Disclosure preliminare: Acitelli è uno dei miei Autori preferiti; uno di quelli cui torno ogni tanto, per ritrovarmi. Fortuna vuole, poi, che non sia così difficile procurarsi un suo libro, perché tra volumi in prosa e opere poetiche la produzione è assai vasta. Quanto ai prodromi di di tale frequentazione, la complicità è scattata molti anni fa, con La solitudine dell’ala destra. Che non è solo una graziosa e nota raccolta di ritratti di grandi calciatori. Vi si trovano – veramente – alcuni tra i versi migliori della poesia italiana della fine del secolo scorso. Di Acitelli questa volta ho scelto Cinema Farnese, un originale romanzo in forma di taccuino, ambientato negli anni Settanta. È il diario colloquiale dell’io narrante, un giovane studente universitario di Roma, che è iscritto a Farmacia, ma ne diserta spesso e volentieri le lezioni. Il suo interesse è tutto per certi spazi del centro, tra Corso Vittorio, Piazza del Paradiso, Campo de’ Fiori, Piazza Farnese, Via Giulia. Ne osserva la fauna: da un lato, baristi, barbieri, camerieri, vecchi impiegati, a rappresentanza di un mondo di popolo in via di rapida sparizione; dall’altro, gli ambulanti, qualche barbone e, soprattutto, la generazione dei fricchettoni – veri e falsi – che si riunisce sotto la statua di Giordano Bruno e di fronte al Cinema Farnese. Dove i due universi, letteralmente, si toccano e si mescolano. Ma il ragazzo, più di tutto, ama immergersi nelle atmosfere che le pietre, i palazzi straordinari e la varia umanità di contorno gli parano di fronte. Gli piace perdersi in fantasticherie totalizzanti. E ascoltare, e spiare, i poeti del momento, che gravitano nella stessa zona: Bellezza, Paris e specialmente Veneziani. Proprio a un reading di poesia, non a caso, conosce una bella fricchettona, che lo attira in una sensuale e corrisposta relazione, e in tanti e intensi incontri in una fascinosa mansarda di Via di Monserrato.

Cinema Farnese è una pillola del miglior Acitelli. È prova ulteriore del suo peso specifico, che è quello del trovatore e antropologo di una romanità tanto personale quanto prototipica. Nella quale il Magnifico e il Sorprendente, che sono diffusi a ogni angolo della città, si compendiano con il più Semplice e Umano, anch’essi sottoposti da tempo a un processo di lenta consunzione e bisognosi, dunque, di custodia e di memoria. Ciò che è interessante, però, è che in Acitelli la descrizione delle cose e delle persone è medium per un’esperienza toccante, profonda, quasi iniziatica, che si alimenta ai ricordi delle scoperte d’infanzia, ma da esse pure si astrae, per produrre alimento attuale e universale a una sensibilità perennemente assetata. D’altra parte, anche quando si esprime nella prosa, Acitelli è intrinsecamente e assolutamente poeta, inteso a spremere il succo di ogni piccolo, grande dettaglio, perché prezioso. E l’autobiografia (che è sempre tanta) altro non è che un giacimento in cui immergersi continuativamente, l’eterno più prossimo cui accostarsi e raccordarsi. Verrebbe da svolgere un’argomentazione più complessa, il cui esito sarebbe questo: all’Autore riesce di vivere, in Roma, la provincia più autentica, consentendo, così, a quella immensa Idea (che la caput mundialtro non è) di sprigionare dal basso e dal quotidiano le correnti carsiche che la animano e che possono fungere, per ciascuno, come una sorta di speciale lampada di Aladino. Soltanto due aggiunte, per chiudere: 1) per trarre da Acitelli il massimo della soddisfazione occorre dargli fiducia, abbandonarsi alle sue pagine, ascoltarne il respiro (non è uno scrittore facile, va un po’ scalato, sapendo che dalla vetta ciò che si vede è molto bello); 2) per chi abbia un po’ di tempo, come per chi abbia modo di stare spesso a Roma, i libri di Acitelli sono guide perfette (le strade, gli edifici, le chiese, i piccoli portoni delle vie del centro… è tutto vero, tutto afferrabile; letto Acitelli, si guarda Roma con occhi diversi; anzi, la si guarda davvero, per la prima volta).

