non gli resta che fingersi malato di picnolessia e sperare in un’aspettativa, che al fine gli viene concessa. La storia ovviamente non termina a Cividale, perché il sogno d’amore, tanto coltivato, viene amaramente frustrato dalle feroci determinazioni di Ilde, e in quel di Trieste giunge anche il momento della resa dei conti con Mordace e della possibile e salvifica fuga via mare. È così che, sul punto di imbarcarsi come scrivano di bordo alla volta dei mari orientali, il protagonista si chiede, prossimo al puntuale e ricorrente momento di sonnolenza, se riuscirà mai a vedere Singapore o se tornerà al paese natale, tra le onde del Lago Maggiore.

Per il suggerimento di questa lettura devo ringraziare un anziano ma arguto avvocato di Tolmezzo. È un romanzo bellissimo, in effetti; non c’è da stupirsi che nel 1981, anno della sua prima pubblicazione, sia stato salutato da un notevole successo. Il motivo attorno al quale Piero Chiara costruisce la sua storia è tutto autobiografico: il primo attore è proprio l’Autore, che ha vissuto realmente il curioso apprendistato amministrativo descritto nel libro, dal quale ha tratto anche altri memorabili racconti (come Il pretore di Cuvio). Occorre dire che il gustoso e caustico ritratto che in questo testo viene offerto di certa burocrazia e delle sue gerarchie assume i tratti di qualcosa di eterno e invariabile. E in ciò ritroviamo conferma del fatto che l’impiego pubblico sa sempre dare grandi spunti alla migliore letteratura, come ha recentemente ricordato anche Luciano Vandelli. Ma il punto forte di Vedrò Singapore? è la graziosa semplicità con cui riesce a restituire un mondo intero, quello dell’antica e immarcescibile melmosità della provincia, delle sue istituzioni e dei suoi miti. Il protagonista vi scopre, da un lato, il luogo quieto e ideale per l’ingrasso dell’uomo senza grandi ambizioni, dall’altro il palcoscenico di un’educazione morale e affettiva tanto dubbia quanto naturalmente accettata. Non c’è spazio per un giudizio, neanche nei confronti delle autorità fasciste, certo incarnate dal feroce Mordace, che del resto non si palesa come titolare dell’arbitrio o della sopraffazione, bensì come castigamatti del vizio e dell’indolenza. Allo stesso tempo, il viaggio del nostro impiegato non nasconde nulla, neanche il grottesco, perché si tratta di un itinerario che si sovrappone a un processo di crescita e di maturazione che deve comunque compiersi e che si alimenta, così, necessariamente, di tutto ciò che può accadere. Se c’è qualcosa di cui Chiara e il suo personaggio – novello Renzo Tramaglino nel caos sensuale della vita extradomestica – non hanno paura è l’esperienza, anche quando è piccola, subdola o banale; d’altra parte, come dimostra la strana fascinazione del protagonista per la figura di Lunardini, anche in ciò che è dichiaratamente modesto e appartato può nascondersi il segreto della felicità. Vedrò Singapore? merita un ultimo appunto, quello sullo stile. A Chiara – che è, per così dire, un artigiano del mestiere d’artista – bastano poche e giuste parole di buonissimo italiano per costruire una fisionomia, dargli un nome, delineare una situazione, esprimere un’opinione, raffigurare un’azione. Ricorda da vicino Pratolini e Pirandello, ma la freschezza della lingua è spesso vicina a quella di Comisso. Questo romanzo va letto anche per le sue innegabili virtù espressive, come se fosse un manuale di una scrittura forse perduta per sempre.

Recensioni (di Renzo Montagnoli; di Luigi Fattorini)

L’introduzione al libro (di Mauro Novelli)

