Per chi ha ancora sei giorni da “spendere” al lavoro, prima di guadagnare un po’ di respiro e di concedersi la meritata vacanza, questo gioiellino può proprio essere indispensabile, una bevanda capace di conferire resistenza e fiducia: un po’ come il mate che don Isidro, ex barbiere e detenuto, si accinge a preparare quando i suoi sventurati e pittoreschi “clienti” gli chiedono soccorso e lo interpellano direttamente nella cella n. 273 del penitenziario, affinché risolva gli intrighi che li tormentano.

Però occorre fare attenzione. Il terreno è quello dell’apocrifo e del farsesco, e la scrittura è difficile e proporzionata alla dimensione volutamente caricaturale dei personaggi. La lettura, poi, si rivela sempre densa e l’attenzione si scopre costantemente divisa tra la volontà di comprendere l’enigma e il desiderio di intendere le tante citazioni e i tanti riferimenti incrociati. Tutta l’ironia e tutto il “mestiere” di Borges-Casares – o, meglio, di Honorio Bustos Domecq, colui che è indicato come il vero / fantomatico autore di queste indimenticabili prove d’artista – si esprimono al meglio, quasi senza freni. È quanto mai necessario, dunque, “allacciarsi” robuste cinture di pazienza.

Ma, come si suol dire, “il gioco vale la candela”. Per l’eleganza e l’asciuttezza delle rapide spiegazioni con cui don Isidro scioglie matasse che paiono inestricabili. Per lo studiato contrasto tra la semplicità di quest’eroe (suo malgrado) sedentario e la volgarità e la superficialità delle macchiette che con lui interagiscono. Per la satira che in questo modo Domecq mette in scena nei confronti di alcuni tipi sociali, delle loro fortune e della vacuità di cui finiscono per farsi (in)degni rappresentanti. Per il rincorrersi dei personaggi, alcuni dei quali compaiono “in varia foggia” e in contesti e momenti diversi.

Piace pensare, poi, alla fine della lettura, di poter indossare, anche solo per un attimo, le “lenti” di don Isidro e di riuscire, così, a dominare la pochezza dei nostri affanni quotidiani con la stessa pacatezza e con pari senso pratico. Quale altro libro potrebbe promettere le soddisfazioni di una simile illusione?

Un’intervista a Borges (di Fausta Leoni)

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… e diremmo anche “Storia di una passione personale ed autentica”, perché tutto il libro serve a giustificare, meravigliosamente, la confessione racchiusa nelle sue ultime righe: “Se potessi ricominciare oggi, sceglierei di nuovo la letteratura. Se le risposte esistono, in questo mondo o nell’universo, sono ancora convinta che le troveremo proprio là” (p. 302). Elif Batuman, posseduta “coi fiocchi”, ci racconta alcune delle sue esperienze letterarie preferite e ci ricorda quanto può essere intenso, oltre che indispensabile, il fuoco della curiosità intellettuale.

Ci sono, comunque, tre motivi specifici per leggere questo libro, a suo modo molto singolare. Il primo ha a che fare con gli aneddoti, le spigolature, le curiosità e le brillanti intuizioni su vita e opere di alcuni dei più grandi narratori dell’immensa tradizione russa tra Ottocento e Novecento. Da questo punto di vista i capitoli Babel’ in California e Chi ha ucciso Tolstoj? sono, semplicemente, squisiti. Del primo “gigante” la Batuman coglie perfettamente l’ostinazione nella vita: difficile trattenersi e non rileggere, ancora una volta, L’Armata a cavallo e i suoi strani e intensissimi racconti. Di Tolstoj, invece, e della mitica tenuta di Jasnaja Poljana, sentiamo persino il fiato, mai corto, sempre robusto e lussureggiante, sempre così irresistibilmente solido e catartico, e sempre così proteso alla ricerca di un equilibrio fecondo tra realtà e condizione ideale.