L’Autore presenta il suo libro

Un’intervista ad Acitelli… sulla strada del padre

Acitelli sulle tracce di Sandro Penna

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Il mago di Emanuele Trevi è suo padre Mario, famoso psicanalista. E la casa in questione, dunque, è la casa paterna: quella che allo scrittore è rimasta in eredità e che ospitava anche lo studio dove Mario riceveva i pazienti, al di qua di una poderosa scrivania di legno. Emanuele vi si trasferisce, quasi fosse alla ricerca dei segreti di Mario, tanto bonario e tranquillo quanto taciturno, enigmatico e pensieroso. Anche la madre, del resto, glielo diceva: “Lo sai come è fatto”. Giusto per alludere ad una personalità irriducibile. Ad ogni modo, nella casa, i talismani per sintonizzarsi a dovere con lo spirito del mago non mancano: una coperta bucata, quaderni e appunti, l’I King, alcune pietre levigate e, su tutti, una copia di Simboli della trasformazione di Jung, debitamente studiata e spietatamente annotata. L’Autore comincia a leggerla, immergendosi – assieme al padre e allo psicanalista svizzero – nell’osservazione dei prodromi schizofrenici di Miss Miller. Nel frattempo accadono molte cose, piccole eppure significative. Mentre una misteriosa Visitatrice notturna si aggira per le stanze della casa, lasciando segni visibili della sua presenza, la vita di Emanuele viene invasa dalle scorribande della colf peruviana, che gli presenta l’avvolgente Paradisa. La donna, alla fine della storia, lascerà Roma, e così anche la casa. Ma la relazione, per quanto breve e improbabile, consente allo scrittore – come se fosse guidato dall’ispirazione di una figura mitologica – di abbandonarsi e, al contempo, di ripercorrere la giovinezza di Mario, la fuga dalle Langhe, le avventure partigiane, la malattia creativa, l’insegnamento, l’iniziazione alla psicanalisi da parte di Ernst Bernhard. Le abilità narrative di Trevi sono sperimentate e note, specie per la capacità evocativa dello stile. Luoghi e oggetti si animano, stimolano suggestioni potenti e si fanno medium di ricordi, esperienze e cognizioni. Al romanziere riesce, per questa via, un’operazione molto difficile: farsi egli stesso cavia per una traduzione concreta del metodo psicanalitico e per la dimostrazione di quali siano le strade lungo le quali l’io si forma, si orienta e si ritrova.

Recensioni (di M. Belpoliti; di A. De Simone; di D. Matronola; di M. Oliva; di G. Silvano; di G. Simonetti)

Tre interviste a Emanuele Trevi: 1, 2 e 3

Antonio Gnoli intervista Mario Trevi

Luigi Zoja su Carl Gustav Jung

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Finita l’Università, Matteo è rimasto a Roma. Si mantiene con piccole collaborazioni editoriali ed è appassionato di cose arcane. Un giorno riceve un messaggio sul cellulare: viene convocato, non si sa da chi, in un luogo preciso, al tramonto, sulla terrazza sopra il Tabularium. Da lì assiste a una strana rappresentazione, che si svolge nel foro sottostante, svanendo all’improvviso. Non riesce a comprenderne il senso. Tuttavia in un successivo sopralluogo scopre che sul punto esatto in cui aveva intravisto la misteriosa cerimonia si trova una pietra, che reca scolpite le lettere F C S, iniziali per Fulgur Conditum Summanium. Capisce, allora, che lì era caduto anticamente un fulmine e che l’evento era stato segnato dalla rituale sepoltura del fulmine stesso, secondo una tradizione che i romani avevano mutuato dagli etruschi. Nel frattempo Matteo conosce Silvia, una ragazza che si occupa di beni culturali. Lo coinvolge in una relazione magnetica, capace di evocare strani, realistici fantasmi; ma anche di metterlo sulla strada giusta, perché è Silvia a stimolarne ulteriormente la curiosità. Tanto che Matteo decide di rivolgersi al Prof. Mulini, l’anziano e autorevole docente con cui si è laureato. L’avventura prende presto una piega sempre più enigmatica: a Matteo appare addirittura il suo doppio; poi parte una ricerca metodica delle tombe dei fulmini, per capire se la loro collocazione sia capace di rivelare un senso recondito; si avverte anche che Mulini nasconde più di qualche segreto, specie quando muore e lascia a sua casa e la sua enorme biblioteca (con la sapienza che essa occulta) proprio a Matteo… Altro non si può dire, per non togliere il piacere della lettura a chi voglia sperimentarla direttamente. I nodi verranno comunque al pettine e il protagonista saprà di esserlo stato, sin dall’inizio, anche nei pensieri di qualcun altro.