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Enrico, Fabio e Francesco sono molto amici. Il primo è un insegnante, gli altri due sono architetti. Passano sempre insieme almeno una parte dell’estate e da un po’ di tempo hanno deciso di trascorrerla alle isole Solovki, nel Mar Bianco, come volontari dell’Unesco. Vogliono contribuire al restauro dell’antico monastero che si trova nell’isola grande e che in epoca sovietica era stato trasformato in un temutissimo gulag. Nel corso del loro ultimo viaggio, però, i tre fiorentini scompaiono, senza lasciare tracce. Entra in scena, allora, Alessandro Capace, un simpatico e squattrinato cronista freelance, che viene spedito a indagare dal direttore di uno dei periodici con cui collabora. Presto l’inchiesta lo porta fino in Russia, accompagnato dalla bella Julia, vecchia fiamma degli anni universitari. Ma le Solovki sono impermeabili a qualsiasi tentativo di decifrazione: che cosa sarà mai successo? Un banale incidente, come quello, forse, accaduto ad un giovane volontario tedesco, sparito poco tempo prima? Il gesto di un folle, un certo Valentin, tipico “scemo del villaggio”? O un complotto, guidato dal misterioso pope del monastero? O forse è tutta la piccola comunità locale ad essere autrice dei delitti? Il tempo passa e la vicenda sembra destinata a insabbiarsi, come le prospettive esistenziali di Capace, che è ormai pronto a seppellire il matrimonio con Gaia e a perdere, così, anche il piccolo Niccolò. C’è un tarlo, tuttavia, che continua a non dargli tregua: aver approfondito la vita e la personalità dei tre amici gli dà ancora da pensare. E poi due eventi – un ritrovamento fortuito e una lettera inattesa – paiono convincerlo a non demordere e a cercare, da solo, tutte le risposte, disarmanti e per nulla scontate.

A ben pensarci, questo giallo è tale solo nella forma. Era la più adatta, forse, per tentare il gioco dal quale il libro è nato. Ma si ha tutta l’impressione che, durante la scrittura, il romanzo si sia letteralmente trasformato tra le dita del suo Autore, tradendo gradualmente un oggetto e uno stile molto diversi da quelli delle prime pagine. Queste, infatti, sono le consuete, azzeccate e divertenti pagine di Claudio Giunta, osservatore schietto e implacabile dei costumi e dei tipi italiani dei nostri giorni. Poi, però, emerge una Stimmung decisamente malinconica. Si avverte, cioè, che il mistero della scomparsa dei tre giovani amici non è nascosto nelle pieghe degli indizi “polizieschi”. Se le Solovki conservano realmente verità e ricordi dolorosi, la soluzione sta in un disagio profondo, che in quel lontano e inospitale arcipelago finisce per trovare uno sbocco tristemente congeniale. Giunta, quindi, da un lato prova a depistarci su tracciati facilmente suggestivi, noti e apprezzati nella letteratura di genere, dall’altro lascia trasparire il desiderio di rappresentare il malessere di una generazione che è figlia di una società troppo stanca e prevedibile, e che fatica a presentarsi pronta e motivata di fronte alle scelte e alle responsabilità della vita. Mar Bianco, in questo modo, non è solamente un titolo: è immagine e sensazione di un vuoto uniforme e glaciale, nel quale, oggi, purtroppo, è fin troppo facile perdersi e abbandonarsi.

Una recensione (da ilfoglio.it)

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Ottavio Tondi è un lettore. Anche se le ambizioni paterne lo avrebbero voluto commercialista, non ha mai fatto altro nella vita. È per questo che è diventato il Lettore, l’onnivoro ghost reader di una delle più importanti case editrici italiane. È accaduto per caso, quando un direttore editoriale lo ha visto e iniziato, a questo come ad altri piaceri. La sua esistenza, tuttavia, tanto anonima e fragile, quasi assente, è destinata a conoscere nel frattempo un’improvvisa e curiosa notorietà, quella che il grande pubblico gli ha tributato come misterioso scopritore di un bestseller. Ma Tondi pare comunque abbandonato a una sorte rovinosa, vittima designata dell’umore e dell’ignoranza della gente, dell’amore più cinico, della violenza urbana. Ormai anche la lettura sembra lasciarlo, quando interviene, all’improvviso, Mario Esquilino, il poeta del quale era stato severo censore. L’amico sopravvenuto gli svela l’esistenza di Panorama, un social “modello Panopticon”, in cui tutti sono tenuti a proiettare on line qualche immagine della propria vita. L’immersione in questa realtà parallela ha una funzione taumaturgica e Tondi si riprende. A un certo punto conosce anche Ligeia Tissot, la strana e affascinante ragazza che lo segue sulla rete, e che lo porta per la prima volta a esprimere i suoi enigmatici pensieri e a scriverle, alla ricerca di un contatto che non avviene mai. Il piano non può che tornare inesorabilmente inclinato e l’ennesima sciagura spinge il protagonista agli ultimi e definitivi atti della sua follia e della sua vita.

