Il sospetto del titolo sta per assumption, che equivale a congettura, ma anche a presupposizione. Il primo significato allude immediatamente al genere letterario, che è quello poliziesco, e ad un tipo di operazione intellettuale che vi è sempre congeniale. Da questo punto di vista, i tre racconti che ci propone il bravissimo scrittore americano sono ciò che di meglio possano desiderare i cultori del crime novel: niente è scontato e le sorprese sono garantite. È il secondo significato, però, a dire qualcosa sul vero obiettivo dell’Autore: che intende beffarsi di tutte le impressioni e di tutti i ragionamenti del consueto lettore di gialli, per portarlo altrove, verso un approdo del tutto inaspettato e verso riflessioni che trascendono ampiamente i confini della specifica tipologia di prodotto narrativo.

Non ci sono legami tra le tre diverse storie, se non il fatto che esse hanno tutte come protagonista il vicesceriffo Ogden Walker, della contea di Plata, nel New Mexico. Sin dalle prime pagine si è colti da una sensazione invincibile, quella, cioè, che si prova quando ci si imbatte nel personaggio ideale per l’ambientazione ideale di una trama altrettanto ideale. Ogden ci appare uomo di buon senso, pratico, avvezzo alla logica ma anche alle sfumature più sottili dell’animo. E ci sembra che non possa essere altrimenti, soprattutto per chi è stato temprato dalla sua condizione di mezzosangue intelligente e sensibile, di persona civile ed antimilitarista, confinata nell’estrema, e opposta, durezza di un west tanto affascinante quanto isolato e primitivo. Gli amanti del detective alternativo, peraltro, trovano subito pane per i loro denti, perché il vicesceriffo Walker vive in una roulotte nel deserto ed è appassionato di pesca alla mosca. Lo sceriffo Bucky e gli altri uomini dell’ufficio, dall’inconsistente Felton all’umanissimo Fragua, completano un quadro di caratteri quasi cinematografici, e quindi molto ben definiti, così come lo è anche quello di Eva Walker, madre saggia, sollecita e pacata. Eppure c’è qualcosa che non va, lo si capisce anche dallo stile, che è fatto di una scrittura asciuttissima, quasi povera, che ben si addice alla decadenza e alla solitudine dei luoghi e delle persone. Qui sta il punto: perché le miserie che Ogden deve affrontare, prima per risolvere il caso di un’anziana assassinata nella sua stessa casa, poi per smascherare uno squallido e tragico giro di droga e prostituzione, altro non sono che l’anticamera di un’ultima e terribile indagine, che dischiude una verità altrettanto ultima e terribile, e inconfessabile, che costringe il lettore a fare i conti, per l’appunto, con le proprie assumptions.

Di fronte alle opere di Everett – mai si finirà di tributare i dovuti omaggi all’editore Nutrimenti, che in Italia ne pubblica tutta la parte migliore – si cade spesso nella tentazione di azzardare paragoni: con Landsdale, con Faulkner, con McCarthy; potrà stupire, anzi, che alcuni abbiano fatto un raffronto anche con Simenon, in un accostamento che forse è, fra i tanti, realmente intrigante. Ma non erra neanche chi evoca Raymond Carver, per la pulizia della frase, o Flannery O’Connor, per la potenza della rappresentazione. La ragione di simili giudizi, che possono anche sembrare contraddittori, è presto detta. Everett non è uno scrittore di genere; chi pensa di godersi un semplice attimo di evasione si sbaglia di grosso. Everett ci porta con Conrad e con Eliot – ancora un diverso e possibile percorso di lettura – nelle segrete stanze dell’oracolo, dove rischiamo di perderci, di avvertire la nudità della nostra condizione umana, di capire che possiamo scoprirci cosa violenta tra cose violente, e, con ciò, di essere costitutivamente esposti, come uomini, al pericolo di finire irrimediabilmente perduti.

Recensioni (di Luca Crovi, Sergio Pent, Livia Manera, Mirta Oregna, Roger Boylon)

Identità tornado (di Giorgio Vasta)

Qualche appunto su Percival Everett (di Marco Rossari)

Interviste a Percival Everett: una su Sospetto e una “generalista”

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Lalla Romano non si legge, si scopre. È la scrittrice stessa ad essere alla scoperta, alla ricerca, come in un viaggio, durante il quale tenere un diario di bordo e consegnarvi i momenti più autentici delle proprie impressioni. Per leggere questo libro nel modo migliore forse bisogna immaginare di sottrarre furtivamente alcune pagine di quel diario, senza pensare troppo al tempo o ai luoghi cui si riferisce, ed adeguandosi così all’estrema asciuttezza dello stile. Che è anche lo stile della verità, di uno sguardo lucido che ripercorre l’esperienza personalissima della giovinezza e ne interpreta in modo finalmente fedele le movenze più intime.