Il romanzo è del 2017, libro d’esordio dell’Autore e prima puntata di una trilogia (completata dal Libro del sole e dal Libro del sangue). Nel Matteo-personaggio c’è molto, evidentemente, del Matteo-scrittore, che pure si occupa di filosofia, esoterismo e magia in quel di Roma. È una formula che gli consente di scrivere di quello che sa, in un approccio, peraltro, che stimola facilmente immedesimazione. Lo fanno sempre i motivi centrati sull’iniziazione, e qui ve ne sono almeno due (quello del passaggio dalle Marche a Roma, in viaggio col padre; ma soprattutto quello della transizione a una maturità diversa e ad un grado superiore di coscienza). Poi – con la facile scorta della mappa che apre il volume – Trevisani spinge anche all’esplorazione dei tesori della città ipogea e di siti storici e archeologici non sempre al centro dell’attenzione turistica (come la Basilica dei Santi Quattro o la Domus Fulminata di Ostia Antica). Anche questo è qualcosa che suscita curiosità. Ma non c’è dubbio che gli spunti autobiografici e topografici sono solo la miccia per una sublimazione letteraria vera e propria, e ben riuscita. Lo si può dire non tanto per il senso della trama: il mistery è abbastanza schematico, anche dove rimette in gioco una suggestione simile a quella del famoso romanzo di Cazotte, Il diavolo innamorato, con il quale c’è più di un’assonanza (ed è un merito). Il punto di forza è la scrittura: precisa, elegante ed efficacemente evocativa di luoghi e sensazioni; densa, ma a suo modo delicata, non pesante, specie perché ripartita opportunamente in capitoli agili. A tratti si ha l’impressione che sia uno stile del tutto inadatto ad avvincere il lettore nel thrilling di un indagine da compiersi in segreti millenari. È così, in effetti, visto che Trevisani non insegue Dan Brown. Pertanto è giusto che le sue parole siano quelle di un viaggio interiore, di una meditazione che rivela la vera natura – classica in senso proprio – del racconto e dell’intenzione che lo percorre. Pierre Hadot avrebbe apprezzato.

Recensioni (di L. Alvino; di S. Bachechi; di O. Labbate; di M. Manon; di M. Nucci; di C. Taglietti)

L’Autore a Radio Radicale

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In questo romanzo la vicenda immaginata da Andrea Tarabbia lo vede diretto protagonista, nella parte di uno scrittore che sta affrontando un periodo un po’ disorientante della sua vita. Si sente seguito ogni tanto da un serpente nero e guizzante, e decide di rivolgersi a uno psicanalista, il dottor P. Quest’ultimo lo riceve a casa, in uno studio attiguo alle sue stanze private. È così che ne conosce la moglie, la bellissima Silvia, e scopre la peculiare situazione della coppia. Lei frequenta il giovane Marcello, ragazzo bellissimo, ma violento, e affiliato a una pericolosa organizzazione di estrema destra. Il dottore, invece. ha una relazione con una donna del Nordest, e ogni tanto si allontana per passarvi del tempo. Entrambi sanno perfettamente quali sono le esperienze vissute dal proprio partner. Tarabbia, che ben presto viene in contatto con Marcello e diventa anche confidente del dottor P., comincia a frequentare il manipolo di attivisti di cui Marcello è il leader. Ne è in qualche modo attratto, ne conosce i membri, viene coinvolto in qualche azione e in altrettante riunioni, che si tengono al Babij Jar, un covo dal nome sinistro, pieno di animali e rettili imbalsamati, di cimeli fascisti e neo-fascisti, e di un archivio che tiene traccia, se così si può dire, degli “eroi di riferimento”. La storia dello scrittore inquieto – che, pure, ha dei trascorsi con una ragazza moldava di nome Anna – si intreccia con il percorso di una relazione aggressiva e morbosa, alla quale Silvia si sottomette sempre di più, fino all’esito pressoché inevitabile e, forse, previsto sin dal principio.