La seconda virtù del volume, invece, trascende la prospettiva della Wunderkammer bio-bibliografica (portata a vette difficilmente raggiungibili nel pezzo su Il Palazzo di ghiaccio) per manifestarsi sotto forma di profonda riflessione, un po’ meta-letteraria, un po’ intra-letteraria. Leggere o scrivere o interpretare storie, romanzi o novelle non è soltanto evasione. Da un lato, le parole nascondono misteri e allusioni profonde, e il loro uso si combina in meccanismi che vogliono essere immagine di situazioni e pensieri universali e totalizzanti: ragionarci sopra è come percorrere una parte di tutti e di noi stessi. Dall’altro, però, la comprensione di questa dimensione passa, sorprendentemente, anche attraverso ciò che le potrebbe apparire più estraneo, ossia il minuto, il dettaglio e l’interstizio; se possibile anche attraverso il respiro della stessa aria che ha inalato l’autore, l’analisi dei suoi luoghi, delle sue fonti di ispirazione, dei suoi difetti e della sua quotidianità, delle sue peripezie e dei suoi dolori.

Il terzo punto di forza consiste nella possibilità di saggiare che cosa può accadere ad un tipico profilo di giovane studioso “globale”, a contatto con le stranezze, le eccentricità, le avventure, le casualità e i paradossi del mondo accademico e degli imprevedibili percorsi della ricerca universitaria. Questa è costellata di incertezze e di irripetibili occasioni, di delusioni e di ineffabili speranze, grandi o piccole; ma è anche il modo per conoscersi meglio e per confrontarsi con tanti altri “posseduti”, per capire di volerli “avvicinare” e di volerli “evitare” allo stesso tempo, in un rapporto di “amore e odio” e di sensibilità sempre acuminate. In questa direzione, il resoconto, in tre parti, sull’Estate a Samarcanda è qualcosa di più di un’iniziazione metodologica o di un “romanzino” di formazione o di un viaggio nella memoria e nelle radici di una predisposizione irrefrenabile: è la somma delle tappe che un personaggio di un romanzo russo potrebbe ancora percorrere, per “uscire dal guscio” e ritrovarsi, finalmente e irrimediabilmente, convinti (non importa se vincitori o sconfitti) nella propria scelta di vita.

In conclusione, per questa giovane scrittrice di origine turca, non potrebbe esserci un omaggio migliore: anche per lei vale l’invito che Pietro Citati rivolge dalla quarta di copertina dell’edizione economica Adelphi de Il dono di Nabokov: «Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualsiasi cosa stiate facendo… uscite subito e precipitatevi dal libraio. I posseduti è lì, e vi attende»!

Una recensione di Paolo Nori

Elif Batuman’s homepage

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Ogni tanto tornare a Philip Kerr non fa per niente male. Il ciclo Berlin Noir e il suo impareggiabile detective, Bernie Gunther, sono pietre miliari della “letteratura internazionale”, così come lo sono i “prodotti” di John Grisham, Wilbur Smith o Patricia Cornwell: il bestseller è il loro “luogo” più congenito. Con il vantaggio, però che l’ambientazione cui lo scrittore scozzese riesce a mettere mano di volta in volta è molto più solida e suggestiva, e che il protagonista è un concentrato di sfrontatezza-cuore-cinismo da far invidia al più classico degli investigatori da fumetto.

In questo libro Gunther è nella sua veste di detective d’albergo, una sorta di scafato “alligatore”, che ha il compito di tenere “puliti” i fondali dell’elegante e prestigioso Hotel Adlon di Berlino: l’avvento del nazismo lo ha allontanato dalla polizia criminale; occorre essere fedeli al partito, e uno come lui, fedele alla Repubblica di Weimar, proprio non ci riesce. In queste sue mansioni si imbatte in una serie di traffici poco chiari, che intrecciano la corruzione del neonato regime e le mire speculative dei peggiori gangster d’oltreoceano. È il 1934, e le Olimpiadi del 1936 sono una buona occasione per lucrare sugli appalti per le grandi opere pubbliche e sullo sfruttamento del lavoro di ebrei e perseguitati politici, ormai sistematicamente esclusi da qualsiasi occupazione dignitosa. Gunther si imbatte in un malavitoso americano e lì cominciano i suoi guai, che tra i pericolosi contatti con la Gestapo e uno sprazzo di vera storia d’amore con la bella Noreen culminano in modo drammatico ma enigmatico sul ponte di un battello. La storia, poi, si sposta nel 1954, nella Cuba di Batista, dopo la guerra e dopo le dolorosissime vicende che hanno spinto il nostro eroe a fuggire dalla Germania e a crearsi una nuova identità. Tutto sembra normale, ma Bernie rivede Noreen, e le vicende si susseguono fino all’epilogo chiarificatore.