Il romanzo è autobiografico. Attira la mia attenzione perché campeggia nella teca di un minuto ma elegantissimo allestimento. Racconta gli anni universitari dell’Autrice, dal 1924 alle soglie degli anni Trenta. Del clima politico e di ciò che sta accadendo nel Paese non c’è che qualche cenno. Vediamo Lalla alle prese con le compagne del collegio, lungo le vie di Torino o a teatro, a colloquio con il famoso zio (il matematico Giuseppe Peano) oppure, senza imbarazzo alcuno, con i professori della sua facoltà. La immaginiamo dipingere alla scuola di Casorati e discutere con Lionello Venturi. Ne sentiamo le inquietudini, la voglia di trovarsi, i sogni, l’egoismo ribelle, il desiderio di incontrare l’amore e il compagno cui svelare i suoi desideri e con cui condividere tutto il suo struggimento intellettuale e psico-fisico. La “non-storia” con Altoviti (dietro il quale si riconosce Franco Antonicelli) è il paradigma assoluto dell’amore “che avrebbe potuto essere e che non è stato”, in un parallelismo perfetto – ed universale – tra sentimento e realizzazione di sé, che viene rappresentato in modo efficacissimo e quasi sorprendente.

Per quanto sia quasi intimo, questo è un libro che non è destinato ad appartenere soltanto all’Autrice. Lo si può dire, innanzitutto, per la miniera di informazioni e immagini che dagli anni Venti si proiettano sul lettore come una sorta di prezioso patrimonio testimoniale del mondo colto, nobiliare ed alto-borghese di allora, e con esso di una certa Italia, che in uno dei momenti più difficili della sua storia non ha mai saputo, e forse neanche voluto, porsi ad esplicito ed effettivo modello di identità nazionale. È singolare, poi, riscontrare – e non è facile capire se si tratti di una interessante coincidenza o di una ottima fonte di ispirazione – piccoli spezzoni narrativi che sono riproposti, con pari verosimiglianza, nei buoni prodotti della nostra letteratura più giovane e recente: forse la figura dell’anziano ex professore a riposo, il cui passatempo giornaliero è partecipare a tutti i funerali della città, è davvero esistita, visto che anche Paolo Di Paolo l’ha utilizzata nel suo bel romanzo… sarà stata la stessa persona? Ciò che intriga, però, è che proprio il carattere personale del volume nulla toglie alla possibilità di considerarne il tono in termini di empatica esemplarità. Per rendersene conto, basta riprodurre le poche parole di un “piccolo testamento” della giovane Lalla: “La mia sete è di giungere per la coscienza di me alla conoscenza dell’universo stesso, come io ne possa capire. Ma l’immagine mia è di tale che guarda standosi inerte una vasta corrente, l’onda seguire all’onda, e ascolta il vasto respiro della notte divenire di poco a poco gigante e gli concede l’irrequieto spirito e in quello riposa follemente felice” (p. 201). Quale giovinezza può dirsi più autentica di quella inventata dalla Romano?

Un saggio critico sul romanzo (di Jadranka Novak)

Un approfondimento su Lalla Romano

Un’intervista a Lalla Romano

Un ritratto personale di Lalla Romano (di Cesare de Seta)

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Perché a nessuno piace il caffè di Denis Bortolato? La storia raccontata da Paolo Ganz non dà una risposta a questa domanda, ma è bene che il quesito resti ancora irrisolto, perché ad essere tutto da chiarire è il destino di questo nuovo e simpatico personaggio. Che è alla prima tappa di una vera e propria trilogia, e che assume i lineamenti del migliore degli eroi, che anche quando vince finisce comunque per soccombere e per dover ricominciare tutto da zero. Ma, per l’appunto, va bene così: l’esordio di questa singolare figura di ex galeotto ha il sapore di un secondo battesimo, di un’occasione per tentare una nuova vita e per soddisfare una nuova coscienza di sé.

Bortolato è sempre stato sfortunato. Ha affrontato la galera per essersi lasciato coinvolgere in una rapina, e ora, scontata la pena, ripara cellulari fuori garanzia in un piccolo laboratorio e convive nella sua Venezia con la madre anziana e malata. Tutto sembra averlo relegato al margine di un’esistenza ormai compromessa, movimentata soltanto dalle avances di una signora viziata. Ma un giorno, nella scheda della memoria di un cellulare, vede cose che non avrebbe dovuto vedere ed entra così in un tunnel di paura, minacce e ricatti, che lo porta a rendersi protagonista di una pericolosa spedizione, seguito a vista da un perspicace commissario di polizia. Bortolato, quindi, ha occasione di crescere: fa esperienza di passioni sconosciute; apprende le terribili vicende di conflitti troppo a lungo dimenticati; rischia la vita e salta dall’altra parte, come se avesse dimostrato, all’improvviso, di essere un degno “figlio” del vecchio Duilio Benussi, l’anziano custode che ha voluto fargli da “padre” nonostante il segreto che si apprende solo nelle ultime pagine del libro.