Si può prendere un libro famoso, a suo modo misterioso, e trarne ispirazione, oggi, per una specie di libro gemello? Il continente bianco realizza quest’operazione, scopertamente, muovendo da L’odore del sangue – l’ultimo e particolarissimo romanzo, postumo, di Goffredo Parise – e riscrivendolo, con alcune variazioni e con prospettive che, naturalmente, sono nuove, eppure invitano alla rilettura più attenta dell’originale. Quello di Parise è romanzo segnato da una maggiore insistenza individuale e psicologica, di scavo su desideri, pulsioni erotiche, aspettative e fragilità personali, quasi fossero orizzonti irredimibili. Anche il libro di Tarabbia è attraversato da una pluralità di destini, di esistenze cacciate e ricacciate nelle proprie strade da una qualche forza di gravità. Ma talvolta si ha l’impressione che nella penna di questo Autore si nasconda anche un interesse maggiormente “collettivo”. L’odore del sangue che evoca è parzialmente altro rispetto a quello di Parise. O meglio: è lo stesso, ma Tarabbia vuol farci capire che “tutti” lo possiamo avvertire; e che, al di là delle notazioni che Cesare Garboli aveva dedicato all’incombenza della morte dell’Autore stesso, come motore del romanzo parisiano, ci troviamo di fronte a un’esperienza molto più “diffusa” e “prossima” di quanto si possa immaginare. L’immersione di Tarabbia, così, diventa un po’ anche la nostra. È questa la cifra de Il continente bianco, che è un medium per comprendere più a fondo, ed esplodere, la grandezza de L’odore del sangue. Ne è anche un’ottima sceneggiatura: un plot già pronto per una trasposizione cinematografica che potrebbe funzionare assai bene.

Recensioni (di L. Illetterati; di S. Mariani; di G. Raccis; di D. Valentini)

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Tra gennaio e febbraio dell’80 a.C., nella Roma di Lucio Cornelio Silla dictator, si intrecciano due diverse avventure: una ha per protagonista un centurione, Tito Annio Tuscolano, scortato dai suoi fidi compagni, Astragalo e Gabello; l’altra vede impegnato Marco Tullio Cicerone, al tempo ancora poco noto, nel suo primo importante processo penale. Tito Annio è stato ingaggiato dal potentissimo Marco Licinio Crasso e deve scoprire dove si rifugia Mezzo Asse, noto gestore di lupanari e unico superstite di una sanguinosa strage, nella quale ha trovato la morte anche un ricco e potente commerciante di tessuti, Marco Villio Cincio. Cicerone, invece, è stato contattato da Cecilia Metella Balearica Maggiore, influente e rispettata ex vestale, che vuole assicurare una difesa a Sesto Roscio, un imprenditore agricolo accusato dai cugini di aver ucciso il proprio padre. La materia su cui si intrecciano i due intrighi è rovente. I parenti di Cincio sono pronti a tutto, pur di vendicarlo. Soprattutto, Cincio, che era in stretto collegamento con il vittorioso ed emergente Pompeo, sarebbe diventato presto senatore. Qualcuno, forse, lo voleva morto? Non meno difficile è la situazione in cui si trova Cicerone: come mai i principi del foro hanno rifiutato di assistere Sesto Roscio? Perché ad affiancare il giovane oratore si presentano anche tre focosi e ambiziosi rampolli di famiglie notoriamente avverse allo strapotere di Silla? Mentre Tito Annio e i suoi compagni, tra risse, grandi bevute e lunghi inseguimenti, sono alla caccia di Mezzo Asse, Cicerone prepara meticolosamente il processo, maturando rapidamente la convinzione, pur riuscendo vittorioso, di essere egli stesso al centro di un inganno quanto mai torbido. È l’idea che, alla fine, si farà tragicamente anche Tito Annio, quando le due storie si uniranno, portando alla luce i collegamenti tra i delitti e la matrice cinicamente affaristica che li lega a Crisogono, spregiudicato e intoccabile protetto di Silla.