Con Kerr, in verità, non c’è quasi mai da aspettarsi una conclusione del tutto compiuta, perché ad essere tale è la figura di Gunther, sempre e comunque “bastante” a se stessa, dall’inizio alla fine: votato al compromesso ed una sorta di sopravvivenza avventurosa e quasi causale, questo detective è alfiere di un fatalismo tragico che, senza nascondersi dietro particolari colpi di scena e senza ammiccare necessariamente all’idea di un poliziotto speciale, intellettualmente e fisicamente dotato, parla a tutti i lettori. La forza di Kerr è sempre l’umanità “estrema” e “condannata”, limitata, ma capace, proprio perché imperfetta, di ogni bassezza e di ogni sacrificio, ma anche di ogni nobile aspirazione e di ogni grande “gesto”.

Si può fare comunque un appunto, che non è, tuttavia, rivolto all’Autore, bensì all’editore italiano che lo rende noto anche al nostro pubblico. La traduzione, davvero, non sempre è all’altezza, ed anche alcune scelte stilistiche, o “di resa”, sono nettamente stonate. Quanto varrebbe Philip Kerr con un doppiaggio più sicuro?

Il sito dell’Autore

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Uno degli economisti italiani più noti e impegnati inaugura una nuova serie de il Mulino dedicata ad una interessante collaborazione tra questo editore e lavoce.info. Lo fa, nella specie, affrontando i mali del calcio italiano, in un’intervista che prende spunto dai tanti scandali degli ultimi anni (da Calciopoli alla recentissima vicenda, ancora pendente, delle scommesse) e che cerca di isolare i fattori che in Italia rischiano di inquinare sistematicamente, se non esaurire, le grandi risorse e le insospettabili potenzialità di questo sport.

La dimensione del libro (103 pp. in un formato più che tascabile) lo renderebbe particolarmente appetibile proprio per l’assolata giornata che sta per culminare in Italia-Spagna, attesissima finale degli Europei 2012, se non altro perché, al termine di riflessioni poco confortanti sul pianeta-calcio, c’è sempre la speranza di rinfrancarsi e di emozionarsi di fronte all’incontrollabile magia del gioco. Il fatto è, però, che la rassegna dei problemi / “vizi” analizzati da Boeri non ci rivela alcunché di particolarmente originale.

Da molto tempo, ormai, si discute, quanto al calcio italiano, della cronica incapacità di scoprire e lanciare nuovi e giovani talenti, o del patologico intreccio tra potere mediatico, disciplina dei diritti televisivi e scarsa solidità patrimoniale delle società sportive, o, ancora, del complesso reticolo che, anche nel “governo del pallone”, agevola e protegge conflitti di interessi e fenomeni più o meno macroscopici di “cattura” di quei soggetti istituzionali che, viceversa, dovrebbero essere il più indipendenti possibile. Non meno sperimentati sono i rilievi critici all’ampiezza della “forbice” che separa le grandi star dai giocatori delle serie minori. Analogamente, è da tantissimo tempo che si ragiona su quale possa essere il modo per rendere più sereni e “incorruttibili” gli esponenti della classe arbitrale, le cui aspirazioni di carriera – e di guadagno – sono sempre state il terreno di ogni possibile speculazione e di ogni relativo “scandalo” (estivo o meno). Certo, a quest’ultimo riguardo, ed anche per chi non consulta sempre l’home page di lavoce.info, il ragionamento di Boeri fornisce notizia di una bella ricerca empirica, che non può che suffragare ulteriormente le lamentazioni, spesso solo “sentimentali”, di appassionati e osservatori.