Ci sono assaggi di Carlotto in questo romanzo, ma anche atmosfere alla Heinichen. E forse, quindi, si può avere l’impressione che Ganz si sia esercitato in un po’ di maniera. La lettura, però, non stanca. L’Autore c’è, con il suo amore per la musica, e pure Venezia è quella reale, tra le immagini – e gli odori, e i sapori – della sua più attuale quotidianità e gli sprazzi sempre affascinanti di una città chiamata a restare particolare. Ettore Premoli e la sua squadra di poliziotti bene assortiti non sono da meno; e la stessa cosa si può dire per le due belle figure dell’enigmatica Donata Drescig e della stranissima e “stregonesca” Ada. I puristi potrebbero obiettare che Ganz non è esente da qualche difetto di scrittura. Tuttavia è bello fantasticare anche su questo profilo: che ce lo rende più autentico, nella sua dimensione, ostinatamente voluta, di perfetto e disordinato autodidatta, che, come la maschera che si è inventato per mezzo di Bortolato, non può che tendere a migliorarsi e a convincerci nuovamente.

Una presentazione del libro

Il sito dell’Autore

Dalla “colonna sonora” del libro: Con dos camas vacías, di Joaquín Sabina

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La prosa raffinata di Hans Tuzzi ricostruisce gli ultimi giorni di John Pierpont Morgan, quel JPM che, tra Ottocento e Novecento, con altri ricchissimi e famosissimi uomini d’affari (Carnegie, Gould, Rockfeller; tutti soprannominati the rubber barons), ha cambiato la faccia degli Stati Uniti d’America e posto le basi per ciò che è diventata la grande finanza mondiale. Per intenderci, è il fondatore di quel formidabile sistema di istituti di credito che dall’inizio del secolo scorso è cresciuto quasi senza interruzioni, almeno fino allo scandalo dei mutui subprime, nel 2008, e quindi fino alle porte della crisi che ancora oggi stiamo vivendo. È quasi una sorta di simbolica ricorrenza, perché poco più di cento anni prima, nel 1907, furono proprio gli ingenti investimenti di JPM a salvare il sistema bancario e l’economia americana dal temutissimo crack che stava per affossare definitivamente la borsa di New York.

Il bravo scrittore milanese, però, non ci parla di questo, o meglio, non ce ne parla direttamente. La sua scelta è di ritrarre la sensibilità di JPM, il suo profilo strettamente personale e il milieu sociale nel quale si è sviluppato, così come emerge nel sovrapporsi della voce spesso ammirata di un segretario personale e dei pensieri segreti del magnate moribondo, riverso in stato di veglia sul letto del Grande Albergo di Roma (l’odierno Plaza), dove esalerà l’ultimo respiro al termine dell’ennesimo attacco depressivo. Il tronco del racconto è dedicato al mecenatismo di JPM, alle sue fantastiche imprese di mercante d’arte e alle sue complesse relazioni con la sua bibliotecaria, la misteriosa Miss Belle da Costa Greene, e con il grande critico Bernard Berenson. Ma su questo filone si innestano, come tanti spicchi, altre storie ed altre avventure, come quella del Titanic, realizzato proprio dalla White Star, la compagnia che JPM aveva acquistato diventando così signore assoluto del traffico marino. Alle opinioni del narratore, inoltre, si intersecano altri episodici interventi, tra cui le riflessioni sempre acute e profonde, e non prive di ironia, del Dottor Dixon, che dall’inizio sembra invitarci a scoprire in JPM qualcosa di nascosto, di assolutamente impenetrabile, ricordandoci, con Montaigne (p. 13), che “gli altri non vi vedono affatto; vi indovinano per congetture incerte”, e che ciò vale “per tutti”, “tanto più per i grandi”.

In verità, nella cornice di due sole pagine, Adriano Bon – questo il vero nome dell’Autore – arriva a rivelare moltissimo, non solo sull’importanza storica di JPM, ma anche, al contempo, sulla sua esistenza duplice, e apparentemente inconciliabile, di colto filantropo e di protagonista spregiudicato del capitalismo mondiale e delle forme finanziarie che sono giunte fino a noi e che tanto avvolgono e stressano ogni aspetto dell’economia globale. Come rievoca solennemente la voce narrante del giovane segretario, “John Pierpont Morgan ha creato un’era”, “ha saputo orchestrare ed armonizzare l’economia planetaria grazie ad un sistema finanziario internazionale”, “ha consolidato in un sistema di governo economico le energie dell’acciaio, del petrolio e della velocità”, e quando è giunto il panico, nel 1907, “la salvezza di tutti venne da lì, dai risultati della sua opera di disciplinatore, dal sempre più complesso edificio finanziario eretto dalla sua formidabile intelligenza” (p. 141). Ma era davvero meraviglioso questo nuovo mondo? La bella Bessie, che scorta per le strade di Roma questo ingenuo dipendente, non ne è tanto sicura. Eppure JPM compra i tesori dell’arte, apre biblioteche, elargisce importanti somme per opere di bene. Il giovane ne è convinto (p. 140): “Non è un paradosso, puoi essere crudele eppure formalmente ineccepibile nei confronti dei tuoi avversari in affari, ma non hai motivo di essere cattivo nei confronti di un’astratta umanità, il tuo prossimo, e questo per la ragione che se guadagni in un anno quanto il bilancio di uno Stato nazionale, il tuo prossimo si limita ai tuoi diretti dipendenti (…): poi c’è l’Umanità, ma il resto del mondo è lontano, la gente comune con i suoi grigi problemi e le sue nere miserie tu non la vedi, non esiste, e come si fa a essere cattivi con chi non esiste?”. Ecco, questo è il punto; e forse, oggi più che allora, Bessie continuerebbe ad essere perplessa, come molti di noi.