Romanzo storico e thriller allo stesso tempo, Il diritto dei lupi è una piacevole opera prima, che si legge con un certo trasporto, risultando perfettamente adatta allo svago da ombrellone. La lunghezza (si tratta di più di 700 pagine…) potrebbe spaventare – e non c’è dubbio che, forse, qualche passaggio è un po’ troppo prolisso – ma la scrittura è briosa ed efficace. Riesce suggestiva, inoltre, l’idea di trarre spunto da una reale vicenda processuale, quella di cui reca traccia la Pro Sexto Roscio Amerino, autentica orazione ciceroniana, che vien voglia di leggere integralmente. È come se gli Autori avessero voluto ricostruire il cantiere di quel testo, immaginando i timori, le ambizioni e anche le debolezze di un giovane, promettente avvocato, colto e intelligente, eppure ancora ingenuo, combattuto tra le virtù pratiche dei sofismi e la ricerca della verità. Sullo sfondo, poi, c’è la vitalità complessa di Roma antica, ricostruita e vissuta attraverso le gesta di Tito Annio, Astragalo e Gabello, e rappresentata molto bene nel contrasto tra il suo essere epicentro e modello etico, culturale e istituzionale, e la sua vocazione, anch’essa eterna, e purtroppo attualissima, a costituire il “mondo di mezzo” per eccellenza. Come a ricordarci, in sostanza, che tra le profondità oscure della Suburra e le ambizioni che si coltivano attorno ai palazzi del potere c’è sempre stata più di qualche comunicazione. L’ultimo dato positivo di questo romanzo è la figura stessa di Tito Annio, l’ex legionario di lunghe e dure campagne belliche, senza paura, in parte rozzo e in parte addomesticato, ma in ogni caso irriducibile, integro e a tratti quasi romantico. In poche parole, è il perfetto protagonista per ulteriori, auspicabili scorribande letterarie.

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Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

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Dal ricordo di una Roma e di una giovinezza ormai scomparse l’Autore fa riemergere il suo primo incontro con Arthur Patten, Arturo, avvenuto in un cineclub nel quale si proiettava un film di Tarkovskij. È l’inizio del racconto commosso di una amicizia e di una frequentazione durature, ma anche di una lunga riflessione itinerante, il cui perno è l’interpretazione di un sonetto di Metastasio, che dà anche il titolo al libro. Trevi, in particolare, si muove tra alcune vie e alcuni edifici del centro storico della Capitale: da Via dei Cappellari, dove c’è la casa natale del famoso poeta e drammaturgo, a Piazza della Chiesa Nuova, dov’è collocata una sua statua, fino a Via del Corallo, dove ha abitato Amelia Rosselli, e nei cui pressi si trovava anche la dimora romana di Arturo. Proprio in compagnia di Arturo, Emanuele conosce Cesare Garboli, nel corso di una fortuita conversazione notturna vicino a Santa Maria della Pace: il momento esatto in cui il problema di Metastasio e del suo sonetto irrompono a tutti gli effetti, per la prima volta, nell’universo dell’Autore. Ma qual è l’enigma? Difficile dictu, almeno dal punto di vista filologico. In fondo le letture possono essere veramente tante. Trevi fornisce una possibile lezione in un paio di punti: a p. 62, con un richiamo della bellissima Autopsicografia di Pessoa; e alle pp. 207-209, in una delle appendici, con un rinvio ad una tesi di Cesare Galimberti. Metastasio si sorprende di quanto sia la sua stessa arte, frutto di pura fantasia, a scuoterlo. E nel sorprendersi si rende conto che, forse, è la vita stessa una favola, una menzogna addirittura più grande di quelle che lui stesso si sforza di creare. Quindi, anche se non coincide col Vero, l’arte può essere meno falsa, più profonda della realtà; in un certo senso, giacché la sua esperienza consente di acquisire questa consapevolezza, l’arte è ciò che più si avvicina al Vero prima di poter immaginare di riuscire ad afferrarlo. Ecco, allora, qual è il senso del libro di Trevi: nel parlare dell’imprinting che ha ricevuto in prima persona dall’arte e da alcuni suoi grandi testimoni – qui raffigurati e seguiti fedelmente nei luoghi e nelle ossessioni che li hanno resi iconici – non vuole soltanto ammaliarsi e perciò ritrovarsi; vuole anche darci l’opportunità di capire che cosa tutto questo possa significare, se solo lo vogliamo, per la vita di ciascuno di noi.