Ad ogni modo, la poca originalità del volume fa riflettere: in primo luogo, sulla circostanza che, forse, bene avrebbe fatto, lo stesso Boeri, a “non” parlare solo di calcio e, anzi, a saggiare le sue brillanti capacità analitiche proprio nella “metafora” cui dice espressamente di voler sfuggire, quella, cioè, tra i problemi del calcio italiano e i problemi del Paese; in secondo luogo, sulla questione, di ben maggiore portata, se l’apporto degli economisti ai dibattiti più cruciali e più sentiti dall’opinione pubblica debba concentrarsi, principalmente, non tanto sull’applicazione divulgativa del “metodo” che ne caratterizza l’expertise, quanto, piuttosto, sulla divulgazione “sostanziale” di dati, documenti, ricerche, studi e valutazioni che la loro scienza gli mette quotidianamente a disposizione (in altri termini: dobbiamo tutti “armarci” di una “tecnica” specifica e diventare, nel nostro piccolo, “economisti in provetta? O dobbiamo, meglio, conoscere effettivamente quali sono i risultati che lo studio dell’economia ci consegna e che ci permetterebbe di avere basi conoscitive ed istruttorie migliori per comprendere la realtà e per pensare, anche con l’aiuto di altre considerazioni, a qualche idea?). D’altra parte, i passaggi migliori di questo testo sono, guarda caso, quelli in cui si riferisce di indagini che non sono già disponibili al normale lettore delle pagine sportive dei principali giornali e che ne possono ampliare la “consapevolezza”, oppure quelli in cui si avanza qualche proposta operativa (come quella relativa ad una più netta “responsabilizzazione” dei dirigenti delle società).

Se c’è un aspetto, comunque, sul quale Boeri merita è un plauso è che ci ricorda che il calcio è una cosa maledettamente seria. Che cosa si può leggere, dunque, di serio, prima della partitissima? Ritrovo uno spunto di grande saggezza – quasi à la Montesquieu – in un classico pezzo dell’eterno Gianni Brera (Il più bel gioco del mondo, nel libro che porta lo stesso titolo e che raccoglie alcuni dei migliori articoli del grande giornalista, morto nel 1992: Milano, 2007, 409-410): “Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e da interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico. Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe; quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo”.

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Per questo romanzo non c’è nulla di meglio che un giudizio “tecnico” da sommelier: eleganza e raffinatezza allo stato puro, con tutto il sapore, però, di una “cucina” meticcia, profumata quanto corposa, da assaporare “esagerando”, e quindi sorseggiando un buon tè alla cannella o, per chi ama gusti più aspri, un bel bicchiere di karkadè. Il venditore di passati è veramente una buona bevanda, anche se non è adatta a tutti i palati. Può dare ampie soddisfazioni soltanto a chi cerchi, tra le tante e possibili letture estive, fragranze decisamente intense; sempre che si sia preparati al naturale disorientamento da cui è sempre ammantato il piacere delle spezie.

Il protagonista assoluto dovrebbe essere Felix Ventura, “genealogista” angolano che si guadagna da vivere offrendo ai suoi clienti una biografia “su misura” e che si rifugia egli stesso in un passato costruito a tavolino, alla ricerca, forse, di un futuro che sia più benigno del suo presente di uomo solo e di albino. Dalla prospettiva di Felix, lo snodo che anima il racconto sta tutto nella scoperta dell’impossibilità di dominare e di re-inventare il passato, che, soprattutto nelle vicende delle ex colonie africane, si palesa come destino costantemente incombente e si rivela più vero e drammatico di quanto possa pensare la fantasiosa immaginazione di qualsiasi interprete.

In verità, il vero personaggio principale del libro è Eulálio, un geco che convive con Felix, sulle pareti e nelle fessure della sua casa, alter ego “reincarnato” di Jorge Luis Borges e nume tutelare del rapporto tra l’invenzione e la realtà. I sogni e le riflessioni di questo coltissimo e pacato animaletto sono un potente inno alle virtù della letteratura e alla capacità che l’esperienza letteraria può dimostrare nel rivelarci i caratteri intrinsecamente mutanti e obliqui della nostra vita e della nostra memoria.

Non è nuovo Agualusa al tema delle trasformazioni, degli “ibridi”, dell’onirico e delle “comunicazioni” tra fantasia e realtà, Né sono nuovi, per questo raffinato scrittore, il dialogo con Borges (ma anche con Pessoa e con tutta la tradizione lusitana: Borges all’inferno e altri racconti) e la “passione”, per così dire, nei confronti dei piccoli rettili misteriosi (The Book of Chameleons). Eppure, per il lettore italiano che voglia provare che cosa sia, oggi, la grande letteratura in lingua portoghese, non c’è niente di meglio che affidarsi a questo piccolo volume (da poco ristampato) e all’ottima e “flautata” traduzione di Giorgio de Marchis.