L’Autore racconta il suo libro (alla radio svizzera e a radio 3)

Una recensione (di Alberto Alfredo Tristano)

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Dove eravate tutti era già un buon testo. Ma con quest’ultimo romanzo, che non è certo lungo e va letto senza interruzioni, Paolo Di Paolo fa un salto di qualità. Il motivo di questo apprezzamento è semplice o, meglio, è plurimo, perché ci troviamo di fronte ad una sintesi, perfettamente riuscita, di doti molteplici e convergenti. È un libro, infatti, che suscita empatia e sa commuovere; che in uno stile sciolto e mai casuale finisce per toccare contemporaneamente le corde dell’emozione e i fili della riflessione; che sa calare, se non attirare, il lettore in un momento storico preciso e nel milieu di quella piccola borghesia che, nel bene e nel male, ne è stata la protagonista; che non si dimentica mai di risvegliare e rappresentare con partecipazione sia le incertezze e le ansie di un’epoca intera, sia, e ancora di più, le titubanze e le ambizioni di un’età della vita sempre intricata e complessa.

Che cosa accade nel febbraio del 1926, tra Torino e Parigi? Di Paolo reinventa gli ultimi giorni di Piero Gobetti (ritratto qui a fianco con la moglie), il suo proverbiale iper-attivismo, i suoi sogni morali, civili e politici, i suoi più cari affetti, i suoi desideri di uomo, di italiano e di giovanissimo marito e padre. Ma quei giorni sono anche quelli di Moraldo, uno studente di Lettere, che tanto vorrebbe conoscere il talentuoso editore, e che, tuttavia, ancora si affanna, alla soglia della maturità, in aspirazioni fumose, grandi progetti, velleità amorose. Sono così diversi, Piero e Moraldo: precoce, intelligente e famoso, il primo; irresoluto, indolente e ingenuo, il secondo. Eppure il loro destino sembra correre parallelo, in un’Italia che, nel momento in cui non si dimostra più all’altezza del primo, pare vivere uno smarrimento simile alla frustrante iniziazione sentimentale del secondo. Anche quando le due parallele si toccano, pur senza riconoscersi, in un boulevard lungo la Senna, il raffronto tra i due protagonisti emerge, in modo molto persuasivo, come il confronto spiazzante tra due diversi campioni: da un lato, l’eroe di una vita che si staglia su tutte le altre proprio nel momento in cui si consuma e misura tutta la sua fragilità, lontana dagli affetti più cari; dall’altro, l’eroe di una pulsione comunque confusa e “bambina”, che mentre sembra esaurirsi in un semplice rito di passaggio si rende anche immagine del destino di un Paese frastornato e presto chiamato ad una durissima prova.    

A conti fatti, il “miracolo” che Di Paolo provoca non si riduce nella contrapposizione tra due modelli differenti di esistenza, ma nel loro drammatico avvicinamento. È difficile non immedesimarsi nei pensieri e nei timori di Moraldo, perché sono umani, comuni e comprensibili, così come lo è anche la confusione finale in cui egli si ritrova dopo aver saputo della morte del giovane editore e, con essa, della perdita improvvisa di un punto di riferimento creduto immortale. Ma è altrettanto difficile non percepire l’estrema durezza della disciplina intellettuale di Piero, il cui decesso assume la dimensione di un sacrificio estremo, quasi irragionevole, perché lo priva, innanzitutto, dell’amore di Ada e della gioia della paternità. Dobbiamo ringraziare, quindi, l’Autore per averci ricordato ciò che la giovinezza invariabilmente insegna: nella grande corrente della storia, così come nei fiumi, piccoli o maestosi, della vita si ha sempre a che fare con un inevitabile tempo delle scelte; è per questo che, per crescere, ci vuole tanto coraggio.