Recensioni (di Paolo Gervasi, Daniele Giglioli, Angelo Guglielmi, Beatrice Manetti, Marco Renzi, Gianluigi Simonetti, Fabrizio Spinelli)

Sogni e favole a Fahrenheit

Un’intervista all’Autore

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In una Roma estiva che si sta preparando alla visita ufficiale del ràis libico Gheddafi, Ilaria Profeti, insegnante, torna al suo appartamento all’Esquilino, e sul pianerottolo si imbatte in un ragazzo di colore, che viene dall’Etiopia e dice di essere suo nipote. Il padre Attilio è sempre stato uomo di grandi sorprese, Ilaria lo sa bene: ha dovuto attendere l’adolescenza per scoprire che non aveva soltanto due fratelli; ne aveva tre, e il terzo, nato da una relazione extraconiugale lunga e segreta, porta pure il nome paterno. Ora, però, Ilaria ha appena scoperto di averne avuto anche un quarto, di fratello, addirittura in Africa. E così è tempo di scavare, di capire, e di aiutare il giovane clandestino, novello parente piovuto chissà da quale lontano e sconosciuto passato. Si alternano, allora, storie diverse: quella del vecchio Attilio, ad esempio, e delle avventure africane nell’Italia coloniale, dove il Profeti si era distinto, facendo da scorta ad una spedizione per lo studio delle razze; quella di Ilaria e del suo amore per Piero, figlio di un potente uomo d’affari, ex capo del padre e sodale di tanti affari; quella della famiglia africana di Attilio, e in particolare del suo figlio abissino e del nipote, quest’ultimo giunto, per l’appunto, nella capitale dopo la terribile odissea che oggi affrontano tutti coloro che vogliono uscire dalla dittatura della miseria e della sopraffazione; e infine quella dell’Etiopia postbellica, corrotta e dilaniata da conflitti e violenze, e giustapposta all’Italia della Seconda Repubblica, altrettanto immersa nei suoi vizi e nella sue invincibili amnesie. Negli intrecci e nelle sovrapposizioni di questo affresco – nel quale i personaggi si rincorrono continuamente, nello spazio e nel tempo – i ritrovamenti di Ilaria saranno tanti, e non mancheranno anche il colpo di scena, nello stile un po’ ironico e beffardo che più si addice al destino di questo incredibile mondo.

Con Sangue giusto si chiude la trilogia avviata dal bellissimo Eva dorme e continuata con Più alto del mare. Anche qui la scrittura si distingue per la sua evocativa chiarezza. E anche qui è uno spezzone del grande ed eterogeneo generone nazionale ad esserne il protagonista drammatico, con una vicenda che prova a mettere in comunicazione le pagine più ambigue e vergognose del colonialismo italiano con il tipico profilo biografico di una umanità piccola e qualunquista, tanto riuscita quanto eticamente irrisolta. Non serve questo racconto, in verità, per ricordarci che gli italiani sono stati fascisti e razzisti, e che si sono macchiati di crimini e sopraffazioni difficilmente cancellabili. Il romanzo arricchisce un panorama editoriale di rinnovato e fertile interesse per gli “scheletri nell’armadio“. Tuttavia, siamo di fronte a una storia che, parlandoci anche – se non soprattutto – di chi siamo oggi, e di quale – e quanto confusa – sia la nostra genealogia morale e sociale, mette in scena un montaggio di immagini e di situazioni sinergiche che non è per nulla forzato accostare; e che consente più di qualche agnizione. Perché, in Italia, la banalità delle aspirazioni più grossolane e provinciali, come il sogno del benessere e del riconoscimento verso il quale esse tendono invariabilmente a scivolare, costituisce, da sempre, il motore infallibile di un progresso dal rombo quasi tranquillizzante, e capace di travolgere la coscienza, individuale e collettiva, e di garantire autoassoluzioni continue ed efficaci, specie in un quadro di disfacimento strutturale, molle e complice. Dunque, se siamo giusti, o meno, non è per una questione di sangue. Certo: il nostro sangue non è mai più giusto di quello degli altri; e anche quello degli altri può essere più sbagliato del nostro. Ma per Francesca Melandri il tema del sangue non è funzionale alla sola resa dei conti con il razzismo e con la parte che esso ha avuto nella storia degli italiani. Il tema del sangue è funzionale al ragionamento sul fatto che la giustizia si misura su qualcosa di diverso da una presunzione di superiorità egoista e infantile che esige di vedersi sempre soddisfatta, e che c’è comunque il margine, e l’occasione, per provarlo e per sparigliare le carte: per essere diversi, cioè, dall’eterna e appiccicosa voglia di salvarci e di non cambiare mai le nostre vite e il nostro paese.