In questo breve romanzo Tommaso Pincio riesce a fare più cose: a scherzare con alcuni amici e noti scrittori, tanto da renderli personaggi della trama; a prendere la letteratura sul serio, dimostrandone sia il fascino sia la natura estremamente sensibile e vorace; a ironizzare sul mercato del “consumo del libro” e sulla sua fatua crudeltà; a restituire Roma al suo ruolo di perfetto e malinconico palcoscenico narrativo; a parlare del lato più ambiguo e delicato dei più grandi e ingenui sentimenti; a rovesciare i più tipici e negativi stereotipi sui social, presentandoli viceversa come meri e spietati esaltatori di tutte le nostre ossessioni, pubbliche o private; a confezionare più racconti all’interno dello stesso romanzo; a dare, infine, un bel saggio di creatività artisticamente colta, di un linguaggio, cioè, che scorre felicemente senza concedere nulla alle diffuse tentazioni del semplicismo spinto. Non è frequente trovare in libreria letture così felicemente polivalenti. Certo, quella di Ottavio Tondi non è una bella storia, icona perfetta di ciò che l’abusato Bauman definirebbe come il possibile prototipo metropolitano del fallimento liquido. Come tale, non si può dire che sia una vicenda completamente originale. Si tratta, però, sicuramente, di un apprezzabile esempio di come la letteratura abbia sempre un suo “doppio”, al pari di ciò che accade alla coscienza, che pure si illude, ripetutamente, o di poterlo dominare o di riuscire ad assopirlo. Sul romanzo di Pincio aleggia esplicitamente l’aura di Edgar Allan Poe, i cui racconti partecipano attivamente alla trama. La prima impressione, al termine della lettura, è che Tondi incarni un Dorian Gray “alla rovescia”, perché è la sua debole umanità che fa da “ritratto” alle azioni del mondo che lo circonda, finendo per abbrutirsi e per estraniarsi nel modo più definitivo.

Recensioni (di Cristò, di Michele Fiano e Marilù Oliva, di Paolo Melissi, di Piersandro Pallavicini, di Giacomo Giossi, di Francesca Fiorletta, di Luca Romano, di Daniele Lamuraglia, di Luigi Mascheroni, di Renato Barilli, di Paolo Bianchi, di Goffredo Fofi, di Emanuele Trevi)

Il primo capitolo del romanzo

Il sito dell’Autore

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Sulla costa c’è un carcere, con i suoi piani e le sue alte cinte, e tra queste ci sono i cani, intrappolati nella loro rabbia. Toro – così lo chiamano dentro – sta per rientrare; sta affrontando le consuete e umilianti formalità. Ma non è lui il protagonista. La parte spetta ad una voce, quella di altro recluso, condannato al “fine pena mai” e ridotto all’isolamento. È a questo singolare narratore che spetta raccontarci ciò che accade usualmente dietro le sbarre. Gli Enne occupano un intero settore e sono come un clan militare, dedito al crimine per fiera appartenenza genealogica. I tossici sono in un altro settore, e in un altro piano ci sta anche Toro, con gli altri delinquenti comuni. I detenuti politici sono a parte, assieme agli infami. Ancora a parte stanno le guardie, depresse e irritabili, e guidate da Comandante. Scorre la droga, i controlli e i pestaggi sono di routine, come la censura e il governo sistematico del cibo e dei farmaci; e c’è chi si suicida, perché è debole e perché anche in questa inesorabile verità viene accompagnato fino in fondo. Tutto è regolato, inevitabile, preciso. Dentro, infatti, le regole ci sono e funzionano, disegnando una realtà parallela e completa; anche se pure Comandante, talvolta, si è fatto fregare dalla potenza suggestionante di questo universo. Intanto la voce dice anche la sua storia, e la pena che deve scontare sa di un meccanico contrappasso: è finito dentro per sequestro di persona, faceva da carceriere nel rapimento della Principessa del caffè; e ora il “sequestro” tocca a lui. La tenda nei boschi, le paure del rapitore e della rapita, la solitudine di un giovane uomo che si è scoperto colpevole quasi inavvertitamente: è così che questo ignoto narratore è finito all’isola, dove le guardie hanno cercato di fargli confessare l’identità dei suoi complici, inutilmente, fino alla tragica beffa che lo ha portato a uccidere un secondino e a un destino di oblio e di assoluta e definitiva consunzione.