L’Autore presenta il suo libro

Piccolo documentario su Piero Gobetti

Il Centro Studi Piero Gobetti

La Rivoluzione Liberale (edizione digitale)

Cos’è la rivoluzione liberale oggi? (dal Convegno organizzato a Vicenza il 27 ottobre 2012)

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Per un thriller nel quale c’è un commissario che sa anche cucinare si può dire, in generale, che gli ingredienti sono buoni e che lo è anche la mano, salvo che nell’impasto sono scivolate cose che propriamente non ci dovrebbero mai stare e di cui non ci si può non accorgere. Refusi a parte (ve n’è più di uno, purtroppo, e ciò anche a non voler considerare la vistosa mancanza che si riscontra nell’indice…), il passaggio della narrazione dalla classica fase delle difficoltà delle indagini all’immancabile fase della scoperta dell’identità del “cattivo” è fin troppo rapido. Infatti, pur rispondendo ad uno schema consolidato – quello del “tutto sembra finito, ma è tutto così semplice da non poter essere veramente finito” – ciò indebolisce la riflessione e le impressioni forti che l’Autore vorrebbe condividere, trascinandole nel finale (tutto sommato) banalizzante di una tipologia di intreccio un po’ consumata.

Nella Marca Trevigiana agisce un killer seriale, che rapisce giovani donne ed effettua su di esse esperimenti inconfessabili. Roberto Serra, lo “straniero”, un poliziotto immerso nei tormenti psico-fisici di un passato di dolore e di talento, viene presto condotto sulla pista giusta, grazie alla tenacia di Francesca, una giovanissima e trasgressiva ragazza, che assomiglia molto alla Lisbeth Salander dei romanzi di Stieg Larsson e che non si capacita della scomparsa della sua compagna. La caccia all’uomo diventa una lotta contro il tempo, specialmente quando il commissario – tra fantasmi privati, cedimenti nervosi e tentazioni irresistibili – assiste tragicamente alla morte di Francesca, riscopre se stesso tra le braccia di Susana e, dopo aver catturato la mente diabolica che ha seminato il terrore, si lancia alla ricerca del terribile complice che è ancora vivo e che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’ultima vittima e di altri importanti protagonisti. Il lieto fine è assicurato e Serra riesce a rappacificarsi con la sua bella Alice, anche se sul campo rimangono molti feriti, e il gioioso e vitale paesaggio della Pedemontana veneta sembra ripiombare nell’indifferenza da cui, in definitiva, non pare essersi svegliato neanche di fronte alle tremende ricerche eugenetiche di un novello Dr. Mengele.

Se l’intenzione del romanzo è risvegliare molte coscienze dai rischi della xenofobia, allora è del tutto proporzionale il nesso con lo shock che ancora può dare l’esistenza di folli disegni sul perfezionamento della razza in un contesto in cui un facile perbenismo nemmeno se li immagina. Come si è anticipato, però, alcuni snodi della trama sono veloci, e questo rischia di rendere assai poco verosimile un racconto che, viceversa, meriterebbe senz’altro di essere lodato, anche per la scelta dei luoghi. Pasini, di suo, è un validissimo scrittore. Gli attori che la sua penna dirige sulla scena sono tutti all’altezza. Ciascuno, dal ruolo protagonista ai ruoli comprimari, è dotato di una convincente caratterizzazione, ed è tale anche quella del commissario Serra. In proposito, al termine del libro, l’Autore dichiara: “Roberto ha già ricominciato a sussurrarmi all’orecchio. E prima o poi lo ascolterò”. Speriamo che accada presto e che ci sia dato, così, di vedere nuovamente all’opera il poliziotto e la sua pericolosa Danza (i lettori possono capire…) nel quadro di una tela meglio ispirata.

La “prima” del libro

Una recensione (di Carlo Vanin)

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Imma Tataranni è un’intelligente e volitiva Pm del Tribunale di Matera, nota a molti lettori sin da Come piante tra i sassi. Il rumore dei tacchi ne preannuncia l’arrivo nei corridoi degli uffici giudiziari ed interrompe il vociare distratto dei colleghi e dei collaboratori. È ammirata, invidiata, temuta e talvolta anche odiata, specialmente da quando le sue indagini hanno messo sotto i riflettori gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, impegnate nelle estrazioni che avrebbero dovuto favorire lo sviluppo della Basilicata e che invece sono rimaste, per il territorio e per la società lucani, una sorta di dannoso corpo estraneo. Anche le insinuazioni di una ragazza riportano la Tataranni ad approfondire questo difficile campo d’indagine, specialmente quando proprio quella giovane viene ritrovata morta in un dirupo. Si tratta del suicidio cui è tragicamente giunta l’ennesima speranza frustrata del talento locale? Oppure c’è materia per smascherare un torbido intreccio di affari, sesso e politica?

Mariolina Venezia – che dopo i successi del Campiello 2007 (con la saga familiare Mille anni che sto qui) resta giustamente fedele alla lingua e alla cultura delle sue origini anche allorché si confronta con il genere poliziesco – costruisce un caso abbastanza semplice, forse prevedibile, ma per nulla mediocre. Imma Tataranni, innanzitutto, è una buona conferma. Il personaggio è ben riuscito, sempre tonico, colorito ed empatico al punto giusto. Ciò che può piacere, soprattutto, è il sovrapporsi, in questa singolare protagonista, di impegno istituzionale e vita privata: il meccanismo riesce perché non gioca artificiosamente sullo straordinario, ma sulla ordinaria difficoltà, per una donna, di conciliare pregiudizi professionali fin troppo atavici e la delicata condizione di mamma e di moglie. Unica trasgressione, ma solo potenziale, è quella dei sogni, talvolta anche ad occhi aperti, che la tenace Pm proietta sulla figura del brigadiere Calogiuri, con effetti che non possono che suscitare complicità e qualche sorriso sornione.