Recensione (di David Valentini)

Conversazione con l’Autrice (su radioradicale.it)

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La finzione è uno degli strumenti più importanti e interessanti per il mestiere del giurista: si presuppone come esistente (o come non esistente) qualcosa che non esiste (o che esiste), per far discendere in un certo caso determinati effetti, quelli che il diritto, in un determinato modo, già riconosce in altri casi. La culla della fictio è il diritto romano, nel quale essa nasce, in primo luogo, come fictio legis, a partire da quella introdotta con la legge Cornelia dell’81 a.C., che, per riconoscere effetti al testamento del civis romanus morto in prigionia (e la cui cattività, secondo le regole generali, lo aveva privato della capacità), consentiva di considerare il prigionierio come già morto nel momento in cui era caduto nelle mani dei nemici. La fictio in seguito si ripropone in molte ipotesi, sempre per l’intervento del legislatore. Ma si trasforma anche in fictio iuris, diventa, cioè, tecnica dell’interpretazione giuridica, come sarebbe accaduto – almeno per l’Autore – in occasione della formulazione del noto insegnamento per cui conceptus pro iam nato habetur. In questo breve saggio, Thomas rievoca tanti esempi di finzione così come maturati nell’esperienza giuridica romana, cercando di evidenziarne la logica e mettendo in luce – questa la sua tesi – la diversità con cui i giuristi medievali hanno trattato l’utilizzo di questo particolare meccanismo: mentre il diritto romano, infatti, non avrebbe patito, nel ricorso alla fictio, il limite della presupposizione di una verità superiore, il diritto comune avrebbe introdotto, mercé l’influenza del cristianesimo, alcune distinzioni, volte se del caso a sbarrare la strada ad un certo tipo di finzioni (e precisamente a quelle finalizzate a “varcare” la frontiera fra corporeo e incorporeo ovvero a bypassare le regole “naturali” sulla riproduzione dei corpi).

Il ragionamento di Thomas può dirsi condivisibile, e rilevante, quanto a quattro specifici profili: la ricostruzione dell’originalità delle dinamiche messe in gioco dall’operazione finzionale; la confutazione dell’idea diffusa che questa operazione sia indissolubilmente, e prevalentemente, legata al carattere conservatore di un ordinamento giuridico (che in tal modo, tramite le finzioni, evolverebbe senza mai porre in discussione la sua struttura); la rappresentazione dell’autonomia del giuridico quale risultato di un processo istituzionale coscientemente fondato sull’opposizione rispetto al reale; la bella descrizione dell’approccio romano allo spazio del sacro, come frutto, esso stesso, della produzione giuridica e, quindi, come limite insuscettibile di costituire una preclusione immutabile e ontologica alla trasformazione delle regole. Ciò che lascia un po’ dubbiosi, invece, è la parte del lavoro dedicata ai “limiti medievali” della finzione, e ciò per due ragioni: la prima è che lo stesso Thomas, in conclusione, relativizza in buona parte la portata del dispositivo limitante di origine divina (così come frequentemente invocato dai giuristi di diritto comune), sottolineando quanto nel diritto dell’età intermedia esso, lungi dall’eliminare il metodo finzionale, ne avrebbe razionalizzato il ricorso soltanto in parte; la seconda è che, quanto meno al giurista poco esperto di diritto romano e di diritto comune, lo studio della fictio pare non potersi troncare alle soglie della modernità, se non altro perché questa si è costruita e si è imposta anche per mezzo di una ulteriore e potente strategia finzionale, quella del famoso (e trasversale) etiamsi daremus Deum non esse di Ugo Grozio. E senza le scoperte della razionalità medievale questa ulteriore progressione sarebbe stata difficilmente pensabile. Viene quasi da chiedersi, al riguardo, se la fictio, da delicato artificio proprio del fenomeno giuridico, non si possa configurare quale uno dei massimi esempi di quanto i modi di costituzione dell’autonomia del giuridico stesso si siano resi, nella storia, effettivi veicoli di mutamenti epistemologici particolarmente profondi. È nella prospettiva di questo interrogativo che una simile lettura si dimostra molto proficua.