Intervista all’Autore (da Fahrenheit)

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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Il libro della giungla è anche la nostra storia: sotto molti aspetti, anche noi, come Mowgli, siamo stati educati dagli animali selvatici. L’idea che siano stati gli animali a insegnarci a leggere può apparire paradossale, ma ascoltare dei cacciatori esperti che analizzano il segno di una tigre non è così diverso dall’ascoltare degli specialisti di letteratura che decostruiscono un racconto” (p. 282). Questa è solo una delle tante osservazioni “ficcanti”, e stimolanti, che sono disseminate nel non-fiction di John Vaillant, un libro pluripremiato che finalmente si offre anche al pubblico italiano.

Alla base c’è un fatto realmente accaduto, una caccia alla tigre, avvenuta nel dicembre 1997 nel territorio del Primorje (nell’estremo lembo orientale della Russia, a nord di Vladivostok). Il terribile felino dell’Amur ha aggredito e ucciso due cacciatori, e l’Ispettorato Tigre, una sorta di guardia forestale iper-specializzata, indaga sulle ragioni degli attacchi e sul modo con cui prevenire ulteriori pericoli per la popolazione locale: raramente la tigre attacca gli uomini, all’origine della sua improvvisa “pazzia” ci dev’essere qualcosa, forse l’episodica alterazione di un ordine ancestrale…

Vaillant, però, non si è limitato a raccontare l’indagine. Ne ha raccolto e tradotto il contesto, quello di una regione unica al mondo, di una terra di frontiera in cui non solo uomini e animali, ma anche popoli e culture, si sono sempre scontrati. Si susseguono, così, pagine ricche di osservazioni antropologiche, etologiche, geografiche, geopolitiche e storiche; ma anche di testimonianze, interviste, racconti, profili di esploratori e cacciatori leggendari, scorci suggestivi di paesaggi e di caratteri, di usanze e stili di vita, di orgoglio e di miseria. E, naturalmente, di tigri e di grandi felini, non solo siberiani, ma di tutto il globo: perché il loro rapporto con l’uomo può essere un ottimo modo per addentrasi nei misteri dell’evoluzione e per comprendere che la sopravvivenza di talune specie è inestricabilmente connessa con le ragioni che hanno reso egemone il nostro genere.

Il libro può sortire una conseguenza inaspettata: per tutti coloro che, come me, hanno cominciato la loro esperienza di lettori proprio sulle pagine delle grandi avventure del bosco e della foresta, l’ultima pagina del libro di Vaillant è sola la prima di tante possibili ed avvincenti riscoperte. Una su tutti: J.O. Curwood, Cacciatori di lupi (Giunti-Marzocco, 1984; certo, forse le poche edizioni ancora disponibili sono reperibili solo nelle biblioteche, ma è sempre possibile leggerne gratuitamente l’originale inglese, scritto nel 1908).

Di che cosa stiamo parlando: la tigre dell’Amur

Il libro presentato dal suo Autore

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Mattia Maistri e Marco Niro sono cresciuti. Da È già sera, tutto è finito (2010) un po’ di tempo è passato, e la qualità della scrittura è decisamente migliorata. L’approccio, viceversa, era già completamente definito sin dal primo romanzo: rileggere, plasmandolo, il passato del paese e ipotizzarne, nella stessa direzione, il futuro, prendendo spunto dal presente e dai sintomi che ne rivelano, con le forze positive, anche le costanti e radicate tentazioni devianti. Tersite Rossi (che è lo pseudonimo – davvero evocativo – sotto cui si cela l’identità dei due giovani scrittori) si è accodato, così, a Loriano Macchiavelli, ai Wu Ming, a Simone Sarasso, ma anche a Massimo Carlotto, che ha veicolato l’inserimento di questa “opera seconda” nella Collezione Sabot/Age di E/O.

Si possono dire molte cose a proposito di Sinistri. In primo luogo, è difficile individuare chi ne sia il protagonista; ma questo non è, di per sé, un difetto, poiché, in fondo, protagonisti di questo libro sono tutti i personaggi che si incontrano nella lettura, così come lo sono, ahimè, tutti gli italiani. Si tratta di uno specchio, non troppo deformato, di ciò che siamo stati, di ciò che siamo e di ciò che rischiamo di diventare.