Risulta interessante, però, anche la soluzione dell’intrigo, che per larga parte pare affondare, o sprofondare, nel magma della malapolitica, della casta e dei suoi vizi, delle peggiori commistioni affaristiche e dei drammi familiari da rotocalco. In verità, al di là delle assonanze con molti e notissimi fatti di cronaca, ciò su cui l’Autrice vuole farci riflettere è l’esistenza di un mondo senza cornici, di un universo, cioè, di ambizioni e di rapporti senza limite, che non hanno alcun riferimento e che si nutrono della carne, del sangue e delle speranze della parte migliore della società. Anche nel giallo, dunque, possono veicolarsi stimoli preziosi: forse l’egoismo e la superficialità diffusi, di cui tanto ci stupiamo, non sono i caratteri di una sola generazione – che è sempre l’ultima arrivata, quella più giovane – ma si esprimono e vengono, anzi, coltivati ed esaltati in un’arena spietata in cui il ruolo di predatore è sempre riservato ad altri e più esperti attori, ben più consapevoli ed irresponsabili.

Un’intervista all’Autrice

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Ho scelto di leggere questo recentissimo libro di Moresco per tre ragioni: 1) L’incipit: “Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante”. È una tentazione che talvolta si fa strada anche nel mio animo; e anche il gruppo di case diroccate descritto nelle righe immediatamente successive corrisponde ad una suggestiva combinazione di due diversi luoghi cui penso spesso proprio come improbabili, e per questo perfette, sedi di rifugio. Perché non provare ad immergervisi sin d’ora? 2) La prosa di quest’Autore: ero rimasto ammaliato, ma anche travolto, da Canti del caos. Mi sono sempre chiesto come poter rivivere la stessa intensità, senza però correre il rischio di riuscirne completamente soverchiato. Ecco la soluzione: la dimensione molto più contenuta di quest’ultimo pezzo invita ad un’esperienza potenzialmente assai più proporzionata e non meno profonda. Perché, quindi, non dedicargli un pomeriggio? 3) Il titolo: nella sua semplicità ha evocato subito immagini familiari e riflessioni avvolgenti, ma anche un enigma da risolvere, un punto lontano da mettere a fuoco, un tema ricorrente e dominante che se ne sta sempre acceso e che richiama attenzione, silenzio e rispetto, ma anche un sorriso curioso; come quando ci si ritrova, da bambini e forse anche oggi, di fronte alle candele che stanno in chiesa di fronte ad un altare. Perché, allora, non capire come va a finire?

Pur sorretto da queste motivazioni – che per ogni comunissimo lettore appartengono al novero di quelle incrollabili – sono rimasto un po’ deluso. Il problema non è la linearità estrema della storia, che è tale soltanto per chi si accontenti di un’impressione totalmente superficiale: la storia, in sostanza, non è solo quella di un uomo che, nel buio di un luogo immerso nel bosco, vede una piccola luce all’orizzonte, cerca di capire quale ne sia fonte, scopre che si tratta di un misterioso bambino e si trova quasi affascinato dal contatto con il mistero della morte che gli si palesa allorché viene a sapere che quel bambino altro non è che un fantasma. La storia è tutta nel palco in cui si rappresenta, nell’abbraccio di una natura aggrovigliata e piena di vita e di domande che restano quasi sempre senza risposte; di una natura che, alla Lucrezio, solo l’immaginazione può sondare nel modo più corretto, così come è vero che anche l’esperienza umana vi è pienamente immersa e si nutre di nessi e di abissi razionalmente non spiegabili. L’ambiguità e il carattere allusivo, ma irrisolto, del finale proprio questo vogliono mettere in scena. Tutto ciò – l’effetto complessivo, intendo – è pienamente riuscito e degno, quindi, della più grande stima.

Eppure devo registrare che La lucina ha un grosso punto debole. Nonostante lo stile sia perfettamente adeguato alla materia e al senso che si vuole comunicare, ciò rischia di continuare ad ingenerare l’idea che Moresco sia solo “un grande maestro della scrittura”, come vuole ribadire anche la quarta di copertina (che peraltro si macchia anche del “crimine” di richiamare troppo facilmente Leopardi e il Piccolo principe: è vero che la tradizione letteraria, in Moresco, è il fondamento primo; ma l’uso pubblicitario di alcuni riferimenti, in questo caso, è troppo astuto ed ammiccante). Come si è detto, invece, c’è dell’altro in questo libro, e anche se al cospetto di una vicenda letteraria che non è più agli esordi e che si è ormai composta, anzi, di migliaia di pagine occorre riconoscere che l’Autore nutre ancora troppa fiducia nel potere seduttivo della parola. Il suo tema è molto più secco e cerebrale; non è il soggetto di un dipinto rinascimentale, è il frutto di un sofferto lavoro di incisione, con il quale il dialogo è sempre aperto, sempre immutato, sempre classico. Moresco è un autore antico: quando il verso seguirà il pensiero, potremo acclamarlo di tutto cuore.