Il saggio dei curatori del volume (M. Spanò e M. Vallerani)

Lo studio di Thomas in lingua originale (francese)

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In questo saggio postumo, Yan Thomas si propone due obiettivi: dimostrare che nel diritto romano la disciplina dei beni suscettibili di essere commerciati è il frutto di un’operazione di sottrazione, dell’istituzione, cioè, di “riserve santuarizzate” di “cose inappropriabili”; dimostrare, altresì, che il manifestarsi di questa dicotomia e delle relative qualificazioni rappresenta in parte qua la storia di un complessivo processo di astrazione della società, in forza del quale le “cose” sono tali non in quanto porzioni del mondo esterno, bensì come oggetto di procedure volte a definirle e a stabilirne con ciò uno specifico valore. La prima dimostrazione passa attraverso un’interessante analisi, nel diritto romano, della “vicinanza giuridica” tra lo statuto delle cose pubbliche e quello delle cose sacre (con riferimento alle fonti dell’epoca imperiale, ma anche alla documentazione dell’epoca repubblicana). L’inappropriabilità e l’inestimabilità di queste cose non sono lo specchio della ricognizione della loro natura; sono “categorie pienamente giuridiche”, che si fondano “su procedure, espressioni formali di una volontà di produrre e organizzare le categorie nelle quali è per mezzo delle quali si amministrano le cose”. E in queste procedure può anche accadere che il regime della cosa sia di volta in volta diverso, in certi casi imponendosi anche quale foriero di un’autonomia soggettività. In tale quadro, Thomas spiega che anche il diritto delle altre cose, quelle viceversa appropriabili e alienabili, è il prodotto di una procedura, come risultato, questa volta, della rimozione dell’interdetto religioso e della conseguente costituzione di un autonomo valore all’interno di un processo. La res, in altre parole, diventa bene in quanto “affare”, cosa controversa: “La procedura come res cattura, contiene, ritaglia e modella i suoi oggetti come res. (…) Catturata da una prima azione, essa non poteva esserlo più da una seconda, agere de eadem re“. In questa ipotesi, peraltro, la procedura attribuisce un valore in tutto e per tutto misurabile, patrimoniale: di regola, del resto, la condanna all’ipsa res non è consentita. Diverso è il destino delle cose “invalutabili”: “ogni stima avrebbe coinciso con il loro riscatto, contrariamente al principio dell’imprescrittibilità del loro statuto di cose inappropriabili”; “così che la loro irriducibile ipseità era riconosciuta a quelle cose che, per fondare sé stessa, la città aveva isolato dal mondo e dalle procedure giuridiche del valore”.

La prefazione di Giorgio Agamben e il saggio di Michele Spanò – che fanno da contorno al testo – non dicono molto sulle peculiari virtù disciplinari di questo studio: la prima, infatti, consta di un omaggio riconoscente ad un maestro da parte di chi ne è stato illuminato in un determinato momento della sua vita; il secondo è un tentativo di esplodere la riflessione del romanista francese in un ambito dichiaratamente filosofico. Il punto, però, è che Il valore delle cose è un ottimo esempio di ricostruzione propriamente giuridica, tale da accreditare in modo del tutto naturale l’intuizione che il diritto si sia prodotto, almeno in Occidente, come strumento veramente originale di conoscenza e di trasformazione del reale. Le idee specifiche, o le piste, che il libro accende sono molte: sulla specialità dell’esperienza romana come fucina di una razionalità autonoma, che prescinde dall’esigenza di affrontare il singolo e attuale problema; sulla priorità storica e concettuale della fondazione di una sfera sacra come presupposto costitutivo del traffico giuridico; sulla strutturale comunicabilità tra questa sfera è tutto ciò che vi sembra essenzialmente estraneo; sulla possibilità, dunque, di costruire limiti, o confini, che hanno esplicitamente lo scopo di permettere l’edificazione di fenomeni culturali, sociali ed economici; sulle potenzialità non necessariamente antropocentriche della finzione giuridica; sull’importanza, nel diritto in generale, delle procedure attributive di significati quali essenziali vettori di regole e di istituti; sulla necessaria e ontologica strumentalità tra diritto sostanziale e diritto processuale; sulla relazione strettissima che sussiste tra istituzionalizzazione del fenomeno giuridico e costituzione della lingua. Di fronte alla riflessione di Thomas, infine, è anche forte la tentazione di cercare in essa alcune indicazioni per orientarsi nel complesso e confuso dibattito sui beni comuni. In proposito la sensazione è che la rigorosa prospettiva seguita in questo contributo sia in grado di rivelarci la grande lontananza che ancora si può misurare tra una discussione largamente animata da presupposizioni politiche, e contingenti, e il precipitato di una ricerca scientifica seria e destinata a restare tale anche per il futuro.

Recensioni (di Lorenzo Coccoli, di Massimiliano Guareschi)

Un estratto del libro

Il testo integrale in francese

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