Quello di Torchio, probabilmente, si merita la palma del libro dell’anno. Lo stile è incisivo e le parole sono prive di qualsiasi retorica. In queste pagine la psicologia criminale, apparentemente, quasi non esiste, poiché si presenta senza veli, del tutto inconsapevole: ci pare che non possa che essere così, anche nella realtà, perché nella sua straniante purezza essa non concepisce livelli diversi di valutazione o censura; ma anche perché la sua auto-rappresentazione allude a predestinazioni che non sembrano superabili. Non è un romanzo-denuncia, quindi, almeno non lo è esplicitamente. Nonostante ciò, la sua forza espressiva si traduce in qualcosa di molto più forte. Se c’è un aspetto che in questo libro emerge meglio che in qualsiasi altra trattazione, esso coincide con la semplice messa in scena, pacata e naturale, di un ambiente nel quale accade tutto fuorché l’esecuzione di una pena. E ciò si capisce non tanto per la palese assenza di una qualsiasi prospettiva rieducativa, ma ancor prima per l’altrettanto radicale inesistenza della possibilità concreta di espiare una colpa. Perché il carcere, in ciò che racconta Torchio, moltiplica e genera patologie, in un sistema in cui anche la parte dello Stato è coinvolta in uno specchio deformante e violento, come se fosse a suo modo complice di una devianza, originaria e irrimediabile. Il carcere si dimostra, in questi termini, come il luogo della sfiducia e dell’abbandono, della conferma di un marchio che non ammette riscatti e che comincia prima, fuori dalle sue mura. Cattivi riesce a provare che la letteratura goes first everytime, e non è un caso che tra i credits di questo romanzo figuri anche Jack London (v. Il vagabondo delle stelle). Sono molti, e autorevoli, i contributi che recentemente hanno puntato il dito sull’insostenibilità di un regime carcerario più colpevole dei colpevoli che vi trovano dimora; ma le parole di Torchio ci costringono a guardarci dentro veramente e a scoprire quali siano i frutti di un potere che, pur dovendo essere il luogo della giustizia, resta irrazionalmente terribile e sconcertante.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Matteo Moca, di Goffredo Fofi, di Giacomo Raccis, di Demetrio Paolin, di Giovanni Turi, di Lorenzo Marchese, di Cecilia Bello)

Intervista a Maurizio Torchio

Il sito dell’Autore

Libri recenti sul carcere: F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Il delitto della pena; F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Volti e maschere della pena; L. Manconi, S. Anastasia, V. Calderoni, F. Resta, Abolire il carcere

Una quaestio sull’ergastolo (di A. Pugiotto)

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L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

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Come ogni anno, Recami arriva puntuale nel momento del riposo e dello svago. Questa volta l’Amedeo Consonni – un po’ pensionato, un po’ appassionato di cronaca nera; ma son cose che ormai si sanno – viene coinvolto in un caso stranissimo: c’è un delitto di mezzo, e qualcuno ha cercato di incastrarlo, riuscendo addirittura a fotografarlo con l’arma del delitto insanguinata tra le mani. E così è subito fuga, con travestimenti annessi; ed è anche indagine serrata a Milano e dintorni, tra appartamenti studenteschi, centri sociali, B&B, alberghetti… Nel frattempo, tutto il suo condominio – l’ormai famosa “casa di ringhiera” – è scosso: dalla scomparsa dell’Amedeo, certo, ma anche dalle strane manovre di due nuovi proprietari, due architetti radical chic che fanno di tutto per non nascondere le loro mire “espansionistiche” su tutti gli immobili dello stabile. Come sempre, la Mattioli, la compagna del Consonni, non ci sta, anche se questa volta proprio non riesce a capire che cosa sia accaduto al suo Amedeo. Non lo capisce nessuno, in verità: non lo comprende la figlia Caterina, non lo sa il vispo nipotino Enrico, non lo immagina neppure quella pettegola della Mattei-Ferri. Sa qualcosa il vecchio Luis, ma deve tacere; e in fondo quello che sa glielo ha detto proprio il Consonni, che, come si chiarirà nel concitato finale, non aveva capito niente neppure lui.

Il ciclo della “casa di ringhiera” è sempre divertente. Importa poco pensare che una penna d’eccezione si misuri ripetutamente in quello che ha tutti i crismi, ormai, di un successo di cassetta: anche per questo genere di cose ci vogliono continuità e grazia; e sono, entrambe, doti che solo un ottimo scrittore può governare. Questa volta Recami si prende un po’ in giro, ingannando i suoi personaggi e canzonando anche il genere giallo e gli stereotipi che lo animano, che in definitiva sono quelli, tanti, che si nascondono dormienti nel qualunquismo dell’appassionato medio, e specialmente dell’amante dell’intrigo. Durante il racconto, si pensa subito all’immarcescibile tenuta della “commedia degli equivoci”, come schema che non tradisce mai, anche quando viene utilizzato per rovesciare in un nulla di fatto lo stratagemma scenico della riunione finale a la Hercule Poirot. Ma la mente corre anche all’auspicio che di questi episodi così ben (e facilmente) scritti – e pubblicati tutti da Sellerio – si realizzi una bella riduzione cinematografica, magari con Catherine Frot e André Dussollier nei panni, rispettivamente, della Mattioli e del Consonni. La coppia semiseria di Due per un delitto è garanzia di ironia e “movimento” anche sul grande schermo; a patto che Luis De Angelis sia interpretato da un improbabile Nino Frassica (o viceversa da un azzeccatissimo Niels Arestrup) e Caterina Consonni da una altrettanto impropria (ma deliziosamente irritante) Alba Rohrwacher. La paella di mezza estate, allora, sarebbe veramente servita e la grassa risata assicurata.