Nota di lettura su La lucina (di Silvana Farina)

Una recensione (di Laurent Lombard)

L’Autore presenta la sua opera in libreria e a “Che tempo che fa”

Un’intervista radiofonica (di Rossana Maspero)

Antonio Moresco in dialogo con Walter Siti: parte 1, parte 2, parte 3 e parte 4

Un approfondimento su Moresco

Attualità di Moresco (di Luca Cristiano)

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È stato finalista al Premio Calvino 2012, con il titolo Lo stile del giorno, e come tale ha guadagnato la menzione speciale della giuria. Ora Bert e il Mago ha una nuova veste ed è disponibile alla curiosità di tutti i lettori, per l’editore Nutrimenti. Si tratta di 518 pagine di grande intensità, nelle quali le vite parallele di Bertolt Brecht e Thomas Mann si dipanano e si dimostrano, per una ricostruzione romanzata che, forse, è più verosimile di ogni altra ricerca storica sulla crisi di un’epoca intera e su due diverse esperienze di resistenza intellettuale e morale. L’avversione per il nazismo le accomuna, ma gli itinerari e i riferimenti ultimi sono del tutto differenti. Per Brecht è questione di denunciare e combattere un modello di società, quella stessa cultura borghese che per Mann, viceversa, rappresenta la culla, veneranda ed insieme terribile, della grandezza tedesca, e che avrebbe potuto e dovuto ergersi a vero presidio nei confronti dell’arroganza, dell’ignoranza e della barbarie, anziché alimentarne gli impliciti e falsi presupposti di superiorità morale e sociale. Di qui le due opposte reazioni all’ascesa di Hitler; di qui l’iniziale attendismo dell’autore de I Buddenbrook; di qui la tragica consapevolezza, maturata da questo durante l’esilio americano, sull’impossibilità di salvare il proprio popolo, per lui integralmente colpevole, e per il drammaturgo, invece, vittima di una classe corrotta e scellerata.

I passaggi più importanti del volume, forse, sono tre (anche se è difficile isolarne parti minori): la resa e la spiegazione delle idee sottese al teatro epico di Brecht (disseminate, per vero, in molte pagine: v., ad esempio, l’efficacissima sintesi a p. 155); il capitolo che porta il titolo originario del libro intero (Lo stile del giorno, pp. 315 ss.), nel quale assistiamo, nell’esperienza dell’esule, alla rappresentazione del nucleo fondamentale delle convinzioni intellettuali di Mann; l’intensa conversazione che Pasanisi immagina essersi svolta tra Mann e Brecht in un giardino di una villa californiana (Il confronto, pp. 351 ss.). Occorre ricordare, comunque, che quello di Pasanisi non ha il tenore di un saggio. I protagonisti interagiscono e dialogano, con i loro amici, con i loro cari, con i loro colleghi (scrittori, musicisti, poeti…). E allo stesso tempo soffrono, si inorgogliscono, vivono storie d’amore e passioni, grandi delusioni e altrettanto grandi paure. È magistrale il modo con cui l’Autore rende il rapporto così difficile tra Thomas Mann e il fratello Heinrich, o i figli, in particolare Erika e Klaus, che morirà suicida. Ma è davvero ineguagliabile anche il ritratto della sembianza estremamente viva ed inafferrabile di Brecht, della sua indipendenza totale, della sua irrefrenabile libertà affettiva e sessuale.

All’umanità, peraltro, Pasanisi – che forse tradisce, a conti fatti, una maggiore predilezione per la figura di Thomas Mann – accosta sempre un’attentissima e convincente ricostruzione della cifra letteraria e della statura complessiva dei due grandi maestri: di un magnifico e certosino artigiano della bella scrittura, capace, però, di intuire meglio di chiunque altro la seduzione e gli abissi di una tradizione romantica che per essere veramente immortale esige dai suoi interpreti una fortezza quasi insostenibile; ma anche di uno straordinario poeta, integralmente votato a fare dell’arte uno strumento concretamente rivoluzionario e a rendersi così interprete di un universo di valori che può dirsi appagante solo se reso oggetto di un’aspirazione continua ed instancabile. Così frapposti, a pensarci meglio, Bert e il Mago non sembrano realmente inconciliabili: è questo ciò che l’Autore voleva suggerire? L’immagine della copertina è l’indizio decisivo: la migliore testimonianza intellettuale e civile di un certo Novecento è una fusione di energie e di intenzioni che quasi mai si sono incontrate, di mondi che, in quanto divisi, non sono stati in grado di evitare un terribile naufragio.