In secondo luogo, c’è una storia principale, ambientata in un 2023 tanto surreale quanto drammaticamente possibile: al Governo spadroneggia il leader di un fantomatico Partito della Felicità, che ambisce all’eliminazione di ogni conflitto e di ogni opposizione, quasi in uno scenario alla Jack London (quello, per intendersi, de Il tallone di ferro). Questa storia, molto breve, e a suo modo brutalmente semplice, viene inframmezzata da dieci rapidi racconti, in verità più complessi, che vengono letti da uno dei protagonisti e sono collocati in dieci diversi momenti della storia d’Italia, anche se sembrano precorrere l’attualità nel senso di un comune destino che non può che avverarsi e ripetersi ancora. La sensazione (disperante) che se ne ricava è molto netta: ci si può ribellare al sopruso, si può credere in qualcosa di puro, eppure l’esito pare già predeterminato, come se fosse orchestrato, sinistramente, da un unico e terribile artefice. E la nostra umanità sembra ripetutamente e ineluttabilmente debole.

In terzo luogo, c’è l’assunzione esplicita di una chiave trasversale evidente, tutta pasoliniana: da un lato, essa si esprime nella presenza trasversale di una sessualità rapace, che strumentalizza ogni rapporto e “corona” un più generale processo di mercificazione e di impoverimento spirituale; dall’altro, si traduce nel tema dell’inestricabile corruzione dei poteri e dell’altrettanto perverso intrecciarsi degli interessi, pubblici e privati, e delle aspirazioni politiche, tanto rivoluzionarie quanto conservatrici. In altre parole: Scritti corsari e Petrolio, in un agile mix di scrittura che ci offre un buon saggio di una tipologia ormai affermata di nuovo e “agghiacciante” romanzo pop.

Il sito dell’Autore (o, meglio, degli Autori)

Intervista doppia

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Un giovanissimo avvocato, al suo primo vero incarico, si trova ad affrontare una difesa apparentemente impossibile: il suo cliente, Fabrizio Collini, un operaio di origini italiane, ha ucciso brutalmente il vecchio e potente Hans Meyer, rispettato ed autorevole magnate dell’industria tedesca. La dinamica dei fatti è indiscussa e il movente dell’omicida è del tutto oscuro. A complicare le cose, Caspar Leinen (questo il nome del precoce penalista) scopre che la vittima non gli era affatto sconosciuta e che, anzi, Meyer era il nonno, a lui tanto affezionato, di un suo carissimo amico d’infanzia e di una sua indimenticabile fiamma, Johanna, ora tornata sulla scena. E, tra le altre cose, il gruppo economico-finanziario cui era a capo il grande imprenditore si costituisce parte civile con l’assistenza dell’avvocato Mattinger, uno dei più famosi e stimati professionisti del paese. Assistere Collini è davvero un’impresa, e la prima tentazione è rinunciare.

Ma Collini ha diritto ad avere un difensore, non è possibile invocare solo l’antica amicizia o la rinnovata promessa di un amore perduto: Leinen vuole fare la sua parte ed è onorato di poter competere con Mattinger. La sua ostinazione lo conduce, dunque, a cogliere un piccolissimo indizio e ad intravedere, oltre ad una possibile strategia processuale, anche una storia durissima e drammatica, che costringe tutti, anche il popolo tedesco, a fare i conti con il proprio passato più tragico. Il movente di Collini, infatti, ci riporta alla seconda guerra mondiale e all’occupazione nazista della penisola italiana, alla guerra di Liberazione e alle azioni dei partigiani, alle rappresaglie e ai tanti crimini e alle tante stragi commesse in quel contesto.

Svelare altre cose proprio non è possibile. Sia sufficiente dire che in pochi tratti, con uno stile quanto mai secco e pulito, e con il ricorso a ricostruzioni storiche e giuridiche tanto sintetiche quanto inappuntabili, von Schirach riesce a proporci con assoluta efficacia tutti i vicoli ciechi del rapporto tra storia e giustizia, tra colpe individuali e colpe collettive, tra memoria dei singoli e memoria dei popoli, tra esigenze del diritto e ragioni della vendetta. Il caso Collini, poi, ha il “dono”, se così si può dire, di “romanzare” una tipologia di situazioni che sono realmente accadute e che, specialmente con riguardo ai molti fallimenti dei giudizi avviati all’indomani della fine del conflitto, rievocano sia vicende locali ancora dolorose (e fonte di perduranti disagi), sia una nota e recentissima sentenza della Corte internazionale di giustizia (che ha accolto il ricorso della Germania, contro l’Italia, sul risarcimento alle vittime dei crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale. v. l’intervista al Prof. Tullio Treves).