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Agata vive a Padova ed è la figlia di un importante costruttore. È inquieta: forse è perché sta finendo l’università; forse lo studio della letteratura araba ha risvegliato in lei il bisogno di una ricerca; o forse sente la necessità di chiarire quale sia il suo posto rispetto a ciò che il padre già desidera per lei. Decide allora di fare un breve viaggio a Damasco con un’amica, sulle tracce di Ibn Arabi, un antico poeta sufi, e ciò che accade in questo viaggio promette all’improvviso di cambiarle la vita; in una moschea, quasi avvinta da una versione orientale della sindrome di Stendhal, ne ha come il presentimento. Si innamora di Faruq, un giovane tassista di nobile famiglia decaduta, e lo aiuta a trovare un lavoro in Italia, facendolo assumere come manovale in una delle ditte di famiglia. Lui è un ex dottorando ed è affascinato da un sogno continentale fatto di civiltà, razionalità e democrazia. Lei è colpita dalla sua dirittura morale e dal fascino di un’eleganza rispettosa e mai volgare. Ma la storia d’amore si scopre tormentata, come se le loro due traiettorie fossero destinate a non correre lungo la medesima orbita. Faruq scopre che il Veneto e l’Italia non sono come se li aspettava; Agata capisce quali siano state le ragioni, spesso discutibili, della fortuna economica di suo padre. La fine del romanzo è diversa da quella che ci si può attendere, perché Agata e Faruq, se da un lato devono moltissimo a questa loro intensa esperienza, dall’altro hanno imparato che entrambi devono affrontare il contesto che più amano se vogliono davvero contribuire a cambiarlo.

È un libro raffinato, ed è uno dei rari casi in cui la veste editoriale segue in modo molto coerente il significato e l’atmosfera del testo. La sagoma dell’immagine in quarta di copertina è già di per sé più che allusiva: è il profilo di una delle prospettive più suggestive dello skyline patavino, nella quale le cupole della Basilica del Santo si sovrappongono ai tanti campanili; è il teatro perfetto per il “Medio Occidente”, per una terra, cioè, che sta in Veneto come in Siria, che non ha più le virtù della sua grande tradizione, e che, al contempo, sembra assumere i vizi delle società orientali contemporanee. La storia di Agata ha un duplice senso, uno di andata e uno di ritorno: il primo rimanda al processo possibile di scoperta di un’identità personale nelle differenze culturali, quelle tra lei e Faruq, così lontani e così vicini; il secondo richiama un risultato finale di maturazione, che nell’acquisita coscienza di una fragilità individuale e di una provenienza familiare e sociale non immediatamente rimediabili, non sa solo di sconfitta e potrebbe preludere, anzi, ad una graduale riscoperta delle origini e ad una resistenza ragionevole nel presente. Tuttavia la vicenda di Agata è anche quella di Faruq, del suo amore per lei e per la sua patria, e della sua repentina scoperta sui forti limiti di un rigore disincarnato e sradicato. Ciò che colpisce, nella narrazione, è anche il sentimento dei luoghi, che portano l’Autore ad annotare l’insopportabile stridore tra la grazia di alcuni spazi cittadini e la provincialità asfittica di chi li abita, tradendo in tal modo un grande affetto per un Veneto tutto zanzottiano. Quello di Beppi Chiuppani è un racconto da Shahrazād del Terzo Millennio: è una novella generativa, vuole indicare una via, e il suo stile è lento e invita all’abbandono, perché, giustamente, tutte le migliori agnizioni si nutrono di parole e di immagini semplici, che qualcuno potrebbe anche definire, semplicisticamente, buoniste. Ma così non è.

PS: Un buon libro suscita sempre la voglia di leggerne almeno un altro. Medio Occidente mi stimola a riprenderne almeno tre: le Lettere persiane di Montesquieu (un classico da rileggere con un nuovo sguardo); Il mondo e l’Occidente di Toynbee (una rilettura freschissima, da frequentare ancora); e Il rancore di Aldo Bonomi (prezioso suggerimento di un amico, che torna in tal modo attualissimo).

La postfazione al libro (di Raffaello Palumbo Mosca)

Una recensione (di Luca Menichetti)

Il sito dell’Autore

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