Recensioni, di Massimo Mario e di Daniele Abbiati

Un’intervista all’Autore e un’auto-presentazione del libro (perché Thomas Mann e Bertolt Brecht?)

Thomas Mann raccontato da Marino Freschi

Bertolt Brecht raccontato da Max Raabe (auf deutsch!)

Il Mago e Bert on line: ThomasMann.de e International Brecht Society

L’ultima casa di Bertolt Brecht (di Davide Orecchio)

La nuova edizione di un capolavoro di Mann (di Pietro Citati)

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Chi non conosce la storia di Guglielmo Tell? Per gli smemorati, è la famosa vicenda di quel cacciatore svizzero che è costretto ad impegnarsi nella folle sfida di colpire con la sua balestra la mela posta sul capo del figlio: che fare? Ritirarsi, e cedere così al sopruso del potente che lo ha provocato in tal modo; o difendere l’onore, proprio e della propria gente, aggrappandosi alle sue innate capacità di tiratore? Questa storia, connotata dai lineamenti incerti che si addicono alla leggenda, è anche al centro del mito fondativo della Svizzera e della conquista della sua autonomia e della sua neutralità: il potente che sfida Tell, infatti, non è altro che un rappresentante dell’autorità imperiale degli Asburgo, e la vittoria del valligiano, che si rifiuta di omaggiarne pubblicamente le insegne e che per questo è spinto alla celebre prova, fissa un confine che per quell’autorità non sarà mai più valicabile. Si tratta, quindi, di una cosa seria, che per ogni svizzero assume tuttora un significato particolare.

Tuttavia, ecco irrompere il simpatico libretto di Max Frisch, che presenta il suo Guglielmo Tell e si misura nel genere originalissimo, se non unico, del racconto glossato, di una sequenza semiseria di tanti brevi capitoli che, alternati ad un cospicuo e gustoso apparato di note, riescono in un effetto tra il comico e lo straniante. È comico, questo Tell, perché è buffo, pigro e per nulla imperioso il suo antagonista, che peraltro è il personaggio principale della trama disegnata da Frisch e che viene ritratto, per così dire, sin dai primordi della sua avventura: ha un nome sempre incerto; non desidera altro che andarsene via al più presto; cerca di interloquire ed integragire con gli autoctoni, ricevendone spesso l’indifferenza e l’ostilità; si sente a disagio ed è preso in giro anche dai bambini, che lo scambiano per uno spiritello malvagio; se si propone qualcosa, poi, lo fa soltanto per ripristinare un po’ di legalità, di buon gusto e di correttezza. Allo stesso tempo, il Tell di Frisch è straniante: perché nelle note si apprende che, stando alle poche fonti realmente attendibili, le possibili variazioni del tema leggendario sono molte e che, forse, alla base delle rivendicazioni locali, non ci sono solo atti di nobile resistenza, ma anche aspirazioni puramente egoistiche o, semplicemente, la pervicace consuetudine ad una vita appartata e ad orizzonti spaziali e mentali completamente rigidi ed autoreferenziali. Inoltre, proprio sul più bello – proprio nel momento in cui si cerca di capire che cosa avrebbe scatenato l’incidente diplomatico ed accelerato il corso degli eventi – lo smaliziato romanziere arriva quasi al punto di combinare la comicità e lo straniamento, avvalorando l’idea che a dominare la scena sia stato soltanto un equivoco e che il povero balivo si sia trovato, suo malgrado, a doverne pagare l’indebita conseguenza.

Frisch riesce nell’impresa di “smontare” una gloria nazionale senza, con ciò, travolgerne del tutto l’importanza storica e senza, soprattutto, sminuirne l’originalità. Si può dire, anzi, che il puntuale apparato critico, se da un lato enfatizza gli ironici strali che il grande scrittore rivolge nei confronti di ogni retorica, dall’altro facilita la contestualizzazione più seria e il confronto più critico, nella prospettiva di chi tiene al passato, ma (preferibilmente) a quello più autentico e sincero. È un’opera “per la scuola”, in effetti: perché l’operazione di memoria che Frisch compie ha un chiaro intento culturale e pedagogico, alla ricerca di un’identità che non sia il frutto di stereotipate e comode rappresentazioni. Ma Guglielmo Tell per la scuola è anche un manifesto letterario, l’ottimo esemplare dei canoni teorizzati in Quadrato nero, per i quali la realtà più vera può solo essere inventata e l’immaginazione presenta chiavi di lettura che la ragione, da sola, non permette di azionare completamente. In questo testo, alla fine, l’Autore dell’indimenticabile Homo Faber sembra davvero molto vicino a Dürrenmatt e ci offre, così, un’altra buona occasione per conoscere meglio e per comprendere appieno quella profonda capacità decostruttiva che lo ha reso famoso e che non sorge esclusivamente da un esercizio estremamente analitico, ma sa trionfare specialmente quando esplode, nelle pieghe di un sorriso, da una considerazione del tutto onesta delle naturali debolezze degli uomini.

Il Max Frisch Archive

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