Nell’epilogo del libro, peraltro, von Schirach pone i quesiti più umani della complessa questione che ha inteso affrontare, sia pur soltanto accennandoli, vuoi per voce dello stesso Collini (“Da noi si dice che i morti non vogliono vendetta, solo i vivi la vogliono”), che interpreta la sorte forse del tutto compromessa di chi può ancora soffrire, vuoi per voce della bella Johanna (“Sono anch’io tutto questo?”), che incarna lo smarrimento di chi, nel ricordo, si scopre comunque figlio di azioni inconfessabili. La risposta, tanto semplice quanto fondamentale, corrisponde ad un paradossale, ma geniale, voto ad una sorta di oblio positivo (“Tu sei la persona che sei”, risponde Caspar a Johanna): non tutto è perduto, il “meglio” lo possiamo ancora giocare, e lo possiamo fare, naturalmente, perché sappiamo e perché possiamo contare su ciò che noi, oggi, possiamo essere.

Un ultimo particolare, per nulla trascurabile: l’Autore parla, senza dubbio, anche di se stesso; come effettivamente lascia trasparire il suo cognome, egli è nipote di Baldur von Schirach, uno dei più influenti gerarchi nazisti.

Un’intervista all’Autore (in tedesco)

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Il titolo che Adelphi ha deciso di dare a questo racconto non è la perfetta traduzione di quello originale, che suona invece così: The Uncommon Reader. È vero che si scopre subito che il “lettore” è la regina d’Inghilterra; ma l’attributo che Bennett aveva scelto era decisamente calzante, perché il carattere “inconsueto” non si riferisce solo al fatto che si tratta della ben nota sovrana, ma anche alla circostanza, a sua volta “insolita”, che questa si trova ad interpretare la parte del lettore veramente appassionato, con tutte le sorprendenti conseguenze del caso.

Salvo il finale a sorpresa – che è a metà strada tra il vero colpo di scena e un semplice e classico saggio di ironia inglese – la storia conta fino ad un certo punto: la regina comincia a leggere e a prenderci gusto, e questo fatto scombina gran parte del suo ordine del giorno e della considerazione che di lei e del suo ruolo hanno i suoi più stretti collaboratori e i più influenti uomini politici. Contano poco, alla fine, anche le tante risate che suscitano le immagini e le situazioni in cui Elisabetta II ha modo di dimostrare il suo new deal di assidua bibliofila: ci si aspetta questo ed altro da un uomo di teatro così brillante e così esperto come Bennett (a proposito: da Nudi e crudi in poi, è difficile concedersi il lusso di non leggerlo).

I meriti del libro, in verità, si possono collocare su due livelli: quello, molto evidente e sostanziale, della parabola, sul rapporto tra cultura e potere, o sul rapporto tra cultura e democrazia, o sulla relazione tra cultura e classe politica, o, ancora, sugli effetti catartici che la lettura può concretamente avere su ciascuno di noi, indipendentemente dal suo status o dai suoi interessi o dal lavoro che fa; quello, più sottile, e stilistico, dei vari espedienti che l’Autore utilizza per costruire la parabola stessa, dalle acute e ficcanti riflessioni che la regina si appunta a margine di questa sua nuova esperienza alla scelta geniale di un personaggio come Norman, curioso interlocutore di Sua Maestà. Anche i rapidi sketch sui pensieri del “britannico medio” sono impagabili.

La sovrana lettrice, in definitiva, è un agile passatempo, che tranquillizza e che coinvolge, innanzitutto, i lettori compulsivi, che vi trovano nuove ragioni per insistere nella loro più insana abitudine; ma è anche uno stimolo felice per tutti coloro che, restando senza libri, non sanno davvero che cosa si sono persi finora, che cosa continuano a perdersi e che cosa potrebbe accadere se, come la regina, decidessero, dopo averne letti molti, di fare dell’altro.

 

Una perla di saggezza:

L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l’altro e lei non faceva eccezione. La letteratura, pensò, è un commonwealth; le lettere sono una repubblica.

 

Un’altra recensione

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